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Full text of "Storia del commercio, dei viaggi, delle scoperte e carte nautiche degl'italiani"

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V 



STORIA 



DEL COMMERCIO, DEI VIAGGI, 

DELLE SCOPERTE E CARTE NAUTICHE 

DEGL' ITALIANI 

PER IL COMMENDATORE AVVOCATO 

MICHEL-GIUSEPPE CANALE 



GENOVA 

A SP£S£ DELLA TIPOGRAFIA SOCIALE 

Stradone Sant'AgotHno, 22 
1866. 



Proprietà Letteraria dell' Autore. 
G. F. Garbàrin^ Editore, 



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ALL* ILLUSTRISSIMO SIGNORE 

CAV. BARONE ANDREA PODESTÀ 

SINDACO DELLA CITTA DI GENOVA 



III."'*^ Signore , 



Io mi rauovo ad intitotolarle la presente mia Storia 
per due ragioni, gravissime entrambe. La prima, perchè 
un'opera la quale tratta del commercio, dei viaggi, delle 
scoperte e delle carte nautiche degl' Italiani, doveva essere 
meritamente indirizzata a chi oggidì rappresenta con sì 
onorevole e valoroso modo quest'antica Gttà, emporio 
del commercio de' Liguri ai tempi de' Romani , Signora 
del Mediterraneo nel Medio Evo, di cui sorsero i primi 
navigatori e scopritori delle Canarie , di Madera , delle 
isole del Capo Verde, di Sant'Elena e del Nuovo Mondo, 
gli autori delle prime carte nautiche ; che coli' animo 
smisurato dei suoi figli le angustie vincendo dello sterile 
territorio diede al mondo con piccioli mezzi l'esempio di 
grandissimi fatti. 

La seconda ragione è tutta mia particolare. Io co- 
nobbi, hanno più di cinque lustri, l'egregio fu suo signor 
Padre il Barone Luca Podestà. Nell'occasione che io an- 
cora giovinetto mi era posto al difficile assunto defla 
Storia di Genova, egli mi sovvenne di schiarimenti e di 
preziose cognizioni noli' importante parte della nostra 



VI 

Zecca. Da quel punto si strinse tra noi un tenace nodo 
di scambievole amicizia che avea per motivo dal suo lato 
una singolare benevolenza d'animo inverso di me e dal 
mio una profonda stima ed una tenera riconoscenza in 
verso di Lui , che tanto fra gli altri nostri concittadini 
primeggiava per coltura e sagacità d' ingegno, generosità 
di cuore e cortesia di maniere. 

Queste sono le ragioni che m' indussero ad offerirle 
la mia opera, né credo che in simil fatta ve ne abbiano, 
esser ne possano delle maggiori , sicché io vado non 
solo superbo del mio pensiero che benignamente volle 
aggradirlo (1), ma della bontà e della giustizia delle ca- 
gioni ch'ebbero ad ispirarmelo. 

(4) Ecco la graziosissima lettera ch'egli si compiacque di vol- 
germi accettando la mia dedica : 

« Genova, 4 Maggio 1866. 
« lll.mo Signoro, 

€ L'intitolai mi un'Opera di Lei, che da lungo tempo insieme 
« a tutta la letteraria repubblica io tengo in altissimo pregio di 
« cultore dfclli sludi e delle storiche di sci pi ne è per me un gran- 
« dissimo onore. — Onore che mi è reso più e più caro dal genere 
« del lavoro che appartiene agli studii per me prediletti ed impor- 
le tantissimi della storica filosofia , dalla materia tolta a subbietto 
« che abbraccia ricordi e g'orie famose dell' Italia nostra e di Ge- 
« nova, dalla delicatezza e cortesia dei motivi onorandissimi per 
« me e per la persona per cui serbo la più cara e venerata delle 
« mie memorie. 

« Gradisca dunque, illustre Signore, le più vive e sincere atte- 
< stazioni della mia gratitudine e della mia amicizia. 

« Dev.nio ed Obbl.mo Servitore 
« A. Podestà ». 



VII 

Di una cosa sola mi duole, ed è che io non abbia 
avuto l'ingegno bastante al soggetto, che quello sia di 
questo rimasto infinitamente minore, per cui l'ampia tela 
in cui si svolsero il commercio, le arti, le industrie, le 
navigazioni e le scoperte degli Italiani si trovi nel mio 
libro raccorciata, né tutta si spieghi quant' Ella fu, non 
per difetto di materia e di prove, ma per colpa di colui 
che non seppe per infermità di' mente , ne potè per di- 
fetto di tempo e di agi condurla così da renderne pro- 
porzionata e gloriosa ogni sua parte. Che se al malage- 
vole proposito mi fallirono le deboli forze , mi basterà 
però di aver dato primo l'esempio di una Storia gene- 
rale del Commercio itaUano dove sta tutta la ricchezza, 
la potenza, la libertà, l'indipendenza nostra nazionale, 
le quali sorte e cadute con esso, rinvigorite saranno col 
suo prossimo risorgimento nel Mediterraneo. 

Intanto , voglia Ella , onorevolissimo signor Sindaco, 
accettare cortesemente, questo tenue è vero, ma sincero 
tributo che io porgo, sia d'onore alla comune Patria, sia 
di stima e riconoscenza alla memoria dell' illustre suo 
Padre, del figlio di cui sono e sarò sempre con profonda 
osservanza 

Genova, 26 maggio 1866. 

Obbl.mo, Oss.mo, Obb.mo Servitore 
Avvocato Michele Giuseppe Canale. 



LIBRO PRIMO 



CAPITOLO I. 



Antico commercio dell' India. 



L Istinto e desiderio deli' umana natura è il vincere 
e avanzar gli altri in potenza , questa colle ricchezze 
procacciarsi , e le ricchezze col commercio e 1* industria 
che da quello procedono; quindi il commercio, tutti sem- 
pre opinarono , essere fondamento di superiore potenza 
laddove la sorgente da cui scaturisce si signoreggi e si 
riesca ad ottenerne il primato assoluto ; egli è perchè 
antichi e moderni popoli dove del commercio orientale 
ebbero in mano il freno, divenuti sopra ogni altro potenti, 
valsero di leggieri a signoreggiare la terra. 

Qui tutta è riposta la ragione delle guerre e delle 
conquiste, barbarie, civiltà sopra questo campo discesero, 
e solo per siffatto fine insanguinarono il mondo. 

II. L'Asia divisa da occidente ad oriente da due grandi 
catene di monti , si compone di tre parti che la natura 
del suolo , il modo della vita e i costumi degli abitanti 

Canale, Storia del Commercio, eco, < 



— 2 — 

fanno Tuna dall'altra diversa ; della sellenlrionale gli an- 
tichi favoleggiarono, repulandola fra tenebre e ghiacci 
sepolta, né mai giunsero ad averne bastante notizia; no- 
madi generazioni teneano la centrale, colà precipitale per 
la rovina dei grandi imperi, sterile, ed inatta a sommi- 
nistrare quanto faccia di mestieri ai bisogni della vita ; 
la meridionale solamente dolce clima, e cielo sempre lieto 
e sereno rendeano feconda e ricercata. Quivi la China , 
r India, l'Arabia, la Persia. Le tre prime vanno famose 
per la svariata natura dei loro prodotti , la seta, il co- 
tone, le spezierie, l'incenso, l'oro, le pietre preziose, le 
perle vi abbondano e quanto mai di peregrino il lusso, di 
squisito il gusto , di prezioso è in islima fra gli uomini. 
Tutti i popoli, cupidi ed effreuatì, dalla più remola antichità 
fino a noi vi accorsero ad insignorirsene, e per ottenere 
l'esercizio assoluto di quell'invidiato commercio, l'un col- 
r altro sanguinosamente pugnarono; fu il fondamento 
di loro dominazione quando riescirono ad occuparlo , di 
loro rovina e servitù quando sfuggi ad esse di mano. 

I deliziosi profumi dell'Arabia , l' avorio , i legni pre- 
ziosi , le perle , i diamanti , gli aromi , e tultociò che 
offre r India in prodigiosa copia, le sue stoffe eleganti, i 
suoi ricchi tessuti , 1* opere molteplici di sua industria 
tornavano di necessità a' popoli antichi di Nino e di Se- 
miramide sicché l'Assiro impero ebbe alfine a venir meno 
sotto l'enorme peso del disordinato lusso, e dell' effemi- 
nata mollezza. 

La medesima sorte per le stesse cagioni incontravano 
i regni di Babilonia, dì Ninive e dei Medi, non che quello 
dei Persiani che tutti li ridusse sotto di sé. 

IIL Senonchè i popoli dell'Asia tra i quali per tempo 
slringevansl legami di commercio, disgiunti si trovavano ciò 



nullameno gli uni dagli altri per immensi deserti , Je cui 
meno sterili parli appena bastavano al pascolo dei loro 
bestiami , laonde quasi d* intermediarii aiuti servivansi di 
noaiadi pastori , però la Genesi racconta come traspor- 
tassero questi lunghesso i deserti li aromi e le altre prcr 
ziose merci sopra il dorso de' camelli da Dio quasi creati 
a traghiitare quei vasti sabbiosi cammini. 

I fiumi e le riviere veniano in acconcio ai popoli in- 
diani ; a quelli commettevano sé medesimi e le cose pro- 
prie per r interno traffico. Non pare nella navigazione né 
indiani, né chinesi fossero molto innanzi quantunque di 
molle cose si vantino da questi ultimi inventate, i quali 
vorrebbonsi i più grandi ed antichi autori d'ogni più utile 
ed umano trovato. 

IV. I sovrani di Babilonia fecero felici tentativi per 
commerciare coli' India ; mercè il golfo Persico e col 
mezzo di due grandi fiumi che vi mettono foce dopo 
avere scorso li Stati di quelli ; si conghiettura che fosse 
una colonia stabilita a questo fine nel paese dei Gerrhei, 
della quale Strabene attribuisce l'origine ad alcuni Caldei 
fuggitivi e profughi (1). 

La navigazione però faceasì con assai di fervore lun- 
ghesso le coste dell'Arabia, navicelli senza vela, né con 
ferro connessi servivano ad un commercio che di molle 
ricchezze fruttava a coloro che il faceano, mentre altri 
davansi nello stesso tempo alla pirateria. 

Ma la navigazione sola non bastava, separate erano le 
coste dairinterno dove più il bisogno di quel commercio 
provavasi , cosi per lunga stagione le mercanzie che i na- 
vigatori del golfo Persico introducevanov in Babilonia per 

(4) Lib. XVI. Gap. 1, § 5^ et Gap. IH, § «• 



le sorgenti del Tigri e dell'Eufrate non pervenivano all& 
partì settentrionali dell* Assiria, né alle provincie dell'Asia 
minore, o sopra le rive del Mediterraneo, che per le vie 
di terra , cosi egualmente i prodotti dell' Arabia cercati 
e recati dai navigatori di questa dall'India duravano an- 
cora gran tempo ad attraversare immensi deserti per con- 
dursi nella Palestina, nella Siria , nelle contrade della 
Fenicia ; vi erano anzi dei paesi a cui non si poteva rie- 
scire per la via del mare. Il commercio dell'India e della 
Serica co! settentrione e Toccideute dell Asia era di que- 
sti. Il luogo che dal tempo di Semiramide avea il nome 
di Batlriana dalla natura sembrava destinato ad esserne 
il centro. Terrestri cammini , o colla navigazione interna 
combinati agevolavano gli scambi verso 1' alto Indo , da 
quel punto le mercanzie indirizzavansi verso le rive del 
Mediterraneo nell'Asia minore, nei siti che circondano il 
mar Caspio, ed eziandio nelle contrade più settentrionali. 

All'epoca della conquista dell'Assiria operata dai Per- 
siani , la navigazione marittima di quel paese cessò inte- 
ramente; i conquistatori la resero impossibile opponendo 
fatali dighe, verso le fonti del Tigri e dell' Eufrate per 
cui l'accesso era chiuso al golfo Persico, locchè ebbe a 
recare che disviato il commercio, ritorse il suo corso per 
i cammini terrestri che i Re Persiani costrussero ed age- 
volavano. 

L'andamento del commercio degli Arabi che soltanto 
descrivono gli autori de) secolo di Alessandro , o di una 
età posteriore, ma indicalo nei libri ebraici , non andò 
Incontro a funeste vicende, ma fino all'epoca di Maometto 
sembra essersi mantenuto immune^ dai grandi rivolgimenti 
che tante fiate in Asia crearono e distrussero gli imperi 
disviandone i cammini. * 



— 5 — 

V. Gli Arabi sellcntrionali detti Nabatei , gli stessi 
-dei Madianiti, Idumei o Nabatei dei libri Santi, conduce- 
vansi al paese degli Aromi, posto al centro dell' Arabia 
poco lungi da Maccoraba, grande mercato divenuto ce- 
lebre in seguito sotto il nome di Meccay dirigevansi verso 
Mariaba, principale città del paese dei Sabei , dove ap- 
provvigionavansì dei prodotti del paese, e di ciò che il 
-commercio straniero vi arrecava. 

I navigatori di Gerrha , e di Regma sopra il golfo 
Persico conducevansi alla costa dell' India a ricercarvi 
quanto vi fioriva di più prezioso , quelle mercanzie te- 
nevano tre cammini , una parte trasportavasi in Babilo- 
nia , donde diffoodevàsi nelle vicine contrade ; un' altra 
spedivasi per il paese dei Sabei ^ una terza parte infine 
procedeva sia per Maccoraba, sia per una strada diretta 
attraverso il deserto presso i Nabatei. É là che Petra, 
mercato immenso, vedeva a lei concorrere i mercanti 
di ogni paese che si conducevano poscia a Gaza, donde 
ima strada riusciva all'Egitto, ed un'altra alla Fenicia. 

I pericoli dei lunghi viaggi nei luoghi che facea me- 
stieri di trascorrere, la tema che si aveva delle barbare 
orde usate a vivere di rapina, indussero di necessità i 
commercianti a viaggiare insieme riuniti , e ciò per soc- 
corrersi vicendevolmente e difendersi; da questo ebbe 
origine V uso delle Carovane che fermavansi ad epoche 
determinate sia per il tempo , sia per il comodo dei 
mercanti medesimi, sia infine per l'opportunità dei luoghi. 



a 



CAPITOLO II. 



Antico commercio dell'Africa. 



VI. L'Etiopia e l'Egitto si congiunsero insieme per 
tempo, le relazioni loro ampliaronsi gradatamente (ino alle 
coste della Libia, e forse anche a qtie* paesi si estesero» 
oggidì, ancora poco noti del centro e del mezzodì del- 
l'Africa. 

Intanto l'Asia e l'Africa congiunte dalla parte setten- 
trionale da un istmo di poco spazio , separate ad austro 
da uno stretto che si può soperare in poche ore, non tar- 
darono a stringere fra di esse commerciali corrispondenze. 
La Genesi ne porge fede, dall'età del Patriarca Giuseppe 
li Arabi settentrionali erano gli organi intermediari del 
commercio che si faceva per le vie di terra, né cessarono 
ponto di esserlo in seguito, avendo a questo fine formati 
doviziosi emporii in Egitto. 

Le relazioni marittime furono più tardi e debbonsi 
pure agli Arabi meridionali. Da quel punto del litorale 
il più accosto all'Africa una breve navigazione non senza 
pericolo conducevaii ad un porto i cui diversi nomi di 
Saba e di Assab sembrano indicarne T origine; la strada 
ch'era duopo di percorrere per arrivare attraverso i de- 
serti vastissimi fino a Tebe, capitale dell'alto Egitto, forse 
in origine Colonia degli Arabi e degli Etiopi, serba ancora 
le orme ad Axum ed a Meroé , e rovine di edifizi che 
sembrano essere stali luoghi di grandi riunioni commerciali. 

L'epoca a cui l'Europa dirozzatasi più tardi dell'Asia 
e dell'Africa concorse a partecipare dei vantaggi di quel 



commercio, acquistando perciò slesso il gusto dei prodotti 
stranieri , si fu quella appunto in cui la navigazione co- 
minciò a prendere veramente il suo slancio. Principale, 
anzi Huiraltro modo di comunicazione, potea esservi che 
questo fra le due altre parli con essa, nonché fra le di- 
verse contrade continentali e le isole che la compongono; 
di siffatta guisa il commercio che per T interno dell'Asia 
e dell'Africa si travagliava col mezzo di carovane , potè 
uscire di quelli angusti limiti e diiTondere la copia de* suoi 
beneficii colKampiezza delle navigazioni. 



CAPITOLO III. 



I Fenicii. 

VII. Primi navigatori famosi , è documento di storia, 
essere stati i Fenicii. Una plaga quasiché sterile situata 
lunghesso la costa dell'Asia che lambe il Mediterraneo fu 
culla di un popolo che primamente lanciavasi sul mare, e 
sobbarcavasi a quelle imprese che ancora oggidì sono ar* 
gomento dì ammirazione e di esempio. Né questa popolo 
avea bussola che scorgesselo nei propri viaggi, ma aiuta^ 
vasi colla osservazione del sole, e il raggio delle stelle, 
con questi mezzi piccioli ed incerti navigava arditamente 
nella stagione estiva, rimanevasi nella invernale, e dive- 
niva ciò nullameno così grande da meritar fama che 1 
Fenicii fossero i più arditi e potenti navigatori dell'anti- 
chità. 

Sono essi dalla Genesi chiamati i Cananei, locchè in- 
dica ch'erano eglino naturalmente costumati al commercio; 



^^ 



— 8 — 

l'esistenza di Sidone precedette quella dì Tiro, né Roma 
ancora esisteva, e Grecia nell' ignoranza giacevasi avvolta 
nei miti e nelle favole colle quali si mostra nei poenai 
omerici; le lane delle greggio de' Fenicii somministravano 
loro materia bastante ai tessuti che di quelle elegante- 
mente ordivano; colle conchìglie tingevanle in porpora, le 
sabbie dei litorali adoperavano alla fabbrica del vetro di 
cui è fama fossero gì' inventori; ancora sì dice, inventas- 
sero l'arte di estrarre i profumi dal succo dei fiori; che 
se il bisogno di diffondere e far mercato delle proprie 
derrate li spinse alla navigazione, questa li rese astronomi, 
sicché andarono tanto innanzi nella nautica che più d'una 
volta vennero ricerchi ad ausiliari dai Re di Persia. 

YIII. Dopo Baruti é Sidone; scrive Strabone, (che non 
possiamo tralasciar dì allegare, richiamando alla memoria 
i fatti di così gran popolo), quattrocento circa stadii , da 
quella distante, nel quale spazio è Tamira fiume, il bosco 
di Esculapio, e la città de' Leoni. 

Dopo Sidone, jnassìma ed antichissima delle Fenicie 
città é Tiro che colla prima di grandezza, di aspetto e 
di antichità rivaleggia per molte favole celebrata. 

Sebbene ì poeti più Sidone decantino a tale che Omero 
non faccia menzione veruna dì Tiro , cìonuliameno molto 
più dì questa é la fama per le colonie in Ispagna ed Àfrica 
On'oltre Io stretto gaditano dedotte. Laonde ambe le città 
sempve chiare ed illustri serbaronsi; quale delle due fosse 
metropoli dei Fenicii sì fa contesa ; Sidone era posta di- 
nanzi a bellissimo porto del continente ; Tiro invece tutta 
isola, e quasi nello stesso modo di Arado abitata, per un 
istmo al continente congiunta. Aveva due porti , 1* uno 
chiuso, l'altro aperto, ch'Egìzio chiamavano, le case più 
eminenti edificavano io Tiro che in Roma stessa, di guìsachè 



poco mancò che un giorno tulta la città non venisse 
da* terremoti subissata , sventurata poscia soggiacque 
alle armi d'Alessandro. Queste calamità tutte però vinse 
e colla navigazione se stessa d' ogni danno restaurò , poi- 
<)hè io tal fatto i Tirii ad ogni altro popolo sopravanza- 
rono» siccome pure nella tintura delle porpore, dappoiché 
queste fossero le ottime di tutte , né dissimilmente va- 
lessero quei di Tiro per tuttociò che riguarda la tessi- 
tura delle vesti, e quantunque la moltitudine delle officine 
facessero cupa , e di aere greve quella città , tuttavia 
per queste ne risultava più ricca ; dai Re non solo, ma 
dai Romani ebbero i Tirii il godimento di loro libertà e 
piccole spese; presso di essi Ercole in mirabii modo ve- 
neravasi. 

Indizio della navale potenza dei Tirii era la grandezza 
e la copia deUe loro colonie. I Sidoni mostravansi mae- 
stri di molte ed ottime arti, valevano in astronomia ed 
aritmetica dove il calcolo e la notturna navigazione li 
aveano resi eccellenti, 1' una e l'altra cosa necessarie es- 
sendo alla nautica. Siccome gli Egìzii, dicevansi inventori 
della geometria, in cui aveano dovuto farsi addentro per 
la misura dei campi quando il Nilo traboccava dai con- 
sueti termini, dagli Egizi poi tramandata ai Greci, cosi i 
Fentcii, astronomi ed aritmetici erano divenuti. 

Ài tempi di Strabone copia grandissima d'ogni altra 
disciplina polevasi derivare da tutte le città Fenicie e se 
dar fede doveasi a Possidonio, l'antico dogma degli Atomi 
doveasi attribuire a Idosco cittadino di Sidone che fioriva 
avanti la guerra di Troia. Ma tralasciati gli antichi , filo- 
sofi illustri vivevano di Sidone, Boeto dei quale lo stesso 
Strattone era stato compagno di filosofia, e Diodato di 
lui fratello. Di Tiro, Antipatro e poco avanti di Strabene» 



— id — 
Apollonio che avea pubblicala la tavola dei libri e dei 
filosofi procedenti dalla scuola di Zeooue. Tiro distava da 
Sidone uon più di 200 stadii. 

Fra di esse vi era una terra per nome città degli 
Augelli, quindi scorreva un fiume presso della medesima 
Tiro. Dopo di questa, l'antica Tiro trenta stadii lontana, 
indi Tolomaide, grande città che prima nominavasi Acon. 

I persiani scrvivansi di essa come di ricettacolo cou* 
tro gli Egizi. Fra questa e Tiro correva il lido arenosa 
che menava arene vitree, che però colà non poteano fon- 
dersi, ma ciò accadeva, appena recate in Sidone (1). 

IX. Mentre i Fenicii trafficavano per la via di terra 
colla Palestina e le contrade bagnate dal Tigri e dall'Eu- 
frate , formavano ancora sulle rive dell'Asia minore della 
Grecia e dell' isole vicine in tempi che credevansi ante- 
riori alla guerra di Troia, emporii destinati a favorire la 
navigazione loro e il commercio; estendevanli fino alla 
Tracia e all'Eusino, a misura che gli abitanti di quei 
paesi tergevansi dello squallore della naturale barbarie, ed 
essi spiravano loro il gusto e l'amore degli obietti voluttuosi. 

Superato in breve lo stretto che il Mediterraneo con- 
giunge all'Oceano, fondavano un gran numero di stabili- 
menti sopra le coste della Spagna, e per le isole di que- 
sta ; il più celebre fu quello di Cadice, divenuto poscia il 
centro delle loro comunicazioni fra i due mari. Navi- 
gavano ancora verso le coste della Gallia e fino alle isole 
britanniche, forse penetrarono al mar Baltico, e forse 
l'Ercole Tirio, per cui, come vedemmo in Strabone, aveano 
tanta venerazione, è una allegoria sotto la quale non è 

(<) Strabon, Gèograph. lib. XVr, Voi. 2, pag. 568 e seguenti. 
Lugduni apud Gabrielem Cotermm an. 4559. 



~ 41 — 

possibile di dissimulare la navigazione dei Fcnicii, il quale 
aveva piantale le sue colonie allo stretto del Sund. Almeno» 
sembra evidente, per gli scambi con qualche popolo più 
vicino che siensene procurali i prodotti. Essi raccoglie- 
vano da tutti quei paesi l'ambra, l'oro e Targenlo di cui 
si servivano per fabbricare ornamenti e aRìnchè fossero 
di corrcspeltivo alle loro permute, siccome il ferro non 
meno utile ai bisogni della loro navigazione che -alla in- 
dustria loro manifatturiera. 

X. Ma dove più i Fenicii si estesero ed eressero ma- 
gnifiche città fu sulle coste dell'Africa, fra le quali Car- 
tagine; scopo era di queste comunicazioni di rendere la 
Fenicia , e Tiro in ispecie capitale di essa centro del 
commercio universale facendovi d'ogni parte concorrere 
le più ricercate mercanzie. Oltrecciò , la condizione dei 
luoghi abilitava i Fenicii a ricevere prontamente i pro- 
dotti dell'Arabia e dell' India, sia per il mercato di Petra, 
sia per l'Egitto, dove aveano stabilimenti e vi arrecavano 
i vini di che palla quella provincia penuria. 

Stringeano ancora alleanza coi Giudei donde più di- 
rette comunicazioni di commercio poteano per quelli 
procacciarsi. Davide e Salomone compresa avendo l' im- 
portanza del commercio marittimo, padroni dei due porti 
situati all'estremità settentrionale del golfo Arabico, apri- 
vanli ai soggetti del Re di Tiro e le flotte riunite dei 
Fenicii e degli Ebrei posero ad effetto quei famosi viaggi 
intorno alla fine dei quali si ebbe lungamente a dispulare. 

Per il medesimo disegno degli interessi commerciah, 
per agevolare le comunicazioni colla Babilonia, Salo- 
mone fondò ai confini del deserto di Siria Tadmor, sotto 
il nome di Palmira, venuta poscia a quello stalo di gran- 
dezza e di opulenza che ancora le di lei rovine ci attestano. 



— i2 — 

XI. Il commercio degli Ebrei fa di corla dm^ala, ma 
i Fenicii conservarono luUi i benefìcii che questa momeD- 
tanea alleanza avea loro procacciali. Seguitavano a sol- 
care il golfo Arabico, a condursi sulle coste deirEtiopia 
nel golfo Persico, e derivarne copiosamente tutte le mer- 
canzie preziose dell'India e dell'Arabia. Il porlo di Rino- 
coluna sulla riva settentrionale dell' istmo che riunisce 
l'Asia air Africa era il principale deposito di quel com- 
mercio, il quale facevasi col mezzo di un breve tragitto 
per la via di terra. 

È dubbioso eh' essi abbiano esteso la loro navigazione 
verso le rive e le isole dell' India, alcuni autori portarono 
opinione che abitanti primitivi di questo {:aese siensi re- 
cati dal golfo Persico sopra le coste del Mediterraneo. 
Senonchè di maggior momento tornerebbe il sapere s'eglino 
facessero il giro delPAfrica partendo dal golfo Persico e 
recandosi nel Mediterraneo per le colonne d'Ercole. Uq 
passo di Erodoto dà di molto peso alla realità di celesta 
navigazione , la quale a dire il vero a parecchi dotti , 
parve favolosa. Cionullameno, quantunque incomplete sieno 
le cognizioni che se ne hanno, non può tuttavia notarsi 
di amplificato quanto ne lasciarono scritto i due profeti 
Isaja ed Ezechicllo , magnificando essi e descVivendo la 
prosperità di Tiro di cui erano testimoni oculari (1). 

Le ricchezze di questa città infiammarono la cupidi- 
gia dei Re di Babilonia. Salmanasar tentò invano d' im- 
padronirsene. Nabucodònosor rinnovellò il tentativo, ma 
dopo un lungo e memorabile assedio, nel quale il vinci- 
tore affaticò la $ua armata e non ricevè la ma ricom- 
pensa come si esprìme Ezechiello, i Tiri costretti furono 

(0 IsjLiA^ Cap. XXrr, passim ed Ezech. Gap. XXVIF, passim. 



— 13 — 

ad abbandouare quelle rovine, costrussero allora una no- 
vella ciuà che vinse la prima in splendore. Questa seconda 
Tiro soggiacque sotto i colpi di Alessandro il Macedone. 



CAPITOLO IV. 



I Cartaginesi. 

XII. Senonchè da gran tempo esisteva Cartagine, la 
quale doveva ancora per qualche secoli conservare con 
gloria la ricordanza del commercio e della navigazione 
dei Fenici!. 

L'origine di questa città, sia che facciasi risalire alle 
emigrazioni de' popoli cananei dei quali li ebrei conquista- 
vano i paesi sotto la condotta di Giosuè, sia alla celebre 
fuga della vedova di Sicheo (Didone), è antichissima. 

Cartagine era collegata con Tiro, ma più favorevol- 
mente posta, occupando un punto che stringeva in un 
nodo le tre parti, dell'antico mondo. Il suo commercio 
ebbe in breve a prosperare, dappoiché i grandi imperi di 
Persia e dì Egitto aslenevansi dalla navigazione, e quello 
dei Tirii rimanesse interrotto perocché successivamente 
attaccati dai Re di Assiria, di Babilonia e di Egitto; in- 
fine la distruzione di Tiro operata per le mani di Ales- 
sandro niun ostacolo più si frappose a che divenisse Car- 
tagine la regina dei mari, e logliessesi in mano tutto il 
possesso dell'universale commercio; le colonie fondate dai 
Fenicii sulle rive dell'Africa assogettò ella io breve e 
ridusse alla propria dominazione in parte , in parte le 
collegò intimamente ai suoi interessi, senonchè le colonie 



-. 44 -. 
greche situate sul litorale d'Iiulia opposero sempre insu- 
perabili difficoltà a che pigliasse Cartagine possesso sul 
continente, i suoi tentativi reiterati parecchie volte, fu- 
rono resi impossibili dal grandeggiare di Roma. 

Marsiglia le tolse ancora di allargarsi sulle coste me- 
ridionali della Gallia, ma i Cartaginesi ne frequentarptio 
però le occidentali e sulle orme lasciate dai Fenicii por* 
tarono il loro commercio fino alle isole britanniche e iiei- 
rirlanda, siabdironsi in Corsica e in Sardegna, per la cui 
conservazione mollo sempre travagliavansi, la maggior 
parte delle vicine isole caddero sotlo il loro dominio, le 
più fertili somministrando ad essi li oggetti necessari al 
commercio e all'industria che esercitavano, le altre de- 
stinando a stazioni acconcie alle navi. 

La Sicilia per la sua ampiezza , le sue ricchezze, la 
sua fertilità, la sua posizione favorevole doveva a buon 
diritto invogliare i Cartaginesi a farne la conquista , ma 
qui fu appunto la causa delle loro sventure. 

Air Iberia andarono specialmente tenuti delle loro ric- 
chezze, dopo averne essi diviso il commercio colla città 
di Tiro e con Marsiglia , concepirono il vasto progetto 
d'insignorirsene. La difesa di Cadice cui concorsero come 
aiuti, per preservarla dagli assalti dei naturali forni loro 
uno specioso pretesto per incarnare 1* ambito disegno , 
quind* innanzi non cessarono di stendervi l'imperio cosicché 
sebbene lentamente procedessero, finirono però col domi- 
nare quei popoli che discordi si sottomisero , mentre 
uniti sarebbero stati invincibili. Cartagine gittatasi alle 
conquiste ebbe a provar vero quel principio, non essere 
della natura dei popoli commercianti il conquistare, pe- 
rocché dove le conquistate terre si rivoltino, gli sforzi 
che si fanno per riconquistarle e rimetterle ad obbedienza 



— 15 — 
sempre con ainli deboli e mercenari, dislrnggono le forze 
dei conquistatori e pongono soventi questi in balia della 
più sinistra fortuna. « 

XIII. Le consuete relazioni che ì Cartaginesi ioterte- 
nevano con Tiro e con l'Egitto li pose in istatò di pro- 
cacciarsi i prodotti dell* Arabia e dell' India , i quali 
ricevevano eziandio per i cammini terrestri che discor- 
revano la Persia, s' egli è vero, siccome si conghiellura , 
che avessero fondati stabilimenti sopra il territorio di 
quell'impero, o per il Porto Eusino, verso il quale ave- 
vano ugualmente indirizzale le navigazioni loro. 

Nulla però sappiamo delle relazioni che possono avere 
strette coli* interno deirAfrica, il solo Erodoto ci fa con- 
ghietlurarlo. Egli c'insegna che dalle rive della grande 
Sirte, abitata da un popolo che egli appella i Nasomoni 
una via commerciale volgeva a mezzodì lunghesso il paese 
de'Garamanti, donde sembra potersi stabilire che questa 
via si addentrava nelle parti meridionali , un poco tor- 
cendo ad occidente, verso alcune saline; questa istessa 
via avea l'evidente fine di giungere alle rive del Niger 
e nel centro dell'Africa abitala da' popoli inerti , ed in- 
differenti possessori di una gran copia di oggetti , dei 
quali i paesi inciviliti , ed il lusso faceano stima gran- 
dissima. Il medesimo autore e* indica un'altra via che 
muovendo dal paese dei Lotofagi , situato fra la piccola 
e la grande Sirte, si congiungeva colla precedente incon- 
trandosi nel paese de' Garamanti. 

Duopo è supporre che Cartagine sola nella parte set- 
tentrionale riunisse le condizioni di civiltà e di potenza 
commerciale cui volgevansi le carovane partite dai paesi 
dei Lotofagi e Nasomoni , quando però non voglia cre- 
dersi che questi fossero di per sé stessi cosi civili che 



I 



— 46 — 

quelle vie commerciali si avessero aperle da setleotrìone 
verso mezzodì, o almeno per il cenlro deirAfrica. I Lotofagi 
abitavano a* confini del territorio di Cartagine, e par le 
fossero soggetti ; forse anche i secondi più lungi dalT 0- 
riente, stabiliti presso un deserto, il cui possesso era stato 
argomento di gravi questioni tra Cartagine e Cirene che 
la prima aveva acquistato per l'illustre devozione dei 
fratelli Fileni. Ad ogni modo se i Nasomoni non l'erano 
soggetti vi adducevano però i loro prodotti. 

XIV. Dalle parole di Erodoto si rileva ancora una 
comunicazione commerciale fra Cartagine e l'alto Egitto. 
Da Tebe indica egli una strada che voltava dalla parte 
di tramontana e ponente per V oasi verso il luogo in 
cui sorgeva il tempio di Ammone, i cui popoli erano egizi 
mescolati con altri finitimi. 

D'Ammonio la strada, incamminandosi verso la grande 
Sirte , torceva ad Angile, luogo fertile e copiosissimo di 
datteri, donde spiccavasi una via austro-occidentale per il 
paese de' Garamanti , questa , la più lunga ma forse la 
più sicura, ofi'eriva alle carovane partite da Tebe i mezzi 
di raggiungere quelle dei Nasomoni e Lotofagi. Un altro 
cammino eh' Erodoto descrive con minori particolariià con- 
duceva a ponente dWngile verso un territorio apparte- 
nente ai Greci dai Fenicii , ovvero ai Cirenei , colonia 
greca, ed ai Cartaginesi, colonia fenicia, per entro il de- 
serto, acquistatosi da Cartagine per V amore dei Fileni ; 
dirigevasi da oriente ad occidente, da Tebe verso le co- 
lonne d' Ercole e il Capo Soloè , il primo nel quale si 
abbattesse dalla costa occidentale d'Africa , allorquando 
dal Mediterraneo si entrava nell'Oceano Atlantico. Forse 
lungo questa od altra via che riesciva allo stesso punto 
esisteva fra Cartagine e Cirene, all' occidente d' Angile y 



— 17 — 
un emporio dì commercio chiamalo Carace in coi reca- 
vansi per trafficare i Cartaginesi. 

loconleslabile è ad ogni modo la comunicazione di 
questi ultimi per Angile coli'alto Egitto. La loro repub- 
blica era cosi in questo conosciuta che Gambise dopo la 
egiziana conquista concepì o per ambizione o per cupi- 
digia il disegno di recarvi le armi sue. 

Dopo quanto abbiamo esposto ne discende che Car- 
tagine si era assicurato il modo di ricevere per le vie 
di terra i prodotti deir India, dell'Arabia, deirAfrica, in- 
teriore e meridionale, nonché dell' Egitto. 

Oltre ciò i Cartaginesi erano troppo sagaci ed arditi 
per non pensare ad una comunicazione coli' India e l'A- 
rabia facendo il giro dell'ATrica; quindi, sembra indubi- 
tato che per ordine di quel Senato , Annone a tal fine 
intraprendesse un viaggio da quella parte per ampliare 
le relazioni commerciali della sua patria , mentre Amil- 
care percorreva con un m^edesimo intendimento l'Oceano 
settentrionale. 1 Cartaginesi aveano eretto sopra la costa 
occidentale un gran numero di stabilimenti dove approda- 
vano i loro navigatori per farvi coi Naturali quelle permute 
che contrattavansi senza parlare. Cotali esperimenti ba- 
stati certo non sarebbero se la guerra coi Romani non avesse 
ad altra parte volta la punica marina. L'istoria del com- 
mercio ha conservato la memoria della scoperta che dopo 
i Fenicii fecero i Cartaginesi delle isole celebri fortunate, 
argomento di tante controversie, di tante ingegnose fin- 
zioni , ed ultimo termine della navigazione degli antichi 
verso quelle contrade, il di cui scoprimento doveva venti 
secoli più tardi operarsi da un genovese. 



Cahau, Storia del Commercio, ecc. 



CAPITOLO V. 



I Greci. 



VX. Fra favole e miti si avvolge l'orìgiDe greca, se 
mai fu vero l'adagio ab love principtum, ài è di quella 
nazione, le di cui città tutte hanno tratto ad un nasci- 
mento celeste ; non vi ha giugero di terra che non sia 
consecrato a qualche divinità, la quale in quella nacque 
e crebbe, o dimorò o di essa in cielo levossi, in Creta 
Giove, in Cipro Venere, in Delo Apollo e Diana, in Par- 
naso ed in Pindo ed Elicona le Muse abbeverate alle onde 
di Castalio e d*Ippocrene, in Olimpo la stessa sede di tutti 
gì* Iddìi, ovveramente sopra un monte di Grecia stabilito il 
cielo medesimo ; quanti avvenimenti hanno precorso alla 
più nota storia della Grecia sono gesta di Numi , o figli 
di Numi che da' padri loro ìscorti e sospinti fra l'età del- 
l'oro e quella dell'argento incamminano gli uomini al mag- 
giore incremento dell'età volgare. 

Discendendo dalle favole e dai miti alla più retta e 
comune intelligenza e trattando del primo commercio 
esercitato dai Greci , duopo è distinguere i popoli della 
Grecia propriamente detta, da quelli delle città ed isole 
dell'Asia minore ; i primi non si diedero liberamente 
al traffico che dopo le guerre sostenute da essi per la 
propria libertà contro i Re di Persia. Ma i secondi cir- 
condati da fertili campi, disseminati sopra coste frasta- 
gliate da un gran numero di baie e di golfi favorevoli alla 
navigazione , gli uni dagli altri poco distanti , ricchi di 



— 19 — 
agrìcoli prodolti, senlivaDo per tempo il bisogno di supe- 
rare l' angustia delle isole loro , avviandosi ali* esercizio 
di un utile commercio: né altra via si offeriva ad essi 
dinanzi, che di prorompere oltre il bosforo Tracio, e de- 
dotti a colonie popolari le inospitali sponde dell' Eusino; 
di ciò pare nascesse singolarmente in loro il desiderio da 
poiché quel mare sdegnato e rotto Tistmo che lo chiudeva, 
traboccava nella Propontide e versandosi nel Mediterraneo 
additava ai Greci una via non ancora conosciuta per cui 
poieano farsi innanzi. Venne allora l'impresa di Giasone; 
il primo tentativo della greca navigazione, in cui concorse 
tuttociò che vi era di più eletto nella Grecia, ed Ercole 
stesso, mito principale dell' età eroica. Attenendoci alla 
favola, cagione della famosa spedizione sarebbe stato il 
Vello d'oro, o la conquista di parecchie capre, ma disotto 
alla favola è riposto il disegno di uscire il Bosforo, allar- 
garsi neir£usino, occupare il regno di Coleo dove il fiume 
Fasi menava arene d'oro. Infatti a questo gli Argonauti 
dopo molte scorrerie per le sponde di quel mare com- 
messe approdavano, ma di loro ardimento erano per pa- 
gare il fio , se Medea scellerata figlia e sorella, con or- 
ribile misfatto non salvava Giasone. 

Tornati i Greci dalla spedizione s'accorsero che molte 
ricchezze avea il mar Nero, né difficile il navigarvi, e per 
di là poteasi a miglior meta indirizzare il cammino, se- 
noDchè la città di Troja signoreggiava 1' Ellesponto , ne 
chìodeva il passaggio, si prese consiglio di distruggerla, 
invano tutta l'Asia confederavasi colla casa di Priamo, fu 
atteiTata ed incenerita dopo dieci anni di assedio. 

XVL Allora liberamente il genio greco die sfogo al- 
l' inquieta brama di allargarsi nell'Eusino donde avacciarsi 
alle più loniaoe parti dell'Asia » quanti erano capitani dello 



\ 



— 20 — 

esercito che avea smantellata Troja, tanti si fecero capi 
di colonie che presero stabilimento sulle sponde di quel mare 
e parteciparono infine al ricco commercio dell* Oriente. 
Quei di Mileto specialmente Tagricollura e il commercio 
sparsero nella Tauride, crearono le prime loro colonie 
nella parte orientale di quella penisola verso le rive del 
Bosforo Cimmerio, appigliaronsi alla coltura dei grani ; 
prosperavano le sorti , e le colonie moltiplicavano, edifi- 
cavano Teodosia e sopra di essa dalla comodità del sito 
invitali, Ninfeo; un baluardo sull'ingresso del Bosforo 
stabilivano per dominarle entrambe insieme col pòrto di 
PanlicapeOy picciolo e solo capace di trenta navigli; poco 
dopo una mano di nuovi Milesj venuti di Eraclea presa 
stanza sul promontorio Partenione nella piccola penisola di 
Trachea conosciuta addi nostri col nome di antica Cher- 
soneso, gettavano le fondamenta della repubblica di Ker- 
sona che divenne in seguilo uno dei più floridi Stati della 
Tauride ; e facendosi innanzi ed allargando le colonie fino 
a* monti , ad una delle montagne della penisola davano il 
nome di Trapezunte, cosi pure chiamata altra greca co- 
lonia nei confini della Golchide ; intanto la parte orientale 
e tutta quanta è nota addi nostri col nome di penisola 
di Cherci inondala mostravasi dai greci stabilimenti che 
oltre stendevansi il litorale asiatico dello stretto Gimme* 
rio dove sorgevano Fanagoria^ Ertnonassa e Cepi (Kipi). 
Infine dalla civile comunanza di tutte insieme avea ori- 
gine il regno del Bosforo (Yosporo) 480 anni prima del- 
Tela volgare; e prolungandosi per quelle vie le greche co- 
lonie, procedevano al Tanai , all' imboccatura del quale 
facevano un deposito comune ai popoli nomadi cosi europei 
€ome asiatici, fermavano pure le stanze verso l'Istro, o 
il Danubio allettati alla vista degli ampi! paesi ioaffiati 



"^ 21 — 

da quel fiume, donde è fama, per una via terrestre stendes- 
sero quel commercio infìne al Mare Adriatico. Tutte le 
principali città dell' una e dell'altra riva dell* Eusino erano 
dunque fondate da uomini greci dopo averne tolto il do- 
minio, e il possesso agli antichi abitanti conosciuti sotto 
il nome di Sciti. 

Né Mitridate ch*ebbe poi ad insignorirsi della maggior 
parte dì quei luoghi , né la conquista romana , ne disviò 
o distrasse la commerciale opulenza. Dai tempi di Tolo- 
meo, Dioscuriade era un porto cui prctendesi approdasi 
sero i popoli di trecento diverse lingue, forsechè la è 
una esagerazione , ma certo quando Pompeo ne fece la 
conquista esistevanvi centotrenta interpreti. 

XVII. I greci portavano vini, stoffe, ne riportavano 
grani, cuoi, salumi , mele, cera, lane, legnami per costru- 
zione di navi, e schiavi; il loro commercio sembra essere 
stato operosissimo, non ostante le guerre ch*era mestieri 
incontrare cogli abitanti e le piraterie cui andavano espo- 
sti. Inoltravansi ancora a ricercare le pelliccio nelle parti 
settentrionali dove aveano eretti parecchi stabilimenti. Si 
può credere che Gelono città costrutta di legno nei paesi 
dei Budint\ oltre la palude Meotide, dalla parte di tra- 
montana ed occidente, fosse destinata per il commercia 
delle pelliccie e per esercitarne un monopolio. 

Dair Eusino una strada conduceva per entro i deserti 
e le montagne nelle parti orientali dell'Asia settentrionale 
presso Vlssidoni che servivano d'intermediari alle permute 
delle mercanzie del paese dei Seri e dell'India. 

XYllI. La Grecia propriamente detta non ebbe dap- 
prima che uu fraflico interno, quando incominciò ad eser- 
citare il commercio marittimo si fu per la ricerca dei 
grani che non aveva bastanti al nudrimento dei suoi 



i 

i 



— 22 — 
popoli. I Fenicii e ì vicini navigatori le arrecavano la mag- 
gior parte di quelli oggetti di lusso che consumava. Co- 
rinto fu per lunga stagione il centro, e il principale de- 
posito di quel commercio donde ritrasse le immense ric- 
chezze di cui poscia ebbe Roma ad insignorirsi. 

XIX. Caduta Troja, più formidabile potenza restava 
ad abbattere, la monarchia de' Persiani, i greci ne ave- 
vano fatto il primo esperimento coilegandosi con Creso 
contro di Ciro; i successori di questo addattisi della trama 
risolsero di schiacciare quel pugno di gente che mostrava 
disegni ambiziosi • ma le giornate , e i fatti gloriosi di 
Maratona, delle Termopili, di Salamina, di Micale e di 
Platea vinti dai greci impiccolirono il colosso dell' Asia , 
manifestando che sì smisurata potenza non che ad occu- 
pare altrui, non bastava forse a difendere sé medesima. 

La spedizione dei diecimila, e quella d'Agesilao, meglio 
riferendo la debolezza degli asiatici imperi, e descriven- 
done i cammini , infiammavano le greche cupidità ; ma 
divisi , discordi , lacerati da interne dissensioni erano i 
popoli greci , nonché a conquistare, inetti a reggersi con 
ordinato governo ; Ateniesi, Spartani , Tebani Tuu Taltro 
struggevansi in nefande guerre civili, inGnché Filippo re 
di Macedonia sotto il freno della propria autorità li rac- 
colse: tutte le forze della nazione riunite in una fu il 
momento di pensare al conquisto dell'Asia, ed era deli- 
berata r impresa quando Filippo cadde assassinato; Ales- 
sandro di lui figlio potè compiere Tardilo disegno, egli 
r ultimo colpo recato alla monarchia persiana, non trovò 
più ostacolo che gì' ingombrasse il cammino , sicché fino 
al Gange potè spingere le armi sue. La sua conquista 
costrinse allora il commercio orientale ad abbandonare i 
consueti cammini. I persiani di già alla via donde |>6r il 



L. 



— 23 — 

mar Rosso derivavansi i prodotti orieolali e quelli dell'India 
avevano fatta l'altra succedere del golfo Persico passando 
per Babilonia e le preziose merci versando nell'interno 
degli Stati loro. Alessandro dalla nuova via torceva il 
commercio, e respingevalo per il golfo Arabico. Però ad 
ottenere in durevole guisa siflatlo scopo due cose gli erano 
necessarie, distruggere Tiro, e in luogo suo, stabile e ac- 
concio emporio edificare che del nuovo cammino fosse 
centro e riposo. Tiro dopo lungo assedio e valorosa di- 
fesa giacque espugnata , Alessandro mosse quindi verso 
l'Egitto, espugnò Gaza, l'ultim per chi viene daUa Fenicia 
verso di quello ; pervenne a Pelusio , si diresse verso di 
Eliopoli , di là passato il fiume giunse a Menfi, dove na- 
vigò seguendo il Nilo verso il mare; arrivato a Canòpo, 
e navigata intorno la palude Mareotide si avvenne in uu 
sito che gli parve il più acconcio per istabilirvi un em- 
porio che tenesse luogo della smantellata Tiro, e in sé 
raccogliesse a modo di centro tutto il commercio che 
dall' Oriente divisava di trarre per il golfo Arabico. Colà 
dunque fu fabbricata la città che dal suo nome volle chia- 
mata Alessandria, egli stesso delineò dov'era da formarsi 
il Foro, dove i Tempii , quanti ne volea pe'numi greci, 
e per Iside Egiziana, e dove il recinto delle mura. 

XX. Ma spento Alessandro, i suoi Stati con lui disfa- 
cevansi: l'Egitto, le colonie del mar Nero, la Grecia ri- 
ducevansi a regno diviso ed indipendente ; le seconde dalla 
terza intieramente scioglievansi, ed il primo caduto sotto 
i Tolomei attendeva con insigne solerzia e sagacità a 
mantenere in sé medesimo il possesso dell' invidiato traf- 
fico ; poderosi navigli formavansi atti a sostenere le onde 
impetuose delTOceano, Alessandria di due vastissimi porti 
fornita le merci riceveva per mezzo del Nilo navigabile 



1 



— 24 — 
dalla cataratta di Siene fino al Mediterraneo in cui per 
molle foci e canali si va perdendo. I Tolomei a più grande 
concetto alzavano Tanimo, gli antichi re dell'Egitto ave- 
vano tentato di congiungere il mar Rosso col Mediterra* 
neo, laonde rinfrescato il disegno, quello studiavano di 
mandare ad effetto; nacque timore che il mar Rosso fosse 
più alto tre cubiti del Mediterraneo; confuse le acque 
dei due mari, certa sarebbe stata la sommersione d'una 
gran parte dell' Egitto e il Nilo guasto e corrotto , fu 
dunque sospeso. Ma Alessandria tuttavia cresceva e fio- 
riva né a\grcci d* Europa restava parte di quel commer- 
cio ; le colonie del mar Nero precipitavano a decadenza ; 
come si disse, i primi luoghi dell' Eusino tentati dai greci 
erano stati la Colchide dove il Fasi menava arene d'oro 
e dove le mercanzie dell' India dagli Assiri tratte dal 
mezzodì al settentrione , per la Batlriana , per l'Oxo , il 
mar Caspio, ed il Qiro nel mar Nero giungevano; le con- 
quiste di Alessandro, e il di lui divisamenlo con tenacità 
e fervore seguito dai Tolomei , rendeano Alessandria il 
principale emporio, toglieano alle greche colonie dell' Ea« 
sino ogni benefizio del traflìco orientale. 



CAPITOLO vr. 



I Romani. 

XXI. Ma in questo, una potenza nata, cresciuta, Ie« 
vaiasi a singolare dominazione, in Italia, spiegava altis* 
Simo volo, i Fenicii cacciava dairAfrica, né ad Annibale 
valevano tre lustri di trionfo ; prostrato nelle delizie di 






— 25 — 
Oapua, sotto le mura della propria patria colla fortuna 
di quella giaceva per sempre ; Cartagine in tal modo ri- 
manca vinta da Roma ; Antioco soccorrendo ad Annibale 
la romana vendetta provocava , che ai di là del Tauro 
decretavano fosse circoscritto il di lui regno; né miglior 
sorte incontrava la Macedonia ; indi i Romani rivolgevansi 
all'Asia minore e alle .colonie del mar Nero, le quali ca- 
dute dapprima in signoria di varii re » tutte finalmente 
raccoglievansi in Mitridate Eupatore ; questi facea lunga 
e contrastata la conquista romana, ma Siila» Lucullo, e 
più fortunato Pompeo, vinto quel gran Re, 1* Eusino di- 
venne pacifica signoria di Roma, la quale con esso tro- 
vossi in istato da poter torsi in mano Tassolulo possesso 
deirasiatico commercio ; il quale non cosi tosto le cadde 
in balia che Pompeo pensò al concetto di riaprire per quella 
via l'antica comunicazione dell'Occidente coli' Oriente. 
XXII. Dopoché Alessandro si era^ mosso per 1' Asia 
dove la Grecia volea condurre a più prospere sorli , l'E- 
gitto avea in sé raccolto tutto il commercio dell' India , 
e Alessandria da lui edificata tornava il più importante 
e solo emporio di tutto l'Occidente, colà quanti erano 
prodotti delle regioni bagnate dal Mediterraneo e dall'O- 
ceano concorrevano; l'Italia somministrava ferro, rame, 
oricalco, drappi di lana e vini; le Spagne e le Gallie 
r oro , V argento, il piombo ; lo slagno la Brettagna e la 
Celtiberia ; l'ambra la Germania ; le manifatture la Gre- 
cia ; e molti altri prodotti davano le terrò occidentali. 
Le orientali mandavano in Alessandria le pietre preziose, 
le gemme , i profumi , le fìnissime tele, le droghe, e gli 
altri generi di simil fatta. Tutto ciò gettava alia finanza 
dei Re di Egitto incalcolabile somma, perciò Roma che 
di là traeva gran copia di quei generi pensava a sgravarsi 



— 26 — 

dell'enoriDe peso ; fatta signora della navigazione del mar 
Nero le parve venato il destro di liberarsene. Le memo- 
rie dell'antico traffico che i greci coloni esercitavano in 
quelle sponde davano sicurezza della comunicazione del 
Ponlo-Eusino colCaspio per mezzo del Fasi e del Ciro; 
ora importava sapere quale e quanto cammino le merci 
dell* India dovevano fare per giungere al Caspio. Pompeo 
attese a questo, mandò esploratori i quali riferivano che dai 
confioi dell* India sette sole giornate dì cammino doveano 
consumarsi per il trasporto dell* indiche merci in Bat- 
triana al fiume Icaro , influente dell'Oxo che metteva nel 
Caspio. 

Né meno utile di celesta via era un'altra che offe- 
riva r Eufrate ; il qual fiume avendo origine nei monti 
d'Armeuia non lungi dalle sorgenti d'Arasse mette foce 
nel golfo Persico. 1 persiani aveano guasta la navigazione 
di quel fiume , tornatala in onore Alessandro. Ora se i 
Romani davan di mano a siffatto progetto di riunire TOc- 
cidente all'Oriente, inevitabile era la rovina dei Tolomei, 
r Egitto la stessa funesta sorte incontrava da ctii aveanlo 
già una fiata liberalo i successori di Lago. Non dee far 
meraviglia se pensiero di tanto momento mosse gli Egizii 
a 'violare Pospitalità accordata a Pompeo che fuggiva la 
spada di Cesare e avea tra di essi cercato un asilo. 

Senonchè, Roma pensando se con nuove colonie dovea 
far rifiorire gli empori del Fasi o appropriarsi qaeliì del 
Nilo, vicino più r Egitto che la Colchtde, prepose i secondi 
ai primi, il golfo Arabico al mar Nero, e gittalasi avida- 
mente a quella conquista, gli Slati dei Tolomei vennero 
ridotti a provincia rofldaaa da Ottaviano Augusto. 

Laonde, segaitando il disegno flotte intere spedite erano 
incontanente dallo stretto del mar Rosso nei porti più lon- 



4 



:-. 27 — 

tani dell'India, gK imperatori quella via a sé riservarono 
mentre l'altra del mar Nero lasciarono in libertà di tutti. 
Le merci per la prima condotte passavano per l'Arabia 
e per la Persia dove soambiavansi e poteasi fare incetta 
e provvigione di mille cose, che di porto in porto si avea 
modo di mutare , diminuire od accrescere , qui l'oro , là 
le pietre preziose, in un luogo le gioie, nell' altro le spe- 
zierie , e li aromi acquislavansi , fervido il traffico di 
porto in porto, doviziosissimo sempre, diguisachè pervenute 
le merci dell'India in Egitto smisurato polca di già*con- 
sìderarsi il guadagno. La seconda via invece difficilissima 
era e lunga, né la compera delle merci potea farsi altri- 
menti che a contanti, cosicché la vendita di quelle gettava 
appena l'un per cento. 

XXIII. Che se cotesti vantaggi costringevano il com- 
mercio orientale a preporre la strada dell' Egitto a quella 
del mar Nero, ve ne avea però un ramo preziosissimo che 
più speditamente anzi alla seconda che alla prima aitene- 
vasi, questo consisteva nella seta, nel ferro e nelle pelliccie. 

Dai paese dei Seri traevasi la seta» quei popoli , né 
coir India, né coll'Asia meridionale trafficavano, ignoto é pur 
anco dove fosse il loro paese, ma certamente nella China, 
non amavano addimesticarsi cogli stranieri, quindi è singolare 
il modo tenuto da essi nella vendita di quella preziosa 
merce. Narrasi, che in colali epoche dell'anno alle rive di 
un fiume ch'era loro di confine conducevansi , i mercanti 
forestieri stavano dalPaltra parte, spiegavano quelli le pro- 
prie mercanzie e riliravansi, accostavansi i mercanti e il 
prezzo che voleano pagare poneano accanto , tornavano i 
Seri, esaminavano il prezzo, s' era bastante accettavanlo, 
se no, ripigliavansi la mercanzia. Gli occidentali a far 
acquisto della seta recavansi al Fasi, dov' era la città 



i 



— 28 — 

Fasiana succedula ali* antica Eea , emporio principale di 
siffatto commercio, Roma a protezione e tutela dei nii- 
merosi mercanti che vi accorrevano e dei ricchi magaz- 
zini che vi si trovavano stabiliti, vi manteneva un presidio 
di 400 soldati. La seta pel cammino di sette giornate per 
terra recavasi nella Baltrìana, la quale tutta traversando 
per il fiume Icaro influente dell'Oxo perveniva r)el Caspio, 
ivi' facevanne acquisto i popoli del mezzodì e delPocci- 
dente, dai Battri istessi in quel luogo doveanla ricevere 
i Romani , i quali non poteano la loro navigazione sul 
Fasi prolungare oltre Serapani. 

Il ferro e le pelliccio dei Seri passavano eziandio pel 
mar Nero, il primo, a giudizio di Plinio, non avea para- 
gone nell'universo, tanto era perfetto, le seconde per 
mezzo di certi popoli hsidoni conQnanli colla Serica ve- 
rnano tratte dal paese degli Iperborei. 

XXIV. I Romani non meno di conquistatori, furono 
un gran popolo commerciante, ed è errore Paver cre- 
duto altrimenti, né uomini gravi e sommi andarono im- 
muni di siffatto errore. Ogni Slato ed ogni popolo comin* 
eia colla conquista e quando è questa posta in sicuro si dà 
al commercio, cosi i Greci dopo la presa di Troia , cosi 
ì Romani dopo chiuse d' Augusto le porte del tempio 
di Giano , cosi gli Arabi dopo i primi Califfi. Costume 
e stimolo dell'umana natura il possedere, appresso allar- 
gare il possesso, indi in questo bene stabilita, ampiamente 
goderne ed oziare finché ne rimanga ammollita e cor- 
rotta. 

La moltiplicità e saviezza delle provvidenze e rego- 
lamenti emanati da Roma che hanno tratto al commer- 
cio orientale, fanno fede indubitata in quanto cale ella 
lo avesse. Non cosi tos{o Venne a signoreggiiire l'Egitto 



— 29 — 

che ripose in vigore le leggi dei primi Tolomei , abo- 
lendo gli abusi che vi si erano inlrodolli sotto di Aulete 
padre di Cleopatra, dove prima venti soli vascelli oltre 
passavano lo stretto del mar Rosso, e gli antichi chiama- 
vano con questo nome non solamente il seno arabico, ma 
il persico e tìitto il mar d' India (1) , flotte intere usci- 
vano di colà per ì porti più lontani di quest* ultima, né 
piccioli legni erano, ma di grandissima capacità, triremi 
ed altri tutti da guerra di che quelle flotte componevansi. 
Gli Àrabi ladroni usi a pirateggiare fecero che i Romani 
anche le navi mercantili armassero militarmente, presi- 
diandole d* una coorte. Le^gi e decreti imperiali proteg- 
geano siffatto traffico, quello dell* India per 1* Egitto lo si 
aveano i Cesari stessi appropriato, il governo d'Alessan- 
dria vietavasi ai consolari ed ai Senatori, affinchè da tanta 
dignità avvalorati non vi esercitassero il contrabbando che 
se la pratica della mercatura per. le antiche leggi, vieta- 
vasi ai Romani, e toglieva il diritto di cìnger le armi al 
cittadino, cionullameno poteano essi i propri schiavi che 
numerosissimi aveano, e forse per questo stesso motivo, i 
più potenti riporre in libertà, proporli alle speculazioni 
commerciali e per le costoro mani acquistare le immense 
ricchezze che non d'altronde procedevano loro. 

Intanto dopo pochi anni la più breve via aveano im- 
parata per giungere all' India, e quindi farne ritorno. Ip- 
palo fu il primo a tentarla, Ippalo greco, ma di navi ro- 
mane condottiero, ed innumerabili erano oggimai quelle che 
solcavano il mar Rosso. Elio Gallo spedito contro gli Arabi, 
oltre ottanta navi lunghe da guerra per quella impresa 
allestite, vi aggiunse 120 bastimenti mercatanteschi, per 

(4) Armano, Pll^io> Stabonb. 



1 



— 30 — 
esservi sopra trasportali diecimila soldati e vettovaglie 
per siffatto numero di persone. I porti d-Alessaudria for- 
micoiavano sempre di tante navi mercantesche di tale 
capacità che quello, il quale traghittò S. Paolo portava 
270 persone. La marittima forza romana smisurata era 
per poco si riguardino le flotte dell* Adriatico, quelle di 
stazione nel mar Tirreno e nel Libico, le altre che scor- 
revano r Eusino, e quelle infine che guardavano le coste 
dell'Oceano & la Brettagna, arroge che i Greci non aveano 
l'antica nautica abbandonato, i Veneti d* Italia esercita- 
vanla largamente , i Liguri nel ligustico mare dominavano 
e Genova era loro emporio, Marsiglia seguitava quel pro- 
digioso corso che doveala recare a grandi destini, né Ca- 
dice mostravasi degenere dai lumiDosi esempi di quei 
Liguri e Fenicii che aveanla fondata , ora tutte queste 
colonie erano dei Romani. 

XXV. Fu detto che tutto Toro e l'argento di Roma 
venisse ingoiato dall* India e porsero occasione a questa 
credenza le parole di Plinio eh* era, cioè, cosa degna di 
considerazione come in nessun anno dell' impero V India 
non assorbisse nieno di 50 milioni di sesterzi equivalenti 
a nove milioni di franchi, rimandando merci che presso 
i Romani si vendevano cento per uno. Secondo i prin- 
cipi! della cosidetta bilancia commerciale di che tanto 
menossi il rumore sulla metà del passato secolo , parve 
questo un commercio passivo, epperò di grave detrimento 
ai Romani, anzi per testimonianza di Plinio stesso, non- 
ché SO mila , ma 100 mila sesterzi erano quelli che si 
spendevano nel!' India^ dei quali i primi 50 mila passavano 
per l'Egitto , della quale via servivausi i Romani per il 
trasporto nell'Etiopia, nell'Arabia e nell' India dei prodotti 
e delle manifatture deli' Occidente, riportandone i generi 



— 31 — 
deirOrienle, i secondi destinali erano per V acquisto delle 
derrate insieme dell'India, dell'Arabia e della Serica. 

Senonchè, non è vero che tutto Toro e V argento ro- 
mano si consumasse in quel commercio, tanto ancora ne 
avanzava che la sola miniera di Carlagena gettava all' in- 
circa 8,182,000 franchi all'anno; ai tempi di Nerone le 
miniere d'oro della Dalmazia fondevano un talento al 
giorno, cioè 3,212,000 di franchi all'anno circa, senza 
parlare di tutte le altre miniere dell'impero, né della 
quantità di metallo prezioso che le conquiste fruttavano 
a Roma , per le ricchezze raccolte di Cartagine , della 
Grecia e dell' Asia minore, per le miniere d' Italia, della 
Mesia, della Grecia, delle provincie asiatiche, dell'Egitto, 
e della Libia , che sono a petto a tullociò i centomila 
sesterzi, o i 18 mila franchi di Plinio, per un commercio 
che poneva in circolazione ogni anno in tutto l'impero 
900 milioni ? 

E poi Toro e l'argento sono una mercanzia come una 
altra, e i Romani aggiungevano altrettanto almeno di ma- 
nifatture e loro prodotti ai predetti centomila sesterzi; 
infine, scrive Plinio, c^ merces remittente (India) quae apud 
nos centuplicate veneunt, cioè ricevendo quelle mercanzie 
che fruttavano il cento per uno per la vendita che se ne 
faceva in Roma, o nelle altre parti dello impero, locchè 
significa che i cinquanta milioni di sesterzi, i quali per 
la via dell' Egitto passavano in India , riportati erano in 
Roma col valore di tante merci, la vendita delle quali 
dava cinque miliardi che spargevansi in tutta la popò* 
lazione dell' impero, alimentavano le arti , e le industrie 
diverse, e se vuoisi anche servivano alla mollezza del 
tasso, condizione inevitabile di un gt^ande impero com'era 
il Romano, poiché se i primi tempi di una nazione pas« 



— 32 — 
saoo fra Tarali, e perciò rozzi e rdw^i smio gli animi, 
qaaado sia giaiila a ifdtì paalo in coi Tarflii aon devono 
più maaeggiarsi che per propria difesa e castodia dei 
confini, è impossibile naiorainiefite che h belliche insti- 
tBzioni non dieiio luogo alle pacifiche , i cosKmii fieri e 
tarboleali non si mitighino e a quelli i dolci e nùti uod 
sotlentrino e il lusso, peste, è vero dei popoli, ma causa 
e nudriinento di belle arti, non sia aaa necessità di quel 
civile consorzio ch'è fratto degli agi, e dei beai sc^*av- 
venati. Tutti i princi}NÌ sono barbari e selvaggi , tatti i 
progres» e fini, civili, rilassati e morbidi, è corso questo 
provvideaiiale che fanno nel teaipo tutte le nazioni quag- 
giù, le quali come i particolari individui, hanno la loro 
iafauzia, giovinezza, virilità e vecchiezza. 



CAPITOLO VII. 



CostantmopdL 

XXVL L' impero romano si andava a grado a grado 
sciogliendo, ogni elezione d'imperatore segnava oa'epoca 
d' inevitabile decadenza, poiché se taluno ve ne avea che 
sentisse tntta la virtù e la forza di quella eminente di- 
gnità e cercasse lornai*e alle corrotte menAra di esso il 
pri^mo vigore ne succedeva tosto oa altro, che gli sforzi 
strabeva del predecessore san, e in più tristi condizioni 
gettava lo Stato, ingro^avano e minacciavano airorieote 
i Persiani, airoecidente i Genaani « e nelle parti & set- 
tenlrioiie i Sarmali e gii Sciti, qoestì nltiflù speràduMale 
erranti neBe vaste fissate che steadoasi tra il Durino 



ed a OìbmL GT ìoipertlwi «verno s^aU die 1* ^mfit 
feci dell' ktro, bastate sio'eUiero ad ùq^eéire il proroai- 
pere di ^elle tame selvagge , perciò trascurati» di 43p- 
por loro valide difese, na le scorrerie crescevano e a au- 
sora die F iofifigardaggiae imperiale diveniva più mostrsosa 
si awieiiiavaao al romane confiae; Traiaoo fa il priaaa 
die vdle ysarvi riparo, e si accinse alla malagevole im- 
presa di spiegare i popoli transdaimbiaiù , aUarga&dd 
i confiaì deir is^ro oltre il Tasaì ed il Ca«case fiso a 
^peltì dell' India ed all'Oceano merìdioiiale. Fugati i Bar- 
Imrì da tntte foeUe parti , pqioli interi d' Italia iwnm 
mandati ad abitare le abbandonate regioni, ripofiolarana 
qsindi le romane colonie la Moldavia, la Valaccbia, e le 
terre die bagnano il Nie^er, il Nieper e il Bog ; la Tan« 
ride, il Bosforo Cimmerio, la Golcbide, T Iberia, l'AIbaida, 
le sponde del Ca^ìo rimasa*o so^iogate e tributarie £- 
Tennero di Koma. 

Ma m anmetilo di presidii ed nn aggravio deireraria 
portarono qnelle conqniste; Adriano pensando più alla 
paròmonia , cbe al vero bene, e al fatare pericolo ddla 
Stirt.0 si avvisè di resirmgere i confini dell* impero tra 
rSafirate, il Fasi ed il Borialeae , abbandonando tntle k 
eoole aetteatrÌMali dd amr Nero, insieme cotta Taande e 
la Meoiide in baila di faei piccoli rt, i ^pmli traam an 
appareme ^amaUagpo, m dymrfeali mostravaasi dì£atti 
^bdTìo^ero roanno« GrandiseuBo fa Terrare poicbè la 
a faeUe reaiote eoataade ae avrebbe , o ìmpe» 
i aaoliy • afaaeno cananriatì ia Imape per 

XXYB. la faeBte, 3 
a revìaa e 
rm^ddSoaai, 

GtaÉia, sarte M Qrnmmiù, «oc. 




— 3i — 

soa grandezza, avea aspetto di città spopolata e distratta ;■ 
raderi pochi e squallidi si vedevano oggimai soltanto di 
iante greche colonie sparse già lunghesso la costa sino 
ai Bosforo Cimmerio. Calavano i selvaggi abitatori del 
Caucaso alla pianura, ed essi stessi ponevausi al possesso 
delle loro pescagioni e dei loro prodotti , abbandonate 
miravansi la palude Meotide e la Taurìde in mano di Sciti 
e di Sarmati, nulla più che il nome e la memoria rima* 
neva del lauto commercio fattovi dai Greci, deserta Teo- 
desia, languente Panticapea, cessato il commercio, il con^ 
tante divenìa raro , Terario vóto , i barbari d'ogni parte 
traboccanti , la religione cristiana banditrice di libertà , 
semenza d' inoìvìlimento, esempio di virtù e di costume, 
rodeva entro le viscere proprie il vacillante colosso , ne 
facea apparire i pie di creta, e la goffaggine della po- 
tenza ridotta a mostruosità ed esinanita dai vizi. 

Costantino apparve allora, e fé* consiglio dì metter 
ttoovo sangue in quelle so2ze membra. Due furono i mezzi 
coi quali si avvisò dì ritemperare la romana natura, adot- 
tare la nuova religione oggimai professata dalla parte 
f\k schietta e vigorosa dell' impero, e la sede di questo 
ti*asferire laddove era og^mai necessario opporre un ar- 
gine alle più feroci inondazioni barbariche. Il luogo di 
Bisanzio fu dunque prescelto, città era questa delia Tra*- 
4h e cosi per terra come per mare di delizioso como'^ 
dissimo sito, il commercio poteavi affluire sia dall'Eusino^ 
sii^ dalla Propontide, sia dai Mediterraneo, tra Europa ed 
Asia trovavasì acoonciamenie posta, questa per un angusto 
canale, appena disgiunta da quella , potea provvedere la 
MONTISI capitale eolla copia dei viveri e l'agevolesrScA jpor- 
jjmdo di percepire i tributi delie più ricche provinole 
è^ìmpM^o^ . ) 



\ 



— 3S — 

XXVIII. II quale Hi tal modo diviso in dae di occi- 
dentale ed orientale, i Barbari più noi ten^ettero ed at- 
dimentosi proruppero d'ogni parte ad invaderlo. Sarmati 
e Sciti fecersi innarnzi e vennero rispinti, i seccndi di bel 
nnovo con maggiori forze precipitarono nelle terre romane 
piombando sopra de' Geto-Sapmati , dalle loro sedi eac- 
cìaronli e questi così cacciati ricorsero ai romani per 
oispitalità e rifugio; ma rìsospinti, rivoltarono le armi, 
fecero in pezzi le legioni , varcato il Danubio e I* Emo , 
trascorsero Ano allo Alpi e ai Pirenei , stragi, rovine e 
terrore ovunque in tutto l'Occidente spargendo; invano d 
tanto flagello tentavano resistere i deboli suecefssorì di 
Costantino^ però i Barbari ingoaìbravano la terra, che il 
mare posseduto dai Romani era libero e il commercio 
sebbene di hm)Uo scemato ancora invigoriva il deòadente 
impero, non aveva cessato l'Egitto di spedire in Odcidenté 
le ricchezze dell'India, né l'Eusino quelle della Serica, 
le coste di que&to , occidentali e settentrionali tenevano 
i Barbari , le orientali e meridionali , difese dal Tauro e 
dal Caucaso rimanevano in balia dei Romani, sicché que- 
sti appigliavansi al partito di abbandonare alla discrezione 
degl' invasori le provincie mediterranee per affortificarsi 
nelle marittime; si andò a tale che la stessa Tracia 
si 'Sgombrò in gran parte, Costantinopoli circondata da 
un picciolo distretto si ridusse ad un' isola separata dal 
continente mercé un canale, con molta fatica, ma uguale 
inutilità scavato dalla Propontide al mar Nero, fortiQcato 
da un'alta muraglia lunga sessanta miglia circa. 

Un secondo muro ancora meglio gagliardo che più 
lungamente durò, la Tauride divise dal continente, si chiu- 
sero pure in tal modo le porte del Caucaso e le gole di 
quelle Alpi per le quali si avea accesso nella Colchidet 



i 



— 36 — 

uè dissimili liìfese foriificarooo gli angusti passi del Taaro. 
Questi presidii parvero ai Romani invincibili , ma i bar- 
bari li atterrarono, gli uni agli altri succedevansi negli 
assalimenti e nello sterminio delle romane proviiicie, da 
settentrione e da occidente i Sarmati e li Sciti, da oriente 
ì Parti struggevano il commercio della Serica che per 
mezzo del Fasi facevano. Né le armi di Giustiniano seb- 
bene vittoriose provvidero a tanta iattura, Costantinopoli 
ebbe a provarne indicibile danno, poiché in essa oggimai 
concentrata si fosse ogni industria, ed ogni traffico dell'Oc^ 
cidente. Ricercato essendo non solo, ma necessario Toso 
della seta alla corte Cesarea, cosi in Europa tutta 1* es- 
serne d' improvviso privi facea decadere 1* industria e le 
greche manifatture, sembrava perdita irreparabile, quando 
alcuni monaci, o già la coltivazione della seta fosse alli- 
gnata nella Battriana e nella Persia , od essi penetrato 
avessero nella Serica, trasportavano a Costantinopoli la 
semente dei bachi da seta e facevanne gradito dono al- 
r Imperatrice Teodora moglie di Giustiniano. 



— •-^'S<^.— 



LIBRO SECONDO 



CAPITOLO I. 



Regno dei Goti e dei Greci — « 
Commercio delle città di Aqaileja e Ravenna. 

XXIX. Delle quattro grandi epoche di cui si compone la 
storia del cononìercìo, la terza che corre dalla traslazione 
delia sede imperiale in Costantinopoli alle Crociate y è in- 
tenebrata da fitta caligine, d' ignoranza, di selvatichezza e 
di crudeli calamità. I barbari invadendo le rive del Tanai» 
del Boristene, del Fasi e del Danubio, aveano interrotta, 
ogni comunicazione tra l'Asia e l'Europa, infranti i legami 
che stringevano l'Oriente all'Occidente. Dn avanzo però del 
commercio orientale ancora facevasi nell* Italia per mezzo 
dei fiumi dalle città di Aquileja e di Ravenna. 

La prima di queste, chiamata seconda Roma, colonia 
romana, e dai Romani eretta a baluardo dei barbari, ri- 
maneva ad emporio del traffico occidentale. 

: Le mercanzie imbarca vansi sui fiumi dell'Isonzo e del 
Tagliamento, trasportavansi per le acque di essi a Gorizia;, 
di là per terra caricate sopra i carri» varcato il promon-^ 



i 



— 38 — 

torio dell'Ocra si condacevano a Lubiana, da questa dì 
nuovo per acqua al fiume Sava, e di quivi al Danubio 
facendo stazione in un luogo detto Segesta o Sessaghen 
presso dì Belgrado, versavansi infine nel mar Nero.Spar- 
gevansì allora sulle diverse coste di quello e nelle città, 
antiche colonie dei Greci, che ancora serbavano un avanzo 
della pristina ricchezza, permutavansi colle orientali, e 
quante non si potcano esitare si recavano in Costantinopoli 
che aprivasi a centro dell'universale commercio. 

Àquileja era numerosa di popolo e di mercanti che da 
ogni parte vi accorrevano. Possedeva miniere d'oro, e ai 
tempi dello storico Strabene vi sì faceva un attivo traf* 
fico dì olio, di vino, di pelli, dì pecore e dì schiavi. 

Ma tanta grandezza venne meno per la invasione degli 
Unni e specialmente per quella dei Longobardi, dopo i 
quali il Patriarca , il clero e tutta la nobiltà di Àquileja 
cercarono un rifugio io fondo alle lagune dell* Adriatica. 

Non meno ricca e potente a questi tempi di AquHeja «ra 
Ravenna, anch'essa colonia dei Romani e muoicì^o. Setto di 
Augusto grandemente fiori t perocchò nel suo porto appel- 
lato Classe, che poi salì al grado di città, svernava la fldta 
romana destinata alla custodia del mar Superiore o Adria- 
tico, dell'Ionio e del Nero. L'imperatore Tiberio OlaiiAio 
la circondò dì mura o ristorò le veceliìe ohe erano di- 
roccale. L'imperatore Valentiniaoo nell'anno 436 vi km- 
sferl la sede dell'impero pier assicurarlo dalle probabHi 
ìnvasìOBÌ dei barbari « specialmente di quelle dei Franchi 
e Borgognoni che aveaoo allora occupate le Gallile. EgU 
riunì i diversi rami del Po, ed uno di questi fece pas- 
sare neila stessa eittà di Raarenoa avvisaBdo «od ciò sia 
di meglio difenderla, sia dì agev^rfarae il eauMiercio. 
Gadttto r impero d' Oeeideate sotto il Cerro dei Goti la 






— 39 — 
elessero questi a sede del regno, e Odoacre vi si difese 
per tre aoDi contro le armi di Teodorico , che alfine la 
espugnò e divisò di farne un grao^ centro del commercio 
e della marina d* Italia. E fu invero sotto questo re che 
il commercio italiano risorse e si sviluppò meravigliosa- 
mente. Egli ordinò che fossero fabbricati molti legni delti 
dromoni capaci di 200 a 300 remiganti, favori il commercio 
dei grani ed avendone abbondanza la Sicilia volle che ne 
fosse provveduta la Francia che ne soffriva penuria, invi- 
tando 9 recarvene i mercanti della Calabria, della Cam- 
pania e della Toscana. In Genova già emporio del com«- 
mercio ligure ai tempi romani, esisteva un corpo di ebrei 
che vi faceva il traffico, ed essendone caduta per vetustà 
la loro sinagoga, concedette Teodorico che venisse restau- 
rata sia per favorire il commercio di Genova , sia per 
principio di tolleranza religiosa. Infine ordinò egli che fos- 
sero abbattttte tutte le chiuse dei fiumi per agevolarne 
la eircolazione ed il trasporto delle mercanzie. 

Queste pro8pei*e condizioni di Ravetnna non si muta- 
i!Qno quando al governo dei Goti succedette quellp dei 
Greci. Gontinuarnao quesU a farvi la sede della propria 
ammittislrazione .e fn soUo di essi che per la prima voHa 
ai institnirono io Ravenna le corporazioni delle arti e me- 
«lieri le quali imitate in seguito dalle altre città d'Italia 
aegaarono il vero principio delle repubbliche italiane e 
•deiljt libertà popolare. 






CAPITOLO IL 



Origine e commercio di Venezia. 

XXX. I Romani per Venezia intendevano di signifi- 
care una provìncia settentrionale dell* Italia, posta sulle 
rive del mare Adriatico fra le Alpi Giulie e il Po; quindi 
chiamavano Veneti gli abitatori di quella. 

Siccome i Liguri in tempi a noi più vicini vollero i 
Veneti derivare dai Celti, o Galli, ma basii per tutti Tau- 
toriià di Polibio, il quale afferrfìa la lingua dei Veneti 
diversa da quella dei Galli, benché confinassero gli uni 
cogli altri. Egli è del resto indubitato che i Veneti abi- 
tarono r Italia settentrionale più secoli avanti che Gallia 
si nomasse , quando non Celti o Galli si ricordavano ia 
essa; ma Etruschi, Liguri, Umbri e Pelasgi. 

Secondo pertanto le più gravi testimonianze di Ca- 
tone, Sofocle, Cornelio, Virgilio, Trogo e Tito Livio, i 
Veneti provengono dalla Paflagonia situata sulla riva 
settentrionale dell'Asia Minore, mescolati con una colonia 
di Frigii-Trojani. Si dice che essendo morto all'assedio 
di Troja Pìlemene, che conduceva gli Enett\ o Veneti, 
questi sotto di Antenore , caduta Troja, vennero a stan- 
ziarsi in Italia, fermando il loro soggiorno sulle rive del- 
l'Adriatico dove fondarono Padova. I Veneti infine non è 
ragionevole che discendano dai Galli, oltre tutte le auto- 
rità dei più antichi scrittori, per i seguenti motivi : 

1.^ La diversità della lingua. 

2.^ I Vjsneti abitanti in cospicue città, i Galli non 



f 



— 41 — 

divezzati dalla originale barbarie , vivenli in villaggi e 
borgate. 

3.0 I Veneti chiamati Illirn da Erodoto , locchè si 
accorda coi racconti del loro successivo passaggio per la 
Tracia, la Macedonia e Y Illirio prima di entrare in Italia. 

4.0 La perpetua nimistà della gente veneta contro la 
Celtica, per cui fu sempre alleata dei Romani contro di 
questa, sia all' epoca di Brenno, sia quando i Galli si con- 
giunsero con Annibale e poscia fecero causa comune coi 
Cimbri, correndo la stessa sorte di Roma. 

I Veneti si allogarono nella regione nona della divisione 
di Augusto, cionondimeno quello Stato non esisteva an- 
cora che si disse poi la repubblica di Venezia. Ivi erano 
alghe marine, squallide isolette e mesti abituri di pesca- 
tori, dove essa sorse e grandeggiò. Queste isolette e questi 
abituri furono dapprima soggetti ai Romani, quindi ai 
Goti; quando giacque 1* impero tornarono poco dopo ai 
Romani; e siccome di nessuna importanza vi si mandava 
a reggerli da Aquileia o da Padova un tribuno militare. 
Ma nella invasione di Attila incominciarono a crescere di 
popolo per il rifugio che vi cercarono gli abitanti di Pa- 
dova. Viemmeglio ne auoientò il numero il Patriarca, il 
clero, la nobiltà e i più ragguardevoli personaggi di Aqui- 
leia quando vi si ricoverarono nel 568 sottraendosi alla 
irruzione dei Longobardi. 

Per questi fatti la popolazione delle lagune a poco a 
poco salì a grado di potenza e si fece agiata per mezzo 
di OD commercio di sale e di pesce che esercitava al di 
lungo della costa di Dalmazia. Nell'anno 606 essendo ac- 
caduto lo scisma nel concilio di Calcedonia per la setta 
di Ario, tutte le città governate dai Longobardi, ebbero 
due vescovi, uno cattolico, l'altro ariano. Aquileia ebbe 



1 



! ^ i8 ^ 

[ dae patriarchi, ma il cattolico fece la sua residenza nel- 

^ risola di Grado e potè da questa esercitare una con^de- 

^ revole influenza sopra gli abitanti delle diverse lagune. Di 

\ guisa che scoppiato un tumulto nel 697 fu per sua opera 

' creato il primo doge Paolo Ànafesto. Quindi ebbe origine 

i la disputa tra il partito del Patriarca e quello della no- 

biltà ; prevalse per qualche tempo il primo e fu per suo 
[ mezzo che nel 726 avendo l'imperatore Leone Isaurico 

[ decretato l'abolizione delle sacre irHagini, quel decreto non 

I venne eseguito fra le lagune. Seoonchè tre anni dopo la 

i fazione contraria, si trovò abbastanza forte da ricondurre 

in Ravenna l'Esarca Greco che ne era stato espulso da 
Liutprando re Longobardo. Per la qual cos^ si dimostra 
che mentre il partito clericale o del Patriarca seguitava 
gl'interessi dell'impero d'Occidente divisando di conseguire 
sulla nascente repubblica quel potere ìstesso che i ponte* 
fici avevano ottenuto in Roma, la fazione dei nobili ade- 
I rendo all'impero Orientale, col quale aveva intrapreso il 

1 commercio, studiava di costituire in Venezia uno Stato 

aristocratico, al che potè finalmente riuscire per le ric- 
chezze che il traffico orientale in breve le procacciò. 
Nell'anno di 774 Garlomagno avendo chiuso Desiderio 
, re idei Longobardi nella città di Pavia ricorse ai Veneziani 

affinchè gli provvedeasero venticinque navi -per ristringere 
più fortemente d'assedio quella <;ittà, ed essi soddirfecero 
alla sua domanda e le venticinque na^i avviate sul Ti«» 
cino talmente circondarono Pavi^ che ne impedirono <^i 
accesso , sicché per fame e per peste dovette alfine Desi- 
derio an*endersi. 
^ Neir 803 fa eonohiuso un trattato tra Nieeforoimpe- 

I Pàtere d'Orieole e Garlomagno divenuto imperatore d^Òe* 

cMentCì per -cai si stabili che oè4t ^ocat'O di Beneveato, 






~ 13 — 

de la Venezia faoev&no parte dei doe imperi , ma liberi 
ed indipendenti doireano cigoardarsi da entrambi. 

' Nell'810 Pipino figlio di Carlomagoo volendo togliere 
la Dalmazia ai Greci si rivolse per aiate ai Veneziani ^ 
ma essi lo negarono, ed egli allora per vendicarsi del 
rifiato pose l'assedio a Venezia. I Veneziani già eran^ 
abbastanza potenti, non solo per non temere le forze del- 
l' imperatore d'Occidente, ma per sbaragliarne, come le- 
cero, la numerosa flotta. 

Il partito aristocratico avea definitivamente vinto quél 
del Patriarca e già i . disegni di Venezia promossi dai suoi 
interessi miravano al commercio e alla conquista di 
Oriente. Ad ogni modo si apriva essa a mercato universale 
tra l'uno e l'altro impero e in^ Venezia si dividevano le 
prede dei varii contendenti princìpi dopo la estinzione 
della famiglia di Garlomagno. 



CAPITOLO m. 



Descrizione dell* Arabia — Invasione degli Arabi — 
Commercio di Sicilia e éi Napoli risorto per essi. 

XXXI. Sebbene le città di AquHeia , di Ravenna e la 
naseent'e repubblica di Venezia adoperassero ogni sforzo a 
rìtessere le antiche relazioni commerciali fra rOecidenl^ « 
r Oriente, cionondimeno le frequegli invasioni dei barbari 
mantenevano sempre uno stato di disordine e di agitazione» 
per togliere il quale si facea di mestieri , un grande e stra- 
ordinario avveAimeoto che raccogliesse tutte quelle parti 
disMrdi e più 4iretlanieiite m rivolgesse i disegni alle 



— 44 — 
scopo prefisso; era iofioe bisogno d'un mezzo più adatto 
che insegnasse la più sicura via dall' Europa alle sorgeoti 
dell'Asia, Tacilitando le comunicazioni dell'una coU'altra. 
Questo mezzo furono gli Àrabi usciti da quei luoghi me- 
desimi donde si derivavano i più preziosi prodotti del 
traffico orientale. 

La penisola dell'Arabia raffigura tra la Persia, la Siria» 
r Egitto e l'Etiopia, una specie di vasto triangolo colle 
facce irregolari. Dalla punta settentrionale di Beles sul- 
r Eufrate forma una linea dì 1500 miglia che termina 
nello stretto di Babel-Mandel e nel paese dell'incenso. 
La linea di mezzo che corre dall'oriente all'occidente, da 
Bassora a Suez , dal golfo Persico all'Arabico , è della 
metà circa in lunghezza ; i lati del triangolo si dilatano 
insensibilmente e la base che è posta a mezzodì presenta 
all'Oceano Indiano una costa di circa 1000 miglia. La 
superficie interna della penisola è quattro volte più ampia 
di quella dell'AIemagna o della Francia. Senonchè l'im- 
mensa pianura di subbìa ha meritato alla maggior parte 
di quel terreno il nome di Arabia Petrea e Arenosa, dove 
la maggior parte di quel deserto senza ombra di sorta 
e nella sua vastità interrotta soltanto da montagne aride 
e angolose forma un suolo abbruciato dai raggi diretti del 
cocente sole del Tropico. Ma le alte terre che costeg- 
giano l'Oceano Indiano offrono un aspetto assai diverso 
rallegrato dalla verzura delle piante e dalla copia delle 
acque, perocché ivi l'aria è più temperata, i frutti più 
saporiti, più numerosi gli uomini e gli animali, e la fer- 
tilità del suolo inanioiisce e premia i lavori dell' agriooi- 
tura. Quivi l'incenso e il caffè che hanno tratto mai 
sempre a. quella regione i mercanti di tutti i paesi del 
mondo. Questa parte dell'Arabia fu chiamata a baon 



\ 



— 45 — 
diritto Felice dai Greci e dai Romani, sebbene una siffatta 
divisione della patria loro rimanesse sconosciuta agli Arabi. 
Quivi sono i distretti marittimi di Oman e di Bahren, quivi 
il regno di Yemen che segna i confini e indica la situa- 
zione dell'Arabia Felice e la provincia di Heiaz e la pa- 
tria di Maometto. 

Contava l'Arabia quarantadue città, delle quali le piò 
popolose e fertili nell'Arabia Felice, Mecca e Medina, vin- 
cevano tutte le altre. Erano esse poste vicino al mar Rosso, 
250 miglia l'una discosta dall'altra. Nella prima aveano 
molta frequenza e lucroso traffico vi esercitavano i Greci, 
ì quali la conoscevano col nome di Macoraba. 

Fra le varie tribù, vi si mostravano distinti per senno 
e valore i Coreisciti che vi regnavano. Essendo trista la 
qualità del terreno, né potendo darsi all'agricoltura, abbrac- 
ciavano essi il commercio essendovi ancora portati dalla 
più acconcia condizione dei luoghi. Gol mezzo del porto di 
Gedda, quaranta miglia solo distante, mantenevano agevoli 
corrispondenze coii'Abissinia, regno cristiano che diede il 
primo asilo ai discepoli di Maometto. Sì trasportavano 
i tesori dell' Africa attraverso della penisola a Gerak o 
Katif fino alla foce dell' Eufrate, si conduoevano colle perle 
del golfo Persico sopra di zattere. Giace la Mecca trenta 
giornate di viaggio equidistante tra l'Yemen e la Siria a 
destra del primo, a manca della seconda. Le carovane 
facevano stazione nella stagione invernale in Yemen e 
nell'estiva in Siria. All'arrivo loro venivano liberate le* 
navi dell'India dalla noiosa e difficile navigazione dello 
Arabico. I cammelli degli Coreisciti tornavano dai mercati 
di Saana e di Merab, dai porti di Oman e di Aden ca- 
fichi di preziosi aromi. Le fiere di Bostra e di Damasca 
fomivano le biade alla Mecca e i lavori diversi della loro 



— 46 — 
industria. Questi utili scambi arrecavamo i' abboodauza e 
la riechezza nelle contrade di quella città ed i suoi più 
mobili figli accoppiavano l'amore delle armi alt* esercizio 
del commercio. 

Quantunque Sesostri , Giro , Pompeo e Trd|aoo bob 
giungessero mai a soggiogare le tribù erranti ed indipen- 
denti dell'Arabia , ciò nondimeno V amore di vendetta e 
di rapina che ne inGammava gli animi andò grado a grado 
mitigandosi per i benefizi del comitiercio e i gusti della 
letteratura. 

I più colti popoli dell'antichità circondano tutto intorno 
la solitaria penisola in cui giace l'Arabia. Il mercadanie 
è Tamico di tutte le nazioni, e le annuali carovane colle 
loro mercanzie che spargevano non solo nella città , ma 
nei campi stessi del deserto, vi arrecavano i primi albori 
di luce e ì primi segni della civiltà. Qualunque sia la 
genealogìa degli Arabi, la lingua loro ha comuni le fonti 
coli' Ebraica, colla Siriaca e colla Caldea. Il vario tin- 
guaggio delle diverse tribù ne prova l'indipendenza, ma 
dopo l'idioma nativo preferiscono esse il chiaro e sem* 
plicé della Mecca. 

Nell'Arabia come nella Grecia la lingua ha fatte 
maggiori progressi ohe i costumi. Ottanta erano le voci 
per significare la parola miete , duecento per serpente ,• 
cinquecento per un lemef e mille per una spada. Questo 
copioso vocabolario esisteva presso gli Arabi, quando ancora 
essi mantenevansi illiterati. Neil' iscrizioni dei monuménti 
degli Omenti si trovano caratteri oscuri e disusati, ma te 
lettere cufiche che formano il fondaménto dell'alfabeto mo*^ 
derno furono inventate sulle rive dell'Eufrate e* poca dopo 
introdotte alla Mecca da utì forestiere che vi fertaò la 
dinona ^pe la: nasrita Al Utoiftetto. 



— i7 -^ 

Accadeva questa il giorno 27 aprile del S70. Veniva 
egli educato da un ebreo mercante e da un prete cristiano, 
crebbe avvenente, ambizioso, scaltro e facondo, ed in breve 
sentissi l'animo acceso dalla grandezza di un vasto con- 
cetto ; era questo di distruggere la moltitudine degli idoli 
che teneano divise e discordi le diverse tribù deirArabia, 
riunirle nella fede di un fanatismo religioso , e nella po- 
tenza di nazioni riunite ed iaebbriate, slanciarle tutte alla 
conquista dei popoli della terra, i quali dovevano o abbrac- 
ciare la stessa fede o pagare loro un tributo o venire 
dalla guerra distrutti. A quarant' anni propagava le sue 
rivelazioni, la tribù dei Coreiscili d*onde nasceva scopren-^ 
done r impostura e temendone V ambizione lo Gacciò in 
esilio il di 16 luglio del 622; da questo giorno gli Arabi 
cominciano a contare gli anni, che chiamano Egira o per- 
secuzione. 

Maometto esiliato dalla Mecca si condusse nella città 
di Medina ed ivi coscrisse un esercito di fedeli, che trasse 
contro la propria patria, la soggiogò, e lo stesso destino 
toccò poco dopo a tutta l'Arabia. Dopo la sua morte i 
successori di lui, ne continuarono le conquiste. 

Rimase sgombra l'Arabia dei suoi popoli, a turile in- 
numerevoli, parte guerrieri e parte mercanti, colle inva- 
sioni, colle piraterie, coi mercimoni loro si stesero quinci 
fina al Gange, quindi sopra l'Africa Marittima Numidica 
e già Romana, fino allo stretto di Gadez. Passarono nella 
Spagna^ occuparoD0 la Granata , poco dopo la Vaienza, la 
Mliroia r Andalusia colli» altre adiacenze al mare , di 
gami ohe nei dieci anni del regno o Califato di Omar 
sotCbmiaepo à6|000 città o castella, distrassepo 40P0 
Mmpi'.o chiese di «aiscredenti e fabbricarono 1400 mo«, 
dahee per V esercizio/ del culto* di. Maonielte. Un secolo. 



j 



— 48 -' 
appena era corso dalla fnga di Maometto e gli Arabi già 
aveano imposta la legge dai Gonfiai dell'India all'Oceano 
Atlantico; l.« alla Persia, 2^ alla Siria, 3^ all' Egitto, 
4.® all'Africa, 5.<> alla Spagna. 

Carlo Martello invano ripassava dalla Francia alla 
Spagna per contenerli, che gli Arabi dalla parte occiden- 
tale trascorrevano nella prima e dalla parte orientale 
della Siria invadevano l'Armenia e TAnalolia, premendo 
cosi i duo regni della Francia e della Grecia e dairAfrica 
minacciando l' Italia. 

Mentre gli Italiani sotto il barbaro r^gno dei Longobardi 
perdevano ogni benigno lume dell'antico sapere, gli Arabi 
inrormati dai loro califfi all'esercizio dell'arti più utili , 
allo studio delle scienze, all' umanità delle lettere, diroz- 
zavano la mente e si affrettavano a civiltà. II califfo 
Omar avendo trovato in Persia i rami di un commercio 
colà già stabilito coli' India e colla China per migliorarne 
le sorti e accrescerne i prodotti fondava nel 636 la città 
di Bassora sul gran confluente dell* Eufrate e del Tigri , 
sicché per le acque di questi due fiumi si versavano in 
lei le più preziose mercanzie dell'Armenia, della Mesopo- 
tamia e della Caldea, laonde per la via del golfo Persico 
seguitavano i Saraceni, e meglio facevano risorgere Tan- 
tico commercio diffondendosi per le infinite isole del mar 
Indiano, dal quale riportavano i più ricchi prodotti che 
spargevano nelle contrade della Siria e dell'Egitto. 

XXXIII. L'epoca era propizia» compresso ogni moto di 
eommércio ed ogni spirito di marittime imprese io Italia; la 
Francia avvilita giaceva oppressa e divisa dal feadalismo, 
à tatt'altro intesa che al mare ; i Greci appena più fre- 
quentavano l'Egeo e r Eusino, secondati dal favorevole 
concorso di siffatte circostanze comparvero gli Arabi, ad 



L _. 



— 49 — 

occupare il gran vuoto delle navigazioni del Mediterraneo, 
scorrendolo tulio con un misto stravagante di pirateria 
e d'industria commerciale, spargendo ora la desolazione 
e lo spavento, ora le lettere e la mercatura, devastando 
le coste marittime e facendovi ad un tempo risorgere il 
gusto delle arti utili e della marina; di guisa che per 
essi ì popoli tutti del litorale e delle isole del Mediter- 
raneo lasciati in turpe abbandono dai tralignati succes-* 
sori di Carlomagno si riscossero e tornarono a nuova 
vita e polente. Opponendosi invano i Greci e i Yeneziani, 
alfine i Saraceni riuscirono ad occupare le città di Mes- 
sina e di Palermo e da queste di luogo in luogo la signo- 
ria loro stesero per tutta la Sicilia. Fermaronvi allora il 
governo e vi eressero le grandi manifatture e i loro sta- 
bilimenti. Queir isola per essi ugualmente era acconcia ad 
esercitare il traffico o la pirateria sopra tutte le coste 
italiane. Essendo da quel punto mediì tra V Egitto e TI- 
talia, tra la Siria e la Spagna, alla portata del Tirreno, 
dell'Adriatico e dell'Arcipelago, agli sbocchi di ogni grande 
commercio, ijj^erra tanto ubertosa, aveano ben d'onde di 
tenersi caro quel prezioso stabilimento. La politica dei 
Mori d' Africa e dei Sultani deli' Egitto consisteva nel 
procacciare agli Arabi della Sicilia ogni vantaggio di 
terreno ed ogni benefizio di manifatture, maudaronvi inoltre 
le donne, e le terre vi divisero ed assegnarono tra loro e i 
Siciliani. A questi facevano i Saraceni pagare le imposte 
in generi di biade e di lane, commettevano ni loro soldati 
di filare le ultime, e filate di tesserle e d'impannarle nei 
grandi magazzini che aveano stabiliti in Messina, Girgenti 
e Palermo, erano perciò ad un tempo guerrieri e lana- 
iuoli. Gli obbligavano' ancora alla seminagione del suolo 
e per conseguenza alle prime qualità univano quella di 

Camam, storia del Oommereio, ecc. 4 



j 



— 50 — 
agricoltori. Per il lanificio degli Àrabi in Sicilia quivi prima 
che ìd ogni altra parie d'Italia si videro in operosa at« 
tività le telara, le fabbriche dei panni nazionali che per 
[ la copia e la finezza del tessuto vincevano tutti gli esteri. 
Intanto i Siciliani avendo coli* industria delle lane e col 
commercio di più grandi prodotti estesa la loro potenza e 
ricchezza invogliarono i popoli al di qua del faro ad imi- 
tarne Tesempìo. Le Calabrie e la Puglia ricevettero tosto 
cou molto favore le manifatlure che loro portavano gli 
Arabi e i Siciliani e intraprendendo con essi il più lu- 
croso traffico. 

Allora gli imperatori d'Occidente, Lodovico I, Lot- 
tano e Ludovico U adoperarono ogni sforzo per impe- 
dire ed interrompere le relazioni commerciali del continente 
italiano coi mercanti della Sicilia. Emanarono decreti di 
proibizione, provocarono bolle di scomunica dai pontefici, 
ma i popoli risposero libero essere il commercio, vedere 
essi fiorenti e ricchi quei porti dove frequentavano e mer« 
canteggiavano gli Arabi , non voler quindi rinunciare a 
tanto beneficio pei soli interessi dei principi francesi , i 
quali come aveano sottomesso la parte superiore voleano 
cosi soggiogare la inferiore d* Italia. Quei divieti, aggiun- 
gevano, non essere mossi da zelo e spirito di religione 
ma da cupo disegno di mantenere i popoli nella miseria 
per meglio ridurli io servitù. 

Con queste ragioni continuavano i loro traffici, ne ao- 
erescevano i prodotti e 1* invidiabile esempio ne porge- 
vano ai loro vicmi dell' Italia centrale. 



CAPITOLO IV. 



Origine e commercio di Amalfi — Iiiveozioiie delia bussola e sua 
applicazione agli usi della navigazione. 

XXXIV. Siccome Veoezia era divenuta {^polaU e 
grande per il rifagio che aveaao trovalo nelle sue ia^ioe 
gli aUtaoli di Aqoileia, cosi Amalfi per quella dei Bomaai 
all'epoca delle più famose iovasiooi dei Barbari. Qaesla ctilà 
posta selia Campania , era silnata cosi favorevolmeiile da 
volgersi al Tirreno, al Sletliterraneo, all'Ionio e all'Adriatico. 
Per tempo si diede alla navigazione e al commercio, in- 
caaunmudosi verso le parti orientali, dove portava il ferro, 
l'ambra, i coralli, ricevendone in iseambio le di'oghe, la 
sela, Toro, l'argento, le gemme cfae trasportavano in Oc- 
cidente. 

Mercanti Arabi, Persiani ed Aroieni vi tenevano i loro 
magaumi pieni deUe più preziose derrate. Gli abitatdi 
di AmaUi frequentavano l'^itto e la Siria e mei primo 
uveuM stabilko un grando emporio nella città del Cairo 
che dicevBae aUom BAilonia e nella neoonda possedevano 
lina contrada nella città di Gemsalamme cbe ai drànava 
degli Amalitanl 

Inahre vi alavano eretti d«q ,WMpM^el^ «j «an cape- 
dale e la Uvola AmaHiaM cboera'li^ raopóha di legjp. 
Cacava aHarìià, de ci dend a aì eoa eaaa le questioni emmnpr- 
ciali, e flHiritUae che sorgevano fra i diversi aneroM^ti. wm 
ssis aell*figiiu e «ella Siria* ma eaiaadiis m QmXìmtMh 
pali. Fn i varii vinti delta citta di Aaaalfi vi ba fseUs 



f 

À 



— 52 — 
di aver dato i natali a Flavio iSioia cui si attribaisce 
r invenzione della bussola marina ; e qui , V importanza 
delPargomento merita che ci allarghiamo in alcune parole. 
Dopo la lettera scritta da Giulio Klaporth ad Ales- 
sandro Humboldt pare fuor di dubbio che i Cinesi anti- 
camente non solo conoscessero la proprietà dell'ago ma- 
gnetico di volgersi costantemente alla stella polare» ma 
eziandio l'uso che ne facevano ì naviganti sovrapponendo 
ad una pagliuccia un po' di calamita per regolare la di- 
rezione dei loro viaggi. Si dice che dai Cinesi avendo ciò 
imparato gli Àrabi ne trasmettessero la scoperta al- 
l'Europa. 

Qualunque sia per essere il mezzo con cui tale inven- 
zione dall' Oriente trapassò in Occidente, negarsi non può 
ohe la prima cognizione ne venne data dagli scrittori 
francesi; Vincenzo Bauvais , Alberto il Grande, Brunetto 
Latini maestro di Dante, Giacomo Yitry, Guyout de Pro- 
vin ed un anonimo canzoniere. Si rileva per essi che i 
naviganti negli ultimi anni del secolo decimosecondo mette- 
vano una pagliuccia nell'acqua cui sovrapponevano un po' di 
calamita e questa pagliuccia galleggiava e ondeggiando si 
arrestava diretta verso il punto della tramontana. Due 
altri scrittori frantesi, oltre i summentovati, ci raccontano 
di un processo che più si avvicina alla forma della bussola, 
come venne in seguito adottata. Alessandro Neckam nato 
in Sant'Albano di Francia nel 11S8, professore neir univer- 
sità di Parigi , tra il 1180 e il 1187 e morto in patria 
nel 1217, trattando di vari! utensili, parla dell'ago ma- 
gnetico che già si fissava sopra od perno e veniva appli- 
cato alla navigazione. 

Pietro di Maarìconrt che trova vasi nel campo d*as- 
sedid di Carlo d'Andò contro una città della Puglia ebe 



— 53 — 
gli si era ribellata, mandava 1*8 agosto del 1268 un suo 
libro sulla calamita ad un amico» dove ampiameole si di- 
scorre della proprietà dell'ago calamitato e come dai navi- 
ganti si fissava sopra un perno mobile e serviva a indi- 
rizzare le loro navigazioni. 

Cionondimeno non era ancora quanto abbiamo detto 
(inora la bussola nautica che oggidì si continua ad appli- 
care. È questa formala di due scatole per lo più di 
bosso d'onde prese il nome, Tuna interna rotonda col- 
l'ago magnetico e la rosa dei venti, l'altra esterna qua- 
drata che bilanciandosi tra due cerchi di metallo si man- 
tiene sempre in posizione orizzontale malgrado i marosi 
e rinfuriare dei venti. Di questa veraroenle si dà il me- 
rito dell' invenzione a Flavio Gioia , per lui le tradizioni, 
per lui sono i più dotti scrittori del secolo decimoquinto, 
fra i quali Antonio Beccadelli detto il Panormita^ che vi- 
veva alla corte del re Alfonso V e di lui segretario. 

È suo quel verso: 

Prima dedit tiautis usam magnetis Amalphis. 

Né altro men grave argomento che agli Italiani e fra 
questi a Flavio Gioia si debba attribuire l'invenzione 
della bussola nautica, conformata colla rosa dei venti, si 
è che questa per la prima volta si trova effigiata sulle 
carte nautiche degli Italiani, la più antica delle quali colla 
data del 1318 è un atlante diviso in dieci tavole di 
legno del genovese Pietro Visconti che si conserva nella 
imperiale biblioteca di Vienna ed in quella del Museo 
Correr di Venezia. 

Dopo ciò parebbe uscirne la conseguenza che la scoperta 
ài cui si tratta avesse avuto luogo tra il 1268, e il 1318. 



— 54 — 
Non si deve poi tener conio veruno delle pretese francesi 
per cui si vorrebbe rivendicarsi il vanto di tale invenzione 
dal gìglio che si trova impresso sulla bussola, che è l'arme 
di Francia. Sì risponde a questo che fin dal 1282 Firenze 
coniava il giglio sopra il suo fiorino d'oro e anzi per te- 
stimonianza dei dotti la stessa città di Amalfi non avea 
altra arme che quella d'una bussola nautica con un giglio. 

CAPITOLO V. 



Dei primi abitatori e popoli d^Italia^ e in particolare dei Liguri. 

XXXV. Secondo le più antiche testimonianze degli sto- 
rici e scrittori greci e latini, confortate da tutto quanto 
ne trattarono i moderni senz'amore di parte infino a noi, 
abbiamo il seguente ordine di successione per fissare la 
anteriorità dei primi abitatori e popoli d'Italia: l.^* i Li- 
guri, %^ ì Sicani, Z,^ i Siculi, 4.® gli Umbri, b.® gli Osci, 
6.° gli Ausoni, 7.^ gli Aborigini, 8.® i Peiasgi, 9.® i Tir- 
reni-Elruschi, lO.^ gli Elleni, 11.» i Galli. 

Affinchè non pnjQ che io nato dei Liguri e propria- 
mente di quella superba città che ne fu 1' emporio , vo- 
glia dìscostarmi dal vero narrando della maggior loro 
antichità, verrò citando quei passi degli scrittori dond'è 
agevole il derivarla. 

Dionigi d'Alicarnassa scrive pel primo che i Liguri 
reputavansi il ceppo degli Aborigini confinanti cogli Um- 
bri, imperocché gran parte dei medesimi soggiornasse Del- 
l' Italia e parte pur nelle Gallie, e s'ignorasse quale delle 
due fosse la loro patria, non dicendosi con chiarezza su 
loro altra cosa. 






— 85 — 

Tucidide noia nel Libro IV che i Liguri ebbero guerra 
coi Sicani , popolo ibero , il quale sul fiume Sicano ( il 
Sicori Segre influente a sinistra nel!' Ebro) abitata e li 
costrinsero a rifuggirsi per mare nella Trinacria. A pro- 
posilo del quale lesto dello storico greco, T Heine afferma 
con mirabile sicurezza essere stali i Liguri una genie 
Ibera che ampiamente si sparse. 

In Escliilo è dello che V Eridano (Po) scorreva in 
Iberia, comechè Iberi reputando i Liguri, dava perciò tal 
nome al territorio dei transappennini, e Plutarco indulto 
dalla naedesima ragione, nella vita di C. Mario dà infatti 
ai Liguri il nome d* Iberi (1). 

Strabene scrive che s' ignorava da qual popolo ei di- 
scendessero, ma parlando dei popoli che abitavano intorno 
alle Alpi, noia che tutti erano di origine gallica, eccet- 
tuati però i Liguri In altro luogo mostra di credere che 
la Liguria popolata fosse da principio da colonie greche. 

Eralostene afferma che penisola ligustica era la Spa- 
gna. E Nonio Marcello ( De Prop. Serm.) dà al Rodano 
l'epiteto d* Ibero come sinonimo di Ligure. I Greci li chia- 
marono LygieSf onde si spiegano i varii nomi e le diverse 
voci che di questa radicale si trovano sparse per tutto. 
E Stefano di Bisanzio, allegando Ecaieo, affermava che 
presso Tartessa in Iberia era raiilica patria dei Liguri , 
e la loro città chiamata da lui Ligystine^ ed ivi pure un 
Iago detto Ligustico. 

Per queste ed altre autorità, che lungo di troppo sarebbe 
renumerare, si può con bastante fondamento sostenere 
che i Liguri dalPlberia , dove da ignota epoca eransi 

(4) Eschilus in Iberia Eridauum dixit. — Plinio Nat. Hist. 

xxxvn. 



{ 



— 56 — 
condotti, si stendessero dalle Colonne al Rodano, dal Ro- 
dano risalito il Gume , nella Gallia meridionale , sicché 
propriamente in Liguria, come negli antichi scrittori si 
legge, avrebbero poscia i Foceesi edificata Marsiglia. Var- 
cate le Alpi occuparono la Circumpadana o Taka Italia» 
non certo quando vi soggiornavano Tirreni, Veneti e Galli, 
ma in tempo che essi non vi erano ancora sopraggiunti, 
e soli i Liguri vi si trovavano. Stesersi da prima fino 
airArno, da questo all' Umbrone, cacciati gli Umbri, o 
mescolatisi con essi, appartenenti alla medesima nazione^ 
come precisamente si ritrae da Plutarco, tanto più che la 
loro comunanza coi Pelasgi sarebbe esclusa sia dal poste* 
riore arrivo di questi , sia dalla lingua loro assai diversa, 
come si rileva dalie Iscrizioni che ancora sì conservano. 
Non è ad ogni modo controverso che gli Umbri in- 
nanzi alla venuta degli Elruschi largamente stanziassero 
a fianco dei Liguri , o Siculo-Liguri, dividendosi Tra loro 
in certo modo il bacino del Po fino al Mediterraneo, gli 
Umbri a settentrione, gli altri a meriggio. Pare che a 
queste due genti possano aggiungersi i Bruzli e ì Mez- 
zapìi della bassa Italia; antichissimi, come ognun sa, 
colle loro iscrizioni in lingua finora ignota, e che sog- 
giogati dai Pelasghi-Lucani , non mai posarono fino alla 
riscossa (1). 

(1) Vedasi V Illustrazione nuova e doltissima delta famosa ta- 
vola di bronzo trovata nel 1606 in Polcevera , fatta con meravi- 
gliosa erudizione^ con illuminata critica, e colta maggiore verosi- 
miglianza dal Gav. Avv. Cornelio Desìmoni^ dove ancora si accenna 
delle origini italiche^ e specialmente delle Liguri col più chiaro e 
semplice modo ad un tempo. É questo senza dubbio tra i più pre- 
gevoli scritti che di tale materia siano usciti in luce addi nostri 
in Italia. 



— «7 — 
I Liguri dair Umbrone intanto diflbndevansi al Liri, 
dal Liri allo stretto di Sicilia. Ma in questa invasione 
si confondono coi Sicani e scanabiansi cogli Iberi« quando 
non sia data loro quest'ultima appellazione perchè ve- 
nuti dall' Iberia. Infatti , tutti convengono che alla Tri- 
nacria venne il nome di Sicania dai Sicani di Sicilia» dai 
Siculi^ che i primi cacciarono essendo però della medesima 
stirpe. Ed Eforo afferma che gli Iberi furono i primi tra 
i barbari che in quell'isola si recassero col nome di Si- 
cani procedendo dall' Iberia dove già occupavano la re- 
gione sul fiume Sicano, di là sloggiati dai Liguri. Nello 
stesso tempo scrive Filisto che i tragittati erano Liguri 
condotti da Siculo, figliuolo d*Italo, onde Siculi si nomi- 
narono. Per la qual cosa si verrebbe a riconoscere eh' E- 
foro avrebbe confusi i Sicani cogl'Iberi indotto dallo stesso 
motivo, per cui Eschilo poneva l'Eridano, il Po, in Iberia» 
Plutarco dava ai Liguri il nome d'Iberi, e Nonio Marcello 
r epiteto d' Ibero al Rodano, scambiando essi probabil- 
mente il nome e i luoghi dei vincitori, con quelli dei vinti 
ed occupati, e cosi viceversa. La qual'erroneilà meglio si 
verifica da quanto si legge nella vita di Paolo Emilio dello 
stesso Plutarco, dove egli scrive che^ i Liguri erano una 
genti unita e mescolata eoi Galli e cogV Iberi marittimi. 
XXXVI. Ora di Sicani e Siculi uno stuolo dall'Iberia al di 
qua di Pirene pare facesse tragitto e vi tenesse la stanza 
infinchè ne furono cacciati dai Liguri. Strariparono essi 
quindi nella valle del Rodano e per la regione dei Liguri 
si avanzarono di qua dall'Alpi. Sull'Amo e dal Tevere 
ai Liri signoreggiarono. Sembra poi che salissero mag- 
giormente in istato e possanza tra il Liri e il Volturno e 
fino agli' Oenolri. In questa invasione trassero senza dubbio 
seco un miscuglio diverso di varie genti, in ispezie d'Iberi e 



— 68 — 
certo ancora una grande quantità di Liguri» i quali per 
amore, o per forza seguirono le loro sorti. Dal ohe de* 
rivo, ed anche dal venire che fecero da ponente a le- 
vante che Liguri si chiamassero. 

Intanto i Liguri del Rodano male accordandosi con 
quella parte dei Sicani che rimanevano presso a loro , le 
due nazioni vennero a guerra ; i Liguri vinsero i Sicani 
che lasciando le mal sicure sedi si posero in mare , e 
gilturonsi sulla Trinacria, dove abbandonando per 1' erti- 
zioni deli' Etna la parte orientale , si ridussero nella oc* 
cidentale. 

Nello stesso tempo i Siculi loro connazionali che oltre 
Liri dominavano senza contrasto, sostenevano al di qua, 
e specialmente nelle regioni tiberine , una durissima re* 
sistenza , poiché gli Aborigini riparatisi a tutti i più 
forti luoghi della contrada uscirono addosso a loro , ed 
aspramente li bersagliarono. Mentre ciò accadeva , dal- 
l' Opica dove stavano altri Siculi, piombavano sul Lazio 
e sulle circostanti regioni ingrossali da schiere d'Ausoni 
e d' Itali estremi. Fu allora che gli Aborigini eollegatisi 
coi Pelasgi ed aiutati dagli Umbria riportarono vittoria 
sopra i nemici. Sicché i Siculi interamente disfatti non 
solo dovettero abbandonare il Lazio e i luoghi vicini , 
ma cedere il Piceno, donde gli Umbri li cacciavano. 

XXXVII. Tutiociò volli narrare, perché fossero chiare 
le cagioni donde si afferma la gente ligure essere dalla 
Spagna trascorsa lino allo stretto di Sicilia e fin là te- 
nuto il dominio. Nella Spagna da remotissimo tempo aver 
soggiornato , di là cacciati i Sicani , e Siculi , coi quali 
parte di loro si confuse e tornossi in Italia. 

Gloriose sono pertanto le sue memorie, e meglio po- 
trebbero accrescersi se si volesse tener dietro a tali eoo- 



t 



— 59 — 
sonanze di nomi e prestar fede a qaaoto ne registrarono 
gli antichissimi scrittori. Ne dirò in breve la sostanza. 
La città Lf'guslica sorgeva colà dove ora Cadice e nei 
dintorni, dal che si rileva a sommo vanto dei Liguri che 
in quella stupenda postura antivenendo i Fenicii avrebbero 
essi in fino da si lontana età esercitata quella marittima 
potenza che doveva riescire a Colombo. Se non che, in- 
nanzi nncorn a quel tempo furono essi famosi e per le 
varie parti deirOriente il nome ligure si distese giusta 
la testimonianza dei Greci. Erodoto li trova in Asia, Zo- 
nara presso il Caucaso non molto lungo dal luogo dove 
i loro discendenti doveano in seguito fondare la nobilis- 
sima colonia di Caffa , centro ricchissimo del commercio 
orientale, settentrionale ed occidentale. Alcuni mettono 
i Liguri in Africa scambiando forse il nome loro con 
quello di Libyes, Eustazio fin nella Colchide. Secondo 
Hacrohio i Lygirii o Liguri sono anche un popolo trace. 
Secondo Plinio il vecchio la città di Costantinopoli, pri- 
machè Bisanzio, chiamossi Lygos. Ligeia si disse una Si- 
rena, e per testimonianza di Licofrone anche un' isoletta 
dei Bruzii. Per un lesto di Platone nel Fedro le Muse 
si appellarono Ligeie : per un luogo di Servio Onoralo 
sul X MV Eneide e per un altro di Pausnnia nel 1." Ci- 
gno amico di Fetonte era re dei Liguri, al quale Apollo 
aveva conceduto il dono del canto. Agli antichi fu ligure 
r isola di Circe, dal che si potrebbe dedurre una colonia 
Ligure intorno a Cupo Circeo tra gli Aborigini e gli Osci. 
Ma lasciando il campo delle ipotesi, ove la forza tutta 
di sovente consiste ncirai'bitraria interpretazione dei nomi 
accennerò di un'altra opinione che in prima dall'Italia 
alla Spagna, indi da quésta a quella li pretende venuti. 
Si suppone pertanto che i Liguri dalla sponda dell* Arno 



— 60 — 
sull'opposta di cui stanziavano gli Umbri, dovettero muo* 
varsi verso occidente , piegarono indi a tranìontana per 
una parte giungendo sull' Eridano , detto anche Padus 
(Po), e più secoli appresso con voce corrotta, Badincus^ 
il Bodincus e Bodencus di Plinio e di Poltbio. Per 
Tallra parte pervenuti a pie dell* Alpi e queste varcale» 
si sparsero infino al Rodano che gli separò dall' Iberi. 
Secondo questa opinione sarebbero poscia tornati in parte 
in Italia confusi coi Sicani e Siculi, e con essi V avreb- 
bero tutta trascorsa fino allo stretto nel modo che più 
sopra accennai. 

Qualunque sia per essere vera di tali due opinioni, che 
in tanta lontananza di tempo mal può riconoscersi , in- 
dubitabile egli è, ch'essi dominarono ampiamente in tutta 
r Italia occidentale e settentrionale nei tempi precedenti 
alla caduta di Troja. Tennero i Liguri l'Appennino, la 
Liguria propria, e la Circumpadana su entrambe le rive 
del Po, la Corsica ancora che siede a rincontro del bel- 
lissimo loro golfo, sicché intorno a ciò la favola istessa 
dei frammenti storici di Sallustio cresce forza alla tradi- 
zione. Finalmente ebbero le Alpi e singolare parte della 
regione tra queste e il Rodano, di là si congiunsero agli 
Iheri, e il nome Ligure suonò allora insigne e vittorioso 
oltre i Pirenei ed il Tevere, quinci fino alle Colonne di 
Ercole, quindi fino a Scilla e Cariddi. Allora la gente più 
poderosa d' Italia nel passaggio dai tempi favolosi agli 
eroici fu certo quella dei Liguri e allo spuntare dell'età 
storica si trova che primi essi raccolsero sotto il loro 
dominio pressoché una metà della penisola. 

XXXVill. Tanta grandezza però venne tolta ai Liguri 
dai Tirreni Etruschi e dai Celti o Galli. I primi li caccia- 
rono specialmente dalla Circumpadana formando i tre 



L 



— 61 — 
regni dell'alia, media e bassa Italia, chiamate lucomonie o 
riunione di dodici città. Qaesta divisione ne fece la de- 
bolezza, privando di un centro forte e comune cui po- 
tesse rivolgersi ogni parte nel momento del pericolo. 
Inoltre la stessa e molta coltura, donde gli Etruschi fu- 
rono maestri a' Romani, ne ammolli gli animi, facendoli 
dimentichi di tottociò che dovesse preservarli dalle offese 
nemiche. Aggiungasi ancora che dieronsi alla pirateria per 
la quale i subiti e disonesti guadagni preferirono ai neces- 
sari studi della guerra. 

Pertanto sopravvenuti ì Celti o Galli, tolsero loro la 
Transpadana, i Sanniti la Campania , e i (iiguri incalza- 
ronli ad un tempo fra la Trebbia e il Reggiano, la Ma- 
gra, e l'Arno, né solamente per terra, ma per mare si 
combatterono, mentre i Celli o Galli probabilmente allora 
che con accanita guerra consumavansi i due popoli ita- 
hanì , dalla Transpadana che aveano invasa , gettavansi 
sulla Cispadana, e limitavano in tal guisa il dominio dei 
Liguri alla parte Cisappennina. Giunsero in seguito i Ro- 
mani e a tutt' imposero la pace e il proprio imperio. 

Comunque sia, lasciarono i Liguri gloriosi vestigi di 
tanta passata grandezza ; la celebrità nei poeti , Ligure 
è detto figlio di Fetonte da Catone e Cajo Sempronio ; il 
Po Pado ebbe nome da essi, la Liguria propria, ma- 
rittima ed appennina , dal mare al Po, dal Tanaro alla 
Trebbia, dal Varo alla Magra, e in mezzo il chiarissimo 
emporio dei Genoali, nella regione istessa ragguardevoli 
ed insigni i Vedianzi, i Capillati e Montani, gllntemelii, 
i bellicosi Ingauni, gli Epanlerti, gli Statielli e i Sabazi, 
deve il porlo dei Vadi. Rinomati pure i Veiturii, i Bri^ 
niatìi i Friniati, i Cerdiciati, i Celelali, i Garuli, i La- 
pieiDi e gli indomiti Apuani. Sopravvissero le gagliarde 



— 62 - 
schiatte degli Euganei e degli Sioni alla montagna del 
Lago Lario all'Adige» e presso di Trento; dei Salii o Sa- 
tuvìi sul Lambro» dei Yeliati nel Parmigiano, nel Piacen- 
tino e nel confinante Genovesato; dei Levi e dei Marici 
in Pavia, Marengo e nel territorio dove poi sorse Ales- 
sandria, dei Vagienni nel Saluzzese, nel Canavese e nel- 
' l'Astigiano e dei fortissimi Taurini e dei Coziaui io To- 
rino e sopra quello di Susa. Inoltre de' Voconzi come si 
rileva da una lapide del Grutero, degli Osibii e Deceati 
e in genere dei Salii , o Saluviì tra le Alpi e il Rodano 
e dei Liguri Iberi tra il Rodano e i Pirenei ; i quali po- 
poli tutti furono senza dubbio di ano stesso sangue, come 
da molteplici e gravissime autorità rimane provato. Si 
dubitò degli Euganei, ma pare sciolto il dubbio ricordando 
che Plinio scrive che la capitale degli Euganei era Stono, 
cui si conforma Strabene ricordando gli Stoni vicini di 
Trento ; quindi leggendosi nel Grutero in un frammento dei 
Fasti Imperiali , e nel Libro LXII , delle storie di Tito 
Livio, come G. Marcio trionfò degli Stoeni Liguri Alpini, 
viene ad accertarsi che gli Euganei essi ancora erano di 
Ligure stirpe. Nò di diversa parebbero i Yolsci, se come 
alcuni opinarono furono essi fratelli dei Voki ( Volcae) di 
là dal Rodano. 

Tutti questi Liguri ebbero fama di fortezza, d' indo- 
mita costanza nelle avversità, furono imperturbabili noi 
pericoli, maggiori di sé medesimi negli ostacoli , ostinati 
ed audaci nei loro ardimenti, la sterilità del suolo li rese 
operosi, la penuria solleciti ed industriosi, gli uomini ven- 
nero paragonali alle belve , te donne agli uomini. Rao- 
conta aver veduto egli stesso Diodoro Siculo, una donna 
ligure travagliandosi cogli altri opoftì, còlta dalle doglin 
del parto, ritrarsi, senza però dar sospetto di tè» e 



i 



— 63 — 
posciachè si sgravò di un bambino, lasciotolo in un cespu« 
^lio, e di foglie copertolo, tornarsi al suo posto. Senon- 
€hè i vagiti deir infante diedero fede del fallo, sicché il 
soprastanle degli operai la consigliava a scostarsi , ma 
nìuna forza la indusse a ciò, finché il direttore a lei com- 
passionando, non Tebbe assicurala col pagamento dell* in- 
tera giornaliera mercede. 

Con silTatta generazione denomini Ercole medesimo 
ebbe spuntati li strali, e i Romani le armi per ben cen* 
toveniilré anni trattate contro di loro a soggiogarli ; al- 
fine li ridussero, é vero, nel proprio dominio» ma meglio 
dispersi e sterminati che vinti. Nò la sospirala conquista 
parve ad essi abbastanza sicura, se non quando appiana- 
rono quei dirupi colle vie Emilia e Poslumia, che servi- 
vano agli assalili d'insuperabile difesa. 

XXXIX. Aspreggiali da una guerra piùche secolare, co- 
stretti alla più disperata resistenza, fu certo duopo a* Liguri 
di adoperare tutte le arti le più scaltre, e contrarre quindi 
un* indole non sempre ugnale e maneggevole , peri cui li 
accusano Catone Censorio nelle Origini, e Camilla in Vir- 
gilio. Ma li difende vittoriosamente lo storico Niebuhr , 
motore non certamente sospetto per troppo favore alle 
origini italiche; egli nota: « che una nazione , la quale 
« senza dubbio penava di molto a sostentare la vita , il 
« cui suolo petroso » che abitava , respingeva perfino Pa- 
€ ratro, non poteva essere di assai versata nelle lettere. 
€ Del resto, il giudizio di Catone tornava singolarmente 
« odioso, poiché in nessuna guisa confermalo d' alcun 
« ftitro antico autore , ansEi tutti lodavano il carattere 
e laborioso ed instancabile e la grande sobrietà dei Liguri 
« come il lor coraggio e bravura. Quando Catone seri- 
« veva» i Romani avevano appena cominciato a soggiogarli 



— 64 — 
« e qaesti Liguri (Cisalpini), sebbene le loro tribù com- 
« battessero separatamente , opposero per quaranta anni 
« una disperata resistenza. Pendendo quella guerra fecero 
« essi delle incursioni sanguinose e devastatrici, sicché 
« l'esasperazione che ne risultò, può avere condotto Ca- 
« tone ad un giudizio tanto ingiusto » (1). 

Oltre l'appunto di Catone, si fa ai Liguri da Stra- 
bene quello di sostentarsi colla pirateria e coi ladronecci 
terrestri e marittimi (2). Questo istorico però, allude ai 
tempi nei quali si muoveva loro d^ì Romani una guerra 
sterminatrice, e i Liguri opponevano ad essi la più feroce 
e strenua resistenza. Infatti Strabene nota che centra i 
Galli Transalpini, e centra i Liguri continuavano i Ro- 
mani una diuturna guerra , perocché si opponessero ai 
loro passaggio in Ispagna che lunghesso il litorale divi- 
savano di fare. Imperocché , . soggiunge egli, per terra e 
per mare frequentissimi erano dei Liguri e Galli i la- 
dronecci, e di tanto ardimento, che appena colla forza di 
grandi eserciti, si potè far sicuro il viaggiò. Ora ben sì 
comprende che più che ladronecci, erano questi assali- 
menti e devastazioni contro il comune nemico, da cui cod 
tutti quei modi che meglio potevano difendevansì. Né del 
genere di difesa aveano i Romani diritto d'incolparli , 
quando essendo assediati dai Sanniti per liberarsi, accet- 
tarono essi condizioni ignominiosissime , dicendo Lucia 
Lentulo legato romano, « che la Patria è ben difesa in 
« qualunque modo la si difende, o con ignominia, o con 
« gloria ». 

Lo stesso Strabene ripete l' imputazione di ladroneccio 

(1) Histolre Romaiae, tom. 1.», pag. 453. Edizione di Parigi.. 
<2) Libro IV, pag. 47 e 49. 



più sotto , parlando dei Leponzi , Tridentini e Stoni ed 
altri molti minori popoli , i quali si davano a quell'aso 
negli anni poco innanzi trascorsi per estremo di povertà. 

Un recente francese scrittore della storia di Giulio 
Cesare, citando Diodoro e Strabene, né bene entrambi 
interpretandoli , ebbe ad affermare ghe « soli nel mar 
« Tirreno i Liguri non si erano ancora divezzati da 
« quella vita che aveano dalla loro orìgine condotta gli 
e Iberi sorti della medesima stirpe. Che se alcune città 
e del litorale ligustico, e Genova specialmente, escrcita- 
€ vano il commercio marittimo, esse sostentavansi colla 
« pirateria, anziché con traffici e scambi regolari (1) ». 

Senza qui ricercare se gli Iberi Tessero di una me- 
desima stirpe dei Liguri, ardua quistione, né finora de- 
cisa, certo è, che l'accula di Strabene relativa ai tempi 
da lui poco discosti, ovvero non molto prima d'Augusto, 
riguarda in particolare i Liguri Transappennini e Transal- 
pini, e fra questi ultimi compresi anche i Galli, né in- 
tende di far menzione dei Cisappennini che navigavano 
appunto il mar Tirreno, e molto meno di Genova che dal- 
l'autore è posta specialmente come il centro di siffatta 
pirateria. 

Quanto a Diodoro Siculo io non so trovare motto di 
tale imputazione non solo nel § 39 del libro V, indicato 
dall'autore, ma neppure nel resto di quelle istorie. Leggo 
bensì alla fine del citato § 39 che « I Liguri eziandio 
€ navigano per cagione di negozi pel mare di Sardegna e 
« di Libia, spontaneamente esponendosi a pericoli estremi, 
« che si servono ancora a ciò di schifi più piccoli delle 
« barchette volgari , né sono pratici de Icomodo di altre 

(i) Hlstoire de Jule Cesar liv. 4,cbap. IV, pag. 405. Paris 1865. 
Casali , Storia del Commercio , ecc. 5 



i 



— 66 — 
e navi ; e ciò che fa meraviglia sì è che non temono di so- 
ft stenere i rischi gravissimi delle tempeste ». 

Oltre ciò da Diodoro sia nel menzionato laogo , sia 
nel § XX del precedente libro IV, è data lode ai Liguri 
per la dura fatica, la solerzia, la sobrietà del viver loro, 
nonché per la fiera austerità dei costumi. 

Ma quell'opera della storia di Giulio Cesare, sebbene 
non senza pregio, meriterebbe più lode, se invece di mi- 
rare ad un fine preconcetto, fosse condotta con maggiore 
precisione, e col conforto di più sane ed acconce dottrine. 
E tanto più si rileva 1* erroneità dell'accusa, quanto 
Io stesso autore francese soggiunge subito, che al contra- 
rio la Gallia Cisalpina propriamente detta nutriva all'epoca 
di Polibio una popolazione numerosa. Con questa espres- 
sione si vorrebbe tacitamente instituire nn odioso con- 
fronto tra i Liguri e i Galli, senz'avvertire che Strabone 
volle accomunata l'accusa cosi agli uni come agli altri, 
e la numerosa popolazione della Cisalpina a' tempi di Po- 
libio non dovevasi certo ai loro invasori, i barbari e ne- 
fandi costumi de* quali si possono diffusamente leggere 
nel libro Y, § XXXII dello stesso Diodoro Siculo, ma alla 
bontà del terreno che benigna natura fece mai sempre 
lieto di opima feracità, ai vinti abitanti primitivi Insubri 
e Liguri appunto, popoli entrambi preceduti agli Etruschi, 
sopra i quali ultimi specialmente, aveano i Galli quelle 
contrade conquistate. Locchè ci dimostra che in così in- 
tralciata quistione non bene sì possa penetrare senza di- 
stinguere i tempi, e i Galli venuti nell'Italia nostra su- 
periore dopo i Liguri , gì' Insubri e gli Etruschi , averli 
essi , come poscia i Longobardi, devastati ed oppressi, indi 
dalla maggiore civiltà dei vinti essere stati ridotti ad 
umanità di costumi e di leggi, che la fecondità della 



— 67 — 
terra, e la clemenza del cielo sforzavano maJ suo grado 
a mitezza la scarmigliata razza. 

XL. Trattando deirorigine dei Liguri, io non parlai finora 
di una singolare opinione che già sostenuta per Taddietro 
ha in questi ultimi tempi ripigliata forza e si va per ar- 
cani fini politici diffondendo , eh' ei sono in sostanza Celti 
Galli , e tali pure i Sicani, o Siculi, gli Umbri, i Veneti, 
gli Etruschi medesimi , gli Aborigini e Pelasgi , insomma 
quanti furono i primi abitatori e popoli d' Italia, di guisa^ 
che dovendo a Celti non solo le nostre origini, ma ogni 
bene di civiltà e di gloria che l'antichissima Italia co- 
municò alle altre nazioni, naturale è la conseguenza che 
la sua futura prosperità dipender debba dai discendenti 
di coloro che primi la incivilirono. 

Io non so far senza di entrare brevemente in cosi 
arduo argomento, lasciando ad altri di parlarne con quella 
più accurata ampiezza che il poco ingegno e la scarsità 
della dottrina a me noi consentono (1). 

Quanti finora scrissero delle origini italiche, possono 
ridursi a tre classi; 1.^ I Biblici, e Troiani; 2.^ I Cel- 
tici; 3.^ Gli Sciti; ovvero: gli orientali, gli occidentali 
e i settentrionali, o per meglio esprimermi: 

l.^ Coloro che le derivano dall'Oriente. 

2.^ Quelli che le attribuiscono all'Occidente. 

3.^ Queir infine che sostengono essere gì' Italiani 
ana primitiva stirpe venuta da settentrione. 

I Greci e i Romani derivavano dall'Egitto, dall' India, 

(4) Dichiaro che quanto io qui accenno intorno a coloro che 
trattarono delle origini italiche, fu per me in parte tratto dalla 
&oria degli studii sulle origm italiche, e dalle Note e schiarimenti 
del GuiomiUT alle RéligUm de fantiquité del Grbuzer, pag. 4667 
6 seguenti. 



— «s — 

; dairAsia roiaore i loro primi abitanti, infatti la religione,, 
le leggi, i costumi ripetetano dall'Oriente. Venuto il cri- 
stianesimo meglio s' inculcò quella credenza inspirata dalla 
Genesi per la <lispersione dei campi di Senaar e la tri- 
plice divisione della famiglia Noachica, cui per divino vo- 
lere erano toccate in retaggio le tre parti del mondo. 

Allora la Grecia, Roma e poscia V Italia , si tennero 
superbe di quelle origini orientali e i poeti più famosi le 
celebrarono con anrei versi e gli storici più autorevoli le 
posero in chiaro, ma quando 1* Italia colla sua libertà e 
indipendenza perdette eziandio U primato della propria 
letteratura, le nazioni già vinte da lei, vergognando forse 
Tantica barbarie, salite a potenza e civiltà, tentarono di 
mescolare i loro ai suoi principi, anzi questi a sé soli 
rivendicarono e perchè ci avevano già invaso , devastato 
e saccheggiato e tuttavia ci opprimevano, pretesero pure 
di rapirne le origini, non vi fu quindi più popolo, né fa- 
mìglia nobile d'Italia che non discendesse d'oltraroonti, 
né il puro sangue derivasse da schiatta straniera. 

Fu primo in Francia nel 1753 il dotto Freret a dare 
autorità a siffatta opinione. Egli trasse dall' Illiria i Si- 
culi, i Veneti, i Peligni, gli Apuli, i Pretuzi, i Peueezi e 
i Calabri, dall' Iberia i Sicani, e dalla Grecia per le co- 
ste d' Illiria i Pelasgi, infine immaginò che dalle Alpi Re- 
tiche venissero i Raseni ad abitare la pianura del Po, e 
quindi ad essere i padri degli Etruschi; ma di tuttoció 
niun fondamento addusse di ragione, conghietlure ed ipo- 
tesi furono da culto ingegno abbellite. 

Queste idee del Freret vennero primamente imitate e 
svolte in Italia da Guido Ferrari nelle sue antichità d' In- 
^ubria. Egli affermò Celti gli Orobii e gli Umbri, sboc* 
cati per la Valle dell'Adige e dopo popolata la Gircum- 



i 



— et — 
fiBéasa, avere iavasa la Toscana , iodi sceà alle rive del 
Hediterraiieo , ii^ae colle genti Sabelle occupata la me- 
rìdionale Italia. 

Teoue dietro a lai Jacqio Daraadi, il qaale aiii|>fiò 
le ipolesi del Freret eoa altre iiQove e pia siogolarì, per 
ktt Celtici erano gli Umbri, i Libaroi, i Siculi, o Sicaoi; 
i Veneti, fli Ausoni od Osci e i Liguri, la greca e la 
latina lingua, figlie delia Celtica,, e Celti i Raseni che a 
stto giudizio ccmquistavano gli Umbri. 

Alessandro Toaso, segmtando il Darandi asseverava 
L^ri essere slati gli Allcdirogi ovvero Celli, e Liguri in^ 
siemenente Siculi, Liburni, Opici, Osci od Ausoni, Abori* 
glni ed Umbri, loccfaè riesce a che tulli provenivano 
dai Celti 

Benedetto Bardetti venendo appresso ai precedenti 
odia sua opera dei primi aUiatori d' Halia impressa in 
Mndena, tutti ci deriva da stirpe Celto-Germanica, della 
quale furono, a sua detta, le colonie dei Pelasgi, dei Lidi- 
Tirreoi e dei Greci di Ercole, i Liguri , gli Aborigini e 
gli UmÌH*i, dai quali fH^ooedettero gli Euganei, gli Orohiì, 
i Scali, o Sicanì , degli Uetdiri ugualmente della media 
Italia sono %li gli Amnaci, gli AusonU, gli Opiei od Osci 
e i popoli SabellL Soltanto si fa grazia ai Taurìsci, ai 
Beli, e ai Veneti, ma ciò per attribuire i primi due al 
Norico, e i secondi affermando trovarsi in Ilalia prima 
di Antenore, per cui si viene a significare che andi*essi 
dalla Germama devono ripetere la propria orig'me* 

Intanto il francese Luigi Pelloutier avea composta una 
storia dei Celti, io cai coraggiosamente sostenne die tatto 
era celtico in Italia ; che il nome dei Liguri o dei ÌÀgi» 
i Greci li aj^lavaae, indicava quei popoli che ab- 
rantioo modo di vivere dei Sciti e dei CelU. 



— 70 — 
Imperocché, quando in laogo di cambiare continaamente 
di dimora, e trapassare la vita loro sopra i carri, le na- 
zioni celtiche ne sceglievano una fissa; quando esse si 
accantonavano in un paese, più non si dicevano Scili, 
ovvero Nomadi, Vagabondi, ma si dava loro il nome di 
Liguri, per significare che divenute erano. sedentarie, ed 
era ciò che in tedesco voleva dire la parola di Ligen e 
Liger (1). 

Quindi il nome di Ligure non era più quello di un 
popolo propriamente detto , ma significava a suo giudi- 
zio la trasformata condizione degli Sciti e dei Celti che 
di erranti e vagabondi divenivano stazionari e fissi in un 
luogo, È vano il dire che queste cose dallo storico fran- 
cese gratuitamente si affermano, per cui ritorcendosi Tar- 
gomento, potrebbesi colla stessa ragione opporre che gli 
Sciti e Celti, o Nomadi cessarono di essere tali, quando 
occuparono il paese dei Liguri divenuti fra questi seden- 
tarii, poiché vi si furono stabiliti, poco perciò importerebbe 
il significato della parola Ligen, e Liger in lingua tede- 
sca, che anzi meglio gioverebbe al proposito. Chi poi vo- 
lesse dare una più speciale importanza al tedesco voca- 
bolo di Ligen o Liger , che significa giacente , potrebbe 
ricorrere ali* uso accennato da Diodoro Siculo nel § XXXII 
dei libro V che aveano i Celti di giacere dormendo in 
terra sopra pelli di animali e rivoltarsi colle loro concu- 
bine sull'uno e sull'altro lato. Oltrecciò, non è vero che il 
nome di Scila sia sinonimo di Nomade^ e Nomade di Va- 
gabondo^ poiché il primo è di origine Scitica e vuol dire 
Saettatore; \ Greci udendo che fra quei popoli dicevanst 
Sciti coloro che per destrezza e vigore primeggiavano 

(1) Pelloutier^ Hiitoire des Celtes, tora. I, liv. 5, cart. 40» 



Vw 



— 71 — 
tra di essi nel saeltare dierono il nome di Scili a tutta 
la nazione, come poscia di Saraceni a tulli gli Àrabi, 
perchè i più valenti nelle armi. Il secondo nome di No- 
mode procede da voce greca e signifìca Pastore ; cosìchè 
se i pastori colle loro greggio possono dirsi erranti e va- 
gabondif non ne viene di conseguenza che ogni errante e 
vagabondo sia pastore, né possa dirsi Nomade. 

XLII. Ma il signor Pelloutier non pago ancora di avere 
con siffatti argomenti ridotti ad origine celtica i popoli 
antichi d' Italia e segnatamente i Liguri, volle fare di più, 
componendo un dizionario della lingua bretona, essendo- 
ché da molli si ritenne che il celtico antico fosse ancora 
vivente nella bassa Bretagna in Francia , e nel paese di 
Galles in Inghilterra, con questo dizionario sì avvisò egli 
di provare che la lingua latina avea tolto dalla Celtica 
la maggior parte dei suoi vocaboli. Il P. Taillandier fa- 
cendogli un' ampia prefazione chiari meglio ancora l* in- 
tendimento dei suo connazionale, decidendo senz'altro ri- 
solutamente la grave quistione. « Enfin nous osons dire, 
« (egli scrive) , que les latins ont emprunlè du Cellique 
« une quantitè des mots, doni ils ont forme et enrichi 
« leur langue. Il ne faut, pour s*en convaincre, que se 
« souvenir que la langue latine, a èie formée , outre le 
« grec, des dialectes des Aborigènes, des Sabines, des 
« Ombriens, et des Osques. Or tous ces peuples étaient 
« Celtes. Il n'est donc pas surprenant, si Fon trouve dans 
« le latin un si gran nombre des mots Celtiques », 

Ora un filosofo direbbe: nego màjorem e la quantità 
del celtico nel latino se n'andrebbe in dileguo; ma per 
distruggere 1* erroneità di siffatta asserzione io allegherò 
le parole di un altro scrittore francese non meno dotto 
dei signori PeHoutier e Taillandier, e certo più grave ej 



— 72 — 
ragionevole. È questi M. Roquefort, il qaale Della prefa- 
zione al san (Blossaire de la LanguB Romane^ cosi si 
esprime : *«• EuHn si je me suis prononeé ouvertement 
« contre la preleiidue langue cellique et le sentiment 
« de tous les Bas-Brélous, c'est qoe la raison e Thistoire 
« se refuseiHt ègalement à croire que se soit du jargon 
« de Quimpercorenttn que toutes les langues tirent leor 
« origine ; ce s^sléme faux et bizarre, qu*OD a tentè de 
« réssusciter de nos jours, péchera tonjours par ses fon- 

< demens. Les amUeiirs' de cette chimère disent que 

< cette prélendue iaogUe se retrouve dans la Bretagne 
« et daiìs la princìpauiè de Galles. 1gnorent-ils dono les 
« révolutions qu*out èprouvées ces deux piys? 

« Ignorent-ils que leurs anciecs habìtans n'ont jamais 
« rient écrit, et qu'ii est probable qu'ìl ne connurent les 
« caractères de l'écriture, qu*après que les Romains eu- 
« rent conquis leur patrie, et y eurent propagé la lan- 
« gue Ialine ; et qu'elle fut la seule en usage, tant pour 

< le eulte et les Charles, que pour les autres écrits? Ne 

< savenuiIsdoDC pas que la Bretagne après avoir èie l'asile 
« des Gaulois fnyaiils les Romains, devint non seulement 
« celni de ces vainquers, lorsqu'à leur tour ils fureiit 
« cbassés par les barbares ; mais encore que plusieurs 
« peuples s'en emparerent; que le latin y fut en usage, 
« et que sous la domioalion des Ànglois ils furent obli- 
« gés de parler le Roman? Ne lit-on pas méme que les 

< Ècoles Bretonnes se distinguerent» particulièrment dans 

< le XI et Xil siècies, et que c'est dans leur sein que 
« se formèrent tant d'illustres èlèves? etc. ». 

XLIII. Mentre i Francesi stessi opponevansi alla Cel- 
tica mania dei loro connazionali, facevasi altrettanto in Ita- 
lia, ma siccome suole accadere nelle umane cose che 



- 73 — 
rade volle si mantenga nel giusto mezzo» cosi si andava 
al contrario eccesso sostenendo assunto diverso. 

Monsignor Mario Guarnacci colle sue origini italiche 
affermava il popolo etrusco maestro di civiltà ai Greol 
stessi, nulla V Italia avere ricevuto dalie altre nazioni » 
tutto invece dato ad esse. É di vero, i Tirreno-Pelasgi 
figli a suo credere di Cetim» condottisi da età remotissima 
in Italia, di quivi recatisi in Grecia vi avrebbero per la 
prima volta introdotto Tesercizio ^delle pia nobili arti, in^ 
fin^ ricondottisi in Italia , stabilitevi le colonie di Spina 
alle bocche del Po, e le altre ancora della parte centrale. 
La lìngua etnisca, madre divenuta di tutte le occidentali, 
non eccettuata- la greca. 

Il signor Angelo Mazzoldi non si stette ancora con- 
lento a quel vanto, quindi sostenne che gl'Italiani non 
solo nella Grecia, ma portassero la civiltà loro in Egitto, 
nella Fenìcia , nella Caldea , nella Persia e nell' India 
eziandio (1). 

Gian Rinaldo Carli parteggiò per le opinioni del Guar- 
nacci, con qualche differenza però per gli Orobii che volle 
indigeni, per i Veneti che fece di una stessa stirpe cogli 
Euganei e coi Pelasgi di Spina, ed infine per i Taurisci che 
scaitìbiò coi Galli di Belloveso. 

Giovanni Fabbroni fece un miscuglio di origini nostre 

(4) Sebbene non si possano ammettere lotte le esagerate con- 
clusioni del Signor Hazzoldi non si deve negare però ch^egli ha po- 
sto in chiare molti punti dell'antichissima istoria, né è giusto di 
menar buone tutte le acerbe critiche che gli vennero lanciate dal 
signor Bianchi-Giovini, il quale ha trattato la quistione dell'origine 
dei popoli italici, attenendosi a' principi! generali, piuttosto che di- 
scoterla con ispeciali ragioaì> ed autorità di scrittori relativi all'ar- 
gomrato. , 



e di Celtiche, indi le derivò le QDe e le altre dall* India 
da cui trasse Pelasgl e Galli. 

Il cavaliere Luigi Bossi nei primi xv capitoli della sua 
storia d* Italia, specialmente nel 3.*", trattò dello origini dei 
popoli italici, combattè le opinioni celtiche del Bardetti e 
del Fabbronì, ne mostrò non solo Terroneità, ma la fri- 
volezza, fermò essere i più vetusti ed indìgeni gli Abori- 
gini od Autoctoni^ fra i quali egli comprese: j Pelasgì, i 
Siculi, gli Aurunci, gli Ausonii, i Volsci, gli Osci, od Opici, 
gli Etruschi , t Liguri e gli Umbri , concludendo , che la 
qualificazione o predicato di Aborigini^ rimane più proba- 
bilmente ai Pelasgi o agli Etruschi-Pelasgi ed Etruschi , 
agli Aurunci, ai Yolsci, agli Osci, agli Umbri, e forse an- 
cora ai Siculi ed ai Liguri , e più verosimilmeule tra 
questi ai Liguri circumpadani. Tutte le altre nazioni deb- 
bono, a suo parere, considerarsi come straniere ed avve- 
niticcie all'Italia (1). 

Giuseppe Micali dimostrò Autoctoni tutti i popoli ita- 
lici, dei quali con molto studio descrisse lo costituzioni , 
le religioni e i costumi. Per il contrario il Romagnosi 
> esaminando l'opera del Micali, pretese che T Italica civiltà 
tutta procedesse dalla Mauritania. Melchiorre Delfico no» 
volle che ì primi abitatori provenissero dalla Grecia, negò 
fede ai Greci e agli Etimologisti, concluse ch*ei poterono 
venirvi da contrade diverse. 

Infine Cesare Balbo inventò un suo nuovo sistema per 
cui non tenendo conto né di Autoctoni , né di Aborigini, 
tutti i primi popoli italiani fé venire di fuori per mezzo 
di tre grandi immigrazioni. 

La 1.^ suddivisa in altre tre di Tirrena cogli Osci 

0) Storia d'Italia, voi. 5, lib. I, Cap. m, pag. 474. 



L 



— 75 — 
meridionali, coi Tirreni propriamente detti eentrali , e i 
Taurìsci settentrionali, à* Iberica coi Siculi meridionali, 
da cui poscia gli Japigii e gli Ausonii , cogK Itali Cen- 
trali e i Liguri settentrionali. Di Umbria-Celtica cogl* Isum- 
bri nelle pianure del Po, cogli Olumbri tra gli Appennini 
di Liguria e Toscana, coi Vilumbri alle marine deU 
l'Adriatico. 

La 2.^ immigrazione, seguitando in ciò il Bardotti, 
volle partila in sette Pelasgiche, l'ultima delle quali con- 
dotta da Enea. 

La 3.^ finalmente suddivise in Etruschi, Greci e Galli. 
Il vizio forse, di questo sistema è primieramente di 
essere troppo complicato, indi di porre i Tirreni come i 
primi, mentre tutti gli scrittori antichi ci dicono che in- 
nanzi di essi vi erano già altri popoli stabiliti in Italia, 
di separarli per tanto tratto dagli Etruschi, quando si pare 
che quelli invadessero questi; di considerare per Tirreni 
i Taurisci, i quali manifestamente annoveravansi tra i Li- 
guri, di dare per certo gli ultimi come Iberi e special- 
mente i Siculi; di fare Celti gli Umbri e distinguerli in 
tre specie, senz'altra ragione che una cotale consonanza 
di parole arbitrariamente trovata. Infine , di non voler 
considerare , che con tanta mania di far venire tutti i 
popoli da terre straniere si riesce alla tristissima conse- 
guenza che niun paese del mondo vantar potrebbe Abo- 
rigini , abitanti originarli; locchè applicare si debbo 
eziandio a tutti gli altri scrittori, i quali non videro 
nell'Italia che un muto deserto inabitato, cui soli gli stra- 
nieri erano destinati a popolare ed incivilire. 

XLIV. Intanto dei Divini Pelasgì, dalla più gran parte 
tenuti se non per i primi, ma certo coloro da cui ebbe 
vita r italica civiltà, si faceva particolare menzione, e 



— 76 — 
scriveva intorno ad essi con mollo studio il francese Pe- 
tit-Randel, il quale cogli inglesi Dodwel e Geli visitò i 
sili e le rovine di parecchie città Pelasgiche, ricordate 
da Dionigi d^Alicarnasso, sulla fede di M. Terenzio Var- 
ron^. Sulle sue tracce correvano gì' italiani Niccolò Cor- 
eia che i Pelasgi diceva Traci, Vincenzo Natale, Neme- 
sio Ricci e Gabriele Rosa » opinando quest* ullimo che i 
Liguri e gli Etruschi distinti per lui dai Pelasgi^ originas- 
sero dalPAfrica, che della prosapia degli Umbri fossero 
gli Euganei , dei Yendislavi » e dei Yindelici i Veneti , 
Celti infine i Siculi sopra i quali scriveva il Martelli col- 
r illustrazione dei paesi che anticamente posseduti ave- 
vano nell'Italia Centrale. 

XLV. Ora che dissi degli scrittori francesi e italiani, i 
primi parleggiani caldissimi dell* opinione Celtica, i secondi 
in gran parte deirorigine Autoctona dei primi nostri, po- 
chi degli uni e degli altri lenendo il giusto mezzo, molti 
traendo ad eccesso il loro assunto, tratterò colla mede- 
sima brevità dei germanici, o secondochè più sopra ac- 
cennai, di coloro che i più antichi abitatori d'Italia ri- 
feriscono ad origine settentrionale. 

Una falsa ipotesi intorno alla fisica formazione della 
terra per una quantità di fuoco s|:iccata dal sole, e raf- 
freddatasi poscia cominciando dai Poli, finendo all'Equa- 
tore, ridotta nello scorso secolo a sistema in Francia dal 
celebre BuiTon, fece sorgere V idea che come i poli essen- 
dosi i primi raffreddati, e colà dovettero nascere i primi 
uomini, cosi dal settentrione, si abbiano a trarre le prime 
origini di tutto il genere umano. I primi popoli pertanto 
non dal mezzodì a settentrione, ma da questo proceduti 
sarebbero a quello. Perciò tenendo dietro a questa strana 
opinione, secondo il Bailly, 1* Eridaoo» o il Po» la contro- 



— 77 — 
^ersa Atlaulide non solo, ma le isole Esperidi, qaella di 
Circe, di Calipso, e iiiGiie la Pancaja ancora avrebbero 
a riporsi tra i Lapponi e ì Samojedi, ovvero nei laoghi 
più ghiacciati del Polo. Senonchè, questo processo della 
civiltà dall' ultimo settentrione a mezzodì, non ha per sé 
né la logica, nò la tradizione isterica; non la prima im- 
perocché, il sole essendo il centro delle prime dottrine 
mitologiche, é ridicolo non che irragionevole l'attribuirne 
il principio ed il cojto a coloro che non ne vedono mai. 
Non la seconda, giacché gli antichi e bestiali Sciti, e i 
Celti compagni loro, non hanno né memorie , né istorie 
che precedano l'impero romano, né possono avere recate» 
come si pretende in contrario, agli Egizi , ai Greci , agli 
Italiani quelle lettere, quelle arti, quelle scienze che sol- 
tanto essi appararono dopo la conquista del loro paese 
fatta dai Romani. 

La questione però, sotto diverso aspetto , taciuta la 
causa naturale donde si volle derivata dagli scrittori del 
passato secolo, si fece rivivere in questo dai Tedeschi» 
riuscendo alle stesse conseguenze dei primi. 

Principale, innanzi a tutti sorse il dottissimo Bertoldo 
Giorgio Niebhiir, il quale devastando l'antica e la romana 
storia, sette stirpi considerò nella prima: 

1.* I Pelasgì, a cui come tribù diede gli Euotri » i 
Gorgeii, i Siculi, i Tirreni, i Liburni, i Veneti, gli Etimi, 
gii Japigii , i Pencezi, e fra questi i Siculi che ebbero il 
nome d' Itali. 

2.* Gli Osci parliti in Yolsci ed Ausonii o Arunci. 

3.* I Sacrani o Aborigìni e Prisei, per i quali cac- 
ciati essendo dal Lazio i Siculi, chiamaronsi Prisci-Latini» 

4." I Sabini; o Sabelli provenienti dalla valle d'Ami- 
terno, conquistatori della Sabina, del Sannio e del Piceno 



— 78 — 
donde discesero i Marsi, i Marrocìoi, i Peligni, i Vestini, 
gli Ernici, i Frentani e i Lucani. 

5.^ Gli Umbri antichi occupatori della Toscana. 

6.^ I Liguri cacciati dagli Iberi dalla Linguadocca. 

7.^ I Baseni che calati dalle Alpi Retiche, espulsi gli 
Umbri, soggiogali i Tirreno-Pelasgi , recarono in Italia 
quella stupenda civiltà di cui tanto ebbe fama l'Elruria; 
per la qual cosa coir ultima delle sette stirpi dal solo 
settentrione venuta, le precedenti sei^ sarebbero state in- 
civilite, e ad un incolto popolo alpino si dovrebbero le 
costruzioni Pelasgiche, i Signa-Tuscanica^ la coltura della 
Musica, la introduzione della moneta e perfino della scrit- 
tura. 

Dopo il Niebhur, Augusto Guglielmo Schlegel e il 
Wachsmuth combatterono in parte le opinioni di lui, ma 
il primo non seppe nascondere che il nome di Baseni, 
conche si appellavano gli Etruschi, corrispondeva a quello 
dei Beti. Il Wachsmuth, e meglio ancora il Creuzer , e 
Federico Tiersch seguitando Erodoto, contro le obbiezioni 
di Dionisio, propugnarono le origini Lidie degli Etruschi, 
quindi la civiltà e le arti loro dissero provenienti dall'A- 
sia. Senonchè , pochi anni appresso ( 1828 ) Odofredo 
Muller rinnovò le pretese origini Etrusche dalla Bezia. 
Contro di lui e di Niebhur sorse allora il dottor Lepsius, 
con meravigliosa critica e dottrina rivendicandole all'Asia. 

Intanto Grotefend con due sue opere , l' una sui ru- 
dimenti della lingua Osca (1839), e l'altra sulla Geogra- 
fia e sulla storia dell'antica Italia fino alla dominazione 
romana (1840, 1841), riproduceva in campo le origioì 
Celtiche e Illiriche, scrivendo essere Celtici anziché Ibe- 
rici i Siculi e Sicani di una stessa stirpe dei Sequani 
della Gallia , gli Àborigini venuti dall' Illiria, e coi oomi 



^ 79 — 
di Umbri, di Ausonii» di Oschi, od Opici avere la propria 
dominazione ampliala da un mare all' altro nella parte 
superiore dell' Italia Centrale e per le sponde del Tir- 
reno ; con essi confusisi i Pelasgi derivati dalla Tessaglia. 
Infine i Tuschi, o Tusci essere nuli' altro che i Raseni 
delle Alpi Retiche, invasori degli Umbri, e dai quali si 
nominò l'Etruria, uniti poscia ai Tirreno-Pelnsgi. Retici 
facevansi pure gli Etruschi da Ludovico Sleub a Monaco 
di Raviera nel 1843, e da Guglielmo Abeken;e l'italiano 
Giovanelli nel 1844 avvalorava quelle opinioni fondandosi 
sopra alcuni monumenti Etruschi da lui rinvenuti nelle 
Alpi Tirolesi, senza voler avvertire che quei monumenti 
medesimi potevansi con maggior fondamento di ragione 
attribuirsi agli Etruschi quando si portarono colà cacciati 
dai Galli. 

Finalmente, affinchè questo sistema oltramontano delle 
origini Italiche fosse portato alla finale sua conclusione, 
era di mestieri che dopo i Francesi e i Tedeschi, eziandio 
i Russi vi avessero la loro parte, e Taddeo Wolanski 
giunse opportuno ad interpretare le iscrizioni Osche ed 
Etruscbe con ogni guisa di lingue slave dal russo all' il- 
lirico moderno , e a dedurre per conseguenza Slavi , o 
Russi essere gli antichi popoli d' Italia. 

A siffatto torrente straniero, che oggimai rotto ogni 
argine , da occidente e settentrione tutti e' invadeva e 
minacciava sommergerai, opposero una qiialche resistenza 
i signori G. R. F. Raggio e P. Uccelli, entrambi italiani, 
il primo ricondusse le nostre origini alla Ribbia ed all'A- 
da (1); il secondo, tenendo dietro al Micali, fece di un 

(4) Roma, Discorsi dua di 6. B. F. Ràggio, Chiavarese, To- 
rino 1848. 



— 80 — 
unico stipite, ovvero Auloctooi, i varii popoli italici, l'uno 
e l'altro trattando il loro soggetto con molta erudizione, 
e l'abate Raggio specialmente con forbitezza di stile e 
profondità d'idee. 

Infine il dottore Francesco Rossi, disceso per ultimo 
in campo col conforto di molti studi e confronti, coll'e- 
same il più accurato dei monumenti , cosi combattendo 
le contraddizioni degli antichi, come quelle dei moderni 
scrittori tedeschi , si avvisò di stabilire, che tutti i primi 
italiani , eccettuati i Liguri , sono di famiglia Indo-Euro- 
pea, che i Liguri considerati da lui di famiglia Turanica 
secondo la tradizione, devono essere tra i più antichi ahi- 
latori d'Italia, dopo i quali succedono le popolazioni di 
famiglia Ariana, e innanzi a lutti gli Umbri, i Sabini, e 
gli Ausoni, poscia Eootri e Peucezi e Pelasgi d'Arcadia; 
di questi essere i Siculi che cacciati dal Tevere si spin- 
sero 6no alla Sicilia che conqiiistarono sopra i Sicani. 

XLVI. In tanta confusione di sentenze, lasciando stare 
quelle che chiaramente procedono da mania Celtica e Slava, 
si può questo però rilevare che come gli Etruschi per 
consentimento di tutti gli scrittori, furono i primi colle 
loro arti ad incivilire l'Italia, così i Liguri furono tra i 
più antichi ad abitarla. Se gli Etruschi originassero dalla 
Lidia, dalla Rezia parrebbe quistione da potersi agevol- 
mente sciogliere, considerando che gli scrittori tedeschi, 
e r italiani che loro aderiscono, confondono la prima ve- 
nula colla cacciata di quei popoli per opera dei Galli , 
dai quali fuggendo cercarono un asilo nelle Alpi Retiche, 
e colà lasciarono i monumenti di cui pure oggidì riman- 
gono qualche vestigi. Se i Liguri si conducessero prima al- 
riberia o Spagna dair Italia è dubbio, ma certo in que- 
sta tornarono da quella ; se una stessa cosa si abbiano 



— 84 — 
a dire cogi* Iberi non oserei aflermare , parendomi mi- 
gliore opinione quella che li vuole diversi, se di asiatica 
origine non è pure possibile di stabilire, non però mai di 
Celtica. 

Scillace nel Periplo pone assolutamente gl'Iberi (ino 
a Pirene, e da indi al Rodano essi mescolati coi Liguri, 
donde, questi abitando, cacciarono i Sicani messi in fuga 
dagli Iberi, e spinserli fino alla Trinacria. Questi fatti 
sebbene confusamente narrati dagli storici Greci , abba- 
stanza però ci appalesano ch*ei dovettero precedere Pin- 
vasione delle razze boreali che varcato il Beno, superati 
i Pirenei inondarono l' Iberia , dopo di essersi stabiliti 
al di qua, e al di là del Rodano. Fu allora che s'intro- 
dussero le denominazioni successivamente di Liguri-lbe' 
rici nella Spagna prima che vi si precipitassero i Celti; di 
Liguri Celttci, quando si mescolarono con essi sul Rodano ; 
di Liguri' Italici per distinguerli dai precedenti, la quale di-, 
stinzione fua'tempi de* Romani meglio signiiScala ed espressa 
di Liguri Transalpini e Liguri Cisalpini. Quindi in Gallia 
si disse Ibero'Liguria tutta la costa all'occidente del 
Bedano fino alla linea delle Cevenne ; e Cello-Liguria il 
paese a levante del Rodano fra V Isera e le Alpi, il Varo 
e il mare; locchè ci dimostra che questa parte avendo 
i Celti occupata, non riescirono essi però abbastanza po- 
tenti a sopprimere la denominazione e la potenza dei Li- 
gnrìf come in seguito fecero i Longobardi delPalta Italia, 
né a confonderli con essi. Sembra adunque, che i Liguri 
cacciati per opera dei Celti dalla Spagna, si riunissero 
a quelli che già erano nella Galliai e di quivi ai Liguri 
d' Italia dove signoreggiarono indubitatamente assai prima 
che i Celti vi traboccassero. 

E che l'appellazione di Celto o QaUlo -Ligure venisse 

Garàlb , Storia del Commercio , ecc, 9 






— 82 — 

a questi ultimi dopoché trovaronsi mescolati con quelli , 
abbastanza si rileva dalle parole di Plutarco nella vita 
di Paolo-Emilio. Egli scrive» che: « Emilio creato con- 
« sole, mosse l'esercito contro i Liguri che sono presso 
« le Alpi, chiamati d'alcuni anche Ligustini, uomini pa- 
« gnaci e coraggiosi, renduti da* Romani esperti nel guer- 
« reggiare, per essere confinanti con essi. Imperocché , 
« abitano alle falde delle Alpi nell'estreme parti dell'I- 
« talia, e in quella parte delle Alpi istesse ch'é bagnata 
« dal mar Tirreno, rimpello della Libia, gente unita ^ e 
«f mescolala coi Galli e cogli Jberi marittimi » (1). 

A questo allude ancora Sexto Avieno nei seguenti 
versi : 

« Celtarum masu 

e Crebrisque dudnm praeliis .... » 
« Ligures pulsi, ut saepe fors allquos àgit, 
a Venere in ista quae per horrenteis tenent 
a Plerumque dumos » (2). 

L'epoca della invasione dei Celti, e della loro emi- 
grazione riferendosene all'autorità di Ammiano Marcellino 
per meglio dire a quella di Timagene da lui citato do- 
vrebbe fissarsi non mollo dopo la guerra trojana ; dal 
che se ne argomenta agevolmente che quella nazione non 
godea fama di grandemente vetusta, all'opposto dei Li- 
guri chiamati Veteres. Infatti , s* é cosa certissima che 
nei tempi antiquissimi la Circumpadana fosse tenuta dai 
Liguri , niuno ha potuto finora dimostrare che i Celti vi 
annidassero prima di Belloveso. E chi sostiene il contrario, 

(1) Plutarco, Vita di Paolo Emilio, Voi. 8, pag. 3^0, tradu- 
zione del Pompei, Edizione di Firenze ^822. 

(2) SkxtUS Atienus^ Or. Marit 632. 



— 83 — 
lo deduce dall' essersi i Liguri coi Celli confusi preten- 
dendo quelli originare da questi. 

« I Liguri, scrive il cav. Bossi, checché ne dica Clu- 

< verio, che li fa venire con una ridicola etimologia dalla 

< Gallia Celtica, erano in Italia più antichi della venuta 
« dei Galli, e quindi dei Gallo-Celti, e potevano esistere 
« nelle regioni Circumpadane, Aborìgini o Itali primitivi, 
« i quali non sarebbero però stati i soli in Italia, come 
« al Bardetti è piaciuto di supporli. La cosa è tanto più 

< probabile , che tutti i più antichi popoli della terra 
« veggonsi stabiliti di preferenza in riva ai grandi fiumi 
« e se Aborigini trovavansi in varie parti d' Italia, come 
« finora mi sono forzato dì dimostrare, Aborigini, e forse 
« Aborigini Liguri dovevano pure trovarsi nei paesi Cir- 
« cumpadani ». . 

E più innanzi : « Tutto adunque cospira a provare , 
« che ì Liguri essere dovevano tra gli abitanti più an- 
« tichi della medesima (Italia) e stabiliti nelle loro sedi 
« molli secoli prima della venuta di quei Galli, dai quali 
« trasse il suo nome la Gallia Cisalpina » (1). 

Quanto venne per me allegato fin qui, sembra a mio 
giudizio, sufficiente a provare, che i Liguri, come ci at- 
testa chiaramente Strabone, sono assai diversi dai Celti, 
e più antichi di loro. La quale diversità meglio si chia- 
risce dalla natura, e dai costumi dei due popoli. « La 
« tempra dell'antichissima gente italica, (nota con singo- 
« lare assennatezza il signor G. B. F. Raggio), spezial- 
« mente di quelli che abitavano il mezzo della PeDisola, 
« è di una tal forza, cosi fatta la sobrietà dell' indole e 
e del sentimento, che non si possono confondere né colla 

(4) Op. cit. lib. I. Gap. 3. 



— 84 — 
« Elrusca , uè colla Greca, ma volergli accomuDare colla 
« Celtica è una pazzia. La schiatta Celtica tanto anche 
« oggi dalla Italica si distingue dopo essersi in mille oc- 
« casioni e nfìaniere rapprossimate, che si può argomen- 
« lare qual dovesse essere in origine la loro distanza » (1). 
Della natura poi aspra , infaticabile , austera , sobria 
dei Liguri si può leggere quanto ne scrissero Diodoro Sìculo, 
Slrabone, Possidonio, Cicerone, Livio e Virgilio, né certo 
da compararsi con quella dei Celli, rotti, insensati, feroci, 
dediti ollraciò ad una intemperanza sfrenata, e se prestiamo 
fede a Diodoro, immersi nella più sozza e nefanda laidezza 
di vivere, sicché poscia ne correva il proverbio: Gracile 
Ligure valere più che fortissimo Gallo (2). 

XLVI. Riassumendo quello che dissi sinora, e anche 
per dare una cotale conclusione al presente discorso , è 
mia opinione , cavata dal raffronto di tulle le altre più 
numerose degli scrittori greci e Ialini, non che degl' Ita- 
liani e stranieri che meno si accostano a parzialità Cel- 
tica Slava: 

1.° Che furono in Italia popoli Aborigini od Autoctoni 
ed originarii come in ogni altro paese del mondo. 

2.^ Che la prima migrazione fu per mare, venuta 
dairOrienle (3). 



{\) Op. cìt. pag. 289. 

(2) Vedi DiODORo Siculo, Lib. V. § XXXtl. 

(3) Ben so che il P. Bardetti e il Freret negano che le prime 
migrazioni abbiano avuto luogo per via di mare addncendo per 
unica ragione che con si remota antichità non può conciliarsi l'uso 
della navigazione. Ma noi intanto leggiamo che Sanconiatone am- 
mette i navigli di poco posteriori all' invenzione del fuoco. Cornelio 
Tacito afferma per mare e non per terra essersi condotti coloro che 
nelle antiche età trasmigravano. Flavio Giuseppe riferisce che dopo la 



\ 



— 85 — 

3.^ Che la seconda fu Cellica o Gallica. 

h-.^ Che la l'erza fu Scìtica ai tempi di Mario e di 
Cesare, ed entrambe queste due ultime terrestri. 

S.<^ Che i Liguri compresi forse negli Aborigini , se 
non possono agevolmente distinguersi dagl* Iberi, vanno 
separati dai Celti , o Galli , sìa per essere di questi più 
antichi, sia perchè diversi di natura e dì costumi, come 
pure tutti gli altri popoli italici, specialmente quelli posti 
HI mezzo della penisola. 

6.^ Che i Liguri sono annoverati tra gli antichissimi 
popoli d' Italia, tanto per testimonianza dì Dionigi d' Ali- 
carnasso che lì crede ceppo degli stessi Aborigini ,quanto 
di tutti gli altri scrittori greci e latini, scendendo fìno ai 
moderni , non eccettuati pure i Tedeschi ; poiché per 

confusione delle lingne a Seniiar, gran gente andò navigando a po- 
polar le isole. La stessa Genesi infÌDe ci attesta ( Gap. 4 0, N. 5) , 
che : ab his dìvisae sunt insulae gentmm in regiorùìms suis. Il quale 
passo chiosando il P. Caimet, scvìye : Nomine insularum intelUgen" 
dae sunt omnes insulae et regiones a continenti Palestinae sejun^ 
ctae, quo Hebrei non nisi mari poter ani 'proficisci, intelUge Gallias, 
Ualiam, Graeciam, Asiam Minorem, etc. 

Aggiungerò, che le più lontane memorie italiane, mentre si tace 
quasi di colonie terrestri; fanno copiosamente menzione di marittime 
in Giano , Saturno , Oenotro , Peucezio» nei Sicani, nei Pelasgi di 
Spina, nei Tirreni in Evandro, in Enea. Il Mediterraneo, il più va- 
sto dei mari interni^ non soggetto ad un flusso e riflusso violento, 
non agitato che dai soli venti, favori senza dubbio i progressi della 
nautica nella sua infanzia; al che dovette ancora contribuire la mol- 
titudine delle sue isole, e la vicinanza delle spiagge opposte^ repe- 
ribili anche senza l'aiuto della bussola. Certo è infine raccogliersi 
dagli antichi scrittori che i Liguri e gli Etruschi da tempi antichis- 
simi, e gr Italiani in generale si distinsero sul mare mentre i Fe- 
nicii e i Cartaginesi non osavano di passare lo stretto di Gades ed 
i Greci temevano di allontanarsi dalle coste. 



— 86 — 
giudizio del medesimo G. B. Niebhur: La nazione dei 
Liguri è una di quelle a cui la piccola estensione delle 
storie nostre non giunge, se non quando era già comin- 
ciata la loro decadenza. 

GoDluUociò, se io noa credo di avere sciolta la qai- 
slioDe, parmi di avervi almeno recato tanto di lume che 
basti a stenebrarla, per cui riguardando in particolare il 
mio tema , io possa ragionevolmente concludere che : / 
Liguri sono tra i primissimi abitatori d* Italia e diver- 
sissimi d'origine e di costumi dai Celti o Galli. 

CAPITOLO VI. 



Origini degli Etruschi e di Pisa — Primi fatti dei Genovesi e Pi- 
sani^ loro commercio e potenza nei mare inferiore d' Italia. 

XLYII. Dopo di avere nel precedente capitolo parlato 
con troppa più ampiezza che forse non si conveniva, del- 
l'origine dei Liguri per isceverarli dai Celti, toccai pure 
per incidenza di quella degli altri popoli d' Italia, e dissi 
degli Etruschi, stringerò qui in breve quanto per unanime 
consenso di tutti gli antichi scrittori ne riguarda la pro- 
venienza. La più verosimile è dall'Asia Minore, e di que- 
sta dalla Lidia; coi Lidii, od Asiatici ebbero comuni gli 
Etruschi, l'indole, gli usi, i costumi, la religione, le in- 
segne, la mollezza infine, le virtù ed i vizii; all'asiatico 
mescolarono qualche cosa di greco, cosi non senza ragione 
si reputano le origini loro confuse alle pelasgiche. I di- 
versi nomi di Etruschi, o Tusci, di Tirseni, o Tirreni, 
di Raseni, o Traseni ci danno forse ragione sia dell'ori- 
gine , sia del successivo arrivo loro in Italia, imperocché 



— 87 — 
Etruschi, Tusci, sarebbero italici, Tineniy o Tirreni^ 
farebbero prova del greco inoesto pelasgico; lìaseni in- 
fÌDe Traseni dimostrerebbero la loro posteriore nazio- 
nalità. Non è difficile il comprendere che uno stesso sono 
i nomi di Raseni, Traseni, Tirseni e Tirreni, i tre primi 
dei quali si trasformarono agevolmente neir ultimo; ed 
è non ispregevole opinione il credere che tanto il fìasena 
o Rasene , come il Tirseno o Tirreno sieno i nomi di 
un condottiero della nazione. Ora i dottissimi Freret e 
Niebhur impadronendosi con avidità di questo vocabolo dì 
Baseni ne trassero la più strana significazione. Raseni 
e Reti sono la stessa cosa, dunque gli Etruschi traggono 
rorigine dalla Rezia, Questo è il loro ragionamento, il 
quale stato sarebbe senza dubbio più conforme alfalto 
intelletto e alla molta dottrina che possedevano, se non 
potendo ignorare i costumi e l'avanzata civiltà delia gente 
tirrena a fronte della selvatichezza delle Alpi Reticlie ne 
avessero dedotto con maggiore verosimiglianza, che in- 
vece i posteriori Reti provenissero dai Raseni od Etruschi. 
E di vero, dal concorso di tutte le più antiche istorie si 
rileva che dei tre regni Etruschi , innanzi fu quello del- 
l' Elruria media, indi gli altri della Circumpadana e della 
Campana, che per soverchio accrescimento di popolo della 
prima, i due ultimi si stesero al di qua e di là di quella. 
La Rezia poi, null'altro fu che un ramo, o piuttosto ra- 
silo cui gli Etruschi si ripararono dalla Circumpadana 
allorché furono cacciati dai Galli ; per la qual cosa, come 
più sopra accennai , gli antichi ruderi che vi si trovano 
tuttora di etruschi monumenti ci fanno fede di quelPasilo, 
non certo dell'origine etrusca in quelle barbare regioni, le 
quali all'epoca in cui primamente furono gli Etruschi in 
Italia, erano quasi per orridezza deserte e senza abitatori. 



— 88 — 

XLyiII. Raccogliendo quanto più di verosimile si paò 
affermare degli Etruschi, è fama pertanto ch*essì discac- 
ciassero i Liguri dalle loro primitive sedi, iSssassero la 
propria dimora tra il Tevere e TArno, si allargassero 
poscia fino alla Magra ; pare die agli Etruschi o Tusci 
succedessero e venissero a riunirsi i Tirreni partiti dalla 
Lidia nell'Asia Minore, in compagnia di non pochi Pela- 
sgiy Greci. Questa nuova invasione fece dilatare il do- 
minio degli antichi Etruschi cui non bastando più la media 
Etrusca, Tirreni ed Etruschi insieme da una parte passato 
il Tevere si allargarono fino al fiume Volturno nel regno 
di Napoli, e dairaltra superato Tappennino si stesero sul 
Po, quindi stabilirono i tre regni che si chiamarono del- 
Y Etruria Centrale, della Campania e della Circumpa- 
dana, Gli Etruschi ed i Tirreni furono quelli che intro- 
dussero le scienze e le arti fra i primi abitatori d'Italia 
che ancora giacevano nella rozzezza e nella ignoranza. Si 
debbe a loro la scienza augurale che venne poscia tanto 
dai Romani coltivata, e che probabilmente segnò i prin- 
cipii della fisica. Furono anche gli Etruschi ed i Tirreni 
famosi per ogni costruzione monumentale e l'ordine loro 
architettonico detto l'Etrusco fu la base della colonia 
dorica che si svolse nell'ordine ionio e corinzio. Si resero 
ugualmente celebri nella navigazione quantunque vengano 
accusati di non avere mai abbandonato il vizio della pi- 
rateria; furono essi che dierono il nome al mar superiore 
e all' inferiore d'Italia, poiché dalla etrusca città di Adria, 
il primo si disse Adriatico^ e ir secondo Tirreno dal nome 
loro. Ma siccome gli Etruschi avevano cacciati i Liguri, cosi 
vennero essi cacciati dai Galli, dovettero per conseguenza 
perdere i due regni della Circumpadana e della Campania, 
ristringendosi 2i\V Etruria Centrale tra il Tevere e la Magra. 



— 89 — 

Fra le città etrusche che aocora oggidì si nominano non 
è però falla menzione di Pisa, essendoché, sebbene per tale 
d' alcuni si eslimi, si pretende d'allri che fosse invece li- 
gare, e seguilasse ad appartenere alla Liguria dopo an- 
cora r invasione dei Tirreni. Qualunque sia por essere il 
vero di siiTatla opinione, è fama che fondassero Pisa t Pisei 
dell'Elide presso il fiume Alfeo nella Grecia. Quando venne 
Enea in Italia, i Pisani coi Liguri congiunti lo soccorsero 
di navi nella guerra sostenuta da lui nel Lazio, e 1,000 
uomini gli accordarono, sotto di untpisano condottìere per 
nome Astia, come si legge nel libro X ddV Eneide di 
Virgilio. Dopo quaranl'un anni dalla nascita di Gesù Cristo 
ebbe Pisa il dono della religione cristiana dallo stesso S. 
Pietro. Sotto di Ottaviano Augusto divenne colonia militare 
e quando l'impero d'Occidente soggiacque alle invasioni 
dei barbari , Pisa fu tenuta in grandissimo conto dal re 
Tcodorico per la sua forza marittima. I Longobardi ugual- 
mente l'ebbero in istima, e si dice che parecchi di loro e 
tra i più illustri vi fissassero la dimora, laonde essa venne 
reputata città longobarda. 

XLIX. Intanto Genova emporio dei Liguri dopo che 
questi vennero vinti dai Romani fu fatta municipio ed 
ascritta alla tribù Galeria; in tal guisa avvisava forse 
Roma di darle un premio per avere a lei congiunta sof- 
ferto un orribile saccheggio da Magone fratello di Anni- 
bale. Cesare Augusto divisa V Italia in undici regioni, al- 
logava la Liguria nella nona. Dieci anni dopo dei Pisani, 
i Genovesi abbracciavano la religione divina di Gesù Cristo. 
' Non si sa se ve la recassero pei primi S. Siro discepolo 
di S. Pietro, o S. Barnaba, ovvero i SS. Nazaro e Celso, 
i quali sbarcali alla riva del colle di Albaro, ivi celebra- 
rono i primi misteri, dove appunto fu poscia edificata una 



— 90 — 

piccola chiesa sulle rovine di antico sepolcreto romana. 
La divisione fatta dell'Italia in undici regioni dall* Impe- 
ratore Augusto durò senza alterazione veruna fino alPepoca 
di Costanlitto. Questi fece una nuova divisione di tutto 
r impero in quattro prefetture, Tuna dell'Oriente , l'altra 
deir Illirico , la terza dell' Italia , la quarta delle Gallie. 
Queste prefetture venivano divise in diocesi e le diocesi 
in Provincie, cui si mandavano a governarle uomini con- 
solari, correttori e presidi. L' Italia fu pertanto ordinata 
in diecìsette provincie t distinte in due diocesi , la prima 
di Roma che ne abbracciava dieci, la seconda d'Italia che 
conteneva le altre sette, e capo di questa fu Milano dove 
risiedeva il Vicario italico. Di queste sette provincie quat- 
tro erano consolari e tre presidiali, una delle consolari fu 
la Liguria, non più ristretta tra il Po ed il mare, come 
era nella nona regione della divisione di Augusto, ma in 
più larghi confini ampliata e distesa. A ponente ebbe le 
alpi marittime , le Cozie e le Graie, o Greche, a setten- 
trione le Pennino , ad oriente V Emilia ed il fiume Adda 
che dividevala dalla Venezia, a mezzodì il mare; e cosi 
stette fino all' imperatore Giustiniano sotto del quale cac- 
ciati essendo i Goti, e distrutti in battaglia da Narsete » 
tra il 553 ed il 568, vennero istituite, come opina la mag- 
gior parte dei dotti, le due nuove provincie delle Alpi 
Cozie e dell'Appennino. La Liguria fece parte della prima 
posta tanto di qua, quanto di là dall'Appennino, per la qual 
cosa chiamossi la prima Gsappennina, e la seconda Tran-' 
sappennina, I Greci conservarono lungamente l' una, ma 
perdettero l'altra in breve, allorché i Longobardi scesero 
in Italia. Senonchè correndo l'anno di 641 anche la Cisap- 
penniua venne corsa e saccheggiata da Rotari settimo re 
dei Longobardi. Distrutto essendo il regno di questi ultimi 



— 94 — 
da Carlo Magno, non si sa qual destino toccasse alla nostra 
Liguria Cisappeniiiua o marittima, quello che si può sta- 
bilire con qualche fondamento di verità, si è che nella 
decadenza della stirpe di Carlomagno e nell'abbandono in 
cui lasciarono i suoi successori le marine d* Italia, i popoli 
situati sopra di queste dovettero difendersi dalle piraterìe 
degli Àrabi, o Saraceni, le quali però prestarono occasione 
di agguerrirsi e d'intraprendere i primi loro commerci, 
tanto ai Genovesi come ai Pisani. 

L. Ora il Mediterraneo che doveano trascorrere veniva 
infestato dagli infedeli che aveano allora occupate l'Africa 
e la Spagna colle isole di Sicilia, Sardegna e Corsica. Cor- 
rendo l'anno di 806 e vìvendo ancora Carlomagno, si dice 
che un Ademaro capitano forse dei Franchi, con forze li- 
guri conquistasse la Corsica. Ma sotto gli ultimi discendenti 
di Carlomagno abbandonale essendo le coste marittime i 
Saraceni moltiplicarono le loro piraterie. Fu allora che i 
pontefici fecero invito ai due popoli di purgarne il Medi- 
terraneo, ed essi tenendo l' invito, Genova , la Corsica e 
Pisa occupò la Sardegna. 

Intanto ritornavano poco dopo i Saraceni e con- 
giuntamente Genovesi e Pisani un'altra fiata gli scaccia- 
vano. Fatte sgombre e libere le due isole dalla moresca 
dominazione. Genovesi e Pisani si rivolsero all' Africa e 
penetrati nell' interno ebbero in signoria le due città di 
Almadia e Zuveila delle quali si ebbe certa notizia ulti- 
mamente per una dotta Memoria pubblicata dal conte 
Castiglione, sovra alcune monete trovate nell' interno del- 
l'Africa. Ma venuti i due popoli a contesa coli' Emir che 
vi regnava dovettero partirne. Dall'Africa alla Spagna è 
breve il tragitto e i Genovesi e Pisani vi si condussero 
strìngendo relazioni di commercio coi Saraceni. 



— 92 — 

Uno di questi per nome Alderamnien regnava in Valenza 
non solo, ma nella città di Tortosa, cento ottanta miglia 
distante da Barcellona e tredici dal mare. Vi convennero 
essi di molle cose che meglio favorivano i vicendevoli loro 
commerciali interessi. Intanto volgendo il X e TXI secolo 
Genova e Pisa non solo signoreggiavano il mare Tirreno 
ma steso aveano il corso delle navigazioni e dei traffici 
loro air Africa e alla Spagna, nella quale i Saraceni tra- 
sferivano le mercanzie derivale dalle regioni orientali. 
Colà faceansi ancora fiorire le più utili industrie special- 
mente dei cuoi che egregiamente lavoravano e del ferro 
che riducevano ad arnesi guerreschi , come di scudi, di 
elmi, di eorazze a di spade. In tal modo abbandonato 
avendo gli Arabi 1' originale costume della pirateria , e 
i Genovesi e Pisani cessata la guerra che loro facevano 
si stabilirono fra 1' una e 1* altra parte importanti corri- 
spondenze d'industria e di commercio per le quali vennero 
a riaprirsi le antiche comunicazioni fra 1* Europa, TAsia 
e l'Africa. 

Fu allora che 1* Italia scosse dall'augusto suo capo lo 
squallore barbarico, quando un memorabile avvenimento 
che sulle prime mostrava di voler distruggere cosi fausti 
principii, servì poco dopo a meglio dilatarli e stabilirli. 

CAPITOLO VI. 



Origine e conquiste dei Turchi — Pericolo dell'Europa — Le Cro- 
ciate — Privilegi e stabilimenti commerciali degli Italiani in 
Siria. 

LI. I Turchi hanno origine comune cogli Unni, ma erano 
più usati a pascolare sopra i monti Aitai, abbondanti di 



— 93 — 

cave di ferro. Nod si sa se sospinti dagli Unni e in com- 
pagnia degli Avari scendessero a luoghi più ridenti. Certo 
è che trasmigrando essi nelle vaste pianure che per loro 
si appellarono il Turchestan tra il mar Caspio e la Boc-^ 
caria si trovarono vicini e nemici dei Saraceni. Questi 
dapprima gli vinsero, se ne servirono come di schiavi, in- 
fine come di guardie e l'apparente fedeltà gli fece pure 
adoperare nelle guerre civili che fra gli Arabi si com- 
battevano. Senonchè venuti a gran numero negli eserciti 
saraceni sentirono i Turchi la propria potenza e chiesero 
allora di essere governati da un capo della loro nazione. 
Furono soddisfatti, ma il nuovo Visir, che tale si appel- 
lava l'eletto capitano, oppresse i popoli e mutò i sovrani. 
Dei nove ampj dominii usurpati dai Turchi agli Arabi 
loro signori risplendettero di maggior fama quelli di Gazna 
e dei Selgìuchidi. Sebectagi governò con sovrano potere, 
ma in apparenza soggetto al Califfo di Bagdad, le vaste 
contrade delia Transossiana e del Korasan, acquistò nello 
stesso tempo la signoria della città e provìncia di Gazna 
città posta alla sorgente dell' Indo sulla riva occidentale 
del fiume, alla pendice del Caucaso Indiano. Fu il primo 
Mamud figlio di lui ch'ebbe il nome di Sultano, stendendo 
il regno dalla Transossiana ai luoghi circostanti d'Ispaan 
nella Persia e dalle rive del Caspio alla foce dell'Indo; 
signoreggiando per tal guisa il Korasan , 1' Indostan , il 
Turkestan, e quasi tutta la Persia verso la fine del se- 
colo X. Ma essendosi Mamud giovato delle tribù pasto- 
rali dei Turcomanni, delle quali servivansi tutti gli schiavi 
turchi che aspiravano al trono, ebbe il dolore morendo 
di udirne i funesti progressi. Tra le varie tribù vi era 
quella che avea a capo un Selgiuk più potente delle altre, 
Mamud prevedendo il pericolo che gli soprastava, queste 



— 94 — 
colle altre più numerose fece condurre nelle interne re- 
gioni del Korasan, disgiunte cosi dalle tribù sorelle per 
le anopie acque dell'Osso, ed operando in modo che per 
ogni lato venissero circondate da una città a lui sotto- 
posta. La vista di queste città, la morte di Mamud in- 
citarono quelli erranti selvaggi a varcare i confìni che si 
erano assegnati loro. Massud figlio e successore di Mamud 
non valse a rattenerli, e la memorabile giornata di Zen- 
dekan città del Korasan fondò nel 1038 la dinastia dei 
Re Pastori , o Turcomanni nella Persia con Togrul-Beg 
figlio di Michele, e pronipote di Selgiuk che ne divenne 
il capo e sovrano. 

Egli mise in fuga i Gasnevidi dall'oriente della Persia, 
e di conquista in conquista li spinse insino alle rive del- 
l' Indo ; fu allora che lo scettro d*Irak trapassò dai Per- 
siani ai Turchi. Il Califfo Àbbassida di Bagdad plaudendo 
alla vittoria di Zendekan creò tosto suo vicario tempo- 
rale il Sultano Selgiuchida. A questo nella vasta potenza 
succedeva il nipote Alp-Àrslan che condusse a termine 
la conquista deirArmenia e della Georgia, e a lui il figlio 
Malek cui per la prima volta conferi il Califfo il sacro 
titolo di comandante dei credenti. Volendo Malek com- 
piere l'impresa del Turkestan cominciata da suo padre 
con innumerabile esercito, varcò il Gihon o lassarte, ne 
sottomise le bande, e da Casgar regno tartaro ai confini 
della China ampliò la sua dominazione ad occidente e 
mezzodì fino ai monti della Georgia, alle circostanze di 
Costantinopoli, alla città santa di Gerusalemme, e a' de- 
liziosi luoghi dell'Arabia Felice; il suo regno vinse in 
estensione quelli già posseduti da Ciro e dagli antichi Ca- 
liffi. Sotto la dinastia dei Seigiuchidi prosperarono le città 
dell'Asia, fiorirono la Irngia e la letteratura de' PersiaDi, 



— 95 — 
e olire questi vanti al Sultano Malek si debbe attribuire 
quello della riforma del Calendario, per ^ui VEra Gelalea 
corresse gli errori passati e avvenire con un calcolo esatto 
che superò il Giuliano, e accostossi al Gregoriano. Se- 
nonchè la morte di Malek-Sà distrusse la grandezza e 
l'unità dell'impero da lui fondato ; il fratello e i quattro 
figli se ne disputarono il trono; vennero infine ad un ac- 
cordo e ne smembrarono le parti, in quatt4*o regni. Il 
primo fu quello d' Ispaan in Persia , da cui dipesero i 
tre altri minori, il secondo di Kerman non lungi dal mare 
Indiano , il terzo di Sorta che si compose delle città di 
Aleppo e Damasco tolte ai principi Arabi ; il quarto del- 
l'Asia Minore, detta di Bum o Iconio^ dove ampiamente 
signoreggiò un Solimano, avendo per sua capitale Nicea 
non più di cento miglia distante da Costantinopoli ; poco 
dopo fu presa da lui Antiochia. E la santa città di Ge- 
rusalemme rimase soggetta al Sultano Tucus fratello di 
Malek-Sà per cui i Selgiuchidi per vent'anni ne tennero il 
governo ; indi il comando ereditario di essa passò all'È- 
miro Ortok, capo di una tribù dì Turcomanni. 

I Turchi aveano abbracciata la religione dei loro ne- 
mici, ma più feroci d'indole ne applicavano col più bar- 
baro rigore i principii. 

LII. Fin dai primi tempi del Cristianesimo i seguaci di 
questo solcano pellegrinare in Terra Santa , visitando 
tutti quei luoghi dove erano accaduti i più augusti misteri 
della divina nostra religione. Finché vi dominarono i Sa- 
raceni furono tollerati, sia per mitezza di carattere , sia 
per ragione di commercio, ma tostochè vi traboccarono i 
Turchi, tutti i Cristiani vennero orribilmente perseguitati 
e sottoposti ai più barbari trattamenti. Fuggivano essi 
qaÌDdi da quei luoghi con orrore e raccontavano in £«- 



— 96 — 
ropa le ineffabili crudeltà dei naovi infedeli, i quali come 
torrente che non ha più freno da cui sia contenuto , da 
ogni parte invadevano e già minacciavano Costantinopoli 
ultimo antemurale della cristianità. 

Imperava Alessio Conneno e sentendo soprastarli cosi 
grave pericolo indirizzavasi ai pontefici e ai diversi prin- 
cipi d'Europa affinchè riuniti in una lega salvassero questa 
dall'Asia infedele. 

Un Pietro Eremita d'Amieos tornato di Terrasanta scor- 
reva tulte le fiere, entrava nelle corti e predicava sulle 
piazze quanto avea veduto ed udilo facendo le più lamen- 
tevoli descrizioni dei patimenti sofferti dai cristiani. 

Cosi disposta l'Europa il pontefice Urbano II senti es- 
ser quello il tempo opportuno di rovesciarla sull'Asia e iu 
tal guisa aprire le antiche comunicazioni che i barbari da 
sì gran tempo aveano interrotte con quella ricca parte 
del mondo. Volgendo il 109S venne pertanto convocato 
un grande concilio prima nella città di Piacenza, iudi in 
quella di Clermont in Francia e in questo fu bandita dal 
papa la prima crociata. Una molliludine innumerevole che si 
fa ascendere a 300,000 uomini, postasi una croce sull'omero 
destro, al grido di Dio lo vuole s'incamminava impa- 
ziente del ritardo senza voler aspettare né provvigioni , 
né capi, dalle rive del Reno e del Danubio e per i pa- 
duli della Bulgheria conducevasi in Costantinopoli. Colà 
l'imperatore Greco li faceva tosto passare in Asia. Ve- 
nuti essi dinanzi alla città di Nicea dove regnava Soli- 
mano li per le insidie di questo, per la mancanza dei 
viveri e per i disagi del viaggio, di tanto numero appena 
un decimo rimaneva. 

All'infausta notizia correndo Tagosto del 1096 i capi 
dei crociati, tra i quali Goffredo di Buglione, poneansi iu 



— 97 — 
viaggio e recalisi in Coslanlinopoli , trasportali nelTAsia 
giungevano colà Hove ancora biancheggiavano le ossa de- 
gli eslinlì fralelli. 

Solimano li lenlava di avvolgerli nelle stesse trarne 
che già avea teso ai precedenti crociati, ma la m^ìggior 
disciplina, la maestria di guerra che possedevano i nuovi 
venuti li poneva in grado non solo di schermirsi, ma 
dopo un breve tempo di assedio, di occupare il 2 luglio 
del 1097 la stessa città di Nicea. Di là varcato TOronte 
volgevansi coniro di Antiochia. 

La Siria è una vasta regione, che confina all' oriente 
colTEufrale, ad occidente col Meililerraneo, a settentrione 
colla Celicia, a mezzodì coll'Arabia, col mar Rosso e TE- 
gitlo. I monti del Libano, deirAnlilibano e del Carmelo, 
la dividono nelle due parli di orientale mediterranea e di 
occideiktale marittima. I Greci la comprendevano in quat- 
tro Provincie. 

1.^ La Celesiria dalle montagne della Cilicia fino a 
Gibello. 

2/ La Fenicia fino a Giaffa. 

3.** La Palestina fino ad Asdod. 

4.^ Il paese dei Filistei fino alla città di Gaza eh' è 
Tultima per cui si va in Egitto. Antiochia è posta nella 
Celesiria, i Greci fastosi la chiamavano regina dell'Oriente 
e Telrapoli , ovvero riunione di quattro città. 

Difendevanla allora 20 mila fanti e 7 mila cavalli dei 
Turchi con una popolazione di 200 mila uomini. I crociati 
si misero ad assediarla e colle macchine dei genovesi 
riuscì loro finalmente di oUeoerla il 3 giugno del 1098. 
Dall'occupata Antiochia l'esercito crociato s' indirizzò alla 
volta di Gerusalemme e la scoperse il 5 giuguo^del 1099. 
Le macchine belliche che aveaoo servito airespugoaziooe 

Casali, Storta iél Cùmmerdo, «ee. 7 



— 98 — 

di Antiochia non potendo bastare, ne venne una nuova 
costrutta da Guglielmo Embriaco ammiraglio dei genovesi 
per cui finalmente il 15 luglio del 10^9 la santa città 
cadde in potere dei crociati. Occupata Gerusalemme fa- 
cilmente poterono insignorirsi di tutti gli altri luoghi della 
Palestina e della Fenìcia nei quali, mentre i principi cro- 
ciati contentavansi di una sterile signoria, i popoli marit- 
timi dell'Italia acquistavano privilegi e fondavano i più 
importanti stabilimenti di commercio. Quindi nelle città 
di Tripoli, Gibello, Berito o Baruti, Tiro, Sidone, S. Gian 
d'Acri, Giaffa o il porto di Gerusalemme, Ascalona, Cesa- 
rea, ecc., Genovesi, Veneziani e Pisani ottenevano una con- 
trada , una chiesa , un bagno , un forno e giurisdizione 
consolare, ovvero il diritto di tenere un console che am- 
ministrava le ragioni dei propri connazionali. Inoltre i 
loro mercanti venivano fatti esenti quasi per intiero da 
ogni dazio, cosi nelPentrala come nell'uscita. 

I Persiani e gli Arabi trasportavano nei porti della 
Siria dall'interno dell'Asia i garofani, la canella, il pepe 
e la noce moscata dell' isola di Geylan, l' indaco , i pro- 
fumi e il caffè da quella di Giava, gli avorii, le gomme, 
le pietre preziose, le carte, le tinture, ì drappi e le stoffe 
della Persia e dell'Arabia. Gli Italiani facevano l'acquisto 
di tutte queste mercanzie, trasportavanle nell'Occidente, i 
Genovesi e Pisani tentavano di diffonderle oltre i confini 
del Mediterraneo nei porti dell'Oceano. 

Per questo fine intraprendevano unitamente una spe- 
dizione contro r isole Baleari e poco dopo i soli Genovesi 
si conducevano verso le stesse sottomettendo la città di 
Almeria posta nel bellissimo regno di Granata , Tortosa 
sulla sponda orientale del fiume Ebro , Baeza sulle fron- 
tiere dell'Andalusia e Lisbona in Portogallo. 



— 99 — 

Fatte in tal modo libere le Baleari dalla signorìa dei 
Saraceni e strette avendo amichevoli relazioni colle città 
di Navarra, Murcia, Valenza e Aragona, i Genovesi e i 
Pisani procedettero oltre l'Oceano e poterono acquistare 
i prodotti e le manifatture dell'Inghilterra, del Belgio e 
della Normandia. Ebbero essi dalla prima le lane ; la ca- 
nape, le tele, le lane, i cuoiami dal Belgio e dalla co- 
sta occidentale della Francia, i vini procuraronsi col Por- 
togallo ; la cera, il miele, l'oro e l'argento dalla Spagna, 
e quei tessuti d'oro e di seta detti broccati nella quale 
industria erano valenti gli Arabi. 

Per questo esteso commercio gli Italiani possedettero 
tanti fiorili emporj quanti erano i luoghi più importanti 
che si stendevano dalla Siria all'Egitto, da questo alla 
costa dell'Africa, dall'Africa alla Spagna e trapassando 
lo stretto fino ai diversi porti dell'Oceano, dell'Inghilterra, 
del Belgio e della Normandia, dove trovandosi in comu- 
nicazione coi mercanti della Lega Anseatica facevano lo 
scambio dei prodotti e delle manifatture orientali ed oc- 
cidentali con quelle del settentrione. 

CAPITOLO VIII. 

Commercio dell'Egitto. 

IV. Le mercanzie orientali conducevansi per le quattro 
vie del golfo Persico, dell'Arabico, del mar Caspio e del 
Nero. All'ingresso del primo trovavansi nel porto di Ormuz, 
mercato fioritissimo degli Orientali, e procedendo sino al 
fondo di quel golfo dove metton foce riuniti il Tigri e 
l'Eufrate, risalivano questi due fiumi fino a Bassora in cui 
si dividono. Alcune delle mercanzie attenendosi al Tigri 



— 400 — 
entravano nella Mcsopotamìa, venivano depositate in Bag* 
daJ, residenza dei Soldani di Persia. Le altre seguitanda 
il corso deir Eufrate dall' emporio di Torisi o Tauris iit 
Persia, si versavuno nelle due Armenie e nelPAsia minore, 
ovvero seguiianiio la slessa direzione per la Caldea var- 
cato il padule di Babilonia e trascorso il deserto laddove 
alcuni rari palmizi ombreggiano ancora le marmoree ro- 
vine di Palmira, si recavano nelle città di Alcppo e di 
Damasco. Le m<»rcanzie invece destinale al golfo Arabica 
I all'entrala di questo si riposavano nel porto di Aden, quivi 
avevano la costiera degli Arabi a dritta, quella delI'Egilta 
a sinistra. Percorrendo la prima s'indirizzavano alle città 
di Moca, della Mecca e di Medina e raseniando il lembo 
occidentale del deserto riuscivano di bel nuovo alle òillà 
di Aleppo e di Damasco. Rivolgendosi invece alla seconda 
si trasportavano a Cus, di là per nove giornale di cam- 
mino alle sponde del Nilo e per altre cinque alla città del 
Cairo. Il Nilo mette in mare con sette foci, e tre di queste 
SODO famose per alireilante città; la Canopica per Ales- 
sandria , la Bolbilina per Damiala e la Fanitica per 
Rosetta. 

Y. L* Egitto non si diede dapprima al commercio ma- 
rittimo perocché una casta sacerdotale che vi regnava 
avesse per massima di governo di distogliere gli Egiziani da 
ogni estera relazione. Cionondimeno T agricoltura e l'in- 
dustria degli abitanti fece sentir vivo il bisogno d' un 
commercio interiore. Il culto delle innumerevoli divinità 
e il costume d* imbalsamare i cadaveri , spinse gli Egi- 
ziani a ricercare cupidamente i prodotti dell'Arabia e 
deir India. Laonde infiportanti comunicazioni si stabilirona 
per l'alio Egitto, per 1' Etiopia e la Libia e per 1* inter- 
mediario di Mercè o per la via di Ammonium dove già 



— 401 — 

sorgeva il gran tempio di Giove Àmmone. Questi luoghi 
servivan di siazione alle carovane che procedevano dalla 
costa meridionale del golfo Arabico o dall' interno dell'A- 
frica e dal territorio di Cartogine. I prodotti dell' Egitto 
spediti da Tebe si scambiavano colle mercanzie dell'India, 
dell'Arabia, dell'Etiopia e dell'Africa, quindi difTondevansi 
per tulio l'impero col mezzo del Nilo di cui raggu irdevole 
era la navigazione. Il re Sesosiri prevelendi) a qiial grado 
di potenza sarebbe salito l'Egitto col commercio marittimo 
concepì ridea d' un canale che congiuagesse il Nilo al- 
l'Arabico, ma r ignoranza e la superstizione dei popoli 
ferocemente mantenuta dai sacerdoti ne impedì TelTetto. 
I suoi successori non ne deposero il disegno, vollero avere 
una flotta , e siccome 1' Egitto mancava di legname da 
costruzione tentarono invano di conquistare la Fenicia e 
r isola di Cipro che ne abbondavano. Alilne i Persiani ne 
fecero la conquista, ma avendo essi una naturale avver- 
sione alla navigazione, ne ritardarono i progressi , ante- 
ponendo il golfo Persico all'Arabico. Intanto T Egitto ve- 
niva da continue rivoluzioni travagliato ; la più famosa 
delle quali lo fece annoverare fra i popoli navigatori e 
divenne in tal modo dei più commercianti paesi del mondo. 
Alessandro Magno lo riduceva in sua podestà e lardi 
pentito di avere distrutto Tiro, divisava di ediGcare una 
città greca popolosa e grande che avesse nome da lui. 
Dubbioso essendo del silo, narra Plutarco che Omero gli 
apparisse in sonno recitandoli i seguenti due versi: 

Certa isola v' ha poi nel mare ondoso 

D'Egitto in faccia, ed è Faro chiamata. ' 

Svegliatosi Alessandro si condusse tosto all' isola in- 
dicala sopra la foce di Canopo e colà edificò Alessandria 



— 102 -- 

che volle fosse il centro dell* universale commercio. La 
morte d'Alessandro non mulo le isorli della nuova città. 
Tolomeo primo dei suoi successori vi eresse un gran 
faro che venne annoveralo tra le sette meraviglie del 
mondo con una iscrizione: , 

Ai Numi tutelari, per la. utilità' dei naviganti. 

Allora una flotta militare protesse il commercio da 
ogni ostilità nemica e da ogni pirateria, favori gli stra- 
nieri e incoraggiò i dotti, sicché dalla celebre scuola di 
Alessandria uscirono le preziose cognizioni geografiche e 
astronomiche delle quali tino allora i Fenici!, i Cartagi- 
nesi e i Marsigliesi erano stati ì soli depositari. 

La conquista di parecchie contrade conosciute sotto 
il generico nome di Etiopia, poste la maggior parte solle 
rive dell'Arabia e legate per il commercio da gran tempo 
coir India accrebbero all' Egitto varie provincie ricche 
di preziosi metalli , aggiungendovi un litorale sopra di 
cui Tolomeo costrusse varie città che divezzarono gli 
Egiziani dalla vita nomade accostumandoi>li ad una più 
riposata e tranquilla. Il commercio dell' Ei^itto era di 
grani delia miglior qualità e della maggiore durata , di 
erbe, di piante, di miele destinate ad u^o di medicina e 
a profitto delle arti, del papiro per la scrittura, di lino, 
di cotone e di lane che vi abbondavano. Pelusio e Canopo 
fabbricavano tele per la navigazione e per gli usi dome- 
stici i più comuni della vita, per il gusto e per gli or- 
namenti del lusso il più ricercato. Arsinoe tesseva le 
stoffe che per la finezza e la varietà dei colori vincevano 
quelle di Tiro. Mendez dava profumi ed essenze per l'ac- 
conciatura delle donne. Naucrati e Copto facevano stoviglie 



— 403 — 
di squisito lavoro e nella fattura di cui impiegavano gli 
aromi che davano loro un soave odore. 

Diospoli fabbricava vetri di cosi splendido colore e di 
tale solidità che i più periti li confondevano colle pietre 
preziose. 

Le città conquistate dell'Etiopia somministravano pie- 
tre preziose d*ogni specie e d'ogni prezzo. 

I marmi, i porfidi e gli alabastri, di cui gli Egiziani 
facevano vasi , che aveano la virtù di conservare i pro- 
fumi nel loro stato naturale. 

L'avorio, l'ebano. Toro, l'argento e i fossili di ogni 
specie ; tutti questi oggetti per i molti canali da cui TE- 
gitto è frastagliato si avviavano in Alessandria, di guisa 
che questa città raccogliendo in sé tutti i prodotti ed i 
generi diversi del regno, si apriva a centro del traffico 
universale. 

I Tolomei non mai si rimasero dal proteggere quel 
commercio e studiavano modo di fare più agevoli e più 
sicure le relazioni tra l'Asia e 1' Egitto. Il Filadelfo ri- 
prese il disegno degli antichi re di congiungere per un 
canale il Mediterraneo coli* estremità settentrionale del- 
l'Arabico, né potendogli riuscire aperse una via più sicura 
col porto più meridionale di Berenice. 

Le mercanzie si conducevano a traverso il deserto 
fino a Copto, dove entrate nel Nilo per un canale si tra- 
sportavano in Alessandria. L*oro dei Romani si prodigava 
talmente in Egitto che Pompeo divisò di far passare le 
mercanzie dell'India per il mar Caspio e il Nero; diede 
pertanto incarico ad alcuni periti di riferire sul suo pro- 
gettOy ed essi risposero, studiati i Itioghi, che in sette giorni 
di cammino dalle rive dell'Indo, le mercanzie potevansi 
condurre nel Caspio , senonchè sotto di Giulio Cesare ed 



- 404 -. 
OUaviano Augusto operalasi la conquista dell' Egillo, il 
fatale pericolo fu alloiuanato per la città di Alessandria 
che continuò ad essere il più grande mercato del eom« 
mercio d'allora. 

Ma gli Arabi invasa la Persia, la Siria ed occupalo 
l'Egitto, volendo abbassare la grandezza di Alessandria , 
edificarono la città di Bassora e la prinoa sarebbe senza 
dubbio giaciuta in perpetuo squallore se non facevanla 
risorgere i Fatimidi che governavano l'Egitto, i quali 
essendosi resi indipendenti dai Califiì Abbassidi di Bagdad, 
per odio contro di questi ripristinarono il commercio e 
lo splendore di Alessandria. Olire di questa era ancora 
ragguardevole mercato dell Egitto la città del Cairo edi- 
ficala dai Saraceni. Quivi i mercanti Arabi adducevano i 
damaschi, i tappeti, le stoffe più rare e leggere ed ogni 
altro tessuto del più fine magisterio. 

I mercanti italiani vi recavano le armi , il ferro , il 
rame, il piombo, dei quali difettavano l' infedeli , e ser- 
vi vansene nelle guerre per essi fatte contro i cristiani. 
Laonde i Papi riprovando quel traffico fulminavano bolle 
di scomunica contro di coloro che l'esercitavano, ma i 
popoli marittimi d' Italia cui tornava di largo profitto con^ 
linuavano pure nelle lucrose loro speculazioni. 

Fin dall' epoca delle prime crociate , BaIJuino re di 
Gerusalemme prometteva ai Genovesi e Pisani la terza 
parte del Cairo con che lo avessero aiutalo alla conqui- 
sta dell'Egitto, ma la discordia dei crociali ne impedi 
reflello, inoltre i mercanti italiani cercarono di procurarsi 
gli slessi vantaggi che ricavare potevano con quella con- 
quista per mezzo di particolari Irallati couchìusi coi 
£oldani. 

Le spedizioni che si facevano nelPEgilto erano in due 



— 406 — 

epoche dell* anno, la prima di primavera , e chiamavasi 
primaverile (transùus vernalis); la seconda d'estate, o 
nella festività di San Giovanni Battista e del mese d' a- 
gosto dicevasi passaggio estivo {transitus S. Joannis Bai- 
tistm vel Augusti). 

Oltre l'Egitto frequenta vasi la costa deirAfrica e par- 
ticolarmente si avevano empori di commercio nelle città 
di Marocco, Tripoli, Ceiita, Bugea e Garbo ; colà si ac- 
quistavano i grani e l'allume, le lane , la cera , gli olii 
per il sapone, le penne di struzzo e i frutti di Harberia, 
1 quali oggetti si scambiavano coll'oro, colPargento e que- 
sti metalli , o monetati o in verga o in pasta , coi basti- 
menti e legni da costruzione. 

CAPITOLO IX. 



Commercio del mar Nero. 

LVI. Le due vie della Siria e dell'Egitto si frequen- 
tavano colla stessa utilità dai mercanti dell' Occidente , 
quando i Mammeluchi schiavi ribeili dei Turchi distrussero 
il trono dei loro signori e fondato in Egitto un governo 
militare schiantarono ogni avanzo dell'antica civiltà , in- 
terrompendo il corse d'ogni commerciale operazione. 

Fu d'uopo allora alla perdita di quelle due vie sop- 
perire colla terza del Caspio e dell' Eusioo. Certo è che 
gli antichi non mai navigarono il Caspio. I Persiani lo 
credettero popolato di spiriti maligni e di mostri feroci. 

Alessandro però avea dato ordine per la costruzione 
d' una flotta che dovesse solcarlo, ma fu collo da morte 
mentre stava per imprenderne il tentativo. 



— 406 — 

Lucullo e Pompeo vincitori dell' Ircania lo videro da 
lungi e i Romani imperatori lo trascurarono. Le mercan- 
zie orientali transitavano a mezzodì per In via di Erze- 
ron ove l'Armenia è più montuosa, si scaricavano in Tre- 
bisonda che è il porto più sicuro sulla sponda orientale 
del mar Nero. Le altre che s'indirizzavano a tramontana 
obbliquamente per il fiume Osso si recavano ad Organsi 
nella Caresmia. In questo commercio dell'Asia tra il la^o 
di Arai e il Caspio si univano ancora le mercanzie che 
non entravano nel golfo Persico, ma procedevano diret- 
tamente e per terra dall'India per il Piume Indo, il Gange 
e il monte Paropamiso colle Cinesi che veniano da Canfi- 
balù Pekino, metropoli del Cataio o China settentrionale. 
Da Organsi entravano nella Comania, faceano stazione a 
Sarai capitale dei Tartari sopra il Giaic , quindi ad Astra- 
can sopra il Volga dove questo fiume discende a setten- 
trione e per il Volga radendo il lido orientale della pa- 
lude Meotide si riposavano alfine ncirantica città di Tana* 
posta air imboccatura del Tanai o mar d*Azoff. In questo 
modo impiegavano trecento quattro giornate di cammino 
da Gambalù o Pekino fino al Tanai, ovvero duecento gior- 
nate da Gambalù ad Organsi e centoquattro da Organsi 
ai Tanai. 

Queste mercanzie che per si lungo tragitto si trasre- 
ri vano dall' estremità settentrionale della China sino al 
mare d*Azoff, venivano quindi portate nel mar Nero, e di 
là di porto in porto i» Costantinopoli. 

LVII. Quivi fino dal X secolo Amalfitani e Veneziani e 
poco dopo Siciliani , Genovesi e Pisani , avevano cominciato 
a stabilirvi le relazioni loro commerciali. Avendo già noi par- 
lato degli Amalfitani , ci occorre adesso di fare alcun cenno 
intorno agli altri tre popoli. I Siciliani, poiché vennera 



— -107 — 
in potere dei Normanni , questi attesero a pronouoverne 
il commercio , le manifatture. I Greci augusti non po- 
tendo supporlaqe che le provinole di Napoli e di Sicilia 
già da essi possedute, rimanessero in potestà di quei bar- 
bari, presero a combatterli. Giovanni Comneno mosse guerra 
al Re Ruggiero II; Pietro Potano, doge allora di Vene- 
zia, tentò di condurre a pace le due parti, e Ruggiero a 
tale uopo mandò ambasciatori in Costantinopoli. Ma V im- 
peratore violando il diritto delle genti fece assassinarli. 
Arse d'ira Ruggiero e volle toglierne vendetta. Allestì 
quindi una flotta che diede in governo ai più valorosi ca- 
pitani, la fece salpare per la Dalmazia e 1* Epiro e per 
quella furono in breve occupate Gorfù, Gefalonia, Corinto, 
Tebe, Atene e Negroponte. Grandissima fu la preda che si 
ritrasse da quei paesi; ma la più utile, quella fu che fra i 
prigionieri si condussero in Sicilia erano molti operai capaci 
del lavoro delle sete e dei panni. S' introdusse pertanto 
Dell' isola l'arte della seta e delle lane, per la qual cosa 
li sciammiti e le stoffe, che soltanto fino allora ricevevansi 
dalla Grecia e dalla Spagna, diminuirono di prezzo per i 
lavori dei Siciliani che riusciti eccellenti in quelle mani- 
fatture, le difTusero tosto in tutte le italiane città. L'arte 
delle lane acquistò ancora un grande sviluppo, imperocché' 
gì* Italiani impararono dai Greci il modo più perfetto di 
tessere , cimare e soppressore i panni con meravigliosa 
lucentezza. La saviezza dì Ruggiero fu tale che conchiu- 
sasi la pace coli' impero, restituì tutti i prigionieri» riser* 
vandosi quelli di Corinto e di Tebe, i quali erano appunto 
gli artefici che tanto giovavano all' incremento delle arti 
m Sicilia. Né il disegno del Re normanno si an*estò a) 
maggior progresso del commercio e delle manifatture , ma 
Si volse ancora alla marina ed alla nautica. Imperfette 



— 408 — 

«rano le cognizioni geografiche dei Greci e dei Romani ed 
egli volendo ampliarle commise ad un arabo per nome 
Eldrisi, che era lo Strabone dei suoi tempi» di lavorare un 
^lobo terracqueo onde meglio regolare la navigazione d'al- 
lora. EJ ebbe effello in lai modo il celebre mappamondo 
di quaranta libbre d'argento. 1 Genovesi e i Pisani non altri- 
menti dei Siciliani avevano cercalo di farsi innanzi nelle 
j)egoziazioni coli' imperiale metropoli. 

LVIII. Fin dal 1106 i Genovesi ottenevano facoltà di 
stabilìrvisi. Nel 1120 un corpo di Li»;uri veniva incaricalo 
della difesa di quella città. Nel 1142 si riduceva dal 20 
al 10 per cento il dazio che si pagava per le mercanzie 
genovesi. Inlìne nel 1155 un trattalo tra l'imperatore Em- 
manuele Comneno e la repubblica di Genova , accordava 
ai mercanti di questa una contrada con fondaco ed altre 
importanti esenzioni nella città di Costantinopoli. 1 Pisani 
le stesse e forse maggiori cose avevano conseguito cou una 
particolare convenzione Ano dal 1115. 

Fu allora che i Veneziani ebbero gelosia di questi due 
popoli e cominciarono fra di loro quelle ostilità che li di- 
visero per tanto tempo. GÌ* imperatori Greci, mentre sen- 
tivansi costretti a tollerarli per il grande profitto che ri- 
cevevano i loro popoli, cionondimeno gli aizzavano gli uui 
contro degli allri, avendo adottalo a massima di poli- 
tica di mantenerne continua la discordia. I Genovesi con- 
siderando essere instabile e pericolosa cosi fatta condizione, 
ed anche perchè caduto il regno Gerosolimitano , videro 
la necessità di trasportarsi in siti più acconci e sicuri 
al loro commercio , quindi passato lo stretto fattisi ad- 
dentro nel Mar Nero stabilirono lungo la costa settentrio- 
Bale di quello alcuni emporii che meglio avvantaggiassero 
i propri commerciali interessi. Nella penisola Taurica» o 



— 409 — 
moderna Crimea, si erano da qualche tempo s! abiliti al- 
cuni Barbari chiamati Polowces Comani, da questi i Ge- 
novesi, mercè il pagamento d'un tributo, ottennero il per- 
messo di poter fondarvi parecchi stabilimenti. È questa 
la origine delle famose colonie eJ il princìpio di esse 
volgendo la fine del secolo XH. 

Passato quindi il Bosforo Cimmerio s' introdussero al 
Tanai e sulT imboccatura di questo fondarono una città 
chiamata da essi, la colonia della Tana, dove pure i Pisani 
eressero un porlo detto Porto Pisano. 

In tal guisa T uno e l'altro popolo si trovò più vicino 
a quei luoghi per cui si diffondevano nel mar Nero e dr 
colà in Costantinopoli le preziose derrate della China e 
dell'India. 

Conosciuti tali fatti i Veneziani infiammarono vie[»piìi 
di odio contro Genovesi e Pisani e andavano meditando 
un disegno che potesse far loro sicure le sorti nella città 
stessa di Costantinopoli, senza venire soggetti ai capric- 
ciosi arbitrii dei greci imperatori. 

Ebbe a confermarli viemmeglio nel divisato proponimento 
un trattato che nel 1175 la repubblica di Pisa riusciva* 
a conchiudere col Soldano d'Egitto. Si concedeva per que- 
sto ai mercanti Pisani la libera navigazione del Nilo e la 
più ampia introduzione delle loro mercanzie in quel regno, 
oltre ciò, esempio singolare, il Soldano ordinava ai doga- 
nieri di Alessandria di apparecchiare ogni cosa e dare 
pronta spedizione alle navi pisane ogni qualvolta dovevano 
salpare per i porti dell* India, la qual cosa ci dimostra che 
fin dal 1175 gli Italiani si recavano all'India e diretta- 
mente di là senza rintermediario di altri popoli ricavavano- 
le mercanzie asiatiche. 



CAPITOLO X. 



Quarta Crociala — I Fiamminghi coi Veneziani conquistano la città 
di Zara in Dalmazia, indi congiuntamente muovono contro di 
Costantinopoli. — Occupazione di questa città per cui il com- 
mercio orientale cade in potere dei Veneziani. 

LIX. Slava Venezia avvisando al mezzo più oppor- 
tuno per stabilir meglio il suo commercio nella metropoli 
deirOrienle, quando le si offerse la seguente favorevole 
occasione. Morto era il Saladino d'Egitto correndo Tanno 
di 1200 e i crociati della Siria, approfittando del disor- 
dine in cui si trovavano avvolti i successori di quella, 
pensavano a riconquistare la città di Gerusalemme e di 
là incamminarsi ali* Egitto. 

Siedeva sul soglio di S. Pietro il Papa Innocenzo HI 
e secondando quel moto bandiva la quarta crociata. I 
baroni francesi, specialmente, impugnavano le armi , e 
accorrevano alla santa spedizione, facendo loro capo il 
Conte di Champagne e questi essendo morto , Bonifacio 
marchese del Monferrato. Ma la via di terra avendo essi 
sperimentata difficile e pericolosa deliberavansì a segui- 
tare la marittima. Yolgevansi perciò a Venezia affinchè 
provvedesse loro tanti legni quanti erano necessari per 
imbarcarvi 4,500 cavalli coi loro cavalieri, 9,000 uomini 
d'arme e 20,000 fanti. Consentiva Venezia alla domanda 
e pronta era a somministrare 1* occorrente con viveri e 
macchine guerresche per la somma di 85,000 marche di 
argento equivalenti a 56,666 libbre d'argento» inoltre sen* 



— Mi — 
z*obbligo alcuuo oiTeriva di accompagnarli colla scorta di 
ì)0 galee. 

I crociati si dierono allora a raccogliere la richiesta 
somma, ma quantunque vi adoperassero ogni sforzo non 
riuscirono a raggranellare che sole 55,000 marche, rima- 
nevano quindi 30,000 marche ancora per soddisfare allo 
intiero prezzo. 

Teneva il dogato Enrico Dandolo vecchio nonagenario, 
il quale già console de* suoi connazionali in Costantino* 
poli, vi era stato accecato con una lastra rovente di ferro 
dall' imperatore ed egli serbava profonda in petto la memo- 
ria dell'ofTesa e il desiderio della vendetta. Vide quindi nella 
domanda dei crociati il mezzo di riparare Tuna e di sod- 
disfare all'altra. Rispose, che per la mancanza delle S0,000 
marche la repubblica accordava loro una dilazione con 
che TavesseiH) aiutata alla conquista della città di Zara, 
che si era ribellata. Accettarono i crociati sebbene il le- 
galo pontificio che ne seguitava il campo vi si opponesse. 
Mossero quindr contro di quella città e la ridussero in 
breve all'obbedienca. 

Allora nuovo accidente sorgeva» gli ambasciatori di 
Alessio figlio dell' imperatore Isacco Angelo, cui era stato 
usurpato il trono dal fratello, si presentavano in Zara in- 
vitando i crociati a rimettere sul trono di Costantinopoli 
il legittimo principe. 

In questa città una lunga serie avea avuto luogo di 
tiranniche usurpazioni ; alla famiglia di Emmanuele Gom- 
neno toglieva l' impero Andronico , a lui Isacco Angelo 
e a questo il fratello Alessio, il quale accecatolo e ca- 
ricato di catene gettavalo in fondo di una torre. Deplo- 
rabili volgevano le condizioni di Costantinopoli in cui d'ogni 
parte pullulavano le sètte » gli usurpatori aiutandosi di 



quelle e moltiplicandole davano loro forza ed audaci». 
Latini e Greci , per discordia di religione « per ragioit't 
d'interessi commerciali odiavansi , calunniavansi ed ogni 
occasione afferravano per combattersi sotto 1* usurpatore 
Isacco Angelo; i Greci prorompendo a sedizione aveano 
fatta la più orribile strage dei Latini ; ed era allora che 
i legati di questo istesso imperatore balzato dal trono 
per il fralello Alessio, si recavano in Zara a perorarne 
la causa. Nulla ottenevano, quindi il Ggtio istesso dell' im- 
peratore decadtito conducevasi alla presenza dei crociati 
mostrando loro I' utde dell'impresa, e quanto sarebbe loro 
tornalo meglio di rivolgersi alla Siria per mezzo di Co- 
stantinopoli piuttosto che muovere contro l'Egitto. Il par- 
tito alfine vincevasi per il favore dei Veneziani , contro 
le gravi opposizioni del legalo pontificio e dei più pru- 
denti tra i crociati, i qunli non sapeano persuadersi che 
la' crociata contro gli infedeli dovesse indirizzarsi a danno 
dei cristiani. 

Salpava intanto la veneta flotta numerosa di 500 legni, 
navigava a Corfù superava il Capo Malico , approdava a 
Negroponte e ad Andros, gettava le àncore ad Abido sulla 
riva Asiatica dell* Ellesponto; giungeva alla vista di Co- 
stantinopoli. 

LX. Urbs Magna chiamavasi Costantinopoli dai po- 
poli del medio evo; secondo gli storici avea essa una po- 
polazione di più die due milioni d'abitanti. Questa città 
sollevandosi come la capitale del mondo cristiano, sopra 
i sette colli dominava i due continenti. Le acque delia 
palude Meotìde e del Mar Nero quasi le facciano tributo 
di sé si versano nel canale che ha nome da lei e ne ba- 
ciano le falde. Sopra queste acque riunite dell'Europa e 
dell'Asia una selva di legni traghittava allora le mercanzie 



— 443 — 
dall'una all'altra sponda permutandole orientali colle oc- 
cidentali. Costantinopoli sedeva nfiaestosa mente regina in * 
mezzo a quel commercio e raccogliendo a sé i due conti- 
Bcnti riceveva Tomaggio dei loro prodotti. La flotta veneta 
varcava lo stretto della Propontide e ponea a terra Te*- 
sercito sulla costa meridionale del Bosforo. Meraviglioso 
spettacolo offerivasi dinanzi ai crociati; come a vasto anfi- 
teatro schìudevasi Topposla sponda che contiene il golfo di 
Grisoceras; in fondo torreggiava il palazzo imperiale. 

Quinci vedovasi la capitale che occupava tutto lo spa- 
zio tra il golfo e la Propontide, quindi il sobborgo di Pera 
e a quello soprastante, bellissimo a vedersi, il castello di 
Calata. 

All'ingresso del porto e lunghesso la catena che lo 
chiudeva stava la flotta imperiale di 20 galee ordinate a 
battaglia, sulla spiaggia un campo di 70,000 combattenti, 
e in mezzo a loro il padiglione imperiale rosseggiante di 
porpora e d'oro. 

Ma tutto questo aspetto di guerra e d'insensato fasto 
il valore degli Occidentali faceva in breve dileguare. L'u- 
surpatore Alessio nel fervore della mischia abbandonava 
la battaglia e con 10,000 libbre d'oro fuggendo per il Bo- 
sforo ricoveravasi ad un piccolo porto della Tracia. I 
Greci rimasti senza capo deposero le armi che avevano 
vilmente impugnate, corsero alla prigione dell' imperatore 
Isacco Angelo, insieme col figlio lo ritornarono al possesso 
del trono, mandando ai crociati affinchè cessassero 1* o- 
stilità. £ questi, feroci, come allora correvano i tempi, 
moltiplicarono le persecuzioni e le oppressioni contro i 
vinti, destarono un incendio che per otto giorni e otto 
notti consumò quanta parte per un tratto di una lega si 
stendeva della città dal porto alla Propontide. I due 

GoÀLB, Storia del Commercio, eco, B 



— 1U — 
ristabiliti imperatori dovendo soddisfare alle condizioni one- 
rose pattuite coi Latini vennero tosto in odio ed in di- 
spregio dei loro popoli, di guisa che anch'essi balzati dal 
trono fu dichiarato questo vacante e per singolare igno- 
minia non si trovò più alcuno che volesse occuparlo. Al- 
fine un Mursutlo sì cinse la corona e svegliato un tumulto 
fece uccidere per questo il figlio Alessio e poco dopo il 
padre suo Isacco Angelo. Un secondo incendio più lungo 
e pericoloso del primo travagliava Costantinopoli. A ciò 
aggiungevasi un nuovo assedio cui veniva costretta l'im- 
periale città dai Latini, ed un terzo incendio, il quale ne 
divorava tanto spazio uguale a quello occupato da ire 
delle maggiori città della Francia. Sutcedeva nello stesso 
tempo un orribile saccheggio, non si perdonava né a cose 
sacre o profane. Le statue monumento deiranlica sapienza 
venivano atterrate, vilipese e distrutte. 

Sentirono alfine i Latini urgente il bisogno di mettere 
un termine a tanta desolazione e poiché col secondo as- 
sedio divenivano gli assoluti signori di Costantinopoli vol- 
lero riordinarvi io Stato. Nominarono dodici Elettori, sei 
Francesi e sei Veneziani, si stabili per patto che se V im- 
peratore eletto fosse francese, il patriarca, principale di- 
gnità dopo di quello, sarebbe veneziano e cosi viceversa. 
Del bottino ricavato dal saccheggio si fecero quattro parti, 
tre delle quali furono divise per metà tra Veneziani e Fran- 
cesi , e la quarta venne riservata all' imperatore futuro. 
Il quale fu Balduino conte di Fiandra e di Hainaut. Ma il 
maggiore e più essenziale vantaggio di tutta la conquista 
toccava ai Veneziani. Degli otto rioni in cui dividevasi 
Costantinopoli, tre diveniano loro proprietà. A Venezia pure 
si concedevano Gorfù, Gefalonia e tutte le isole dell'Arci- 
pelago, la Morea, la Frigia coi porti e con tutti i golfi 



— 115 — 
e seùi di mare che dall* Eliesponlo vanno al mar Nero. 
L'isola di Candia ancora le veniva ceduta dal marchese di 
Monferrato. In lai guisa la Veneta repubblica rimaneva al 
possesso dei tre regni, dell'Illirico, di Candia e della Morea. 
Inoltre signoreggiava ancora il Bosforo e la Propontide fino 
al mar Nero, quindi per la Morea poteva a talento volgersi 
a Gerusalemme, a Tiro e a S. Giovanni d'Acri, pell'isola 
di Candia avea un punto centrale alle sue navigazioni col- 
TAnatolia, coirArmenia, colla Siria e coli' Egitto. Per il 
Bosforo infine acquistava Venezia meglio di trenta porti, 
alcuni situati sulla costa d' Europa ed altri sopra quella 
dell'Asia ; iosiguorivasi perciò del commercio che si faceva 
io quei luoghi del pesce salato. Abbondantissimo era il 
Bosforo di tonni o palamide, le quali nella stagione inver- 
nale fuggendo le acque rigide e fredde dell' Eusino avvia- 
vansi per quel canale ritornando nella stagione di estate 
alle prime loro dimore. Mentre non ancora erano scoperti 
i banchi di Terranuova sulla costa orientale dell'America, 
né facevasi il traffico dei baccalari, grandissimo era il pro- 
fitto che ridondava dalla pescagione e dalla vendita degli 
stessi tonni o palamide. Secondo lo storico greco Gregoras 
Costantinopoli ne ricavava un annuo lucro di 10,000 mo- 
nete d'oro. 



CAPITOLO IX. 



Genovesi e i Pisani aiutano V imperatore Enrico VI air inapresa 
di Sicilia — Guerra dei primi coi Veneziani per l' isola di Gan- 
dia — Quinta e se-ta crociata — I Genovesi ristabiliscono 
r impero Greco — Colonia di Galata — Predf)minio marittimo 
di Genova. 

LXI. La improvvisa e straordinaria potenza acquistata 
dai Veneziani in Costantinopoli fece sgomento ai Genovesi 
e Pisani, i quali si avvidero che a nulla tornavano gli 
stabilimenti loro commerciali del mare d'^zofT e del Nero, 
se le mercanzie orientali derivale di colà mal poteano 
avere libero e sicuro passaggio in Occidente. Pensarono 
allora a ravviarsi per la Siria e l'Egitto e prima opera- 
zione di questo loro tentativo si fu di aiutare V imperatore 
Enrico VI nelPacquisto della Sicilia. Quantunque egli 
avesse ereditato le provincie napoletane e siciliane per il 
matrimonio colla superstite dei re Normanni, cionondimeno 
] papi si erano fortemente opposti al suo regno non po- 
lendo vedere riunite sul medesimo capo le due corone 
dell'impero e di Sicilia. Fu d'uopo pertanto ad Enrico 
di ottenerne il possesso colle armi, e Genovesi e Pisani 
glielo agevolarono colle proprie flotte. 

L' imperatore concedette ad essi molti ed importanti 
privilegi col dono ancora della città di Siracusa ed altre 
terre dell' isola più acconcie al commercio dei due popoli. 
Vennero però bentosto a discordia e Siracusa in prima 
occupata dai Pisani fu loro tolta dai Genovesi. 

Mentre venivano a combattimento le due repubbliche, 
Genova si trovava egualmente in guerra colla veneziana. 



— 147 — 

per r isola di Camlia. Questa era slata data ai marchese 
di Monferrato per compensarlo in lai modo della priva- 
zione della corona imperiale, ed egli si era posto in trat- 
talo di vendita coi Genovesi. Ma i\ vecchio Dandolo, il 
4]uale non voleva lasciarsi sfuggire un cosi importante em- 
porio, indusse il marchese a doverla invece cedere ai Ve- 
neziani per 100,000 marche d'argento. 

'Ardeva pertanto la guerra Ira Venezia e Genova* 
quando il pontefice Innocenzo IH, sia per farla cessare 
sia per ridurre in atto l'antico disegno della crociata con- 
tro gli infedeli, convocava TU novembre del 1215 in S. 
Giovanni di Laterano in Roma un concilio nel quale ve- 
niva bandita la quinta crociata contro l'Egitto. Ma ben 
v^devasi che Tesilo dell'impresa slato sarebbe incerto 
senza il concorso dei ire maggiori popoli marittimi d'Italia. 
Il pontefice quindi affretlavasi a definirne le difierenze, 
quando cólto da morte al desideralo fine provvide con mi- 
glior effetto il successore di lui Onorio IH. 

Volgendo il 1218 fu conchiusa la pace tra Venezia» 
Genova e Pisa per un legato pontificio nella città di Parma. 
PriDcipali condizioni di quella furono : 

i.^ Che i giudici d'Arborea e di Cagliari in Sardegna, 
argomento di grande disputa tra i Genovesi e Pisani, 
avrebbero conservato gli aviti dominii. 

2.0 Che il conte Alemanno Costa riterrebbe la città 
di Siracusa, ed Enrico Pescatore quella di Malta, entrambi 
però come vassalli dei Genovesi. 

3.0 Che Corfù, Modone e Corone sarebbero libere. 

4."^ Che l'isola di Candia rimarrebbe ai Veneziani. 

S.® Che i Genovesi in tutte le terre dell'impero Greco 
pagherebbero soltanto quei diritti che solevano al tempo 
dei Greci. 



— 448 — 

6o Che nelle terre deirAdriatico gli slessi Genovesi 
darebbero il 10 per cento in mare e il 5 in terra. 

7.0 Che per dimostrare essere sincera la presente pace 
tra i due popoli, sulle proprie galee innalzerebbero gli uni 
la bandiera degli altri. 

Dopo questo trattato la crociata cui presero parie 
dugenlo mila Europei s'indirizzò a Cipro, da quest'isola 
in Siria e di là per TEgitto. Damiata venne assediata e 
presa poco dopo dai crociali, ma le loro discordie por- 
sero occasione agi' infedeli di riprenderla in breve , di 
guisa che qualche anno dopo fu mestieri di bandire una 
nuova crociala che si chiamò di S. Luigi IX poiché egli 
era il capo di quella. 

Dapprima incontrò esilo favorevole e la città di Da- 
miata fu ritolta ai Turchi. I principali capi dell'esercilo 
cristiano caddero in un agguato per cui lo slesso re di 
Francia coi duchi d'Àrtois e d'Àngiò suoi fratelli rimasero 
prigionieri dei Mammalucchi. La virtù dei Genovesi riuso) 
a far ottenere al monarca francese la libertà e la vita. 

Intanto le continue dissenzioni fra i crociati di Terra 
Santa, le ambizioni e l'orgoglio degli ordini cavallereschi 
e specialmente dei Templari faceva sentire l'imminente 
pericolo e caduta di quello che ancora colà avanzava di 
regno ai cristiani. 

I Genovesi e i Pisani veduto avendo inutile non solo 
ma pregiudizievole il tentativo delle ultime crociate, con 
maggiore proposilo pensarono ad atterrare 1* impero dei 
Latini e ristabilire il Greco in Costantinopoli. 

LXII. Dopo la caduta di questo, aliri tre dai Greci si 
erano fondati nella città di Nicea, Trebisonda e nell'Epiro. 
Nella prima a Teodoro Lascari era succeduto il genero 
di lui Giovanni Va tace, a questo il figlio Teodoro e a 



— 419 — 

Teodoro» Giovanni. Il quale essendo in minorile età veniva 
governalo dal proprio tutore Michele Paleologo, in prima 
suo collega, quindi oppressore e tiranno del suo pupillo. 

I .Genovesi conoscendone la destrezza dell' ingegno, l'am- 
bizione e il valore, presero concerto con lui onde portare 
a fine la meditata impresa. Fornirono quindi al Paleologo 
dieci galee e sei navi, con questi aiuti e con altri som- 
ministrati dai Pisani potè egli muovere contro Costan- 
tinopoli dove commosso e a lui favorevole l'antico partito 
dei Greci, riuscì agevolmente ad abbattere l' imperatore 
latino e per mezzo di una generale sollevazione fece pro- 
clamare sé stesso come imperatore in luogo di BaIJuino IIL 

II felice successo dovuto in gran parte agli aiuti dei 
Genovesi procurò a questi segnalali privilegi di commercio 
e molte terre tra le più importanti di queir impero. Tra 
le altre vennero assegnate al dominio della repubblica di 
Genova, Smirne, Adramito, Salonicco, Cassandria, Scio, 
Metellino» Candia e Negroponte. Ma il maggior dono che 
De riportarono i Genovesi fu la colonia di Galata. 

LXIll. Sice, Galala e Pera sono nomi quale più an- 
tico quale meno, della medesima abitazione. Ella è posta 
a levante rimpello al lato sinistro di Costantinopoli e fra 
mezzo è il porto. Le acque marine la bagnano da tre 
parli dandole l'aspetto di una penisola restringendosi a lei 
dinanzi, allargandosi poscia. 

Havvi una spiaggia non meno sicura che comoda ai 
naviganti, foltissima di magazzini per allogarvi e vendere 
le merci d'ogni contrada. Una grossa muraglia la circonda 
con moltissime torri e selle porte, tre delle quali ne ri- 
guardano altrettante di Costantinopoli. La più orientale si 
chiama porla Catena , perchè si può chiudere l' ingresso 
del porto con una catena che si stacca da questa e 



— 420 — 
sostenuta da alcune pile in più luoghi si distende alla porta 
Orea sotto PAcropoli. Tre volte i Genovesi ampliarooo 
come il cerchio della propria capitale quello della loro 
colonia e si vede ancora un triplice muro a ponente e an 
doppio a levante. Lo intero circuito è di 4,700 passi» la 
lunghezza supera la larghezza tre volte. Le case comin- 
ciano al piano, e si stendono sul dorso di una collina siffatta 
che se tulle fossero d'eguale altezza, tulle vedrebbero il 
mare. In cima dell'abilalo sorge una torre eguale a quella 
del ducale palagio della metropoli c;he ancora al presente 
si chiama la torre dei Genovesi. Da questa fino alla vetta 
del colle sono 300 passi di salila disoccupata. Sul giogo 
medesimo domina da mezzodì a tramontana un piano 
bellissimo largo 200 passi e due miglia lungo diviso nel 
mezzo da una strada la più bella del mondo. Da quella 
un solo sguardo abbraccia tre mari; il Bosforo, il golfo 
Ceratine e la Propontide. Quindi il sobborgo di Galata, 
le colline verdeggianti di Costantinopoli, la Bitinia e il 
monte Olimpo sempre carico di nevi. Le valli laterali 
sono cosi cresciute d'abitazioni che sembrano da lontano 
unirsi alla città stessa e formarne una sola. Certo che 
se r impero Greco durava ancora cento anni. Pera diven* 
tava una seconda Costantinopoli. 

La sagacità dei Genovesi nello scegliere luogo si op- 
portuno non fu meno evidente di quella dimostrata da 
essi nei successivi acquisti che vi .aggiunsero. Per patto 
segreto con l' imperatore greco Cantacuzeno ebbero fa- 
coltà di edificare un castello sulle due bande scoscese 
verso lo sbocco del Bosforo e laddove questo tanto si 
restringe che gli antichi le chiamavano le serrature o le 
chiavi del mar Nero. Il castello d*Ettropa è in polvere, 
ma quello dell'Asia mostra ancora due torrioni a difesa 



— 424 — 

della porta esteriore colle armi genovesi e l'anno coroso 
io che furono scolpite. Qaesta descrizione della famosa 
colonia di Calata ci è data da Pietro Giglio, testimonio 
oculare » che fioriva nel secolo XV. 

Con questo importante possesso i Genovesi acquista- 
vano il dominio del passaggio tra l'Asia e l'Europa come 
già avevano quello tra il mar Nero e il Tanai col Bosforo 
Taurico per le due fortezze di Kertchz e Tamano. 

LXiy. Intanto lo stesso sgomento che avea colpito i 
Genovesi colla formazione dell' impero latino in Costanti- 
Dopoii invadeva i Veneziani per il ristabilimento del Greco, 
quindi ricorrevano a tutti i mezzi, adoperavano ogni sforzo 
per mettervi riparo. Volgevansi al pontefice Urbano IV 
e provocavano una bolla di scomunica non solamente 
contro il nuovo imperatore, ma contro i Genovesi e il 
loro governo, riuscivano infatti ad abbatterlo col capitano 
Guglielmo Boccanegra che lo reggeva, siccome colui il 
quale era l'autore della famosa convenzione tanto fatale 
al commercio di Venezia. Si appigliavano infine alle armi 
e le due repubbliche prendevano a combattersi in ogni 
mare. Quella di Genova turbata profondamente dalle in* 
testine discordie toccava due memorabili sconfitte dalle 
flotte Veneziane al capo di Malvasia nella Morea e a 
Trapani in Sicilia. Nel primo luogo di 35 galee genovesi 
11 soltanto prendevano parte al combattimento, poiché le 
restanti quasi tutte composte di ghibellini, non vollero 
secondare il generale ammiraglio che apparteneva alla 
fazione dei guelfi. 

Questi fatti però indussero l'imperatore Michele Pa- 
teologo ad una tregua con Venezia , per la quale si fa-» 
ceva da esso facoltà ai Veneziani di ritenere tranquilla- 
mente il possesso di Modooe, Corone, dell' isola di Gandia 



— 422 — 
e degli altri luoghi dell'arcipelago. Concedeva inoltre che 
i Veneti potessero estrarre dalle terre deli' impero taato 
frumento che ascendesse a cento moggia^ purché noa ol- 
trepassasse il prezzo di 50 perperi per moggio. Questa 
tregua non alterò lo stato delle relazioni tra l' impera- 
tore Greco e i Genovesi, il primo si pose ad arbitro per 
le contese dei due popoli decretando che non potessero 
venire a guerra tra quello spazio che si stendeva dallo 
stretto di Abido alle fauci del mar Nero, e se l'uno di 
essi avesse mosso assalto e recato danno alle mercanzie 
e alle persone dell'altro, egli avrebbe il danno rifatto ri- 
servandosi il regresso contro gli assalitori. Senonchè la 
conclusione del trattato tutta dovevasi alla efficace nie- 
diazione di S. Luigi IX re di Francia, il quale pensando 
ad una nuova crociata sentiva di non poterla es^uire 
senza 1' unito concorso di Venezia e di Genova. 

Noleggiava perciò la flotta dell' una e dell' altra re- 
pubblica con una schiera di diecimila genovesi, e la cro- 
ciata partiva dal porto di Acquemorte in Provenza. Si 
indirizzava alla volta di Cagliari in Sardegna, quivi fir 
questione se si dovesse piuttosto rivolgere contro la Sìria 
o contro l'Egitto, né potendo conciliarsi le due opinioai 
si ricorse ad un terzo partilo, di muovere cioè contro di 
Tunisi, punto medio tra gli Slati degli infedeli e la Cri- 
stianità. Deliberatasi l' impresa , i legni crociati diedera 
fondo nel golfo di Tunisi presso le rovine dell'antica Car- 
tagine, e i primi tentativi vennero coronati da felice suc- 
cesso. 

Ma in quella stagione estiva sotto un cielo ardeulis- 
simo cominciò a serfieggiare una fiera pestilenza di cui 
caddero in breve viujme il figlio del re e poco dopo il 
re medesimo. Appena morto San Luigi giunse in Tunisi 



— <23 — 
ii Cratello il Ini Carlo d'Aogìò, il quale strinse un trat- 
tato con quel Bey, che fa costretto a riconoscersi triba- 
tario del re di Napoli e di Sicilia col prezzo di cinqaaii- 
tadw mila once d'oro e di allrellaate dopo due anni. 
Coodiisa questa convenzione i crociati abbandonarono le 
cosie della Barberia e Carlo d'Aitò si diede allora ad 
effeitnare il suo disegno della c<Miqaista di Costantinopoli. 
Ma mentre il aionarc» francese sulle rovine della casa 
di Svevia , avea stabilito il suo dominio nelle provìncie 
meridionali d' Italia, e di là riguardava al possesso del- 
r impero orientale segretamente istigato dai Veneziani 
pronti a dargli soccorso , il Papa, V imperatore greco, i 
Genovesi e il re d'Aragona insieme tutti cospirando contro 
di W , ne abbattevano improvvisamente la potenza col- 
ravv«mifl»ento de' Vespri il I2S2. 



CAPITOLO XIL 



Potenza e grandezza dì Pisa *- Saa rivalità e guerra con Genova 
— Battaglia della Meloria — Sconfìtta e caduta di Pisa — La 
repubblica di Genova diviene arbitra del Mediterraneo. 

LXV. Fin dal secolo IX Genovesi e Pisani si erano 
mossi insieme a cacciare i mori dalla Corsica, dalla Sar- 
degna, dall'Africa e dalla Spagna. Accadute essendo le 
prime crociate unitamente si condncevano in Terrasanta, 
ottenendo colà molte esenzioni di commercio dai principi 
e baroni che vi avevano acquistato il dominio. In Co- 
stanttfiopoli ancora concorrevano nel con^>eguire da quegli 



— i24 — 
imperatori molti privilegi gareggiando ciascuno dei due po- 
poli per meglio procurarsene i benefizi e le grazie. 

Navigavano il mar Nero e penetravano congiuntamente 
in quello d'AzofT, risalendo in tal modo alle più remote 
sorgenti delle asiatiche mercanzie. 

Ma con tuitociò i medesimi interessi e le stesse avi* 
dita commerciali ne aveano acceso gli animi ad una ostile 
rivalità. I primi odìi scoppiarono fra di loro per i vesco- 
vati delia Corsica, i quali ciascuna delle due repubbliche 
volea assoggettare al proprio arcivescovo. Né questa era 
soltanto una disputa di giurisdizione ecclesiastica, sibbene 
di alto dominio feudale, imperocché quei vescovi avessero 
la signoria politica degli Stati compresi nella loro dìo* 
cesi. La contesa fu recata nel 1121 dinanzi al concilio di 
Laterauo in Roma e questo ebbe a definirla a favore di 
Genova. In tal guisa Tira dei due popoli infiammossi viem- 
meglio e più fervida fu allora la vicendevole concorrenza 
e più ostile la navigazione del Mediterraneo. Genovesi e 
Pisani trovavansi quindi rivali nella Provenza e nella Lingua- 
doca, in Santo Egidio, in Àries, in Aix, Marsiglia, Tolone, 
Narbona, Montpellier e Tolosa. Nei quali porli contende- 
vano per le maggiori facilitazioni, riguardanti le permute 
delle mercanzie orientali che scambiavano coi vini, colle 
tele e coi panni della Francia meridionale. A queste ca- 
gioni parecchie altre si andavano in seguito aggiungendo, 
quando scoppiate le guerre tra Venezia e Genova i Pi- 
sani favorivano le parti della prima, e allorché i due Fe- 
derighi imperatori venivano aiutati da Pisa nelle loro pre- 
tese contro di Genova. 

Intanto Pisa correndo la metà del secolo XIII toccava 
il più splendido grado di sua potenza. Conchiudeva essa 
un trattato con Alfonso X re di Gastiglia per cui otteneva 



— 425 — 

che le sue mercanzie fossero esenti da ogni dazio nei 
porti di quel regno, ollreciò la più ampia giurisdizione 
consolare e la libera esportazione di lutto quello che i 
Pisani vi avrebbero acquistato. É siccome Alfonso pre- 
tendeva al trono di Costantinopoli mentre vi signoreggia* 
vano i Fiamminghi, cosi per un patto si stabiliva che 
laddove i Pisani l'avessero aiutato all'impresa ne avreb- 
bero riportati i più grandi vantaggi ad esclusione dei 
Genovesi. Con Tunisi ancora stringeva Pisa una conven- 
zione che ne accresceva V importanza commerciale al di 
lungo la costa africana. Infìne essendo l'Egitto minacciato 
dai Tartari Mogolli , Pisa divisò d' intavolare amichevoli 
relazioni con essi. 

Gengis-Kan sollevava i popoli tutti dall'estremo oriente 
conducendogli alla conquista dei Turchi Corasmini della 
Tartaria, di gran parte della China, dell'Indostan e della 
Persia fino all' Eufrate. Fu mandato un ambasciatore in* 
caricato di ottenere il libero passaggio alle Indie già da 
un secolo circa posseduto dai Pisani. 

L' inviato della repubblica partilo dalla Siria si vol- 
geva air Eufrate tenendo la stessa via di Alessandro nella 
sua spedizione alle Indie orientali. 

LXVL Questa si grande prosperità dei Pisani più che 
invidia e gelosia, svegliò sospetto e timore neiranimo dei 
Genovesi e poiché divenuti potenti trovavansi in Costan- 
tinopoli e in pace con Venezia, deliberarono ad ogni patto 
d'abbattere la rivale repubblica. 

Furono dapprima parecchi scontri tea gli uni e gli 
altri quasi avvisaglie della decisiva battaglia che dovea 
giudicare a chi dei due popoli spettasse il primato del 
Mediterraneo. 

Infine 72 galee Pipane volgevano verso di Genova f 



— 426 — 

ma non trovala la flotta nemica si ricoverarono in porto 
Pisano. Armarono allora i Genovesi 58 galee, le quali 
riunivano ad altre 30 che in quel momento arrivarono 
di Sardegna. Tutte queste insieme congiunte comandate 
dal capitano del popolo Oberto Doria conducevansi in 
porto Pisano. Era questo un luogo un poco più alto dove 
primeggia adesso Livorno , aveva dirimpetto lo scoglio 
della Meloria, a destrabocca d*Àrno, l'uno cinque miglia 
l'altro distante otto. 

In siffatto sito venne la flotta genovese mentre i Pi- 
sani che già avevano disarmate le 72 galee le riarma- 
rono a furia sentendo V arrivo dei Genovesi. La flotta 
loro fu composta oltre le 72 di altre 30 galee , sicché 
formavano il numero di 102. A capo di esse era Alberto 
Morosìni, nipote del dogediVenezia.il Doria dispose tutta 
la sua armata in forma di triangolo, egli postosi al vertice 
mise al suo fianco sinistro la galea della propria famiglia, 
con quattro divisioni; sette galee per ciascuna di esse, 
che comprendevano i primi quattro quartieri della città. 
Al fianco destro la galea del capitano Spinola colle altre 
quattro divisioni dei restanti quartieri. Trenta galee mandò 
dietro la punta di Monte Nero pronte al suo cenno per 
mescolarsi nella battaglia quando ne fosse il bisogno. Il 
Morosini divise in tre ordinanze la flotta Pisana , della 
prima egli tenne il comando e della seconda fu messo al 
governo Andrea Saracini, della terza il conte Ugolino 
della Gherardesca. Le due flotte stettero per qualche 
tempo immote » riguardarsi , quando i Pisani cui parca 
essere superiori di numero ruppero gì' indugi e spinsero 
r ammiraglio Morosini ad attaccare i nemici. Ferocissi- 
mamente incominciò la pugna, saette, fuochi, morchia 
d'olio con sapone ingombravano raria, i Pisani vincevano 



— 127 — 
tua allora il Doria dieJe il convenuto segnale e dalla 
punta del Monte Nero sboccarono le trenta galee, le quali 
vennero nella battaglia e ne decisero le sorti. Fu ^presa 
la capitana col Morosinì slesso ferito e prigioniero, con- 
quistalo lo stendardo , il sigillo dei Pisani , uccisi di 
ambo i popoli cinquemila, e novemila duecento settanladue 
condotti prigionieri dei primi. È fama ohe in questa bat- 
taglia col più crudele accanimento combattessero insieme 
cinquaniasei mila persone. Il giorno e Tanno in cui ac- 
cadde fu il 6 agosto del 1284. 



CAPITOLO XIII. 



Caduta di San Giovanni d'Acri, ultimo avanzo del regno Gerosoli- 
mitano. — Commercio dei Genovesi colFArmenia, coli' isola di 
Cipro e coll'Egitto. 



LXVII. Precipitavano a rovina le cose dei crociati in 
Terrasanta, di tutto quanto aveano essi conquistato rima- 
nevano ancora Tiro, Sidone, Antarado, Laodicea e Tortosa 
e capitale di questi paesi S. Giovanni d'Acri o T antica 
Tolomaide. Quivi pertanto convenuti erano tutti i cri- 
stiani, i mercanti italiani , i baroni e gli ordini militari. 
Ciascuno di questi aveva un quartiere particolare, una 
legge diversa, di guisa che di tanto numero di persone a 
varie nazioni appartenenti nasceva frequente la confusione, 
la discordia e la guerra ' civile. Mentre nei primi tempi 
concorrevano dairOccìdente in Palestina uomini religiosi 
e prodi, oggimai più dod vi si recava che una sozza 
ciurmaglia spinta colà dai propri bisogni di desiderio di 



— 128 — 
trovarvi venture. Correndo l'anno dì 1291 una schiera di 
1500 uomini veniva ad aiutare i crociati contro le mì- 
naccie del Sultano dell' Egitto, ma invece di prestarsi al 
pietoso intendimento cui era spedita, si dava a saccheg- 
giare le mercanzie dei Mammalucchi che trovavansi nelle 
vicinanze di San Giovanni d'Acri. Il Soldano allora levato 
un esercito di 200,000 infedeli, con 40 mila cavalli si 
mosse contro di San Giovanni d'Acri, chiedendo o l'am- 
menda dei danni o la consegna dei rei. Una profonda fossa, 
un triplice cerchio di mura ed una torre chiamata con 
profetico nome la Maledetta fecero sperare una vittoriosa 
resistenza contro le armi maomettane. Queste però rin- 
tuzzando ogni difesa, riuscivano alfine malgrado tutti gli 
sforzi degli assediati ad occupare la città il 18 maggio 
del 1291. Sessanta mila cristiani vennero condotti pri- 
gionieri in Egitto, coloro che poterono salvarsi con peri- 
colo trovarono un rifugio nel regno d'Armenia e nell' isola 
di Cipro. 

LXVIII. Nel primo fin dai primi anni, Veneziani, Ge- 
novesi e Pisani aveano ottenuto grandi esenzioni di com- 
mercio e colà recavano le mercanzie occidentali scam- 
biandole colle orientali. Dal piccolo porto di Ormuz le 
derrate dell' India e dell' Arabia con quattro giorni di 
cammino giungevano a Bassora e da questa in altri otto 
a Bagdad sull' Eufrate, donde si spargevano nella città di 
Aleppo che le spacciava sugli scali mediterranei delle 
città di Antiochia e dell'Armenia. Un altro ramo di do- 
vizioso traffico si intrecciava coli' Armenia stessa all' o- 
rìente del mar Caspio. I mercanti Genovesi cominciarono 
a navigarlo fin dalla prima metà del secolo XIII e le 
mercanzie a seconda del fiume Fasi si trasportavano sulla 
costa orientale del mar Nero. Facevano stazione nel porto 



— 429 — 
di Trebisonda e di là si conducevaoo in Goslanlinopoli. 
?ieir isola di Cipro, Veneziani, Pisani, Genovesi e Fio- 
rentini , i quali ullìmi aveano sulla Gne del medesimo 
secolo preso a distinguersi nelPesercìzio del commercio, 
possedevano ricchi empori!. Il re Enrico li essendo slato 
salvato da due galee dì genovesi dall'assedio di Acri, per 
rimunerare coloro a cui dovea la vita, avea ad essi con- 
cesso uno stabilimento con molli privilegi nella città di 
Famagosta da lui edificala presso l'antica Salamina. 

Finalmente la repubblica di Genova avea potuto con- 
seguire dallo stesso Soldano dell' Egitto addi 13 maggio 
1291 un vantaggioso trattato, il quale veniva in tal modo 
a compensarla di ciò che perdeva colla caduta di S. Gio- 
vanni d'Acri, assicurando al suo traffico ancora un varco 
per le vie della Siria e dell'Egitto oggimai chiuse en- 
trambe ai popoli dell'Occidente. 

CAPITOLO XIV. 



Tentativi dei Veneziani per impedire i maggiori progressi del com- 
mercio Genovese in Levante — Yarii scontri tra 1 due popoli 
•— Battaglia di Curzola — > Vittoria dei Genovesi. 

LXIX. Il segnalato trionro riportato da Genova sopra 
Pisa alla Meloria, i trattati di commercio conchiusi dalla 
prima colI'Armenia , con Cipro e coir Egitto riscossero 
talmente gli animi dei Veneziani che si affrettarono a 
mettervi un riparo con ogni modo. Durava la tregua del 
1266 tra Venezia e Genova, i Veneziani la ruppero e 
quattro loro galee armate in guerra dai Templari a di- 
fesa dell' isola di Cipro, incontrarono nel luogo di Corone 

Caialb, Storia del Commercio, eoe. 9 



— «30 — 
sette navi genovesi cariche di mercanzia. Le assalirono 
improvvisamente, ma esse riuscirono non solo a rintuzzarle 
ma a farle prigioniere. 

Poco dopo quattordici galee veneziane combattevano 
contro una squadra genovese che essendo minore di legni 
potè salvarsi colla fuga. 

Nel 1294 venlotto galee veneziane andavano contro 
a dieciotto genovesi che navigavano presso di Armenia. Il 
capitano di queste Nicolò Spinola vedendo essere meguale 
il conflitto fìnse di fuggire a ricovero nel porto di Laiazzo; 
giunto colà prese undici fuste genovesi che vi si trovavano 
le uni alla sua flotta e rivolle le prore accettò la bat- 
taglia contro i Veneziani che rimasero sconfitti colia per- 
dita di 25 galee. Questa vittoria ebbe luogo il 3 giugno 
del 1295. Allora Venezia cacciò in mare 60 galee, le 
quali navigarono in Sicilia dando la caccia alla flotta 
genovese di 40 galee che dovca passare lo stretto , ma 
i Genovesi con agile mossa poterono guizzar fuori da Mes- 
sina e mettersi in salvo. Altri scontri accaddero in seguito 
fra le due repubbliche ma colla peggio dei Genovesi. Fra 
i quali essendosi ridestata la guerra civile perle fazioni 
Guelfe e Ghibelline vedeasi la repubblica minacciata dalla 
sua rivale nei più vitali suoi interessi. 

Finalntente a pacificare queste fatali turbolenze sorse 
l'arcivescovo genovese Beato Giacomo da Varazze che 
riusci a mettere concordia negli animi. Frutto della ri- 
conciliazione fu il più grande armamento navale che rac- 
contino le storie del medioevo. Dal 15 luglio al 15 agosto 
del 1295 si armavano 200 galee , aveva ciascuna non 
meno di 220 uomini, alcune 250, le maggiori fino a 300. 
Quarantacinque mila erano armati, otto mila fra i quali 
vestiti d'oro e di seta. Ammiraglio generale fu creato il 



— 131 — 

viocitore della Meloria, Oberlo Doris. Però di queste 200 
galee 165 soltanto si destinarono alla partenza, le altre 
35 rimasero a guardia del litorale. Salpò la flotta e si 
condusse in Sicilia aspettando invano i Veneziani. Alfine 
dopo di un mese di soggiorno in quelle acque» le burra- 
sche dell'equinozio, essendo la fine d*autunno, ma più fiera 
deir equinozio, la guerra civile, la costrinse a partire af- 
frettando il suo ritorno in Genova. Quivi la morte d'O- 
berto Doria rinfiammò più mortale la dissensione fra le 
parti. 1 Veneziani colsero profitto da quella discordia , 
gettarono in mare 72 galee e dierono il comando a Rug- 
giero Morosini, il quale navigò in Costantinopoli, e spre- 
giando la neutralità dell' imperatore greco, assali Greci 
e Genovesi, indi si volse contro la colonia di Calata, la 
saccheggiò , la smantellò , entrò nell'Asia minore, invase 
le Focidi, vi distrusse 1* industria che vi avevano i Geno- 
vesi del sapone , ne porlo via perfino le caldaie , quindi 
partito di là si avventò contro l'Armenia, ne rovinò la 
loggia che vi tenevano i Genovesi e lasciata l'Armenia 
andò contro di Cipro e in Famagosta vi atterrò la torre 
che vi avevano edificata i Genovesi. Mentre il Morosini 
commetteva queste devastazioni , Giovanni Soranzo si 
cacciava nel mar Nero , lanciavasi contro la colonia di 
Gaffa e colà pure esercitava le sue piraterie. Tutti questi 
disastri fecero rinsavire i Genovesi, di guisa che volendo 
provvedere oggimai a tanta giattura armarono 76 galee 
affidandone il governo a Lamba Doria. Questi, prese con 
sé altre 15 galee che trovò per viaggio, facea vela verso 
la Dalmazia, colà dove fra molte isolette sorge quella di 
Ctirzola a maestro di Ragusa. 

La flotta veneziana forte di 96 galee capitanata da 
Andrea Dandolo appena vi<le ì legni nemici li provocò 



— 432 — 
a battaglia. Ma il capitano genovese fece sentire eh* ei 
Don voleva combattere a talento dei Veneziani» ed era il 
vero motivo ch'egli aspettava spirasse il vento da terra. 
Spuntava l'alba deirS settembre 1298 ed il vento, come 
si era sperato « cominciava forte a soffiare dalla costa della 
Dalmazia. Aiutata da questo la flotta genovese si spinse 
innanzi e il soverchio ardore della vicina battaglia fece che 
10 galee, le quali componevano l'antiguardo, procedessero 
avanti contro i nemici scostandosi di troppo dall' intiera 
flotta. Le galee veneziane le accolsero e fu d' uopo alle 
genovesi di aprirsi a forza un varco per poter salvarsi. 
Ma in questo sforzo molti erano periti, fra i quali un 
giovinetto che comandava la pericolosa fazione. Si levò 
quindi un pianto per tutta la flotta e il comandante ac- 
corso sopra la galea dove più suonavano quei gemiti, 
vide il proprio figlio in cui più non era aura di vita. 

Allora ne prese il cadavere, gettollo in mare escla- 
mando : — Mio figlio non è più, egli è con Dio, la miglior 
tomba dei valorosi è il luogo della vittoria, all'armi dun- 
que, a lui la gloria, a voi la vendetta. — Ciò detto si ri- 
condusse alla sua capitana. Già la flotta genovese per- 
correa lo spazio che la separava dalla veneziana, il vento 
che più s* ingagliardiva la spingeva ; quando le fu presso 
dai castelli delle galee pioveva morchia d*olio, calce viva 
mista con sabbia e luttociò il vento cacciava addosso ai 
Veneziani, di guisa che offuscata Taria e colpiti da tanta 
tempesta mal potevano regolare il governo dei legni oscu- 
rata essendo la loro vista. Si disordinarono, la galea del 
Doria si attaccò a quella dell* ammiraglio Veneziano, si 
combattè fra le due ferocissimamente, ma alfine il Dan- 
dolo vedutosi quasi solo rimasto nel conflitto, si arrese. 
Furono prese 84 galee, 12 soltanto avendo potuto salvarsi 



— 133 — 
colla fuga. Diecimila furono i morti , ISOO dei Genovesii 
7400 i prigionieri. Delle 84 galee Lamba Doria ne abbru-* 
ciò 66 perchè inabili al corso. Venezia alla vista di quello 
incendio tremò per la sede islessa della propria repubblica* 
Intanto con 18 galee il Doria volgeva le prore verso 
di Genova. AI suo arrivo tutti i cittadini accorrevano esultanti 
per vederne il trionfo. Quanto più però la flotta Genovese 
accostavasi al porto l'infelice Dandolo sentia Tonta della 
sconfitta e tormentavalo il pensiero di dover servire di 
pompa agli aborriti rivali, di guisa che non reggendogli 
di più Tanimo si scostò dalPalbero maestro della sua ca- 
pitana quanto lo permetteva la catena che lo teneva le- 
gato e con grande impelo gli diede dentro del capo fi- 
nendo in tal modo miseramente la vita. 

Questa vittoria fu celebrata con pompa e si fece de- 
creto dal governo che il giorno 8 settembre d'ogni anno 
sarebbe festivo e si recherebbe alla chiesa di S. Matteo» 
parrocchia abbaziale dei Doria, un pallio d'oro in com- 
memorazione del fatto. 

LXX. Venezia alla terribile disfatta parvi! dapprima 
voler riparare con una nuova battaglia lanciando in mare 
una flotta di più che cento galee , ma intanto segreta- 
mente mandava suoi ambasciatori al Signore di Milano 
Matteo Visconti aflinchè come arbitro componesse la grande 
lite con Genova. I Genovesi aderirono alle istanze del 
Visconti, esso conchiuse la pace il di 25 maggio 1299 tra 
le due repubbliche. 

Furono condizioni principali del trattato : 

1.*^ I Veneziani rifaranno i danni recati alle colonie 
di Calata e di Cafla e in San Giovanni d'Acri ai Genovesi. 
2.^ Per tredici anni non potranno navigare con 
galee armate io Siria e nel mar Nero. 



— 134 — 

3.® Qualunque fossero le ostilità che potessero scop- 
piare tra i due popoli iu CostaDtiuopoli, non s' intende- 
rebbe per questo interrotta la presente pace. 

4.<* I prigionieri sarebbero restituiti da ambe le parlh 

LXXI. Dopo questa pace con Venezia segui pure una 

seconda con Pisa e la convenzione che la conteneva ebbe 

luogo r ultimo di luglio del 1300. I patti di tal pace 

erano principalmente i seguenti : 

1.^ Per 2S anni i Pisani non potrebbero navigare 
con legni armati. 

2.^ Il dominio loro sarebbe ristretto in Maremma 
tra la foce del Serchìo a ponente e Castiglione della Pe- 
scaia a levante. 

3.^ Rinunzierebbero a tutte le pretese che aveano 
sul regno di Corsica. 

4.^ Lascerebbero deserta e incolta l'isola di Pianosa. 

S.^ Sbandirebbero in perpetuo il giudice di Ginarca, 
i suoi figliuoli e i suoi seguaci. 

6.® Cederebbero le città di Torres e di Sassari iu 
Sardegna coi loro territori ai Genovesi. 

7.® Questi non pagherebbero diritto veruno di apulso 
e ancoraggio nei porti di Pisa, dell'Elba e di Sardegna. 

8.^ Sborserebbero un'ammenda di 160,000 lire geno- 
vine d'oro e finché non le avessero pagate non potrebbera 
navigare oltre la Sardegna verso levante, e per ponente 
oltre il porto di Acquemorte in Provenza. 

9.^ I prigionieri sarebbero dall'una e dall'altra parte 
restituiti. 

Per queste due paci la repubblica genovese si trovò 
veramente signora ad un tempo del commercio del Medi- 
terraneo e dei mari dell'Oriente. 

Con siffatta grandezza chiudevasi il secolo XIII. 



LIBRO TERZO 



CAPITOLO I. 



Affari di Costantinopoli — 
Conquista dell'isola di Scio fatta dai Genovesi. 

LXXII. Colla caduta di San Giovanni d'Acri chiude- 
vansi due delle Ire vie per cui transitavano le asiatiche 
mercanzie, imperocché se per opera di alcuni particolari 
trattali potevasi ancora penetrarvi qualche velia» tuttavia 
i Sultani deir Egitto violando quei trattati ne rendevano 
pericolosa la concessione. Rimaneva pertanto al commercio 
dell'Asia la sola via del mar Nero, e per conseguenza la. 
città di Costantinopoli, grandissimo emporio di quello. 

Ma quivi come in San Giovanni d'Acri la differenza 
delle nazioni, la discordia delle leggi, il contrasto degli 
interessi , ingenerava continuamente la dissensione e la 
guerra civile. Si aggiunse a questo il pericolo della im- 
minente invasione cui andava soggetta l'orientale metro- 
poli dal maraviglioso progresso dei Turchi. 

LXXIII. Da poi che era stato distrullo il regno dei 
Selgiuchidi dai Tartari Mogolli, i diversi capi dei Tur- 
comaiini e Turchi Corasmini , che militavano sotto di 



— <36 — 
quelli, si erano in varie parti dispersi. Uno di questi per 
nome Solitnano-Sa , morto al passaggio dell'Eurrate, la- 
sciava un figlio, Ortogul, che si faceva soldato e suddito 
di Aladino Sultano di Conio o Cogni. 

Nasceva di lui Olmano o Atamano che con molto va- 
lore creavasi uno Slato indipendente. Gì' imperatori greci 
avendo lasciato senza difesa i varchi del monte Olimpio, 
Otmano scendendo per quegli invadeva le campagne che 
circondano Nicomedia. Quest'epoca funesta fu ricordata 
dagli storici colla data di 27 luglio der 1299. 

Orcane figlio di Otmano, vivendo ancora il padre, io- 
signorivasi della città di Prusa e poco dopo sottoponeva al 
suo dominio le sette città chiamate dai cristiani le sette 
chiese dell'Asia minore, ovvero: Efeso, Smirne, Pergamo» 
Filadelfia, Tiatira. Laodicea e Sardi. 

Fu allora che l'imperatore Andronico, figlio di Mi- 
chele Paleologo, spaventato dalla soverchiaute potenza dei 
Turchi ricorse ad altri barbari per opporvi resistenza. 

Poiché ebbe fine la guerra originata dai Vespri di Si- 
cilia, una compagnia di Catalani rimase sciolta dagli sti- 
pendi che aveva cogli Aragonesi; a questa si rivolse lo 
imperatore Andronico, ma se i Catalani valorosaoiente 
diportandosi riuscivano per allora ad allontanare la su- 
prema fine di Costantinopoli , cionondimeno tornavano essi 
in breve di maggior pericolo e danno dei nemici stessi 
che aveano discacciato. Non vi fu dono che potesse ri- 
compensarli, non premio che bastasse alla loro ingordigia, 
e i loro capi sollevati alle maggiori dignità delPimpero di- 
ventavano altrettanti tiranni; al principale di essi fu duopo 
conced(>re la medesima città di Gallipoli, e ciononpertanto 
continuarono le loro piraterie mettendo a sacco ogni terra 
che invadevano. L' imperatore ricorse al tradimento e 



— 437 — 
Ruggiero di Flores venne assassinato; dopo di lui pren- 
deva il comando della gran compagnia Berengario d*En* 
lenza e peggiori sorli con questo sovrastavano all' impero. 
Andronico si volse ad una flotta dei Genovesi composta 
4li 18 galee» governata da Edoardo Doria , e per mezzo 
di essa i catalani assalili e comballuli, parte uccisi, parte 
prigionieri , parte rimasero dispersi. L' imperalore vo- 
lendo rimunerare i Genovesi del beneficio, concedette loro 
il 23 agosto del 1316 Pisola di Tenedo situala rimpetto 
all'antica Troja/ Inoltre di poter meglio aiTortìficarsi nella 
colonia di Galuta, la quale cinta avendo d'un nuovo muro, 
scavarono intorno ad essa profondi fossi nei quali poten- 
dosi all'uopo introdurvi Tacqua, fu resa in tal guisa ine- 
spugnabile. 

Queste precauzioni ravvisavansi necessarie mentre la 
famiglia imperiale veniva travagliata dalle più fatali di- 
scordie e l' impero greco s* incamminava ad irreparabile 
destino. 

LXXiy. Fin dalla sua origine racchiudeva esso i 
germi della propria distruzione. Fu dagli storici parago- 
nato al fiume Reno che si disperde nelle sabbie priaia 
di mescolare le sue acque all'Oceano. Da' suoi principii 
fino alla sua caduta può egli dividersi in quattro periodi. 
Il primo da Costantino fino ad Eraclio ( 330-641 ) , in 
questo ancora parecchi uomini famosi per valore militare 
e per sapienza civile lo ressero, fra i quali Giuliano l'Apo- 
stata, Teodosio, Giustiniano e lo stesso Eraclio. Il secondo 
periodo da Eraclio alla famiglia dei Comneni (641-1081). Il 
terzo da Alessio Comneno a Michele Paleologo (1081-1261). 
li quarto finalmente da Michele Paleologo a Costantino XII 
(1261-1452). gì* imperatori degli ultimi tre periodi non 
meritano menzione particolare, dove se ne eccettui Michele 



— 438 — 
Paleologo, e vanno soltanto distinti nella storia per le 
loro usurpazioni, viltà e teologiche dispute. Queste comin- 
ciarono fino dall'epoca di Costantino e d'allora in appresso 
una molliplicità di sette religiose disordinarono le menti 
dei Greci e ne avvilirono lo spirito. Vi furono quindi 
Ariani, Nestoriani, Eulìchiani, Monoteliti , Giacobiti , Ma- 
roniti, Armeni, Cofli ed Abissinii. Nomi tutti che indicano 
coloro che le promossero o i paesi donde derivarono. 
Oltre ciò nel 726 Leone Isaurico abbattendo le sacre 
ìmagini divideva 1* impero io due parti, *dt cristiani Or* 
todossi e di iconoclaustL Nel secolo YIII sorgeva lo sci- 
sma per le processioni dello Spirito Santo, si formavano 
quindi due fazioni, Tuna delle quali pretendeva che Io 
Spirilo Santo procedesse dal figlio e dal padre e Talira 
invece dal padre soltanto per mezzo del figlio. Infine una 
nuova fierissima disputa si accendeva fra i Greci per la 
luce del monte Tabor. Volevano alcuni che quella luce 
fosse invisibile ed eterea, altri visibile e materiale. 

Intanto fra le diversità e stranezze di siffatte credenze 
cui pigliavano parte specialmente gli imperatori, l'impero 
veniva invaso da ogni parte. Cominciarono ad occuparne 
e devastarne poscia le provincie: Unni,* Goti, Vandali , 
Persiani, Franchi, Arabi « Seraceni, Bulgari, Russi, Nor- 
manni, Latini, Tartari, Mogolli e finalmente i Turchi. 

Air imperatore Michele Paleologo, con cui veniva ri- 
stabilito r impero Greco, nel 1273 succedeva Andronico, 
detto il vecchio dai Latini. Il suo regno di cinquanl'anni 
è memorabile per le dispute della chiesa Greca, per le 
invasroni dei Catalani; e per l'ingrandimento della forza 
ottomana. L' immaginazione dell' inetto imperatore era 
egualmente colpita dal timore delle pene deli' inferno che 
da quelle dei Catalani e dei Turchi. Per (naggiore sventura 



— 439 — 
gli moriva il figlio Michele^ unica speranza e salale del- 
l'impero, lasciando dopo dì sé un giovinello soUo la tu- 
tela di Giovanni Cantacuzeno, uomo illustre , di grande 
ingegno, di più grande astuzia e di grandissima ambizione. 

L'imperatore che l'odiava e lo temeva, lo volle lon- 
tano dalla reggia, ed egli si diede allora a fomentare it 
più acerbo odio del nipote contro l'avo, sicché fra en- 
trambi sorse in breve la guerra civile. Il Cantacuzeno 
co' suoi raggiri, preparati gli animi dei Greci in favore 
del pupillo lo rese vincitore della lotta, il vecchio Andro- 
nico fu balzato dal trono e chiuso in un convento di mo- 
naci dove miserevolmente mori. 

Il regno di Andronico, detto il giovane dai Latini e 
Costantino dei Paleologhi dai Greci, fu dal 1329 al 1341, 
e morendo lasciò anch*egli un figlio raccomandato alla 
tutela dello stesso suo tutore Cantacuzeno. Ma la vedova 
imperatrice Anna di Savoia figlia di Amedeo VI, il conte 
Verde, avversando il nuovo tutore lo costrinse a sgom- 
brare da Costantinopoli; si ritirò egli nell'Asia, sollevò 
quelle provincie , e fatto un esercito mosse contro la ca- 
pitale. Per qualche tempo fu dubbia la fortuna delle armi 
ed entrambe le parti per farla decidere a proprio favore 
ricorsero ad Orcane Sultano dei Turchi. 

Questi dapprima tenne coli' imperatrice, indi stabili- 
tov un matrimonio fra lui e la figlia del Cantucuzeno^ 
aiutò il suocero a cingersi la corona imperiale. 

LXXV. Intanto correndo Tanno di 1346 bandivasi 
una nuova crociata dal pontefice Clemente VI per libe- 
rare le Smirne che erano state occupate dai Turchi. In- 
gelberto delfino di Vienna con 26 uavi di Veneziani e 400' 
cavalli dovevano muovere alla liberazione di quel paese. 
Ma sotto questo pretesto era mente dei Veneziani di 



^ 440 — 
occapare l'isola di Scio. I Genovesi subodorarono il disegno 
e vollero impedirne l'effetto. Ma la repubblica mancava di 
denaro, però venne dal governo convocalo un consiglio di 
ricchi popolari, i quali vennero in questa sentenza» che si 
dovessero armare 2S galee e più se Taceva di nieslierì; 
colla condizione che la repubblica tenesse indenni i par- 
ticolari e i patroni delle galee, di tutte le spese ch'avreb- 
bero fatte obbligandosi inoltre ad assegnar loro per gua- 
rentìgia una entrata annua di lire 25 mila sopra la com- 
pera dei capitali dei Luoghi della città. Compera significa 
il debito pubblico, perchè i Genovesi 6n da quel tempo 
preludendo alle teorie dei moderni economisti, considera- 
vano il danaro come una merce, e quindi chiamavaoo 
comperare quando si trattava di prendere denaro a pre- 
stito. Luogo vole^'a dire una certa quantità di lire che 
si valutavano (ino a 100. Il primo debito pubblico della 
repubblica Genovese fu contratto nel 1148 colla spedi- 
zione di Tortosa in Ispagna. 

Si accrebbe in seguilo e le varie partite generando 
confusione e disordini si stabili nel 1250 di formare una 
sola scrittura riducendole tutte ad una compera, che si 
chiamò compera del Capitolo. In appresso si moltiplica- 
rono queste compere e siccome quella del Capitolo avea 
consolidato le precedenti, cosi le successive si consolida- 
rono coi nomi di compera o debito del re Carlo e Bo- 
berto di Napoli, di Corsica, di Rodi e de* Pisani, de' Ve- 
neti, de' Catalani e de* Greci , e finalmente la compera 
della Alogna-Pace dopo la guerra di Chioggia tra Genova 
e Venezia, la quale fu Tullima, dopo di che ebbe luogo 
l'istituzione del Banco di San Giorgio, che raccolse in 
una le antecedenti compere e tutte in lui le consolidò. 

Assicurati i particolari genovesi sulla compera dei 



— 141 — 

teoghì del Capìtolo, divolgalasì la ^ptàìziom, 4& cìitadin], 
S7 popolari e 7 nd)!!!, sì ai&ettarono a partecipanri. I 
quattro che compoDevano la balla voleodo coachìudere il 
negozio, decrelaroDo che per sicarezza dell' arsnameoto 
di &4 galee quanti erano i compartecipi, ogni patrone di 
goelle doTesse depositare la somma di 400 lire genored. 
Però Detratto dei deposito soli 29 si presentarono, ven- 
tisei popolari e tre nobili. In meno di un mese si allesti- 
rono 39 galee con 200 nomini ciascuna, dei quali dai 25 
ni W balestrieri tutti vestili di un panno e di un colore. 
Addi 22 gennaio 1346 il doge radunò il popolo sulla 
piazza di San Lorenzo e al capitano generale eletto, Si- 
mon Vignoso popolare, consegnò solennemente lo stendardo 
della repubblica ed egli si trasse seguito da infinita mol- 
titndine verso la chiesa di S. Marco dov'ha la sua galea; 
però la partenza dell'armata non ebbe luogo che il 24 dì 
aprile, giorno dedicato a S. Giorgio. 

Il capitano veleggiò per TAdriatico, occupò Terracina 
indi si volse a Gaeta ed entrato nel Garigliano sottoiftise 
la città di Suessa, di là sì recò a I^apoli; molte le prore 
al levante s* indirizzò a Negri^onte, da Kegroponte ali" i- 
sola di Scio. 

LXXVI. Scio è grande, bella e feconda isola dì pre- 
zioà Tini, di mastice, suo principal prodotto, e di marmi 
rìcdusBima. Essa è posta nel luogo più acconcio a favo- 
rire il commercio del mar Nero e dei litorali delFA^ 
minore. È distante otto miglia dal continente ali* imboc- 
catura del seno di Foglieveccbie o la maggiore Focea 
donde agevolmente stendeva il suo traffico a Iconio, a 
Ckigfiì, a Bmzza, e alla Caramania. Situala nel centro 
del mare Icario tra Samo, Metelino e Tenedo se dentro 
di 8è abbia u* armata navale pnò facilmente signoreg- 



. — U2 — 
giarle, come pure Io slrelto di Gallipoli che Ie>è vicino. 
I Genovesi colla colonia di Pera, possedendo ancora 
risola di Scio, divenivano veramente i padroni del mar 
Nero. Il Vignoso entralo nel porlo di Scio s'afiFrellava 
ad assediarne il castello che Io dominava. Ma i Greci 
che Io difendevano vi opposero una assai virile resistenza, 
per cui lasciata V impresa da questa parie si volse a 
combattere la città da quella di terra e chiudendole ogni 
accesso la ridusse a tale , che dovette alfine per fame 
arrendersi. Avuta in lai modo dopo breve tempo tutta 
r isola in sua balìa, l'ammiraglio genovese radunati a con- 
sìglio i compartecipi, in forza delle più ampie facoltà che 
gli erano state conferite dalla repubblica, decretava: 

1.0 Tulle le gabelle dell' isola di Scio dovevano ap- 
partenere alla repubblica di Genova , si cedevano però 
per 29 anni ai compartecipi onde tenergli indenni di tulle 
le spese che avevano incontrato, colla condizione che se 
non bastasse si concedevano loro in perpetuo. 

2." Le spese delParmamenlo e lulle le altre si 
calcolavano a 220 mila lire coli' interessi scalari del 7 
per cento. 

3.0 I compartecipi si doveano chiamare alla greca 
Monisti e la loro compagnia Maona. Il governo econo- 
mico apparteneva ad essi, il politico esser dovea uguale 
a quello delle altre colonie. Eleggendo essi un podestà 
ogni terzo anno, per questo governo, il supremo magistrato 
di Genova si contentava di eleggere uno dei quattro che 
verrebbe proposto dalla Società. Il podestà avrebbe un con- 
siglio di notabili col parere dei quali potrebbe anche bat- 
tere moneta d'argento. 

4.0 I cittadini di Scio godrebbero di tulli gli onori 
e diritti che aveano quelli di Genova. 



— 443 — 

Falle quesle deliberazioDi 1* ammiraglio genovese si 
volgeva conlro le due Focee. 

Famose sono quesle sedi degli aolichì Focesì , i quali 
pianlavaoo colonie fin nelle Gallio. Il terreno vi abbonda 
di allume, del quale vi si trovano numerosi magazzini e 
vi si fa un dovizioso traffico. 

La prima delle Focee della Foglievecchie è situala 
alle radici del monte Sardene dove già Tautica Guma, la 
seconda della Fogliennove si vede lunghesso il mare in 
seno alla Tracia Kersoueso, entrambe sì trovano sul ter- 
ritorio dell'Asia. Dopo corta resistenza fatta dai Greci 
caddero esse ambedue in podestà dei Genovesi. Seguita 
siffatta occupazione era mente dell'ammiraglio Yignoso di 
muovere contro le isole di Meleliuo e Tenedo, ma le 
ciurme mostrandosi impazienti del ritorno, dovette egli 
salpare per Genova, nel porto di cui la vittoriosa flotta 
pervenne il 9 novembre del 1346. 



CAPITOLO IL 



Colonie della Crimea e della Tana — Guerre tra Genovesi, Tartari 
e Veneziani. — Battaglie del Bosforo , di Alghero in Sardegna 
e dell' isola della Sapienza nella Morea. — 1 Genovesi rimet- 
tono sul trono di Costantinopoli il legittimo imperatore. 

LXXVIL La conquista dell'isola di Scio e delle due 
Focee falla dai Genovesi venne ad aggiungere una nuova 
e più crudele occasione di odio che in quel momento in- 
fieriva tra Genovesi o Veneziani, e qui a maggior intel- 
ligenza di quanto narriamo ci è d'uopo di trattare bre- 
vemente delle colonie della Crimea e della Tana. 



— 444 - 

La Taurica Eersoneso o Tauride cosi appellata dagli 
antichi Tauri che Tabilavano, divenuta la moderna Cri* 
mea, è una penìsola posta sulla riva settentrionale del 
mar Nero della circonrcrenza di 770 miglia ; sono suoi 
confinì ad austro e ponente il mar Nero, a levante Io 
stretto delle Zabacche o mare d'Àzoff, a tramontana an 
istmo di un mìglio circa geografico, che la congìunge al 
continente e comunica colle steppe della Tarlarla Nogaia» 
È però verosimile che anticamente la Crimea colla sua 
parte meridionale più elevata avesse la figura di perfetta 
isola. Si crede che le acque del Caspio essendosi divise 
da quelle del mar Nero, queste versandosi nel Mediter- 
raneo lasciassero asciutta tanta parte di terreno che venne 
lentamente a formare V istmo. 

Questa penìsola è dì una meravigliosa fecondità. Rac- 
conta il geografo Strabone che a' suoi tempi dava il tren- 
tesimo del seminato, e il re Laocone che fioriva poco 
innanzi di Mitridate trasse in una sol volta da Teodosia 
Gaffa due milioni e trenta medinni di grano, che se- 
condo il calcolo del Formaleoni, nella sua storia dei mar 
Nero, corrispondono a 330 milioni di libbre. 

Luoghi principali della Crimea erano Teodosia o Gaffa,. 
Grim da cui tutta la penisola chiamossi Crimea , Soldaia 
Sudak, il porto dei Simboli , il Cembalo dei Genovesi e 
il Balaclava dei Turchi ; Mankup o la Gozia , Kerson a 
la moderna Sebastopoli, Inkerman, Panticapea o il Cerco 
dei Genovesi e il Eercht dei Turchi , infine Fanagoria o 
1* isola di Tamano. 

Molte generazioni di barbari dai più remoti tempi in^ 
vasero la Crimea; vi regnavano i Polwces Gomani sulla 
fine dell' undecimo secolo, quando vi capitarono i Geno- 
vesi ritornando dalla prima crociata, e fatto un accordo* 



— 445 — 
coD quei barbari presero per la prima volta a stabilìr- 
visi. In seguilo, dopo la conquisla di Gengjs-Kan vi piom- 
barono i Tartari Mogolli, i quali attendati alla campagna 
esercitaronvi il proprio dominio. Da essi ottennero i Gè* 
novesi una nuova facoltà di potervi dimorarci e stabilirvi 
il proprio commercio, ollreciò per mezzo di mollo denaro 
\i acquistarono la città di Teodosia che col nome di 
Gaffa divenne la capitale della penisola e la più impor- 
tante e florida di quelle colonie. 

LXXVIII. Non dissimilmente e nelle epoche medesime 
i Genovesi e i Veneziani trasportatisi nel mar d'Azoff alle 
foci del Tanai e nell'antica città della Tana fondarono 
una colonia, mercato di tutti ì popoli asiatici posti oltre 
il Caucaso tra il Don e il Volga. Ora correndo gli ultimi 
anni della prima metà del secolo XIV Genovesi, Vene- 
ziani e Tartari venivano a guerra tra loro, il Kan di 
questi per mettere Gne alle dissensioni sbandiva dalla 
Tana i mercanti delle due repubbliche, i quali partendo 
appiccarono un terribile incendio. Indi impugnate l'armi 
QUiQvevano guerra ai Tartari , i quali cosi minacciati 
scendevano ad un accordo. Ma il Kan violato in breve 
il recente patto continuava a perseguitare i mercanti dei 
due popoli, cosi nel mar d'Azoff come nel Nero. Allora 
si fece un decreto da Genova per cui si proibiva ad ogni 
mercante italiano di navigare il Tanai e invece far porto 
iù Gaffa. E siccome i Veneziani erano quelli che più usa* 
vano in quel mare, la Genovese repubblica sì volgeva a* 
Venezia e cercava di convenire di ricorrere congiuntamente 
al Kan^ obbligarlo ad una indennità di danni . e a far li- 
bera la navigaiioae, e nel caso che vi si fosse ricusalo 
portare le loro ìsiaose rimile all' imperatore dei Tartari, 
e quando questi ancora non le avesse aecettale , sospen- 

Gaiaib, Stm^la dei Commercio, ecc. io 



— 146 — 
dere ogni relazione di commiercio coi Tartari e special- 
mente rifiutarsi alla cessione di Gaffa se fosse stata ri- 
chiesta. Come si temeva né il Kan uè l'imperatore ade- 
rirono alle proposte congiunte dì Venezia e di Genova , 
quindi fra le due repubbliche si strinse un particolare 
trattato in forza del quale si conveniva che i Veneziani 
avrebbero abbandonata la navigazione della Tana facendo 
porto in Gaffa o in altro sito all'occidente di questa. Che 
i Genovesi gli farebbero liberi nelle città dì Gaffa da ogni ' 
pagamento di dazio d' importazione ed esportazione per 
le loro mercanzie. 

Ma i Veneziani mal poteano vedere la singolare prò* 
sperità della colonia di Gaffa né sopportare che per essa 
venisse posseduto il ramo più importante del traffico orien- 
tale, di guisa che violando la convenzione trattarono sepa- 
ratamente coi Tartari ed ottennero di recarsi alla Tana 
con quelle condizioni che avevano prima con essi. Genova ' 
se ne dolse e rimostrò a Venezia la violazione dei trat- 
tato, la sconvenienza della sua nuova amicizia coi Tar- 
tari, lo scandalo della cristianità di vederla in tal modo 
alleata cogli infedeli, esortolla a rompere la fatta con^ 
venzione. Ma la veneta repubblica rispose che essa in- 
tendea di provvedere ai suoi migliori interessi e poco le 
importava che i Genovesi fossero nemici dei Tartari. Pen- 
devano questi contrasti quando si intraprese e s'operò da 
Genova la conquista dell'isola di Scio e delle due Focee. 
Venezia appena n'ebbe la notizia che ordinò a Marco 
Ruzzini di gettarsi nel mar Nero ed azzuffarsi coi Geno- 
vesi dovunque li trovasse. Egli con 48 galee si slanciò 
in prima contro la colonia di Calata» quindi prese dieci 
galee delle 14 genovesi che si trovavano a sicurtà nel 
porto di Caristo a Negroponte. 



— HI — 

LXXIX. Una flotta genovese navigò dopo quel fatto 
verso il Bosforo mentre Venezia si era alleala coi Cata- 
lani e coi Greci e questi ultimi aveano improvvisamente 
assalita la colonia di. Calata. Una grande battaglia dove 
è più angusto il Bosforo succedeva pertanto il di 13 dì 
febbraio del 1352 tra Genovesi e Veneziani, i primi ca- 
pitanati dal capitano Pagano Doria, i secondi da Nicolò 
Pisani. 

Il Doria combatteva avendo il mare e il vento sini- 
stro, e tre poderose armate di fronte di Veneti, Greci e 
Catalani, cionondimeno con molta perdita di uomini e dì 
legni riportava vittoria facendo 1800 prigionieri e pren- 
dendo 14 galee ai Veneziani e 10 ai Catalani. 

Dopo cosi terribile battaglia fatto un accordo col 
Turco Orcane apparecchiavasi ad assalire la stessa Costan- 
tinopoli. Ma l'imperatore Cantacuzeno abbandonato da' suoi 
alleati Veneti e Catalani, gli uni e gii altri sdegnati della 
viltà àei Greci, chiedeva ed otteneva un trattato di pace 
dall' ammiraglio genovese. Patteggiavasi fra le parti che 
l'accordo fatto dal Doria con Orcane starebbe fermo mentre 
verrebbe annullato quello dell' imperatore coi Veneziani e 
Catalani, i legni dei quali durante 'la guerra non potreb- 
bero ricettarsi nei porti dell'impero, né quelli dei Greci 
navigare nei porti che appartenevano a Venezia e ad 
Aragona. Ai Greci sarebbe vietato di navigare per sem- 
pre alla Tana se non dì conserva coi Genovesi o per 
ispeciale licenza del doge loro. Possederebbero essi il 
luogo di Silibria nella Propontide e due punte di terreno 
dove più stretto il Bosforo Tracio presso il promontorio 
Sacro che si chiamavano le chiavi del mar Nero, con fa- 
coltà di edificare mi castello sopra ciascuna di esse. 

Seguita questa convenzione il Doria volse le prore af 



— 448 — f 

porto di Genova. Ma quivi arrivato, sinisli'a mente fu ri- 
cevoto; il partito dei guelfi divenuti prevalenti sopra 
quello dei Ghibellini, gli rimproverava la battaglia san- 
guinosa con tanta perdita d' uomini, il facile trattalo col- 
l' imperatore greco, e il più scandaloso col turco Orcaoe, 
quindi Pagano Doria per queste accuse venne rimosso 
dal comando della flotta. E preparandosi nuova guerra 
contro i Veneziani al posto dell'ammiraglio ghibellino si 
mise Antonio Grimaldi guelfo, cui furono affidate 60 galee. 
Nello stesso tempo ne allestirono i Veneziani 45 e 35 gli 
Aragonesi, le quali congiuntamente navigavano in Sardegna, 
assediando la città d'Alghero che si era data ai Genovesi. 
Salpava il Grimaldi dal porto di Genova per la Sar- 
degna e nel tragitto gli si disalberavano otto galee ri- 
noanendo in tal modo con sole S2. I nemici ordins^vano 
la flotta loro io guisa che tutte le galee rimaneano insieme 
concatenate, sicché o tutte dovevano combattere o tutte 
unite perire, lasciando soltanto libere olio di esse per ogni 
ala. Il Grimaldi ne imitava la manovra ma invece d'otto 
per ala ne lasciava libere quattro. Il primo assalto fu 
dato dai legni liberi Aragonesi contro quelli di Genova» 
indi tutti gli altri presero parte alla battaglia. Ma nel 
fervore di questa 1' ammiraglio genovese staccate dalla 
flotta undici galee colle altre otto libere si allontanava. 
Le galee rimaste credendo fosse quella una maestria di 
guerra ne attendevano i benefici effetti, senonchè il Gri- 
maldi colle 19 galee correva verso di Genova. Allora le 
S3 che rimanevano non potendo affrontare il maggior nor 
mero delle galee nemiche venivano costrette ad arreo- 
dersU Vi rimasero uccisi pia di S,OOA genovesi e 3,500 
furono i prigiofiieri. Quo^ta^ battaglia venne combattuta il 
S9 ag^o. dql 1393, 



— 149 — 

AmmiJ^giìo dei Veneziani era Nicolò Pisani, degli Ara- 
gonesi Bernardo Caprera. 

La crudele disfatta mise la costernazione nell* animo 
dei Genovesi, i quali più ancora rimasero indignali della 
^iità del Grimaldi. I Ghibellini volevano ad ogni modo 
sottoporlo ad un consiglio di guerra, ma i GneIG feroce- 
mente vi si opponevano, intanto la repubblica versava in 
grande pericolo, poiché era fondato il timore che i vittoriosi 
nemici corressero ad invadere il porto di Genova. 

Un altro disastro in quel momento accadeva, 1' arci- 
vescovo Giovanni Visconti Signore di Milano avea impe- 
dite le tratte dei granì della Lombardia per il Gonove- 
sato talmente che i popoli di questo soffrivano una fiera 
carestia. Allora i Ghibellini fatti superiori ai Guelfi pro- 
posero di dare il dominio della città all'Arcivescovo colla 
condizione di provvederla di grani e vendicar Tonta della 
sconfitta di Alghero. 

Si accettò il partito, fu eletto il Visconti Signore di 
Genova, in tal modo venne questa sollevata dalla care- 
stia che la travagliava, ed una nuova flotta si allestì di 
35 galee dandone il comando a Pagano Doria. Navigò egli 
in prima per TAdriatico, si volse alla costa della Dalmazia, 
invase la città di Parenzo nell* Istria e vi prese quanti 
colà si trovavano legni Veneziani, dando alle fiamme la 
stessa città, quindi indirizzò le prore verso la Morea. Era 
colà la flotta Veneziana egualmente forte di 35 galee cui 
però si aggiungevano sei grosse navi e venti altri piccoli 
legni. Il capitano Nicolò Pisani che la comandava sco- 
prendo la flotta genovese si cacciava verso l'isola della 
Sapienza sulla costa occidentale della stessa Morea, or- 
dinava che 15 galee si ponessero in fondo del golfo ed 
egli colle altre e i legni minori ne chiudeva la bocca , 



col disegno che laddove i Genovesi avessero voluto sfor- 
zarne r ingresso, sarebbero stale da due forze circondati 
ed oppressi. Il Doria approssimatosi a quei luogo invitava 
l'ammiraglio veneziano ad uscir fuori e con giusto conn- 
baltimento decidere alfine la grande cfuestione che divi- 
deva i due popoli. Ma il Pisani come già il Lamba Doria 
a Curzola rispondeva non voler combattere a talento dei 
Genovesi, in questo il nipote deirammiraglio Doria colla 
galea che comandava congiunta ad un'altra s'introduce 
nel golfo, lo seguitano rapidamente altre 13 galee , per- 
corre fino al fondo lo stesso golfo, si affronta e sconfigge 
le 15 galee che vi si trovavano dei Veneziani, fa segno 
all'ammiraglio della vittoria e il Doria allora viene in- 
nanzi col resto della flotta. 

Da questi rapidi fatti, il Pisani come uscito di ragione 
oppresso dalle due parti si arrende. Quattro mila furono 
gli uccisi, 5870 i prigionieri, non una galea, non un legno 
dei nemici si salvò. Questa vittoria venne riportata il 4 
novembre del 1354. 

Venezia colpita dai danni della nuova sconfitta e più 
ancora in quel momento dal pericolo corso per la con- 
giura di Marino Faliero , cercò di ottenere una pace dai 
Genovesi e gli ultimi giorni di maggio del 1355 sì sta- 
bilirono fra le due repubbliche le seguenti principali con- 
dizioni : 

1.^ I Veneziani per tre anni non potrebbero navi- 
gare al Tanai, ma far porto e mercato in Gaffa. 

2.^ Pagherebbero per indennità di danni 200 mila 
fiorini d'oro. 

3.^ Fino al 29 settembre dì quell'anno il re d'A- 
ragona avrebbe facoltà di partecipare alla presente pace, 
se no resterebbe solo in guerra. 



— 464 — 

4.^ Dorante tulio quel tempo oè da Venezia né da 
Genova si potrebbero armare legni in guerra e se gli ar- 
mati si danneggiassero, cionondimeno il trattato otterrebbe 
il pieno suo effetto, 

5.^ L' una. e 1' altra repubblica restituirebbe ì pri- 
gionieri. 

LXXX. Se la presente pace dava a Genova un colai 
pegno di sicurezza per il possesso del commercio di Le- 
vante, rimaneva tuttavia il dubbio che la slealtà dell'im- 
peratore Greco dovesse osservar quella che si era con- 
chiusa con lui. Dì guisa che per meglio far certo il profitto 
che si volea ricavare dai due trattati, divisossi di bal- 
zarlo dal trono riponendovi il legittimo principe. Stava 
questi esiliato dall' usurpatore Cantacuzeno, colla propria 
madre Anna dì Savoia nella città di Tessalonica. 

Da qualche tempo andavano madre e figlio rivolgen- 
dosi in mente di ricuperare il perduto soglio, e Pagano 
Doria dopo la battaglia del Bosforo avea loro offerto i 
suoi aiuti, ma Anna di Savoia tenera troppo dell* unico 
figlio non volle accettare l'offerta. Ora essendo ella morta 
e r usurpatore avendo associato al trono il figlio suo , 
parve opportuno il momento di eseguire quanto si era fino 
allora differito. Usava alla corte dell* esiliato Giovanni Pa- 
leologo un genovese di nobile famiglia, per nome France- 
sco Gattilusio mercante di destro ed ardito ingegno, il 
quale era padrone dì due galee. Imbarcò sopra di queste 
il giovine imperatore e caricolle di botti da olio fingendo 
di portarle a vendere in Costantinopoli dove intanto pren- 
deva concerto coi principali partigiani del legittimo prin- 
cipe. Giunto in Costantinopoli disbarcò le botti tra il 
lido e le mura e apertesi le porle le fece rotolare enlro 
la città t nella quale operazione due di tali botti , per 



— 452 — 
artifizio premeditato si ruppero, e quindi si fece una confu- 
sione di persone spellattrici al simulato disastro. Allora 
coloro i quali erano già avvertiti dello stratagemma ve- 
dendo cresciuta la moltitudine si posero a gridare il nome 
dell' imperatore Michele Paleologo che uscito da una delle 
galee procedeva innanzi seguitato dai suoi partigiani , i 
quali gradntamente crescevano. 

Àvviavasi egli alPimperiale palazzo e l'usurpatore Gan- 
tacuzeno sorpreso dall' avvenimento movevagli incontro , 
cedevagli la corona e riliravasi a vivere in tm convento. 
Il nuovo imperatore volendo rimunerare di cosi grande 
servigio il genovese Gattilusio, gli concedeva in isposa la 
propria sorella colla dote dell' isola di Metelino. 

CAPITOLO III. 



Descrizione dell' Isola di Cipro — Conquista fattane dai Genovesi 
— Occupazione di quella di Tenedo dai Veneziani — Guerra dì 
Chioggia — Pace fra le due repubblicbe. 

LXXXI. La colonia di Calata, quelle del mar Nero, 
la conquista di Scio, delle due Focidi, e il possesso di 
Metelino, coi due ultimi trattati davano intieramente il 
monopolio del traffico orientale alla repubblica di Genova. 
Venezia per rifarsi in qualche modo di tanta perdita pensò 
di acquistare qualche stabilimento sulle coste meridionali 
del Mediterraneo, nella Morea e nell'Asia minore, nella 
Siria e nell' Egitto. Baruti o Bairut nella Siria fu quello 
che a lui parve più acconcio per la maggior concorrenza 
colla città di Famagosta in Cipro, dove i Genovesi posse- 
devano un ricco emporio. Questi allora vedendosi turbati 



nelle nuove sorli dai Veoeziaoi , fecero divìsamento di 
occupare l' isola di Cipro rendendo in tal modo inutile ai 
Veoeziani lo slabilimefilo di Bairut. 

L' isola di Cipro è posta tra la Cilicia, la Siria e lo 
Egitto e presta ai naviganti il più sicuro ricetto, tra quelle 
fertili Provincie e l'Europa. Essa si estende in lunghezza 220 
miglia e 70 in larghezza. Scarseggia di grani , ma ab- 
bonda di zucchero, di cotone, di seta, di trementina e di 
-vini preziosi tanto alla pianura quanto sopra i suoi poggi; 
le sue montagne nascondono nelle loro viscere miniere di 
rame miste con oro ed argento. È qui dove i poeti favo- 
leggiavano essere nata Venere dalle spume del suo mare. 
Città principali sono: Limìsso già Nemosia, Pafo, Ge- 
rines, Famagosta, Nicosia sede reale sopra il fìume Pedeo. 
Aveva allora 850 casali, oltre le predette città, e fra 
quelli più rinomati erano Guido, Amatunta e Citerà dove 
sorgevano altrettanti tempj alla dea Venere. I Romani la 
tolsero ai Greci facendone la conquista Marco Catone, il 
quale sebbene fosse l'onestissimo dei Romani, la spogliò 
d'ogni oggetto più prezioso. Divisosi l' impero, Cipro formò 
parte dell'orientale, da cui si mandava un governatore a 
reggerla. Vi si riparò il re Riccardo ctu>r di leone d'In- 
ghilterra quando mosse alla crociata togliendola al gover- 
natore Isacco che la si avea usurpata. La vendette quindi 
ai Templari, e questi mal potendola conservare, la riven- 
dettero a Guido di Lusignano, quando ebbe perduto il re- 
gno di Gerusalemme. Da quell'epoca tennero risola i suc- 
cessori di Guido fondandovi una monarchia. 

LXXXII. Nel 1S73 alla incoronazione del re Pietro li 
per ragioni di preminenza venivano a contrasto Genovesi e 
Veneziani, ìndi ad aperta guerra, e i Gipriotti tenesdoper 
i secondi, i Genovesi erano nel più crudel modo perseguiti 



— -154 — 
ed uccisi, facendosi dei magazzini loro un orribile sac- 
cheggio. 

Si decise allora da Genova la guerra contro di Cipro e 
falla come per l'impresa di Scio una società di particolari, 
alle spesedi questi si allestirono 45 galee, con 15 mila com- 
battenti dandone il comando a Pietro di Campofregoso. 
Partiva questa flotta per 1* isola tli Cipro, sebbene si op- 
ponesse da quel re e da' suoi popoli la più strenua resi- 
stenza, si riusciva ad occuparla. Seguita l'occupazione si 
conchiuse un trattalo tra il re Pietro II e T ammiraglio 
di Genova colle seguenti condizioni : 

ì.^ Si restituiva l'isola di Cipro al suo sovrano, 

eccettuata soltanto la città di Famagosta col porto, che 

doveva rimanere per dodici anni in potestà dei Genovesi. 

2.^ Il re Pietro li si obbligava inverso di Genova 

ad un tributo annuale di 40,000 fiorini d'oro. Inoltre 

a pagare per le spese della spedizione due milioni , e 

12,400 fiorini d'oro per 12 anni, con 12 rate e gl'interessi 

scalari e per le spese del ritorno 90 mila fiorini d'oro. 

3.^ I Genovesi doveano godere di tutte le esenzioni 

e dei privilegi che già avevano ottenuto dai precedenti re. 

4.^ Tutti coloro che aveano sofferto danni ed avarie 

negli ultimi fatti erano risarciti. 

5.^ Si consegnerebbero in custodia agli ufBziali della 
repubblica la città e il porto di Famagosta per anni 12, 
che le rimarrebbero in proprietà laddove si contravvenisse 
a queste condizioni. Inoltre la fortezza di Buffaneto si 
darebbe a guardia dei Cavalieri dell'Ordine di S. Giovanni. 
6.0 Per sicurezza di questi patti si accordavano in 
ostaggio dal re, Giacomo di Lusignano successore al trono 
colla moglie Carlotta e i figli del principe di Antiochia, 
zio dello stesso re. 



— 455 — 

Ottennio questo accordo Pietro di Campofregoso ve- 
leggiava per Genova e la repubblica per rimunerarlo della 
gloriosa impresa gli concedeva immunità perpetua da ogni 
gabella per sé e per ì suoi discendenti, col dono di un 
palazzo nei territorio di Fassolo, quello stesso che poi 
passò in proprietà di Andrea Doria. 

LXXXIII. Intanto V impero greco awicìnavasi alla 
suprema sua fine. I Turchi già padroni di Gallipoli e di 
Adrianopoli lo insidiavano da ogni parte. Ad Creane suc- 
cedeva Solimano e a questo il fratello Amurat, il quale 
senza dubbio sarebbe venuto al pessesso di Costantinopoli 
se non era obbligato di trasportarsi sovente dall'Europa 
alPAsia per domare colà alcuni principi dei Selgiuchidi 
che gli facevano guerra. 

L' imperatore Giovanni Paleologo, colui che era stalo 
rimesso sul trono dal genovese Gattilusìo, vedendosi da 
ogni parte minacciato, chiedea aiuti all'Occidenie ed offe- 
rivasi disposto a riunire la chiesa greca alla latina. Per 
questo recavasi in Italia, ma ì prìncipi italiani immerge- 
vansi nelle dissolutezze, i popoli non avevano più fede 
nelle crociale e il Paleologo invece di pensare al pericolo 
che gli sovrastava, si abbandonava a tutti i più turpi 
piaceri. Le molte spese da lui fatte costringendolo a con- 
trarre gravosi debiti, veniva per questi posto in prigione 
in Venezia. Alfine liberato dal proprio figlio riconduce- 
vasi in Costantinopoli nulla o poco avendo ottenuto che 
favorisse il fine della sua missione. Vero è bensì che il 
pontefice Urbano V bandiva una nuova crociata, ma gli 
effetti della stessa si ridussero alla spedizióne di Amedeo VI 
di Savoia detto il Conte Verde, il quale sebbene aiutato 
dai coloni genovesi di Calata pochissimo frutto riportò 
de* suoi valorosi sforzi. 



— 466 — 

In mezzo a tulle queste vicende cui s'incammioava pre- 
cipitosamente decadendo l'impero orientale» Venezia e Ge- 
nova nuli' altro agognavano che ad appropriarsene le di- 
verse parli. Era V isola di Tenedo situata quindici miglia 
distante dall' imboccatura dell' Ellesponto e sei dal paese 
dove già fu Troja , famosa per il sacrifizio di Ifigenia e 
ai tempi del regno di Priamo di molla ricchezza, poscia 
seno deserto e stazione mal sicura alle navi. Questo 
luogo riusciva di molla importanza per il commercio del 
mar Nero. I Veneziani per i primi la chiesero all' impe- 
ratore, senonchè temendo egli che la crociala avesse, come 
già un secolo e mezzo innanzi, il disegno di occupare Co- 
stantinopoli, risolutamente la negò. 

LXXXIV. Mentre queste cose accadevano, i due figli 
dell' imperatore greco e di Àmural sovrano dei Turchi 
per vedersi posposti ai loro fratelli minori nell'amore e 
nel possesso del regno congiuravano contro il proprio pa- 
dre. Amurat scoperta la congiura faceva cavar gli occhi 
dall' amico al proprio figlio e costringeva l' imperatore 
greco ad operare altrettanto in verso del suo. II figlio di 
Giovanni Paleologo venia posto nella torre di Anema, dove 
potendo penetrare un medico genovese della colonia di 
Calata, gli restituiva la vista e poco appresso con alcuni 
aiuti a lui prestati da quei coloni venia rimesso sul trono, 
rinchiuso nella stessa torre il padre col figlio Emanuele 
da questi preferito. 

Per gratitudine del beneficio ricevuto il nuovo impe- 
. ralore concedeva l' isola di Tenedo ai Genovesi, senonchè 
essendosi portate colà alcune galee il governatore che la 
reggeva negava di darne loro il possesso, dicendo avere 
ordine dall' imperatore decaduto o di doverla rimettere ai 
Veneziani o in difetto ai Turchi. Stavaasi allestendo altre 



— 457 — 
forze da Genova per occupare 1* isola quando improvvisa- 
mente si seppe che i Veneziani se ne erano insignorili. 
Ciò era accaduto per opera di Carlo Zeno, il quale invi- 
tato a liberare dalla prigionia Pimperatore padre, né questi 
per debolezza d'indole prestandosi al tentativo dello Zeno, 
alfìue avea risoluto di dover cedere la slessa isola a Ve- 
nezia per incoraggiarlo con altro tentativo alla sua libe- 
razione. 

In Venezia però fu grande questione nel consiglio dei 
Pregadi se dovesse accettarsi quest' isola per non uìesco- 
larsi in allra guerra, pendendo quella si aveva allora col 
duca d'Austria. 

Divise essendosi le opinioni, prevalse alfine questa del- 
Taccettazione per un nuovo fatto succeduto in quel mo- 
mento. 

I Danesi aveano distrutta V ìsola di Wisby e le città 
della lega Anseatica ricusavano di ricevere le mercanzie 
dalla Russia. Wishy posta sul Baltico era l'en^porio donde 
le derrate dell'Asia sì diffondevano nell' Europa setten- 
trionale, e la Russia il luogo per cui passavano condu- 
cendosi a quel mercato, poiché recale ad Astracan in 
luogo di scendere al Tanai rimontavano il Volga, e dal 
Volga a Mosca. 

Ora con questa deviazione uno dei principali rami del 
commercio Asiatico veniva ancora ad aggiungersi a tutti 
gli altri die già riuscivano alla colonia genovese di Gaffa. 
Di guisa che Venezia si trovava ridotta a perdere inte- 
ramente per quella parte un^ grande profitto del traffico 
orientale. 

FU' dunque deliberata e dichiarata la guerra. Alleati 
della repubblica di Venezia si fecero i Visconii dì Milano, 
della genovese il Patriarca d' Aquileia, il re d'Ungheria e 



— 458 — 
Francesco da Carrara Signore di Padova. Le prime osti- 
lità scoppiarono coulro la stessa isola di Tenedo poiché 
l'imperatore greco Andronico con quindici galee geooTcsi 
della colonia di Calata, si pose ad assediarla. Gli asse- 
diati comandati da Carlo Zeno lasciarono accostar tanto 
i nemici che verniti sotto le mura gli bersagliarono ad 
un tratto coi trabucchi e colle bombarde. 

Era questa la terza volta che per mezzo delle ultime 
si adoperava la polvere da fuoco. La prima volta fu nella 
battaglia di Crecy dagl' Inglesi contro i Francesi. L' in- 
venzione si attribuisce o ad un monaco tedesco di nome 
Scwartz o al celebre frate inglese Bacone da Verolamìo. 
Si dice che questi nelle loro esperienze chimiche tritu- 
rando insieme salnitro, zolfo e carbone ne osservassero i 
meravigliosi effetti e ne prevedessero l'uso che poteva 
farsene nelle guerre. Per testimonianza di Francesco Pe- 
trarca la polvere venia comunemente adoperata nella metà 
del secolo XIV. 

Nel momento in cui le due repubbliche vengono al- 
l' ultima e più micidiale guerra, ci occorre di brevemente 
accennare quale fosse il loro dominio. 

LXXXV. Venezia avea cento nìiglia di laguna in fondo 
all'Adriatico con isole, lidi e città sovrapposte. Inoltre 
una parte del Polesine di Rovigo confinante al Ferrarese 
ed al Padovano. La contea di Treviso con una porzione 
del Friuli limitrofo al Patriarcato di Aquiieia, colia pro- 
vincia marittima dell' Istria vicina alla Dalmazia , e le 
due grandi isole greche di Candia e di Negroponte. Ge- 
nova invece possedea centosessanta miglia di lido e di monte 
sopra il mare ligustico lunghesso le due riviere, l'isola 
di Corsica ed una lunga catena di colonie neirareipelago, 
nel mar Nero e in quello d'Azoff. 



I prioii soontri in mare tra i dòe popoli fiiraao al 
capo d*Aczo ia «piagna romana dove la flotta Veneziana 
di 14 galee coadotta da Vittore Pisani vinse la genovese 
di dieci sotto gli ordini di Laigi Fieschi cbe vi rimase 
prigiomero. La soonfitia commosse la città, il doge Do- 
menico Fregoso dovette cedere la Signoria ad Autoniotto 
Adorno e questi poco dopo a Nicolò Gaarco. 

Si armò all<M*a una nuova flotta della quale si elesse 
a capitano Lnciano Dt>ria che recatosi neirAdriatico andò 
contro di Fola, venne a cotifiitto eoa Vittore Pisani, lo 
vinse, gli prese qmndict delle ventidoe galee che aveva 
sotto di sé, eoa 1400 prigioBieri, il di S maggio del 1379. 
Ma la vittoria tornò faoesta poiché Lnciano Doria vi cadde 
ncetso. Saputa^ in Genova la notizia del fatto si trattò 
di dare nn snccessore ali* estinto capitano e fa eletto in 
sua vece Pietro Doria. Si aggiunsero sotto di Ini altre 
15 galee a quelle che già avea il suo predecessore e il 
di delPAscensione 19 maggio 1379 si accompagnava dal 
clero e dal popolo alla riva di San Marco dove saliva la 
sua capitana. Salpando le galee, le ciurme alzavano il 
grido di Veneàa e la moltitudine influita dal molo, dalle 
vie e dalle fineiAre plaudendo ripeteva: A Venezia. 

Venezia edificata in {ondo dell' Adriatico da trauMin- 
tana, maeatro, ponente e libeccio ha la terraierma, da 
greco, acirooeo, levante e mezzodì nn lido o 35 mi^ia 
di spiaggia divisa in sei aperture; sono queste: 1.^ Tre- 
poni, 2.0 Lido anelare, 3.» Sant'Erasmo, 4.» Due Ca- 
st^, S.^" liabmooeo, &« Porto di Chioggia. GUo^ è 
una pìccola città 25 au^a distante da Venezia ed al- 
trettmite da Padova. Quindi la più hdk e imeve coan- 
nicazkme «alia terraferma. 

Pietro Doiia arrivata oolà eolia sua flotu canvnoè a 



— 160 — 
consiglio i minori capitani ed esponendo loro il suo di- 
segno, mostrò come prima di muovere contro la capitale 
duopo era impossessarsi di Chioggia. I deputali del re dì 
Ungheria» del Palriaroa d'Aquileia e del Signore di Pa- 
dova presenti al consiglio aderirono alia proposta e fu 
deliberato Tassodio di Chioggia, la quale dopo valorosa 
resistenza fatta dai Veneziani cadde in potere degli as- 
sedianti il 16 luglio del 1379. 

La presa di Chioggia era accaduta per mezzo di uno 
stratagemma usalo da un marinaio genovese, il quale cari- 
cata una barchetta di paglia, pece e bitume la condusse 
sotto il piccolo ponte che metteva nella città e dove si 
facea la più forte difesa dagli assediati. Quando si trovò a 
quel punto v'appiccò il (uoco e le fiamme divampando tal- 
mente atterrirono i difensori che disordinati si diedero alla 
fuga, quindi confosnmente con essi entravano in Chioggia 
i Genovesi. Veniva tosto abbattuto il grande stendardo di 
San Marco che sorgeva sulla pubblica piazza e posto in- 
vece quello di San Giorgio, molti erano i morti e feriti, 
moltissimi i prigionieri. 

Come r infausta notizia si ebbe a Venezia, la deso- 
lazione, Io spavento ne invase gli animi, tutte le campane 
suonavano a stormo, tutti correvano al ducale palazzo 
per saperne i particolari, per impugnare le armi, pareva 
venuto Tèstremo fine della repubblica. Il Doge e il Senato 
si dierono a cercare onde provvedere ogni mezzo all' ul- 
tima difesa; per questi sforzi si riuscì ad allestire ancora 
22 galee dall'arsenale, il Dogeiatesso giurò di farsi egli capo 
di quelle e conduoendosi in Cbii^a^ no» più partirne 
senza aireria ricuperala o lasciatavi la vita. Ma il pò* 
polo andava per le vie gridando a olie servirebbero tutti 
quei ienlativi, se di: due soli capiiatiiy t quali potevano 



— <6< — 
salvare Venezia, Tuuo trovavasi lonlano ed era Carlo Zeno 
e l'altro Vittore Pisani stato posto in carcere per avere 
obbedito agi* ingiusti ordini del Senato combattendo la 
battaglia di Pola. E fu tale il tumulto che si levò 
nella moltitudine acclamando Vittore Pisani che il Se- 
nato fu obbligato a liberarlo dal carcere. Seguitato dal 
popolo il Pisani conducevasi alia presenza del doge , il 
quale gli diceva di dimenticare il passato provvedendo alj 
pericolo presente e^ ai futuri destini della sua patria » e 
il Pisani modestamente ringraziando ancora il governo 
della sua liberazione, al popolo che gridava: Viva Tam- 
miraglio Pisani , rispondeva : Non gridate figliuoli viva 
Pisani y ma viva San Marco, che Dio faccia eterna la 
repubblica di. Venezia. 

E così dicendo saliva la capitana, prendea il comando 
della flotta e col doge' al suo bordo volgeva verso di 
Chioggia. Avevano colà i Genovesi 200 circa legni con 
27 a 28 mila uomini. I Veneziani non arrivavano a .qua- 
ranta circa dei loro legni e colle compagnie di ventura 
che avevano chiamale ai loro stipendi appena contare 
poteano venti mila uomini. Aspettavano però 13 galee 
sotto gli ordini di Carlo Zeno. I Genovesi cercarono di 
venir subito a battaglia, ma il Pisani negò costantemente 
di accettarla. Un piccolo scontro però che accadde inse- 
gnava ai Veneziani di dover assediare in modo i Genovesi 
in Chioggia che più non ne dovessero uscire. 

Prima però di tal fatto si volle dal doge tentare un 
amichevole componimento. 

Si mandò per questo in Chioggia una deputazione alla 
quale faceano seguito alcuni dei principali prigionieri fatti 
nella battaglia d*Anzio, fra i quali Luigi Fieschi che co- 
mandala i Genovesi. Il capo della deputazione presentatosi 

Canali, Storia del Commerci/o, tee. Il 



all'ammiraglio Pietro Doria e a Francesco da Carrara 
stgoore di Padova, disse : domandare i Veneziani la pace» 
esser pronti ad ogni patto per ottenerla , con che libera 
rimanesse la patria loro. Ma il Doria e il Carrarese ri- 
sposero : Che la pace avrebbero data ai Veneziani quando 
per le mani loro imbrigliati fossero quei focosi destrieri 
che si trovavano sulla piazza dell* Evangelista S. Marco, 
e il primo di essi aggiunse, si riportassero pure indietro i 
prigionieri che aveano colà condotti, ch*egli in breve sa- 
rebbesi condotto in Venezia per liberarli. 

LXXXVI. I Veneziani dalla disperazione pigliando virtù 
ogni sforzo facevano per ricuperare Chioggia. Fabbrica- 
vano una torre di legno spingendola pel canale che met- 
teva a quella città, i Genovesi la distruggevano in breve. 
Allora il doge Conlarini ne faceva edificare una seconda 
collocandola sopra una gran nave in mezzo del porto, di 
subito sette galee genovesi la circondavano e le davano 
il fuoco, cadevano perciò alberi, vele e sarte e tutto il 
legname della torre sul carcame del bastimento con largo 
ingombro chiudendone in tal guisa il porto. Il doge ve- 
dutone l'effetto ordinava che tutti gli altri bastimenti si 
abbruciassero in bocca dei canali, cosicché ogni accesso 
a Chioggia veniva rapidamente impedito; cionondimeno 
questo assedio cui erano sottoposti gli assedianti medesimi 
facea lunga e pericolosa la guerra e già alcuni mesi slava 
sotto di Chioggia il doge colParmata; mormoravasi quindi 
in Venezia di si lungo indugio, tanto più che vi si avea 
penuria d' ogni vettovaglia. La flotta stessa da si lunghi 
stenti affaticata moslrava di vder ammoiinarsi impaziente 
del ritorno. 

Si prese allora una deliberazione dal Senato, veduta 
e aenlita la gravila del oaomèmo, si fa: Che se nel termiiK 



— 463 — 

di quattro giorni non giungeva Carlo Zeuo, la flotta sa^ 
rebbe richiamala iu Venezia, tenutosi quindi un generale 
consiglio si deciderebbe o di perir tutti o di dover ab- 
bandonare Venezia e riportare la sede del governo in 
Gandia o Negroponle. Già spirava il secondo giorno del 
termine sulla fine del 1379 quando Carlo Zeno comparve. 

Tornava egli di levante; aveva egli ristabilito sul 
trono di Costantinopoli Giovanni Paleologo cacciandone il 
figlio Andronico, combattuta la colonia di Calata e recata 
ugualmente ogni più crudele molestia a quella di Gaffa , 
oltreciò presa vicino all' ìsola di Rodi una gran nave dei 
Genovesi, il carico della quale facevasi ascendere alla 
somma di 500,000 ducati. Con queste prosperità soprag- 
giungeva opportuno a variare le sorti della guerra, a dar 
animo a* suoi concittadini, e a rendere irrevocabile la per- 
dita dei Genovesi. Aveano luogo dopo il suo arrivo alcuni 
fatti, in uno dei quali rimaneva ucciso l'ammiraglio Pietre 
Doria. 

Da Genova intanto saputa T infelice condizione in cui 
trovavansi i Genovesi si mandava loro una flotta ed no 
nuovo capitano che succedesse in luogo dell'estinto Doria. 
Era quegli Gaspare Spinola che affidata la flotta a Matteo 
Marufib egli per terra si conduceva nell'assediata Cbiog- 
già. Ma la sua venuta sola scopriva ai nemici V ultimo 
varco che dovevano ancora chiudere, di sorta che trova^ 
roosi dopo di ciò fatti incapaci i Genovesi ad uscire in 
qualsiasi modo, da quelle angustie in eui gli avevano i 
Veneziani ristretti. Tentarono perfinq di distruggere i tclti 
delle case e cogli assi e le travi di quelli forimriie tante 
piccole barchette, fecero segnale alla flotta iel Maruffo 
che teneva il largo di avvioi^rsi e eoiprire il loro tei^ 
tativo CQQ una mostra di «ssAllo^n m i wmior mi m 



— 46i — 

avvidero e tutte quelle barchette che aveano già comio- 
ciato a farsi una via, furono colate a fondo. 

Rimase un* ultima speranza e fu quella di corrompere 
i soldati di ventura che militavano sotto le insegne dei 
Veneziani. Infatti per le molte promesse di danaro s'am- 
mutinarono essi , ma scopertasi la trama il capo loro fa 
tosto impiccato e gli ammutinati si ricondussero in breve 
alla pristina obbedienza. Essendo andato a vuoto ogni ten- 
tativo, gli assediati dierono segno al comandante Maruffo 
che non potevano più resìstere , come trovavansi afBitti 
dalle fatiche e dal difetto d'ogni cosa necessaria alla loro 
sussistenza ; e il Maruflb rispose si arrendessero pure. Una 
deputazione a capo di cui Tazio Cibo si presentò allora 
al doge di Venezia, espose la condizione in cui trova- 
vansi gli assediati, la deliberazione di rendersi salva la vita 
e la libertà. Rispose il doge che il Senato avea già de- 
ciso che fossero tutti chiusi nelle carceri di Venezia. 
Questo patto ancora potrebbe venire negato quando non si 
abbandonassero senza dilazione e incontanenti alla loro 
clemenza. 

Si arresero e 4172 furono i prigionieri, unici avanzi 
di un esercito che già contava dai 27 ai 28 mila uomini. 
Condotti in Venezia, chiusi, come si era decretato, nelle 
prigioni di questa città , si giacquero dal di 22 giugno del 
1380 all'otto agosto del 1381 in cui fu segnato il con- 
tratto di pace dalle due repubbliche , ma soltanto appena 
un terzo ne sopravvisse. Le condizioni della pace dettate 
per arbitrio di Amedeo VI di Savoia detto il Conte Verde 
tra Genova e Venezia furono le seguenti: 

1.^ Tutte le fortezze stabilite dai Veneziani nell' i- 
sola di Tenedo sarebbero smantellate e sgombrata l'a- 
vrebbero i Veneziani medesimi che aveanla occupata. 



— 465 — 

2.^ Per guarentìgia dell* esecuzione delb sgombro 
della distruzione delle fortezze si obbligavano 150 mila 
fiorini d'oro sopra tante mercanzie depositate sopra Fi- 
renze, Ancona e Bologna. 

3.° Il re di Cipro se non avesse aderito alla pre- 
sente pace, i Veneziani non l'avrebbero aiutato in alcun 
modo per la continuazione della guerra. 

4° L' imperatore Giovanni Paleologo veniva com- 
preso nella stessa pace e i due popoli avrebbero goduto 
i soliti privilegi che aveano entrambi nelle terre di quel- 
r impero. 

5.^ I Genovesi avrebbero potuto liberamente navi- 
gare il golfo Adriatico. 

6.^ Per la navigazione della Tana, tanto ì Veneziani 
quanto i Genovesi avrebbero dovuto astenersene per due 
anni. 

7.^^ Tutti i danni fatti dall'una e dall'altra parte 
si sarebbero risarciti colla restituzione dei prigionieri. 

CAPITOLO IV. 



Principii del commercio marittimo dei Fiorentini — Somma pro- 
sperità di quello dei Veneziani sotto il Dogato di Tommaso Mo- 
ceiiigo — Decadenza del genovese — Istituzione del Magistrato e 
Banco di San Giorgio. 

LXXXVII. Erano trascorsi pochi anni da quello in cui 
Venezia e Genova si combattevano in Chioggia, che aveano 
principio la navigazione e il commercio marittimo dei Fio- 
rentini, i quali avendo addi 9 ottobre 1406 occupata al- 
fine Pisa, divenivano essi pure una potenza marittima del 



^ 466 — 

Bfediterraneo, imperocché col porto di Livorno acquistato 
da loro prendevano a formare una ragguardevole mari- 
neria stendendo le proprie commerciali relazioni fino al- 
l'Egitto per la parte di levante , e per quella di ponente 
alla Spagna, al Portogallo, ali* Inghilterra e alle Fiandre. 

Sebbene per testimonianza delio storico Giovanni Vil- 
lani, Firenze nella seconda metà del secolo XIII fosse 
ricca della più florida industria, avesse duecento e più 
lamficj che producevano dai 70 in 80 mila pezze di panno 
del valore di più che un milione e dugento mila fiorini 
d*oro, al cui lavoro attendevano più di 30 mila operai, i 
suoi fondachi delParte di Kalimala fossero in numero di 
venti che traevano ogni anno di fuori meglio di 10 mila 
pezze di panni del valore di più di 300 mila fiorini d'oro, 
TI si trovassero infine ottanta banchi di cambio; cionon- 
dimeno per dare essa adeguato sfogo a tutta questa ric- 
chezza delle arti sue, facea di mestieri che si servisse 
dei Genovesi e dei Veneziani, sicché dovea il guadagno 
di quei prodotti essere di molto assottigliato dai noleggi, 
dai rischi assicurati di mare, e dalle mediazioni di estra- 
nei iniromettitori, che se ne divoravano la miglior parte. 

Ora il possesso del porto di Livorno mallevandoli da 
tuttociò, cominciarono a liberarsi dalla soggezione dei 
Genovesi, riuscendo nel 1426 a conchiudere un trattato 
con Filippo Maria Visconti allora signore di Genova , in 
forza di cui scioglievansi dalPobbligo che già avevano di 
caricare le lore mercanzie tratte dal Ponente sopra basti- 
menti genovesi. 

Un secondo trattato intorno alla stessa epoca strin- 
gevano col Soldano d'Egitto, ottenendo nella città di 
Alessandria la Curia Consolare, o il diritto di avere colà 
i propri consoli , con una chiesa, un fondaco, un bagno, 



— 467 — 
UD forno ed altri importanti privilegi. Mandavano quindi 
1 propri consoli per tolti i porti a conchiudere trattati; 
e facendo più studiosamente seminare le campagne pisane, 
concedettero agli abitanti dì Pisa la libera estrazione dei 
grani che i Fiorentini trasportavano a vendere con van- 
taggio fino in Portogallo. Sentirono per questi trasporti il 
più vivo bisogno di un maggior numero di legni mercan- 
teschi, i quali se dapprima furono di undici galee grosse 
e quindici sottili con 130 fra marinai, compagni o combattenti 
per ciascuna di quelle» in breve e le galee, e gli uomini de- 
stinati per esse smisuratamente si accrebbero in propor- 
zione che quel commercio si andava per ogni scalo del 
Mediterraneo dilatando* Da principio fabbricavano le galee 
per conto del Comune, era un monopolio , e se ne provò 
tosto r ingiustizia ed il danno, per la qual cosa si diede 
fac4>ltà ai particolari di fabbricarne per loro conto. Dopo 
ciò a più lontano corso stendevasi la navigazione de' Fio- 
rentini; approdavano in Costantinopoli, avventuravansi sulle 
coste del mar Nero fino a Caffa e Trabisonda, scorrevano 
l'Egitto e la Barberia, visitavano 1* Inghilterra e la Fian- 
dra, e reduci da queste stringevano i loro traffici colla 
Catalogna, né per forza di legge poteano altronde scari- 
care le mercanzie che in Livorno o Porto Pisano. 

LXXXVIII. Mentre Firenze destavasi a cosi gran moto 
di commercio marittimo, Venezia raggiungeva la maggior 
meta del suo sotto il Dogato di Tommaso Hocenigo. Se 
la memorabile guerra di Chioggia ne aveva consunte le 
forze, Tassennata stabilità del governo veneto poteva in 
brave rimarginarne le piaghe , e la guerra civile che stra- 
ziava l'inquieta popolare repubblica di Genova, non potea 
allignare fra le lagune. Oltreciò Venezia dove per so- 
verchio vigore in sé non capisse possedeva la terraferma. 



— <68 — 
gli acquisii di cui poleano darle larga soddisfazione. Di 
vero, il DogeMoceaigo toglieva al duca d'Auslria Roveredo 
nel Trentiuo, appresso lo Stato al patriarca d*Àquileia, non 
lasciandogli che la sola città ; la repubblica recava in lai 
guisa i suoi confini fino alla Germania. Si volse indi alla 
Dalmazia, cogliendo la propizia occasione che Sigismondo 
imperatore Iravagliavasi in Boemia contro gli Ussiti e in 
Ungheria contro i Turchi, Cattare, Tran , Spalatro , Al- 
missa, Lesina e Curzola si ricuperarono dalle armi ve- 
nete, né diversamente gli accadde per Drivasla, Antivari, 
Dolciuo, Scutarì e quasi- tutti gli altri luoghi dell'Albania 
che caddero in potere della repubblica. A questa potenza 
terrestre seguitava il maraviglioso accrescimento della 
marittima. I deboli principi della Morea vedendosi espo- 
sti all'ira di Amurat II, contro di cui prestato avevano 
aiuto all'usurpatore di lui fratello Mustafà , raccomanda- 
vansi e i loro Stati offerivano a Venezia, ma ravveduto 
Doge temendo di avvolgere la sua patria in una disastrosa 
guerra col vittorioso Sultano, ricusò l'offerta accettando 
soltanto la bimare Corinto, acquisto preziosissimo per il 
commercio e la navigazione dei Veneziani , imperocché 
posta sull'istmo che bagnano due mari quinci pel golfo 
di Lepanto si volge all' Jonio, quindi per quello di Egina 
risponde all'arcipelago. Con essa tutelavasi tutta la Morea 
sicché l'interna parte di questa in tempo più acconcio 
poteasi ridurre in potestà. 

Era pertanto Venezia nei primi anni del secolo XV 
signora del golfo Adriatico possedendone tutte le sponde 
dalle bocche del Po fìno a Corfù. Questo spazio veniva 
occupato da una popolazione di due milioni ripartiti so- 
pra due mila leghe quadrate, a coi facea duopo aggiun- 
gere Candid , Negroponte , la costa della Morea , molte 



— 469 — 
isole dell'arcipelago e possedimeDti diversi in tulli quasi 
i porli dell'Oriente. Quale poi Tosse la sua prosperità com- 
merciale può meglio rilevarsi dalle parole dello slesso doge 
Mocenigo, quando egli si oppose virilmente alla guerra in 
cui i Fiorentini volevano avvolgere Venezia contro il Vi- 
sconti Signore di Milano , mostrò quanto importasse di 
stare in pace con quel Duca , poiché i Veneziani trae- 
vano ogni anno dalle città di Milano, Monza, Como, da 
Alessandria, Tortona, Novara, Pavia, Crema, Bergamo e 
Parma per il solò banco più di un milione e seicento mila 
ducati. 

11 commercio di drapperia che avevano in quelle città 
gliene portava altri novecento mila. L dritti d'introito per 
le mercanzie che procedevano dalla Lombardia ne get- 
tavano ancora dugento mila. La Lombardia cavava da 
Venezia ogni anno per centocinquanta mila ducati di co- 
tone, trenta mila di filo, dugenloquaranla mila di lane di 
Spagna e di Francia, dugentocinquanta mila di stoffe di 
oro e di seta, cinquecento mila dì spezjerie, dugentocin- 
qaanta mila di sapone, senza computare il traffico del 
sale. 

Tutte queste importazioni da Venezia nella Lombardia, 
manteneano un prodigioso numero di navi e di galere che si 
mandavano in Siria, in Romania, in Cipro, in Sicilia, in 
Catalogna, in Francia e in tutti i porti dell' universo. Il 
solo noleggio di tutti questi bastimenti ascendeva a sei- 
cento mila ducati all'anno. 

All'epoca della morte del medesimo doge Mocenigo(1423) 
per le ultime parole che ei profferiva pria di morire al 
cospetto di tutto il veneto senato, la repubblica spediva 
ogni anno in paesi stranieri un fondo di dieci milioni di 
ducati, di guisa che di solo noleggio si aveva un profitto 



— no- 
di 4ae milioti di iueati, ed aUreitania somma per il 
traffico delie mereanzie; vi erano tremila navi da dieci 
fino a dagenio botti che impiegavano diecisette mila ma- 
rinai» trecento grossi vascelli che ne impiegavano ottomila, 
e quarantacinque galere sulle quali ve ne aveano undici 
mila. Le tasse sulle case gettavano cinqneeento mila du- 
cati, vi erano mille cittadini che di sola rendita di sta- 
bili godevano da seicento fino a quattromila ducati» la 
zecca di Venezia batteva in ogni anno un milione di du- 
cati d* oro , dugento mila monete d' argento ed ottooeBto 
mila soldi. Spedivasi ogni anno per la Siria e V Egitto 
la somma di cinquecentomila ducati, di centomila io ter- 
raferma, e di altrettanti negli altri luoghi marittimi; trae- 
vasi da Firenze in ogni anno sedici mila pezze di paoni 
finissimi che vendevansi in Napoli, Sicilia e in tutti gli 
scali del Levante. Il cambio di Venezia con Firenze era 
di trecento ottantamila ducati all'anno. 

Dopo questa sincera es|H>sizione di tanta commerciale 
marittima prosperità, il moribondo Doge conchiudeva : 
« Tutto il mondo ò in traffico per voi Conservatevi in 
« questo felice stato; evitate la guerra, e l'Onnipotente 
< Iddio vi faccia governare e vivere sempre bene ». Cosi 
dicendo il 1(( agosto del 1493 esalava l'anima. 

LXXXIX. In tal modo Firenze e Venezia fioi*ivano per le 
migliori industrie e i più lauti commerzj, quando Genova 
miseramente decadeva lacerata dalle discordie intestine 
ed oppressa dalle signorie forestiere, il quale sciagaratis- 
simo mezzo adottato aveano gì' italiani per trovare tre- 
gua da quelle. 

Cionondimeno per un singolare contrasto delle umane 
sorti, di mezzo ancora alle turbolenze civili sorgeva in 
Genova la famosa istituzione di San Giorgio, obbieMie ili 



— 174 — 
ammirazione a quei tMipi, di esempio e modello ai pia 
moderni. Io ne porgerò un cenno cavato da quanto con 
molta chiarezza ne scrisse il marchese Gerolamo Serra (1). 

6f& si è da me accennato di volo che il primo debito 
dei Genovesi ebbe origine nel 11&8 colla spedizione delle 
isole Baleari. Il modo tenuto per soddisfarlo fu quello 
che si adoperò nei secoli successivi, cedendo alla massa 
dei creditori o agli amministratori di quella un dato nu- 
mero di da2ii indiretti per un certo numero d*anni fin- 
ché pagati fossero i capitali prestati e gli interessi decorsi. 
Ogni amministratore si chiamò Console ^ ogni cento lire 
di credito ttiogo^ ogni creditore luogatario^ un certo numero 
di luoghi sulla stessa testa colonna ^ i pattuiti interessi 
proventi e la riunione di tutti i luoghi compere o scriUe^ 
le quali a misura che crebbero ebbero diversi nomi o del 
creditore medesimo o della gabella ceduta o deirocca» 
sione ed impresa per cui era ceduta, o dal santo festeg- 
giato nel di del contratto. 

Moltiplicatisi i debiti coi volger del tempo si senti la 
necessità di raccoglierne tutte le partite in una sola scrit- 
turazione, ovvero di operarne la consolidazione, come dis- 
sere poi i moderni eoonomiati; quindi nel 1250 tutti i luoglii 
compere si descrissero io un liiiro grosso e pesante 
chiamato Pubblico Cartolario^ a somiglianza di quello in cui 
si registravano gli avvenimenti polìtici della repubblica e 
trovossi che tutti gli stessi toogbi consolidati, ascendevano 
al numero di SS mila pari a 2,800,000 lire, della quale 
somma si avrà la corrispoodeo^a ai di nostri ricordandosi 



(4) Discorso quinto intorno alle compere di S.Giorgio (Storia 
dell'antica Liguria e di Genova. Voi. 4^ pag. 295^ edizione di Ca- 
polago). 



— 472 — 

che a quel tempo ogni oncia d*oro purificalo valeva 3 lire, 
10 soldi e 5 denari. 

La consolidazione si avea per avventura prefisso a scopo 
non solo di regolare con ordine deternoìnato il pubblico 
debito, ma di mostrarne Tenormilà sperando di contenere 
i successivi governi dall'aumentarlo. Vana fu la speranza 
imperocché le guerre contro i Veneziani, i Pisani, i Greci, 
i Catalani, i tumulti di Corsica ed altri avvenimenti costrin- 
sero la repubblica ad immergersi in nuovi debiti; per la sola 
guerra di Chìoggia il nuovo prestito fu di 495 mila fiorini 
d*oro, e il doge Àntoniotto Adorno, quattro ne contrasse che 
sommarono a 78 mila fiorini. Essendosi posta Genova sotto 
la signoria di Carlo VI re di Francia, il suo governatore 
con tanta violenza accrebbe i debili , i dazi e le tasse 
sopra gli oggetti i più minuti, che si temette con rngione 
un generale funestissimo fallimento. Voleasi dunque un 
rimedio e fu questo trovato nel 1407 con una nuova con- 
solidazione riunione di lutti i debiti fino allora contralti 
sotto r instituziooe di S. Giorgio, alla quale si diede que- 
st'ordine: otto Cartolari uno per uno' assegnati agli otto 
quartieri della città col nome iniziale di ciascuno di essi, 
ogni creditore o luogatario abitante di Genova vi dovea 
essere inscritto col suo credito, e secondo il quartiere in 
cui abitava ; i forestieri aveano libera elezione di met- 
tersi in quel quartiere che più loro piaceva. Si trovò che 
la somma consolidata ascendeva a 476,706 lire. 

Quattro compere però ovvero debiti non vennero com- 
presi in questa consolidazione» perocché gli amministra- 
tori loro negarono di prestar visi. Per Testinzione di tutto 
il pubblico debito così consolidato, il governo assegnò a 
San Giorgio i proventi annuali delle gabelle di otto lire 
per luogo, delle quali una lira in conto di spese e fondo 



— 473 — 

comune, le altre selle a profitto dei locatari o creditori , 
di guisa che venivano a ricevere il selle per cento, ciò 
non era eccessivo dove si consideri che il minimo fruito 
del denaro a quei tempi in Europa era del 10 per cento, 
ma pochi se ne contentavano, quindi gli ebrei che esige- 
vano il 20 , venivano invitali con molti privilegi dalle 
città dentro terra strozzate dagli usurai nazionali. 

E poi sarebbe follia addi nostri Taccusare gli antichi 
di soverchia usura mentre le odierne leggi considerando 
il danaro come ogni altra mercanzia , hanno licenziato 
tutti i governi d* Europa alla più immorale dipendenza 
del Creso dei Giudei , sicché nel portafoglio di esso stia 
la pace e la guerra e il più che monta la presente scia- 
gura d'Italia. 

I proventi annuali di San Giorgio si distribuivano in 
quattro rate uguali, di cui la prima scadeva il primo d'aprile, 
ma col volgere del tempo divennero variabili e proporzionali 
secondo la prosperità e la decadenza del paese. Dopo la 
perdita delle colonie orientali rare volte passarono il 5 
per cento del prezzo originario e il 2 ^|2 per cento del 
prezzo corrente alla piazza. Il capitale impiegato nelle 
compere di San Giorgio non si poteva ripetere che dopo 
il quarto anno, ed era allora in facoltà del capitalista di 
lasciarvelo e farne giro o trapasso in capo di chi più gli 
piaceva. A sostenere il credito e il valore dei luoghi ser- 
vivano assaissimo i molteplici. I molteplici propriamente 
detti si chiamavano con senso figurato colonncy ed altro 
non erano che disposizioni fra vivi o per testamento dei 
proventi annuali di un certo numero di luoghi dichiarati 
inalienabili che si doveano moltiplicare ogni anno colla 
compera di nuovi luoghi in credito e testa del colonnanle 
finché pervenissero a quel numero stabilito da esso e 



servissero a soccorrere i poveri e i discenJeiUi, a dotar le 
fanciulle, a redimere o alleggerire le imposle od accrescere 
le pubbliche rendite e non rare volle a fondare fedecom- 
messi, maggiorashi ed altre simili sostituzioni. In seguito, 
un nazionale genio di beneficenza ne costituì molle altre 
per cui fu d*uopo agli otto cartolari aggiungere un nono 
col titolo di Officio di Misericordia e in cui si descrìssero 
i luoghi da moltiplicarsi e i proventi annuali da dispen- 
sarsi per usi piì. 

Le code di redenzione si possono annoverare tra ì 
molteplici ed altro non erano che un certo numero di 
luoghi sopravanzati alla quantità richiesta per gli annuali 
interessi di una qualche nuova scritta o prestanza che 
dovevano moltiplicarsi ogni anno colla compra di nuovi 
luoghi e coll'andar del tempo abilitavano la repubblica a 
redimere e liberare la gabella obbligata pagando il ca- 
pitale del debito 'Col compiuto molteplico, erano insomma 
quello che i Francesi chiamano fondo d*ammorlizzazione. 

XC. San Giorgio non era soltanto una istituzione eco- 
nomica commerciale ma un governo politico altresì che 
ebbe la durata di 109 anni, quanti ne trascorsero dal 1453 
al 1562: Maometto II avendo conquistatola città di Co- 
stantinopoli e minacciando d'invadere dopo di quella le 
colonie che i genovesi possedevano neir Oriente, la repub- 
blica, vuoto essendo il suo erario, afflitta dalla guerra ci- 
vile» senza modo perciò di poterle difendere, nel 1453 ne 
facea cessione a San Giorgio ; poco dopo gli cedeva egual- 
mente l'isola di Corsica, la città di Sarzana colle sue 
armigere castella, indi la Pieve del Teico colle sue mon- 
tagae e l'antica città di Yentimiglìa. 

San Giorgio accettata la cessione mandava a governare 
le colonie del mar Nero» del Tanaì, parecchi consoli che 



-. «76 — 
da Iqì si DomiDavano , e di cui principale era quello di 
Gaffa; spediva in Corsica un governatore che risiedeva 
nella città di Bastìa , e negli alvri luoghi e paesi dell'i- 
sola erano mandati particolari podestà, come pure nei 
paesi delle due riviere a lei soggetti. Ma le colonie orien- 
tali dopo ventidue anni di questa cessione erano occupate 
dai Turchi, correndo l'anno di 1478. I paesi delle due ri- 
siere sì retrocedevano alla repubblica coH'isola di Corsica 
il 1S62. 

XCI. Dei vari uffici e magistrati i quali amministra- 
vano le cose di San Giorgio, primi erano gli otto Protet- 
tori, ì quali duravano in carica un anno e dopo di quello 
entravano a reggere la dogana col tìtolo di Officio Pre- 
cedente. Competeva ad essi la più ampia giurisdizione so- 
pra tutti gli affari che sì agitavano in San Giorgio. Ve- 
nivano appresso l'Officio degli otto Procuratori, quello detto 
del 44, gli Otto del sale e i quattro Sindìcatori. 

L* Officio degli otto Procuratori si estendeva a tutti 
gli affari procedenti dai cartolari, giudicavano delle que- 
stioni per giri, trapassi e. rivollure di luoghi , condanna- 
vano al pagamento i debitori della Casa, i gabellieri e 
tutti gli altri, sopraintendevano ai libri di cassa e di scrit- 
tura. 

L'Offizio detto del 44 cosi chiamavasi perchè istituito 
nel 1444 ed aveva l'obbligo di Bnìre ogni lite, causa e 
faccenda rimasta indecisa dentro l'anno, né terminata da- 
gli altri uffizi. Differendosi per un anno e un mese di fare 
i molteplici , dovevano operarli senza ammonizione e tar- 
danza. 

L'uffizio degli Otto del sale amministrava questa im- 
portante gabella , dopo che dalla repubblica era stata 
ceduta a San Giorgio. 



— 476 — 

L*OÌ!icio dei quattro Sindicatori appellavasi ancora dei 
conservatori e revisori , era dotato della più nmpia po- 
testà per fare ricerca di tutti coloro i quali coatravveui- 
vano alle leggi del magistrato e scoperta la frode e la 
contravvenzione condannare e costringere i contravventori 
al risarcimento dei danni e alla multa di Lire 1000 ri- 
mossa ogni scusa e dilazione. 

Sembra però che gli otto Protettori si accorgessero 
in breve della immoderata autorità conferita a quest'ul- 
timo uffizio e temendone l'abuso fecero in modo che ve- 
nivano sempre a quello nominati i più giovani d*età, af- 
finchè fossero moderati e governati dai più vecchi. 

Oltre questi uffizìi vi era il gran consiglio formato dei 
protettori e di 480 partecipi eletti metà a sorte, metà a 
palle. Lo presiedevano i Protettori medesimi e nulla po- 
teva operare senza la proposta e l'approvazione di quelli, 
aveano diritto d'entrarvi tutti i membri dei diversi uffizi. 
Per essere del gran consiglio era d'uopo di partecipare 
negl' interessi di San Giorgio di 10 luoghi, ed avere Ketà 
di 18 anni almeno. Negli altri uffici si richiedeva la par- 
tecipazione di 40 luoghi, di 100 se fossero obbligati. L età 
dovea essere di 30 anni. Quando venivano nominati giu- 
ravano di non avere nessuna parte nell'appalto delle ga- 
belle. Niuno che fosse escluso dagli uffici della repubblica 
poteva essere impiegato in San Giorgio. 



CAPITOLO V. 



Arti e manifatture della lana, della seta in Firenze, Pka, Gvenova, 
Venezia, Lacca e Sicilia; loro corporazioni; banchi e cambi; 
ÌBtrodozione del conteggiare per cifre arabiche ; prima Cam- 
biale. 

XCII. Poicbè tutto il eommercio deir Oriciile e del- 
rOccidente cadde id potere degli Italiani, ebbero tosto a 
provarne i benefici effetti le arti e manifatture loro. La 
prima fn quella della lana siccome la pia necessaria ai 
bisogni deir nomo. 

Gli Itaihim traevano le lane dalle coste settentrionali 
dell'Africa, ed in i^cie da Tunisi, da Bagea e da Tri- 
poli, dalla Spagna, e ijnelle dell* Andalusia ^ano le più 
ricercate, dal Portc^allo, dai Paesi Bas^ e dalK Inghil- 
terra. In quest'ultima le grandi Abbadie possedendo nei 
vasti terrìtorii ìmmeise greggie di pecore fornivano la 
maggior quantità di questo genere ai mercanti italiani. I 
fiorentini vi accorrevano e le incettavano portandole nella 
loro patria dove cardate, cimate, pulite si tessevano a 
modo di paoni in vagU e diverà colorì. 

Tutte queste operanoiri costituivano in Fìrenr^ Parte 
oosidetta di Kalimaru parola che veniva dalTarabo, cioè 
da Kuli dàt significa Alkali e mora cbe vuol dire fab- 
brtn. Questa Kalimara provvedeva de* sud paoni non 
sdo la aui^or pane dei paesi d'italia, ma delfEur^^ 
toA ooeìdeiitale come setteotrìonale. Tra U 1S36 e 1S38 
seeaadd scrive, eouM fgk uoti» , lu atmico Giovami Vii- 
lau, h tal^ ddrarte dela lìuÉa erano in Firenze 

CàsàSM, amim M Qtmmm '^i i , me, il 



— n% — 
duecento e più e faceano da setlantamila in ottantamila 
panni di valuta di più di nnille duecento migliaia di fio- 
rini d*oro. Di questa industria vivevano più di trentamila 
persone. 

Trenl'anni addietro vi aveano invece, trecento botte- 
ghe circa, e faceano per anno centomila pezze di panni, 
ma erano più grossi e valeano la metà di prezzo, perocché 
allora non ci entrava e non sapeano lavorare lana d' In- 
ghilterra , com* hanno fatto poi. I fondachi delParte di 
Kalimara di panni francesi e oltramontani erano da venti, 
che faceano venire per anno più di diecimila panni di 
valuta di più di trecento mila fiorini d*oro, che tutti si 
vendeano in Firenze senza quelli che si mandavano fuori ; 
aveanvi ad un tempo banchi di cambiatori da ottanta ; 
la moneta dell* oro battea per anno trecento cinquanta 
;nila Fiorini, talora quattrocento mila, e di danari quat- 
trini da quattro più di ventimila libbre. 

Mentre Firenze così prosperava per Tarte della lana, non 
meno fioriva Pisa per quella dei cuoiai e pellicciai, concia- 
lori i primi di cuoia forti, accomodatori i secondi di belle 
pelliccerie. Le cuoia rozze e crude traevano i Pisani dal- 
l'Africa, le belle pelli dalle sponde del mar Nero che vi 
portavano i Tartari^ I suoi operai cosi ben le conciavano 
e accomodavano, che accomodate e conciate tornavano 
poi a ricco spaccio donde ne era venuto il genere e si 
spandevano oltre l' Italia, neirAfrica, in Francia, in Ger- 
mania « neir Illirico e in Romania. Pisa pure avea rego- 
lata per consoli la sua arte della lana , ed i suoi panni 
men raffinati, detti Fisaneschi andavano a vestire i suoi 
popoli di Sardegna, i suoi coloni d'Africa, d' Egitto » di 
Siria e di Porto Pisan nel mar Nero. 

In Genova come in Pisa e Firenze vi fioriva. Tarte: 



— 479 — 
della laua, e i Frati Umiliali vi teneano nel loro convento 
fabbriche rinomatissime, Venezia ancora avea opificii che 
coi panni di Firenze spacciavano i proprii per tutta la 
Germania. Ma questo lucroso traffico fatto dagli italiani 
ebbe in gran parte a venir meno dopo che tutte le città 
del settentrione situate sul mare, e sui mari navigabili del* 
TAIemagna si strinsero ad una lega che fu delta Anseatica. 
Questa lega radunata nella città di Lubecca fece severa 
proibizione nel 1418 che si potessero estrarre dai diversi 
paesi di essa le lane che ne trasportavano i Fiorentini , 
ordinando che dove si trovavano, ivi solo si avessero a 
tingere, a tessere, ed a ridurre in panni. L'esempio delle 
città anseatiche fu tosto imitato da quelle delle Fiandre e 
dalla Francia occidentale, per la qual cosa gli italiani ri- 
masero privi di quel traffico. 

xeni. All'arie della lana succede quella della seta, 
più ricca e più importante della prima. La ragione della 
presente opera rende necessario il trattare del luogo dove 
originariamente si iraea, in qual modo, e per quali vie 
esercitavasene il commercio, e come sotto l'imperatore 
Giustiniano se ne operasse il trasporto dall'Asia in Eu- 
ropa, e sotto il re Ruggiero di Sicilia, dalla Grecia in 
Italia. 

Dai Seri, popolo forse della Cina, facevasi il com- 
mercio della'Seta. I Seri però fuggivano il consorzio de- 
gli stranieri, se con essi tornava loro di trafficare, ciò 
facevano con un metodo assai strano ; imperocché in al- 
cuni tempi dell'anno adducevano le proprie mercanzie alle 
sponde di un fiume che serviva di confine alle loro terre 
dove d'altra parte concorrevano i mercanti forestieri. I 
Seri disponevano in mostra le proprie derrate, e ritirao-^, 
dosi lasciavano agli stranieri il tempo di porvi accanto 



— 480 — 

il prezzo, eh' erano contenti di dare per acquistarle. Ri- 
tiravansi questi a vicenda e ritornavano i Seri ad esami- 
nare le offerte dei mercanti, e se le giudicavano corri- 
spondenti al valore dei loro prodotti, se le prendevano , 
altrimenti ritiravano le mercanzie, ed abbandonavano il 
mercato. Partiti essendo, il mercante era sicuro, o di tro- 
varvi il suo denaro o le seriche merci. Gl'Issedonì erano 
coloro, che come confinanti colla Serica esercitavano un 
siffatto commercio. Questa nazione , e quella degli Sciti ^ 
Sach l' una trasportava le seriche merci nella Battriana, 
Taltra in minore quantità le recava sull'Indo dove di 
quinta mano acquistavaule i Romani. I mercanti dell'Oc- 
cidente non avevano tuttavia duopo di giungere all'India 
per acquistare un si prezioso prodotlo. Bastava ch'essi 
si arrestassero al Fasi, sulla costa orientale del mar Nero, 
^ per ritrovarvi la seta in maggior copia, ed a prezzo mollo 
minore di quel che sull' Indo. 

Il mar Nero pertanto era il eanale , per cui V Occi- 
dente versava nell'India i cinquanta milioni di sesterzi, 
di cui parla Plinio, e per cui la seta diffondevasi nell'im- 
pero Romano. 

Fasiana, che occupava il luogo dell'antica Eea, era 
l'emporio principale di questo commercio; ond'è che bor- 
ghi interi di mercanti vi si erano stabiliti , che avevano 
coperte le sponde del fiume con innumerabili magazzini, 
a protezione dei quali Roma vi manteneva un presidio 
di 400 soldati. 

Le seriche merci pel cammino di sette giornate tra- 
sportate nella Ballriana per terra , entrate nel fiume Icaro 
ioflùenle dell'Oxo, traversando tutta la Battriana giun- 
gevano al Caspio. Ivi era che i mercanti del mezzodì, e 
dell'Occidente venivano a ricercarle. I navigatori romani 



— <81 — 

non potendo interDarsì oltre Serapanù dove finiva la naviga- 
zione del Fasi, erano in necessità di riceverle dai Battri 
stessi, che pel Ciro recavanle nella Iberia, fino ad un luogo 
sole quattro o cinque giornale diviso da Sarapani per 
mezzo di una strada agevole e praticabile coi carri. 
* Le sete non ricevevausi altrimenti in natura, ma sol- 
tanto in manifatture; giacché, fossero i Battri, o gl'In- 
diani, che a' Romani le vendessero, non giungevano nelle 
mani loro se non fabbricate in tela o stoffa , o di pura 
seta mista col lino o col cotone. Riserbavasi alle donne 
romane la faticosa occupazione di ridurle di bel nuovo 
in fili per tesserne lavori più confacenti al loro gusto e 
di più bella apparenza. I più pregiati erano quelli che a 
disegno tessevansi con fili d'oro e d'argento, industria 
singolare, in cui gli occidentali riuscivano eccellenti so- 
pra i popoli tutti deirA.sia , a segno che gli stessi re 
della Persia, e Dario fra gli altri, dagli artefici della 
greca città d' Eretrio, presi e trasportati nella Persia » 
ritraeva le più superbe stoffe di tal genere che si usavano 
nella lussureggiante sua Corte. 

Nella decadenza dell^ Impero romano, e quando que- 
sto fu diviso in orientale ed occidentale, i Persiani oc- 
cuparono il monopolio del commercio della seta, essi la 
vendevano ai Greci , e perciò Mediche erano le seriche 
vesti appellate. E siccome o la guerra fra i due popoli 
ne interrompeva di frequenti il iraOìco, o l'avidità dei 
Persiani ne alterava enormemente il prezzo, così l'impe- 
ratore Giustiniano divisò di procacciarsi la seta per la via 
d'Abissinia, inviandovi a tal uopo legati, ma la lunghezza 
del cammino rendè infruttuose le trattative; ciò valse 
a determinarlo di tentare a provvedere del baco da seta 
e due missionari persiani compierono i voti di Giustiniano, 



— 482 — 
Il loro miDistero aveaii condotti in una contrada che ap- 
pellavano Serinda^ Torse la Sericana di Tolommeo, o la 
patria dei Seri che, come già notammo, dovea far parte 
delle Provincie cinesi del Setchuen e di Chen-si. Ivi ave- 
vano apparato il modo di allevare il prezioso filugello , 
ivi il meccanismo di trar la seta e d' indrapparla. Neir 
r imperio non occorreva che il seme del baco, poiché vi 
si coltivava il gelso che lo nutrisce, ed essi promisero di 
recarlo. Malgrado i pericoli di cosi lunga navigazione gian- 
sero essi alla remola contrada e riescirono ad estrarre 
il seme del filugello entro una canna forata, che sotto- 
posto al necessario calore nacque e si moltiplicò, e queh 
benemeriti Missionarii recarono in tal guisa all' Europa 
meridionale una inesausta e feconda sorgente d'opulenza. 

Introdottasi per tal modo l'arte della seta nella Grecia,, 
e dagli Àrabi recata nella Spagna, gì' Italiani da entrambi 
i luoghi probabilmente l'appresero; ma non riuscirono a 
darvisi con ragguardevole profitto, nò a divenire eccellenti 
nei lavori di siffatto genere se non dopo il 1146, epoca 
in cui accaduta la guerra tra l' imperatore Greco e Rug- 
giero II il Normanno, re di Sicilia, questi, fatta la con- 
quista delle città di Corinto, di Tebe e di Atene ne trasse 
i migliori artefici, dell' uno *e dell'altro sesso, capaci del 
lavoro della seta e dei panni, i quali riservatisi nella re- 
stituzione dei prigionieri , eziandio dopo la pace , furono 
quelli che fondarono in Sicilia le più perfette manifatture 
della seta che si diffusero gradatamente in tutto il resto 
d'Italia. 

In Genova ed in Lucca specialmente ebbe quest'arte 
i §uoi più rapidi e felici progressi , nella prima città di- 
venne tosto stupenda la tessitura del setifìcio. Nel 124& 
quando il pontefice Innocenzo IV vi fu di passaggio, le galee 



^ 483 — 

che il portavano e le vie della città erano tutte coperte 
di zendadi e di broccati d'oro, e allorché vi tornò nel 
1251 gli apparati delle contrade per le quali passò si 
vedevano tatti messi a panni di seta. Nell'armata di 145 
galee comandata da Oberto Doria il 1295 più di 8miU 
indossavano vesti d'oro e di seta, ovvero di seta ricamata 
in oro. Fin da quei tempi fabbricavansi in Genova i broc- 
cati e i velluti, di gran fama in tutta 1* Europa. Lucca 
poi ridondava di lavoranti d*ogni genere e peritissimi nel- 
l'arte della seta ; ma nel 1406 occupala essendo dai Pi- 
sani, vi diedero essi un orribile saccheggio, per cui tutta 
quell'arte venne a mancare, e i suoi lavoranti si ricove- 
rarono in Firenze, Venezia e Genova, portando in queste 
città tutto il maggiore fruito della loro perizia. 

Oltre le due arti della lana e della seta, gli italiani 
ne coltivavano altre moliissime , delle quali tedioso sa- 
rebbe il far qui una speciale enumerazione. Quella della 
formazione e colorazione dei vetri e dei cristalli era in 
gran Gore nella città di Venezia , della quale nell' isola 
sua di Murano esisteva una famosa fabbrica che ancora 
vi si conserva oggidì. Da questa si spacciavano per tutto 
il mondo allora conosciuto vasi, cristalli e singolarmente 
ì vetri colorati di tulle le chiese e cattedrali che si edi- 
ficarono in quei tempi. 

Ora tutte quesle arti formavano grandi corporazioni, 
cui si debbe il rivolgimento politico che si operò nelle 
città itahane, nella prima metà del secolo XIII, per cui 
il Comune aristocratico si mutò in repubblicano popolare 
ghibellino. Fu allora che il governo delle più mercante- 
sche città, eccettuata Venezia, fu occupato interamente 
dalle arti che si divisero in maggiori e minori, e in Fi- 
renze i nobili slessi vennero obbligati ad iscriversi aUa 



— 481 — 
matricola di alcuna di esse, ed in6ne ad esercitarla se 
voleano partecipare al governo. Fu pertanto il trionfo di 
queste arti, mentre presso i Romani decretavasi per legge 
indegno chi le professava, e principalmente di quelle della 
lana e della seta, che dalla prima sorgessero Michele di 
Landò Gonfaloniere di Firenze, i signori. di Caropofregoso 
Dogi di Genova, e Cristoforo Colombo, dalla seconda Paolo 
da Novi, doge pure di Genova. 

XCiy. Il fervido lavoro di queste arti , la frequenza 
degli scambi in ogni genere di prodotti sia naturali , sia in- 
dustriali, il frequente giro per conseguenza de* capitali , 
aveano fatto sentire ai mercanti italiani 1* indispensabile 
bisogno di due più pronti mezzi di circolazione per age- 
volare le operazioni loro, cioè il più spedito conteggio e 
la lettera di cambio, del primo se ne deve dar merito 
ad un mercante Pisano, della seconda ai Genovesi. 

Leonardo figlio di Sonacelo , scrivano nella dogana 
Pisana di Bugea, viaggiando per 1* Àfrica, nell'Egitto, 
nella Siria, in Grecia, fra i Siciliani, i Provenzali e fra i 
Mori di Spagna, istruitosi in ogni ramo di mercatura, e 
delie molle forme e diverse guise del numerare e conteg- 
giare, scriveva un famoso Codice numerico che doveva 
affrettare il gran cangiamento nelle maniere e lino nelle 
cifre stesse dei computare. Egli erasi dato alle scienze 
delle quantità. La maniera di conteggiarle secondo Tuso 
rozzo e primitivo, per posizioni di dita sulle mani, buona 
talvolta peila cognizione del momento , non era all' uopo 
per le operazioni difficili , complicate e designative del 
commercio. Le ventisette figure numeriche usate dai Greci, 
cui era incognito affatto nel calcolare l'uso comodissimo 
dello zero, e che servivansi di differenti lettere per deno- 
tare le unità, le diecine, le centinaia, non erano atte ai 



— 485 — 

calcoli semplici e pronti dei quali aveva bisogno la mer- 
catura. 

Il numerare dei Romani aveva bisogno di troppe let- 
tere per designare le quantità entro la diecina, entro il 
centinaio e il migliaio. Egli aveva di molto conversato 
cogli Arabi, e questi apprese le cifre dagli Indiani servi- 
vanseue nel computare ; senonchè a queste cifre degl'In- 
diani aggiungevano lo zefiro che noi da essi lo abbiamo 
detto zero , con cui si agevolano tutte le combinazioni 
delle decine, centinaia, migliaia, e base d'ogni calcolo de- 
cimale adoperavano gli Àrabi tali cifre collo zefiro ag- 
giunto, ma difettavano di metodi abbastanza perfetti nel 
conteggiarle. 

Leonardo accorlosi della imperfezione dei metodi ara- 
bici e dei pittagorici mudi, incominciò colla propria me- 
ditazione a comporre pella gente latina il suo Codice , 
la prima opera di Aritmetica che vedesse PEuropa su quel 
sistema , riducendo a minor numero ed uso più utile le 
indiane cifre, aggiungendo alcune cose di suo , ed altre 
adattandole alle dottrine d' Euclide. Ivi dopo di avere 
con esempi e problemi dimostrato, per mezzo delle cifre 
r uso delle regole che gli Arabi Elcatzaim, e noi adesso 
le diciamo del tre semplice, inversa e composta, di so- 
cietà, di alligazione , d' interesse , di sconto , di cambio, 
di doppia e semplice falsa posizione , passò à chiarire 
astrattamente con nuova foggia altre verità matemati- 
che. Egli si servi di lineari figure , segni che dalla pro- 
pria natura determinati non vengono, ma unicamente dal 
valore che si dà loro : ed ecco per esso in Italia anco la 
prima idea dell'Algebra, che è la scienza delle grandezze 
espresse con caratteri, la di cui significazione è indetermi- 
nata. Espositore della scienza delle quantità, vi comprese 



— 488 — 
lui. Ad Amurat II Maometto II in quello dei Turchi; seb- 
èene entrambi valorosi^ intraprendevano il governo di po- 
poli assai tra loro diversi , i greci erano gente decaduta 
e corrotta, perduto il vigore del corpo e dell'animo, me- 
glio d' imaginazione che di retta ragione dotati, assotiì- 
gliavano la mente nelle dispute di religione, e coirintel- 
lettuale disordine creando il politico, alTrettavano il termine 
della propria nazionalità. 

I Turchi per il contrario inspirati dal fanatismo re- 
ligioso, e da una sola idea tutti uniti, da una sola ga- 
gliarda manu cui tutti obbedivano strettamente congiunti, 
inanimili dalle recenti conquiste, capaci trovavansi d'ogni 
più audace e valorosa impresa. Ben facilmente potcasi 
dunque prevedere che Maometto li avrebbe per essi man- 
dato a glorioso fine ogni suo ardito disegno ; Costantino 
invece, mentre non dissimile d*animo e d'ingegno da lui, 
riuscire non poteva nonché a conquistare Taltrui, a di- 
fendere pur anco la propria patria. Morta essendogli la 
moglie che era di stirpe genovese, dei Gatiilusii principi 
di Metelino , voleva disposarsi ad una figliuola di Fran- 
cesco Foscari, doge di Venezia, attesoché egli sperasse 
con tali nozze procacciarsi gli aiuti di quella potente 
repubblica , che tanto gli sarebbero serviti a contenere 
l'impeto dei Turchi; ma i suoi Greci invidi e gelosi della 
veneta grandezza per futili pretesti noi vollero. Intanto 
Maometto divisando insignorirsi di Costantinopoli , e te- 
mendo che qualche poderoso esercito si allestisse in Oc- 
cidente a contrastargli l' impresa, edificava ima fortezza 
sulla riva europea del Bosforo, non più di quattro miglia 
distante dall* imperiale r.iltà , di rincontro a quella che 
sulla sinistra delPAsia avea fatta costrurre suo padre. 

Ebbe r imperatore Costantino a querelarsene , ma 



— 189 — 
Maometto rispose che vano è il diritto quando non venga 
dalla forza accompagnalo; e per meglio far sentire l'ir- 
removibile sua volontà, oltre il più affrettato proseguimenla 
del lavoro comandò fossero tutte sottoposte a certa gra- 
vezza le na\i che andavano o venivano dal mar Nero. 

I coloni di Calata minacciati da una parte da Mao-- 
inetto, dalPalira sentendo quanto danno sarebbe tornato 
loro dairoccupazione di Costantinopoli fatta per esso, ter- 
giversavano, né altro modo avevano che comportarsi obli- 
quamente, aspettando dal tempo il migliore destro per 
manifestarsi, quindi cercarono di confermare le capitola- 
zioni già contratte con Àmurat II, e Maometto II conte- 
nendosi con loro colla medesima simulazione, le conferma 
sfuggendole, com*è fama, di bocca, che lascerebbe dormire, 
il serpente fìnchè non avesse ucciso il dragone. 

XCVI. Ora nei primi giorni d'aprile del 1&53 tre- 
cento mila Turchi fieramente armati cingevano di asse- 
dio Costantinopoli per il lato d' occidente ; e settanta 
mila cavalli occupavano ad un tempo le alture che so- 
prastavano a Calata, dugenlo navi all'ingresso del porto 
toglievano ogni comunicazione della città col mare. Ab- 
bondava di viveri e d'armi d'ogni ragione il campo degli 
infedeli, penuriava al contrario Costantinopoli di lutto 
quello che potea servire alla sua difesa. L'imperatore volle 
sapere di quali forze poteva disporre, gli fu riferito noa 
più di quattro mila e novecento Greci deliberati a secon- 
darlo, parecchi si erano perGno tagliate le dita della mana . 
per avere una scusa dal prendere le armi, duemila essere 
i forestieri che si offerivano volontari, tra questi alcuni 
Veneziani, moltissimi Genovesi di Calata, ma gli ultimi, 
con riserbo per non esporre le famiglie e le cose loro 
alla inevitabile oppressione di quei settantamila a sopra 



— 190 — 
capo di Calala. Sebbene si avesse scarsa quantità di pol- 
vere, e piccolo il numero fosse delle artiglierie, ciò non- 
dimeno non poleasene giovare, perchè colui che ne avea 
la custodia, ed odiava l'Imperatore seguace del rito la- 
tino, non permetteva che uscissero fuori dell* arsenale , 
togliendo anzi, come diceva, far serva la patria al tur- 
bante di un turco che al berretto di un cardinale (1). 

Vuoto infine era l'erario, fatto essendosi inutilmente 
ricorso ai più doviziosi, che nascosti i loro tesori, addu- 
cevano di esser poveri. 

XCVII. Mentre così vilmente quegli uomini degenerali 
apparecchiavansi a subire il giogo ottomano giungea a Co- 
stantinopoli Giovanni Giustiniani Longo che due anni in- 
nanzi con onore era stato console in CaiTa, avea seco due 
navi condotte da Genova, ed un eletto drappello di va- 
lorosi giovani. L'imperatore amorevolmenle lo raccolse, 
lo fece principe dell' isola di Lenno e con lui divise il 
comando delle armi. Gareggiarono tosto insieme nel prov- 
vedere la città d' ogni possibile difesa , ma travagliava 
questa per la più crudele carestia, e i loro sforzi e sa- 
grifici mal sarebbero riusciti se un inaspettato e quasi 
miracoloso soccorso non fosse sopravvenuto a migliorarne 
le condizioni. Quattro navi genovesi ed una greca avvia- 
vansi verso il porto , e Maometto ordinò tostò alla sua 
flotta di dugento galee che ne impediva l'ingresso, di at- 
telarsi a battaglia contro di quelle, cionullameno, mera- 
viglioso a dirsi! contro sì smisurato numero di legni ac- 
cettavano esse il combattimento, vincevanli e disperdendogli 
uccidevano loro meglio di dodicimila uomini, ed entrando in 
.porlo, recavano il sospirato soccorso agli infelici assediati. 

(1) DU6AS/hÌsl. Biz. Gap. XXX VII. 



La storia in cosi memorabile fazione registra i nomi di 
Maurizio Cattaneo, di Domenico- da Novara e di Battista 
da Felizzano. Intanto Maometto accorgendosi che mal poteva 
per la parte di mare espugnare la città, si appigliò ad un 
audace disegno; e settanta delle sue galee tratte a terra, 
trascinate su per i colli che i porti separano dal canale del 
Bosforo, riuscì a rìporle dentro di quello. I coloni di Ca- 
lata parte tenuti in rispetto da uomini armali, e bombar- 
dieri che faceano scorta al passaggio delle navi, parte e 
i più valorosi, presidiando la città, mal potevano opporsi 
airardimcntoso tentativo. Il quale condotto essendo a fe- 
lice fme, gettò Maometto nella più angusta parte del porto 
un ponte che cougiungeva insieme le due rive. Falli l'a- 
nimo a' difensori, e sbigottiti tremarono a quella visto, di- 
sperati d*ogni maggiore resistenza, quando un Jacopo Cocca 
veneziano oiTerivasi con quaranta giovani valorosi di ab- 
bruciai*e quel ponte, e le navi de* Turchi per il surrife- 
rito stratagemma introdotte nel porto. 

Accettata l'offerta, ogni cosa fu posta sovra alcuni 
leggieri navicelli, e di cheto nel più fitto della notturna 
oscurità si mossero questi verso il ponte , ed in mezzo 
alle navi nemiche già si appiccava per esse il mici- 
diale fuoco al primo. I Turchi mostrando di non addarsi 
del fatto, lasciavano pure si accostassero, ma poiché furono 
loro vicini, saltaronvi improvvisamente dentro , e quanti 
non riescirono a fuggirsi, impiccarono per la gola veg- 
genti gli assediati. Andata a male l'audace impresa , ri* 
svegliossi la discordia tra Genovesi e Veneziani, rimpro- 
verando quelli a questi T incapacità loro, e il male rie- 
scito disegno» ma l' imperatore additando l' innumerevole 
oste, nemica» che da quelle dìsseosiool avrebbe èssa sola 
colto il miserevole. rriHlio, veme a fine di rappaUttqtavIi; 



— 492 — 
Senonchèy dod era cosi agevole di conciliarsi gli aoinit dei 
suoi Greci, i qaali incitati dal Granduca Notara che aveva 
in custodia le artiglierie negava pure di consegnarlo resìstendo 
nei più sfacciato modo alla volontà del suo principe. 

Il genovese Giustiniani non potea persuadersi che in 
cosi supremo momento si usasse tanto indegna disobbe- 
dìeuza, quindi parole e modi con queiruomo tristissimo 
adoperava, per cui a Maometto, che siffatti dissidii non igno- 
rava, cresceva maggiormente l'animo. Fermò egli pertanto 
il giorno ad un generale assalto; approssimandosi quello 
tristi presagi faceano augurar male dell'impresa, i Tur- 
chi ne rimancano sgomenti ; balenava lo stesso Maometto; 
il gran Visìro Halli favorevole ai Greci gii consigliava di 
abbandonare l' improvvido assedio, ma il pascià Soganes 
Io tenne raffermo nel proposito. Stabili quindi con più 
definitivo ordine il di dell'assalto 29 maggio e dall'una e 
l'altra parte s'implorò dal cielo l'aiuto divino: materiali 
e brutte delizie promettevano in questo e quel mondo di 
là, i capitani ai loro infedeli, ma nel campo cristiano al 
vero Iddio levavansi le preghiere dei generosi uomini nuU 
l'altro impetrando che di morire da prodi per la difesa 
della religione e della patria loro; e l' imperatore come 
supremo favore pregava che gli fosse conceduto almeno, 
che illesa serbata 1' usata virtù, perir dovesse non inde- 
gno successore di quel Costantino di cui era l'ultimo egli 
destinato a recare il nome. Indi ai pochi rivolto. Vene- 
ziani e Genovesi, che con lui deliberati erano airestremo 
conflitto incuorolli e agli ultimi specialmente, disse che 
quella città più che sua era loro patria oggimai, in parec- 
chi tempi averla difesa essi dalle ostilità dei Turchi; ora 
essere il fatale momento venuto in cui singolare prova do- 
vevano porgere di fede, di valore, e di eroica magnanimità. 



Queste parole proffcrile, mondossi delle peccala , puri- 
ficossi eoi pane eucarislico, e all' ultima difesa apparec- 
chiossi. Seguitavanlo in questa i genovesi Maurizio Calr 
laneo, podestà di Scio, colui che colle cinque navi era 
riuscito cosi valorosamente poc'anzi a soccorrere l'asse- 
diala cilià, Antonio Bocciardo, Girolamo Interiani, Lodisio 
Gattilusio cognato dell'imperatore, Francesco Salvatico, 
Leonardo di Langasco e due Giovanni Del Carretto e De- 
fornari; i veneziani Jacopo Contarini, Paolo Troilo e Do- 
menico Trevisani, alcuni greci con un tedesco ingegnere, 
il Legalo Isidoro primate di Russia col suo segretario, il 
console dei Catalani Pier Giuliani e don Francesco di 
Toledo; a tutti questi furono attìdati i luoghi più impor- 
tanti e le porte della città. Giovanni Giustiniani, sopra 
ogni altro distinto, collocossi alle porte di San Romano 
fra le due cinte che guardavano il lato terrestre di quella. 
Nella notte che precesse il funesto giorno s* introdussero 
celalamente iu Costantinopoli una gran parie di borghesi 
e soldati di Pera, avendo a capo il giovine Imperiali ni- 
pote del podestà. Non ancora sorgeva Talba del 29 maggio 
che con furioso impeto muovevano i Turchi all'assalto, 
veniano respinti con molta strage, i loro cadaveri colma- 
vano 'le fosse che circondavano la cinta. Tenevano loro 
dietro altre e più valorose schiere, Giovanni Giustiniani 
difendeva disperatamente la porta, i Giannizzeri rinforza- 
vano l'assalto, pendeva incerta la vittoria, quando da una 
palla viene il Giustiniani colpito a morte nel petto , che 
io passa fuor fuori, ei cade ed i suoi lo trasportano mo- 
ribondo alla nave, senzachè ei potesse più profferire una 
sola parola. Erano due ore innauzi l'aurora (1). 

(4) Io sono lieto di potere per il primo confermare la relazione 
di Itfatteo Gameriota intorno ai fatto di Giovanni Giustiniam > cosi 
Canale, Storia del Commercio, ecc, 13 



— 196 — 
innalzò là cTove sventolava da meglio di due secoli la croce 
purpurea di Genova. Cosi quella grande colonia, fiorita 
emporio di commercio fra l'Europa e l'Asia, giacque per 
sempre. Alla sua rovina tennero pur dietro le allre tutte, 
che i Genovesi possedevano nel!' impèro di Oriente; le due 
Focee, le isole di Scio e di IMetellino, la penisola di Morea 
parte orcupale, parie divennero tributarie dei Turchi. 

XCVIII. Caduta Costantinopoli ben prevedevasi il fato 
che sovrastava alle colonie della Crimea. Ad affrettarne 
r infelice fine olTerivansi propizii non solo gli ìmmoderati 
disegni di Maometto If, ma le tristi condizioni in cut 
versava T Italia per la stoltezza dei suoi principi, e la mal- 
vagità dei cittadini genovesi inviati al governo di quella 
Penisola. Mentre i Turchi espugnavano V imperiale me- 
tropoli, Alfonso re di Napoli facea la più ingiusta guerra 
alla repubblica di Genova tentando di occuparne la Corsica. 
Fu detto da alcuni ch'egli segretamente si tenesse alleato con 
Maometto, ma di questa si enorme accusa mancano le prove, 
né lice senza di quelle oltraggiarne la memoria , questo 
sì, che ingiustamente ne trapassò il nome alla posterità 
coll'aggiunta di magnanimo, e a me pare che nullamena 
gli convenisse di siffatto predicato, mentre pgli antepo- 
nendo il desiderio di vendicarsi della sconfitta che già gli 
aveano data i Genovesi all' isola di Ponza, meditava di- 
stogliere le forze loro dalla più necessaria difesa del solo 
antemurale della cristianità atterrato dagl'infedeli. 

Intanto le discordie civili, le fazioni degli Adorni e 
Fregosi si contendevano ferocemente la signoria e per colmo 
di sciagura un arcivescovo di Genova mostravasi il più 
feroce capo di quelle. Rimaneva a tutelare la cadente 
fortuna della repubblica V Oflìcio di San Giorgio ; ma 
duopo è dire che anche quei Magnifici Prolettori che lo 



— 197 — 
reggevano, e sempre per l'addietro avevano goduta Tania di 
savi ed iucolpatì, si lasciassero in questi ultimi tempi 
macchiare dalla comune sozzura. Nell'anno di 1&S3 ve- 
dendo il genovese governo che dopo la vittoria di Mao- 
metto II le colonie della Crimea^ stimolando la sua am- 
bizione aveano mestieri di più gagliarda difesa, difettando 
di danaro» quelle colla Corsica e parecchie terre delle 
due riviere aveva successivamente cedute all' Officio di 
San Giorgio. Il quale dì concerto coi Papi che Tuno dopo 
l'altro tennero il soglio di San Pietro, Niccolò Y, Cali- 
sto in, Pio > Paolo n, sovvenne alla sorte periclitante 
delle tauriche colonie, le fortificò, le pose in istato di va- 
lorosa difesa. Senonchè gli uomini mandati da lui a go- 
vernarle, dissomiglianti di molto per senno e probità fu- 
i*ono gli ultimi dagli antecedenti. 

I Tartari del Kaptiack scosso il giogo dei successori 
di Tamerlano fondavano i regni di Casan , Astrakan 
e di Crimea ; di questo erasi insignorito Hadgì Gherai ; 
alia sua morte lasciando sette figli , i coloni genovesi 
proteggendo il sesto che da piccino rimasto prigioniero 
si aveano in CalTa educato , lo fecero colle forze loro 
prevalere sugli altri fratelli, e poserlo in trono. La cam- 
pagna circostante di Gaffa avea un governatore che vi si 
mandava dal Kan, morto l'antico dovea succedergli quello 
che slato era designato nel testamento del defunto , ma 
la vedova di questo prediligendo il figlio corruppe con 
danaro il console, e i consiglieri di Gaffa, i quali obbli- 
garono il Kan ad eleggerlo senzadichè minacciavanlo che 
avrebbero riposti in libertà i fratelli che per far sicuro 
il suo trono teneausi prigionieri. Ed egli impaurito alle 
minacce elesse a governatore chi per corruzione aveva 
soverchiato il legittimo. Ma l'escloso, e i Tartari attendati 



— 498— > 
alla campagna mal compoi-lando Y ingiaètizia , abbor* 
rendo dai genovesi consoli che vedeano divenuti artefici 
<l*iniquità e di tirannide, ricorsero a Maometto li « chia- 
maronlo alla conquista della Crimea , gli proflTersero sé 
stessi e tutte le for^e loro. Il vincitore di Costantinopoli 
altro non bramava che di ampliare il dominio per quella 
parte, e fare specialmente la conquista delle proviocie 
del mar Nero, impossessandosi della Crimea, dove sperava 
acquistare l'emporio di quel ricco commercio , che le 
armi sue tinievano ancora lontano dal proprio imperio. 

Era Tanno di 1475 ed una flotta turchesca di ceDlo 
navi veleggiava verso la Crimea. I due consoli genovesi 
che reggevano Gaffa città capitale é colonia principalis*- 
sima di quella fondavansì sopra un duplice cerchio di mura 
che aveva, né altra difesa facevano. I Turchi superarono 
in quattro giorni il primo, posero le artiglierie e scava- 
rono le mine sotto il secondo, i magistrati genovesi beo 
degni del fine che colle loro male opere aveansi procurato, 
invilirono, chiesero patti, i quali negati ripetcano più unni- 
lianti ad ogni domanda. Infine il di 6 giugno del 1475 
lo stesso Governatore da essi per corruzione nominato 
aperse le porte ai nemici. Pigliò il Visir la metà di tutte 
le sostanze degli abitatori di Gaffa, le persone degli ita- 
liani, e di tutti i cristiani cattolici vennero menate in Pera 
di Costantinopoli; sommavano a settanta mila. 

Il medesimo Kan Mengli Gherai fu tratto in catene , 
ma dopo due anni Maometto lo ripose in trono con un 
trattato che faceva il suo regno a lui tributario. Dei due 
consoli Tuno fu impiccato con uno uncino di ferro sotto 
il mento in Costantinopoli, l'altro soffri lungo supplizio 
posto fra le ciurme di un bagno. 

Dopo di Gaffa le rimanenti colonie si oecuparono dai 



— 199 — 
Torchi, l'inespugnabile Mankup dove gli avanzi dei genovesi 
coloni eransi chiusi ebbero ancora essi per tradimento. 
Cosi Gnirono quei doviziosi stabilimenti che faceano fre- 
quentata e di maggior momento la terza via del com- 
mercio orientale per il mar Nero ed il Caspio, special- 
mente dopo la presa di San Giovanni d'Acri, cosi dopo 
22 anni dalla caduta di Costantinopoli cadde pure in potere 
degli Ottomani la penisola deirantica Tauride e senza essa 
male poterono più reggersi i commerzi che si avevano 
dagli italiani nell'Armenia, nella Colchide, nella Tartaria» 
nella Persia e nella Cina; giacque nello stesso tempo la 
importante colonia della Tana, ultima stazione alla navi- 
gazione degli occidentali, dove Veneziani e Genovesi te- 
neano. un grande mercato, e i Pisani possedevano un porto 
all' imboccatura del Taiiai. 



CAPITOLO VII. 



Trattato di navigazione e di commercio coiichiuso con Maometto II 
dai Veneziani ; perdite da essi sofferte neHa Morea : loro con- 
quista deU'isola di Cipro. 



XCIX. Non tornava cosi funesta a' Veneziani come ai 
Genovesi la perdita delle colonie del mar Nero e del Tanai» 
imperocché laddove questi aveanvi tutti i loro emporj cui 
affluivano i traffici della Georgia, deirArmenia,della Tartaria, 
e delle alle Indie Orientali, quelli possedeano i proprii al di 
qua del Bosforo, di guisa che, fino a tanto che i bellicosi 



— 200 — 
uomini dell' Uiigheria e dell'Epiro difendevano gagliarda- 
mente quei forti propugnacoli clell'Europa cristiana Venezia 
tenevasi per sicura nei dominio dei suoi possedrmenti 
orientali. 

É questa è forse la ragione per cui i Veneziani non 
presero come i Genovesi una cosi viva parte neirassedio di 
Costantinopoli, acciecatì dall'interesse privato, sagrificando 
alia sicurezza di un eventuale presente, ì reali vantaggi 
dell'avvenire, che pur troppo volse, e bentosto sinistro, alla 
incauta repubblica. 

Era despota d'Albania Giorgio Gastriolto detto Scan- 
derbey^ ossia il Bey Alessandro; vinto nel 1413 il padre 
di lui dai Turchi, costretto a dar loro in ostaggio tutti 
} suoi figli, Giorgio di essi il più giovane, toccati appena 
i nove, anni fu circonciso. Cresciuto nella religione nnao- 
mettana, addestrato alle armi in cui fece tali progressi, 
che mandato da Amui*at li alle guerre delPAsia, mentre 
raggiunta aveva Tetà di 18 anni, ne tornò sempre colla 
vittoria, di spavento ai nemici, carissimo ai Turchi. Mo- 
riva suo padre nel 1432 ed Amurat li impadronivasi del 
retaggio paterno di Giorgio, il quale ardendo di sdegno 
contro di esso, dissimulava, seguitava nell'ingrato servizio, 
ricusava le offerte dei signori Epiroti che voleanlo a capo 
e attendeva longanime e prudente il di della vendetta. 

Venne questo colla grande vittoria riportata nel 1442 
presso di Sofia e della Moravia da Giovanni Uniade Vai- 
voda di Transilvania e da Ladislao re di Ungheria , il 
Pascià di Romania vi cadde interamente sconfitto, Gior- 
gio trattenne il segretario di questo nella sua fuga, ob- 
bligollo a dargli un ordine pel comandante di Croja fortezza 
inespugnabile posta in cima di un monte poco discosta 
dal mare, e ventun nfitglia a settentrione di Durazzo, stata 



— 204 -- 
ioiia a suo padre da Àmurat IL Indi fece trucidare il 
segretario, i suoi soldati e tutti quanti ì Turchi che pre- 
sidiavano Croja od erano aquartierali nell' Epiro e nella 
Albania ; occupò Croja e le altre parti della paterna ere« 
dita, raccolse un dodici mila epiroti cristiani sotto i suoi 
ordini, li convocò a parlamento e in una dieta dei loro 
capi tenuta in Alessio, in nome di tutta l'Albania fu esso 
nominato a generale di tutto V Epiro con un esercito di 
otto mila cavalli e sette mila fanti. Con si poche forze 
Giorgio Caslriolto per lo spazio di ben vent'anni egli rin- 
tuzzò gli sforzi della formidabile potenza dei Turchi. Morto 
Amurat li, il figlio Maometto II vedendo arduo il vin- 
cerlo colle armi ricorse alla frode, e con molto denaro 
gli corruppe consiglieri e congiunti , ma Giorgio prese 
vendetta degli uni e degli altri, e intrepido continuò la 
guerra e le vittorie. 

I Veneziani osteggiaronlo dapprima per futili cupidigie 
<][ una privata eredità nell' Epiro che voleano usurparsi, 
ma da ultimo meglio conoscendo i loro maggiori vantaggi 
si allearono con esso, lo ascrissero al libro della veneta 
nobiltà, e ne aiutarono le imprese. Tesilo delle quali po« 
tea oggimai solo decidere la conservazione dei loro pos- 
sessi orientali. 

G. Venezia affidata al valore, all'animo indomito, alle 
vittorie dello Scanderbey, ai prosperi successi dell'Ungheria, 
nulla poco curando i majjgìori interessi della cristianità, 
provvedendo soltanto ai suoi presenti , calde ancora le 
ceneri dei proprii cittadini, dalla stessa mano che firmava 
un anno innanzi la condanna della decollazione del suo 
Bailo, dopo essere da Maometto incatenalo e coperto di 
contumelie, otteneva un trattato di navigazione e di com- 
mercio nel 1454 di cui era la somma : 



1.^ I mercanti delle due nazioDÌ poteano frequen- 
tare entrambi li Stati» andare, venire e iraflìcare libera- 
mente per mare e per terra senza veruna ostacolo. 

2.^^ Le navi dell' uno trovandosi negli Stati dell'al- 
tro contraente dovevano farsi buona com|)agnia e tenersi 
in pace. 

3^1 Veneziani avrebbero piena libertà di traffico 
in tutto I* impero ottomano, pagherebbero il due per 0|0 
su tutte le mercanzie per essi vendute; questo patto era 
reciproco. 

4.<' Tutti i navìgli d'ogni sorta tanto nell'andata 
come nel ritorno del mar Nero dovrebbero far porto io 
Costantinopoli, dove abbisognando sarà loro lecito di prov- 
vedersi d'ogni cosa e partirsi liberamente; non venia però 
conceduto ai Veneziani di trarre dal mar Nero alcuna 
cosa di Musulmani. 

5.° Tutti gli abitanti di Pera, eccettuati i genovesi, 
fossero tenuti ai debiti contralti coi Veneziani. 

6.^ ÀI Patriarca di Costantinopoli si mantenessero 
l'entrate che gli procedevano da' paesi so.i;getli alla Si- 
gnoria di Venezia. 

7.^ Ninno potesse recare sussidio od aiuto di guisa 
alcuna al nemico dell'altro. 

8/> Tutti i castelli, città e fortezze che Venezia 
conservava in Romania ed Albania non dovessero ricet- 
tare alcun nemico o traditore del Sultano, né dargli sus* 
sidio, uè passo, né per mare, ne per terra. Questo patto 
alludeva in ispecie allo Scanderbey, al Vaivoda di Tran- 
silvania e al re d' Ungheria ; Venezia in tal guisa li sa- 
grificava tutti , non altro riguardando che gli eflìmeri 
vantaggi del sospirato monopolio. 

9.^ I Veneziani avessero come per Taddietro un 



— 203 — 
Bailo \fì Costantinopoli, il quale avesse libertà di reggere 
ì loro concittadini, e amministrarne la giustizia cosi ci* 
\ile come criminale. 

ÌO^ Tutti ì danni legalmente provati, soiTertì dai 
Veneziani nella presa di Coslautinopoli sarebbero ad essi 
risarciti. 

11.° Potrebbero introdurre nell* impero e porre in 
circolazione ogni specie di moneta con conio od in verga 
purché gli argenti io pezzi fossero presentati alla zecca 
e fatti bollare. 

12.° I debiti creali prima dell'occupazione di Co* 
stantinopoli venissero ali* una e all'altra parte rimessi. 

Parve a Venezia con questa convenzione di avere ot* 
tenuto essa sola tutto quel commercio eh' era costretta 
per lo passato a dividere specialmente coi Genovesi, meoò 
quindi trionfo di quella esclusione passeggiera. Conside- 
rava nell'ebbrietà del fausto successo che i conquistatori 
della Grecia non conoscevano né arti, né commercio» né 
industria. Le devastazioni per essi fatte coi saccheggi e 
i ladronecci delle diverse provìncie al loro dominio sotto- 
poste aveano ridotte queste senza né manifatture né fab« 
briche. I Veneziani dicevano di certo a sé medesimi : Noi 
vestiremo questi barbari, noi porteremo tultociò di cui 
hanno bisogno, noi raccoglieremo le spoglie della Colonia 
di Calala, sottentreremo ai doviziosi traffici genovesi del* 
r Eusino e dei Tanai, noi soli provvederemo all' Europa 
le ricercate mercanzie dell'Asia e dell'Africa. 

Non ricordavano però in quel momento che Maometto li 
avvedutamente aveva apposta una segreta condizione al 
trattato, che nello scambievole mercato stabilito fra le 
due parti, dovesservi ancora entrare le armi da fuoco le 
artiglierie e la polvere, sicché vcniauo a somministrargli 



— 204 — 
essi stessi qaelle materie che avrebbe in breve adoperale 
a loro rovina. 

La quale non polendo in breve nascondersi, poiché se- 
condo r usalo adagio di Maomello, egli avea lasciato dor- 
mire il serpente finché non avesse oppresso il drago che 
era allora lo Scanderbey, Venezia ebbe repentina a de- 
siarsi dai suoi felici sogni e sentendo già rumoreggiare le 
armi turchesche, si affrettò» benché tardi, alla difesa. Io 
prima, ristrinse i legami di amicizia che avea col Sol- 
dano d'Egillo tentando di tenerlo ancora aperto al suo 
traffico se la via di Costantinopoli e i possessi che gliela 
assicuravano poteano esserle tolti. Il Soldano aneli' egli 
temendo l'ambizione di Maometto, che cerio dopo Co- 
stantinopoli riguardava cupidamente all' Egitto, conchiuse 
bentosto con Venezia quei patti ch'ella voleva, sperando 
eoi solo soccorso degli occidentali di opporre un argine 
alla temuta invasione. 

Furono a'Veneziani confermate le antiche convenzioni ; 
ai loro mercanti venne fatta facoltà di liberamente 
trafficare con sicurezza delle persone e cose proprie ed 
ampia giurisdizione consolare, si negò soltanto alla signo- 
ria Veneta il monopolio del pepe che chiedeva, e già avea 
domandato al precedente Soldano senza che le fosse ac- 
cordato; imperocché, uotavasi dui figlio di qoesto, il pepe 
apparteneva nonsolo ai mercanti veneziani ma a tutti i mori 
e alle altre nazioni. Dal che parrebbe conseguitare che i 
Veneziani godessero in Egitto dell* assoluta privativa di 
alcune altre derrate. 

CI. Ma come fatalmente preveduto si era Maometto 
andava innanzi nei suoi capì disegiii; soggiogava al suo 
imperio i diversi Stati della Macedonia verso l'Epiro eia 
Morea, e già si accostava ai possedimenti dei Veneziani, 



— 205 — 
i quali nel Peloponneso conservavano tuttora Modone» 
Corone, Napoli di Romania ed Argo. Corinto aveano testé 
perduto. Il Senato andava maneggiandosi destramente non 
isiimando prudente venire ad aperta rottura; non potendo 
per altra parte rimanersi da un apparecchio di forze che 
tenesse in rispetto i suoi formidabili vicini. 

Intanto per tradimento dì uno slesso nobile veneziano 
Corone cadeva in mano dei Turchi , fu allora decisa la 
guerra contro di essi e la loro cacciata dalla Morea; si 
riprese in breve Argo, e assediossi Corinto fortificandone 
r istmo, le innumerevoli forze turchesche obbligarono a 
levare Tassedio, e ripiegandosi verso Napoli di Romania 
i Veneziani aiTrontaronsi cogli infedeli, e sebbene questi 
di smisurato imrnero, li sconfissero colla morte di meglio che 
cinque mila. Il quale favorevole successo dava in quei 
mentre mnggior animo al vecchio e magnanimo ponlefìce 
Pio li di bandire la crociata contro i nemici della fede 
cristiana, e cui pigliavano parte deliberati ad accorrervi 
in persona lo slesso Pontefice, il doge di Venezia , e il 
duca di Borgogna, con altri molti principi. Già la flotta 
numerosa di diecinove galee stava per salpare dal porto 
di Ancona, già altre trenladue ersino ancorate nei porti 
della Grecia pronte a congiungersi . ad essa, tutti erano 
disposti air imbarco, quando improvvisamente Pio II fu 
cólto da morte, e la grande impresa per lui solo ardi- 
tamente preparata andò in dileguo. 

Sinistravano in questo le cose della Morea, Yeneli e 
Turchi la desolavano senza riuscire né gli uni né gli altri 
a possederla intera. Fu allora che in Venezia giungevano 
i messi d'U^sum-Cassan re di Persia e del principe dì Ca- 
ramanìa, i quali a nome dei loro sovrani proponevano una 
alleanza contro di Maometto; venne dal Senato cupidamente 



^ 206 — 
accetlata; sì ricercò ancora il re d'Ungheria, ma egli 
non amando di richiamare contro di lui le nemiche forze 
che si travagliavano lontane» se ne scasò; il solo valore 
di Scanderbey difendeva l'Albania, ma non bastando og- 
gimai cedette egli Croja a* Veneziani. I Turchi occu- 
pavano Alene e con infìnilo esercito riuscivano alfine ad 
espugnare la città di Negroponle. Non rimanea altra spe- 
ranza a' Veneti che la guerra dei Persiani. In tre di tre 
grandi combattimenti ebbero luogo, i primi due colla peggio 
dei Turchi, neirultimo bersagliati dalle artiglierie nemiche 
i Persiani indietreggiarono, Ussum-Cassan si ritrasse olire 
r Eufrate. Cosi finiva il 1473. 

Nel successivo anno di 1474 la guerra de' Persiani 
mutavasi in civile fra di loro , poiché Maometto sapea 
destramente spargervi i funesti semi degli odii intestini; 
Venezia quindi trovavasi di bel nuovo esposta a tutto 
r impetuoso furore de* Turchi; Maometto tutte le sue forze 
rovesciava contro di Scutari città principale dell'Albania. Il 
valore di Antonio Loredano, la fame, la sete, i soccorsi 
del Re d'Ungheria obbligarono i nemici a levare il campo 
per condursi sulle rive del Danubio. 

Riarse la guerra, Venezia abbandonata da tutti, fece 
l'estremo di sua possa, allestì un'armata di cento galere 
a Napoli di Romania, la diede in comando ad Antonio Lo- 
redano, l'eroico difensore di Scutari , ed egli Lepanto e 
Groja entrambe l'una appresso l'altra assediate valorosa- 
mente pose in libertà. Un' invasione più spaventevole ten- 
tarono allora i Turchi nel 1477, le stesse rive del Lisonzo, 
del Tagliamenlo e della Piave vennero da essi con mi* 
cidiali scorrerie infestale, dall'alto delle torri di Venezia 
vedevansì le fiamme degli orribiH ìncendj che ì Maomet- 
tani appiccavano ai villaggi di quei luoghi. I popoli si 



^ 207 — 
mossero a inoltitodine e caociaronli, ma più terribile ne- 
mico vi lasciarono essi, la peste. A questa si aggiunse la 
pace che separatamente il Re di Ungheria conchiudeva 
con Maometto. Il quale non avendo più a temere né da 
quella parte, né dal sovrano di Persia ripiombò suirAI- 
bania, Croja dovette arrendersi, Scutari si difese, e spun- 
tate rimasero pure le armi infedeli nel Friuli una seconda 
volta da esse invaso. 

Da sedici anni durava la guerra, Venezia sola oggimai 
in campo era a combatterla, contro un formidabile nemico 
che si aiutava colla potenza delle armi vittoriose , collo 
spavento delle stragi, dei saccheggi e degli incendi, colla 
scaltrezza delle frodi ; il disperalo valore, la longanimità 
dei pochi non bastavano, le smqnte finanze della repub- 
blica non più reggevano ai ricrescenti sacrifizi , fu duopo 
chieder pace e si ottenne il 26 gennaio del 1479 ; Ne- 
groponte, Croj*^, Scutari, Tenaro nella Morea e l'isola di 
Lenno si cedettero a Maometto. Oltreciò fu duopo obbli- 
garsi ad un tributo di mille ducati annui, che però avea 
per espressa condizione, la libera navigazione del mar Nero 
e del commercio nei porti della Grecia a favore dei Ve- 
neti. Perlochè si dimostra eh' ei si indussero alla cessione 
di quelle terre e al pagamento dei mille ducati per con- 
servare gli avanzi di un traffico che incautamente aveano 
sperato di guarentirsi essi soli per il trattalo precedente 
con Maometto. 

GIL Ma mentre ardeva la guerra, prevedendone T in- 
fausto fine, pensava Venezia di recare un più efficace ri- 
[medio al suo vacillante commercio del Levante, agevolati- 
[dosi la via dell* Egitto coli'. acquisto dell* isola di Ctjyro. 
Regnava in questa Giovanni HI di Lusignano, la cui unica 
figlia , per nome Carlotta , sposava a Giovanni re dì 



— 208 ^ 

Portogallo, ma olire di essa aveva egli on figlio tllegiiiimo 
chiamato Giacomo, la matrigna, per allontanarlo dal trono, 
lo costrinse ad abbracciare la vita ecclesiastica nominan- 
dolo arcivescovo del Regno. Ma Giacomo non si sentiva 
inclinato alla vita clericale ed an veneziano Andrea Cor- 
nare Io aiutava ad abbandonarla e ad aspirare al trono. 
Un giorno, gli mostrò il ritratto d'una sua nipote bellis- 
sima invogliandolo alle nozze con quella. La matrigna che 
ebbe sentore della trama slava per tendergli insidie, ma 
Giacomo fuggissi a Rodi. In questo mori la matrigna, e 
per mezzo del console veneziano padre e figlio si ricon- 
ciliarono; poco dopo il re segui nella lomba la moglie, e 
siccome era ugualmente merlo Giovanni re di Portogallo, 
marilo di Carlotta fìglia legittima, essa si sposò con Luigi 
secondogenito del duca di Savoia ed entrambi i coniugi 
si fecero coronare re di Cipro. Allora il bastardo Giacomo 
ricorse al Soldano d'Egitto promettendogli di essere suo 
tributario se lo aiutava ad acquistare il Regno. Il Soldano 

10 forni di tulle le forze che gli occorrevano e con queste 
occupò r isola. Ma immemore della promessa invece di 
sposarsi colla nipote di Andrea Cornare, diede la mano 
di sposo ad una principessa di Morea. Poco dopo mori, 
ed allora finalmente si ammogliò colla Cornare. La repub- 
blica r adottò per figlia e le diede una ricc» dote che 
volle assicurata sopra le cillà di Cerines e Famagosla. 
Indi appresso moriva Giacomo lasciando incinta la moglie 
Caterina con tre figli illegittimi, un maschio e due fem- 
mine. La prima si toglieva in mano le redini del regno, 
ma Tarcivcscovo di Nicosia promuoveva una sollevazione 
di cui rimanevano vitiime Andrea Cornare ed altri veneti 
accusati dall'arcivescovo di aver avvelenato il re Giacomo. 

11 tumulto fu alfine composto, e 1* arcivescovo: divisò di 



— 209 — 
fare il matrimonio della bastarda di Giacomo con Alfonso 
bastardo egli pure di Ferdinando re di Napoli. Ma il ve- 
neziano Senato accortosi delia trama fece trasportare in 
Venezia i tre bastardi. Allora la regina Carlotta che si 
trovava a rifugio in Napoli adottò in figlio lo stesso Al- 
fonso cui era sfuggila la fidanzala L'arcivescovo però non 
si rimase a questo, ma di concerto col re di Napoli ordì 
un tentativo per rapire nella stessa Venezia la figlia del 
re Giacomo già promessa ad. Alfonso. Cotale tentativo 
andò a vólo, perocché i Veneziani rinchiusero nella citta- 
della di Padova i tre figli di Giacomo, i quali poco dopo, 
com'è fama, morirono di veleno. La regina Calerina si 
era sgravata di nn bambino che egli pure subitamente 
mori. Venezia si fece quindi dichiarare erede della figlia 
adottiva. Correvano i vent'anni che in compagnia della 
regina Cornaro i Veneti si erano condotti in Cipro , da 
tre luUri governavano in suo nome , ma il Senato non 
teneasi pago, aveva essa parenti, ed eredi esistevano di 
lei in Venezia e fuori, tanti sforzi, e forse non pochi de- 
litti, sarebbero tornati invano, se un più acconcio ed ef- 
ficace mezzo non avesse alla sua morie fatta sicura la 
opima conquista da si gran tempo concepita e maturata. 
il terribile Maometto li era morto nel 1481. chi gli suc- 
cedeva non l'ingegno, non il valore, né l'astuta perspi- 
cacia possedeva di lui; propizio essendo il tempo si tentò 
dal Senato 1* ultimo colpo; il frantilo di Caterina ebbe 
commissione di trasferirsi in Cipro, obbligarla alla rinuncia 
e condurla in Venezia. Fra le mìnaccie e le promesse 
Giorgio Cornaro costrinse la sorella ad obbedire al Senato, 
abdicando al regno in favore della madre repubblica, e 
seguitarlo in Venezia. Quivi giunta venne trionfalmente 
ricevuta e le si usarono tutti gli onori convenienti al grado 

Ca.na.le, Storia del Commercio, ecc. U 



— 210 — 

(li regina, ma le si assegnò per dimora la villeggiatura 
di Asolo nel Trivìgiano. in cui datasi alle lettere e cir- 
condata dagli uomini più dotti del suo tempo consumò 
quel tanto di vita che ancora le concedette il tremendo 
tribunale dei Tre. In tal guisa Venezia correndo V anno 
di 1489 venne al definitivo possesso dell' isola di Cipro. 
Rimaneva il Soldano d' Egitto sdegnalo di quella occu- 
pazione, ma fra doni, pagamento di arretrati tributi e la 
corruzione de' suoi ministri, ^e ne addolcì l'animo, di gui- 
sachè concedè a* Veneziani V investitura del regno di Ci- 
pro, e accolseli nel novero de* suoi vassalli. Giorgio Cor- 
naro che tanto si era adoperato in quella pratica fu pro- 
mosso al grado di Procuratore di San Marco, ed il figlio 
di lui a cardinale di Santa Chiesa dal Papa , il quale 
alleilo che gli concedeva questa dignità per avere il padre 
conservata quell'isola alla vera religione ed alla purità 
dei costumi. Questo papa era Alessandro VI. 

CAPITOLO Vili. 



Scoperta dell'America fatta da Cristoforo Colombo, del Capo di 
Bìiona Speranza da Vasco di Gama. — Tentativi del Soldano 
d' Egitto e dell' imperatore dei Turchi per distruggere i nuovi 
stabilimenti indiani dei Portogiiesi. — Perdita deirisoia di Scio 
fatta (i56G) dai Genoibsi e di qaella di Cipro (4574) dai Ve- 
neziani y battaglia e vittoria di Lepanto, guerra e perdita del- 
usola di Gandia (1644-1669). 

CHI. Mentre Maometto II faceva la conquista di quasi 
tutte le Provincie dell'impero greco cosi dell'Europa come 
dell'Asia minore, invadeva il mar Nero, reudeasi arbitro 



— 2M — 

<]i quella navigazione e fino al Tana! stendeva le sue am- 
bizioni costringendo i Tartari a tributo ed omaggio, mentre 
Venezia si affidava per un trattato con lui, che poco dopo 
le veniva violato, awolgeasi in una guerra infelice e per 
rifarsi delle incontrate perdite occupava l'isola di Cipro, 
onde almeno tenersi aperta la via deirEgilto, due grandi 
avvenimenti, frutto entrambi dei precedenti lenlaiivi ese- 
guili lutti dagli italiani, succedevano che le sorti mula- 
vano e la direzione del comrìfìercio orientale : la scoperta 
dell'America operala da Cristoforo Colombo, e quella del 
•Capo di Buona Speranza da Vasco di Gama Portoghese. 
Per queste l'Atlantico solteiitrava al Mediterraneo, ed i 
popoli posti sulle rive di quello toglievano l'esercizio del 
«ommercio agli italiani che fino allora ne aveano tenuto 
il campo. 

A Maometto li teneva dietro sul trono di Costantino- 
poli il figlio Bajazet, il quale riconducendo che le nuove 
scoperte portavano la deviazione del commercio dal mar 
Nero, divisava la conquista dell* Egitto per incamminarsi 
di colà contro i nuovi stabilimenti indiani dei Portoghesi. 
Muoveva dunque con un esercito verso la Caramania, ma 
venuto a battaglia col principe che vi governava ebbe 
una fiera sconfitta; talché fu costretto alla pace. Allora 
pensò Bajiizel che meglio avrebbe servito a' suoi fini una 
spedizione marittima contro 1' Egitto, ma per far questa 
€on prospero successo gli abbisognava d'intraprendere 
prima la conquista dell'isola di Cipro. Stava per alle- 
stire le forze necessarie all'impresa, quando ebbe notizia 
che Cipro era caduta in potere di Venezia. Dichiarò Ba- 
jazet la guerra alla Repubblica, cui dopo molti sagrifizii 
riusci di poterne conservare il possesso. 

Il disegno di Bajazet di abbattere la fresca potenza 



— 212 ^ 
dei Portoghesi nelle Indie venne quasi conlenìporaneamenie 
rinnovalo dal Soldano d*Egilto, ma collo slesso infrut- 
luoso fine. Vi si diede con più (orle animo Solimano sue- 
cedulo a Bajazel, nell' impero di Costantinopoli. I neces- 
sarìi apprestamenti, e le munizioni navali vennero Irasporlate 
dal Nilo al Cairo, quindi per sessanta miglia di cammina 
terrestre fino all' istmo di Suez; colà si allestì una floiia^ 
la maggiore che mai vedesse il golfo Arabico composta 
di settantasei vele con trenta mila uomini e correndo 
Tanno di 15e37 si avviò dal mar Rosso all'Indiano, ma 
pure questa prova incontrò un esilo infelice, i Portoghesi 
respìnsero valorosanìenle ed allontanarono dalle loro cre- 
scenti colonie le forze lurchesche. 

Dopo di ciò tanto i Sovrani di Costantinopoli quanto 
quelli dell'Eiiitlo deliberarono di fare una nuova guerra ai 
Portoghesi ed i primi con fermo proposito proibirono agli 
occidentali e specialrmìnle ai Veneziani e Genovesi di po- 
tersi condurre colle loro mercanzie nel mar Nero, la 
quale via fu d'allora in poi chiusa per sempre. 

CIV. 1 Sultani di Costantinopoli non credevano però 
di avere conseguito il proprio intento se non privavano i 
popoli marittimi d'Italia d'ogni pessesso che ancora tene- 
vano in queir impero. Cominciarono pertanto a volijere gli 
sguardi all' isola di Scio posseduta dai Genovesi. Quando 
nel 1346 venne da questi conquistata , la repubblica di 
Genova ne diede la signoria ad una Società di particolari 
che si chiamò Maona di Scio^ parola che in greco signi- 
fica unione; e siccome la maggior parte di questi parti- 
colari e partecipi di quella Società apparteneva M'Albergo 
dei Giustiniani, così in seguito l'isola di Scio cadde tutta 
in loro potere. 

I Giustiniani la tennero colle due Focee per qualche 



— 213 — 
tempo infìnchè perdute queste dovettero per la prima pagare 
mi tributo ai Turchi che dai 4,000 scudi d*oro arrivò fino 
ai 50,000 sotto di Maometto II; senonchè, sebbene gravi si 
fossero sifTatte coudizioni, i proventi che ne ricavavano 
pel commercio di cui quell* isola era divenuta dopo la 
presa di Coslantinopoh uno dei più importanti empori!, 
ne attenuava l'enormità. Essendo Tanno dì 15G6 Solimano 
imperatore dei Turchi tra perchè sdegnato fosse contro 
i Genovesi di ^Scio accusandoli di avere manifestato ai 
cavaheri di Malta il segreto' della spedizione da lui fatta 
infruttuosamente contro gli stessi, tra perchè volesse ad 
ogni modo disgombrare i cristiani da queir isola, diede 
ordine a Piali-Pascià che comandava Tarmata di 120 galee, 
la quale costeggiava l'Asia minore, d'insignorirsene. Sotto 
l'aspetto di amicizia il Pascià sbarcò 10,000 giannizzeri, 
i quali colle armi celate mostrarono di scendere nelT i- 
sola per comperarvi dei panni. Ad un segno s* imposses- 
sarono di tutti i capi dei Giustiniani che tenevano il go- 
verno e furono inviati a Costantinopoli; si menò grande 
strage degli altri, accompagnala da un orrido saccheggio. 
Si racconta che i giovanetti vennero tutti presi e recati 
nel serraglio per essere ivi educali nella legge di Mao- 
metto, ma dieciotto Giustiniani tra costoro, la cui età di 
poco oltrepassava i quindici anni, anziché negare la fede 
^lei padri loro, prefersero il martirio. 

CV. Passarono quattro anni, e come Scio era stata 
tolta ai Genovesi, Cipro fu occupata ai Veneziani. Uo 
ambasciatore del Sultano mandava un araldo al Senato 
ili Venezia intimandogli o T isola di Cipro o la guerra. 
E fu guerra, e la resistenza lunga, valorosa e disperata 
per parte dei Veneziani, che pochi di numero, scarsi di 
vettovaglie dovettero subire uu formidabile assedio per 



— 244 — 

opera di una flotta numerosissima in cui abbondavano le 
provvigioni e grande era iu essa la quantità delle truppe. 
I Turchi invece di muover contro di Famagosta in riva 
al mare si avventarono a Nicosia dentro terra ; vi vol- 
lero quattro assalti prima che riescissero ad occuparla, 
si capitolò dal Governatore alfine ed Arcivescovo la resa 
delia città colla condizione di aver salva la vita, ma ooo 
si tosto entraroovi i turchi che violate le promesse tutto 
andò a sangue ed a sacco. Vi era un' armala veneziana 
di più di 200 navi da guerra con molte onerarie cariche 
di quindici mila uomini di sbarco» delle quali sole qua- 
rantacinque galee con quattromila uomini appartenevano 
a Filippo II re di Spagna sotto gli ordini di Gian Andrea 
Doria genovese, nipote del famoso ammiraglio Andrea. 
Questa armata invece di accorrere a difesa di Cipro 
slava temporeggiando e discutendo del modo di guerreg- 
giare i Turchi ; essendo a coste^^giare l'Asia minore ebbe 
la notizia della resa di Nicosia, e come Mustafà che con- 
duceva la flotta dei Turchi fossesi recato contro di Fa- 
magosta; era consiglio dei più savi di tentare qualche 
fatto per cui si distogliessero le forze dall'incominciato as» 
sedie, ma il Doria non volle udire ragione, adducendo es- 
sere comando del suo re di soccorrere soltanto Nicosia,. 
e poiché questa sventuratamente eadula era in potere 
dei Turchi, perciò non dover prendere alcun'altra parte 
a successive fazioni senza nuovi ordini. Invano gli si fecere 
le più vive rimostranze, e si venne a fiera contesa tra 
Marcantonio Colonna e lui, che ostinato nell' inesplicabile 
proposito separossi dal resto della flotta, e i suoi qua- 
rantacinque legni recò ad approdare in Sicilia. Le galee 
veneziane abbandonate in tal guisa a se stesse non osarono 
contro di forze maggiori intraprendere cosa di momento» 



— 215 — 

Ferveva iulanto l'assedio di Famagosta, il Setialo cercò 
dì irallare col Sultano, mostrandosi pronto a sgombrare 
r isola colla conservazione di quella cillà e quando non si 
poXesse ottenere averne lo scannbio con altra terra. Saputesi 
le trattative ì principi d'Europa aiTrettaronsi a conchin- 
dere quella Ioga che già da un ^inno si anviava per inutili 
pratiche differendo, li sospinse la tema che i Veneziani 
facessero una pace separata coi Turchi. 

Furono le condizioni: Che il Papa, il Re cattolico e la 
Repubblica veneta stringea no perpetua confederazione e lega 
contro i Turchi ; che fra tutti avrebbero armate dugento 
triremi, con cento vascelli, cinquantamila fanti, e quattro 
mila cinquecento cavalli ; che delle spese toccato sa- 
rebbe la metà al Re, un sesto al Pontefice, un terzo ai 
Veneziani ; che tutte quelle forze doveano trovarsi alle- 
stite e pronte nel maggio di 1571 allora prossimo, ad 
Otranto comune convegno ; che della intera flotta aveva 
ad essere capitano il generalissimo di Spagna. 

Fatta la lega, Venezia ordinò che le sparse flotte che 
ella teneva nel Levante a guardia specialmente di Can- 
dia si unissero a quella dei confederati , pensando che 
meglio giovava con un solo unito sforzo distruggere la 
marittima potenza dei Turchi , ma intanto quelli segui- 
tavano a temporeggiare, né il Papa, né il Re di Spagna 
mostravansi ancora pronti, gli stessi Veneziani duravano 
difficoltà a riunire i loro legni. Del ritardo giovandosi 
allora i Turchi, fatti oggimai sicuri della conquista di 
Cipro, trenta sole galee lasciando all'assedio di Fama- 
gosta, navigarono a Caudia, devastarono la piccola città 
di Retimo, desolarono l'isoletta di Cerigo, l'antica Citerà, 
volsersi contro di Zante e Gefalonia , ne abbruciarono 
gli abbandonati villaggi» tòrsero le prore a tramontana, 



— 216 — 
giunsero a Gorfù, dove trovata valida difesa, ed accertalisi 
che colà non era la flotta veneta, deliberaronsi di inva- 
dere il golfo; espugnarono Dulcigno nella superiore Al- 
bania, e rasentando la eosta occuparono Budua ed Ami- 
vari, si lanciarono contro di Ragusi, infestarono gli isolotti 
di Cursola e di Lesina; oggimai gli infedeli sole ottanta 
leghe distavano da Venezia ; il terrore invadeva gli animi 
e i più estremi provvedimenti di difesa dal Senato si fa- 
ceano, simili a quelli della funesta gueiTa di Chioggia. 
Ma l'ammiraglio ottomano sapendo che la flotta coliegata 
doveva riunirsi in Sicilia, che accorsa senza dubbio sa- 
rebbe^ in aiuto di Venezia, lasciò l'Aiiriatico, e navigò a 
Corfù. 

Infatti, non nel maggio, ma nell'agosto del 1S71 dopo 
la galere del Papa, di Firenze e di Malta , comparvero 
quelle del Re cattolico, sotto gli ordini di Don Giovanni 
d'Austria fìglio naturale di Carlo V, fratello di Filippo II, 
giovine ardente di 22 anni, che doveva assumere il co- 
mando di tutta l*armata, la quale salpava il 17 settem- 
bre; ma fatalmente Famagosta non era più in potere dei 
Veneziani. 

1 valorosi difensori di quella , da più di im anno col 
più eroico animo ne avevano sostenuto l'assedio, né vet- 
tovaglie, né munizioni rimanevano loro, difettavano d'ogni 
cosa, di tuttoché di più insalubre e schifoso cibavansi, il 
piccolo presidio tutto era ferito, né modo avea, né medi- 
cine per curarsi. II primo d'agosto, facendone istanza vi- 
vissima gli abitanti, levossi bandiera bianca. Mustafà co- 
mandante degli assediami mostrossi disposto ai più miti 
patti. I soldati sai*ebbero condotti salvi nell' isola di Can- 
dia sopra legni turcheschi portando seco le armi, e le robe 
loro con cinque pezzi di artiglieria e tre eavalli per i 



— 817 — 

generali veneli; gli abìUiili della cilià potesmo Toieiido 
trasferirsi tlirove colle famiglie e cogli averi, rìmaiìeDdo 
erano fatti sicari nella vita , nelle sostanze e Dell'onore. 
Entravano dopo ciò i Turchi, i qaali non oonteneodosi dal 
saccheggio, il Pascià ordinava loro si rispettassero i patti 
Senoocbè avendo fermo di vi<ylarli con più infame modo, 
chiedeva di poter conoscere ed onorare di persona i pia 
prodi capitaai che aveano per tanto tempo, e con si se^ 
guatato valore difesa la città. Erano essi Astore Buglioni, 
Luigi Martinengo direttore delle Artiglierie, Antonio Qui- 
rini e principale di tuUi Marcantonio Bragadino; i quali 
iion subodorando la iniqua trama che loro si tendeva pre- 
senlaronsi con altri capitani e colla scorta di quaranta 
uomini tutti a cavallo al cospetto del Pascià. Mostrò dap- 
prian di festeggiarli, indi colto il prelesto di alcune pa- 
role intomo alla sicurezza dei legni che dovevano ritor- 
nare dopo di averli trasportati in Candia, finse d'andare 
in furore e infine svilaueggiandoli e volendo per ostaggio 
il giovane Antonio Qairini che risolutamente negavasi dal 
Bragadino, diede ordine si legassero, si conducessero fuori 
del suo padiglione, dove vennero tutti tagliati a pezzi, 
eoeettmto il solo Bragadino che sì dannò a più lungo e 
pia atroce supplizio. 

CVL La flotta cristiana secondo una relazione che 
della battaglia di Lepanto caaservavasi nella Biblioteca 
Imperiale di Parigi (1) numerava 271 legni, avvero 104 
galere e sei gaiezze veneziane, 55 galere di Spagna, o 
Napoli, 12 del Papa, 3 dei cavalieri di Malta, 3 del duca 
di Savnia, 3 della repubblica di Genova, 2 di Gio. Andrea 
Dorta, 4 di un Lomeilino, altrettante di nn Negroni, 3 di 

(1) Mss. N.o lotosa. 



— 218 — . 

Giorgio Grimaldi, due di Stefano De-Mari, una di Bendi- 
nelli Sauli, tutù particolari cittadini genovesi. Oltre ciò 
vi avevano 28 vascelli e 45 fregate. 

Non sarà senza pregioii notare che il Lonfiellino ed il 
Negroni da per sé soli mostravano di possedere una mag- 
giore potenza dei Cavalieri di Malia, del Duca di i^avoia, 
e della slessa propria repubblica, né forse in questo loro 
maggior armamento entrava per poco il segreto rancore 
della fazione guelfa cui appartenevano contro la ghibel- 
lina del Doria capo allora dello Stato genovese. 

L' armata ottomana componevasi di 333 legni , dei 
quali 230 galere , e gli altri 103 erano galeazze o faste; 
per la qual cosa , attenendosi alla slessa relazione , ciò- 
quecenloqualtro vele trovavansi a disputare l' imperio del 
mare, nel luogo istesso, dove già per le medesime ra- 
gioni erano venuti a formidabile e decisivo combattimento 
Ottaviano Augusto e Marcantonio. Non è mio intendimenio 
il descrivere la ferocissima pugna, che tanto conosciuta 
col nome di battaglia di Lepanto, o delle Curzolari, dove 
l'antica Azio, combatterono insieme cristiani e infedeli, 
il di 7 ottobre del 1571; dirò soltanto che il famoso trionfo 
riportato dai primi si dovette al valore delle galeazze 
veneziane che formando 1' antiguardo della flotta , comin- 
ciando a sfolgorare colle artiglierie nella guisa più mici- 
diale i nemici , ne ruppero 1* ordinanza , sicché fu agevole 
ai confederati di accerchiarli , menandone strage e fa- 
cendone cattivi 143 legni y affondandone 62, colla morte 
di 30 mila turchi e la prigionia di 5 mila. 1 cristiaDÌ 
ebbero a lamentare la perdita di cinquemila di loro, fra 
i quali di Agostino Barbarigo , provveditore generale dei 
Veneti, alla cui savia condotta si attribuì gran parte di 
sì gloriosa vittoria. 



— 240 — 
Svenluralamenle sterili furono gli effelli di questa , la 
quale dove si fosse seguitala come i Veneti consigliavano 
guidati da maggiore perspicacia e perizia dello stalo Ot- 
tomano, e del miglior avvenire di cristianiià, si sarebbe 
per sempre tolta l'infamia di queir impero che ancor og- 
gidì , sebbene fatto cadavere , si conserva per la sola ra- 
gione che mal possono dividersene le parli senza il para- 
gone delle più feroci armi intestine d'Europa. Ma Fi- 
lippo II meglio del Turco temeva per Napoli e Sicilia 
sua la forza marittima dei Veneziani, suo disegno era 
stato col solo apparecchio della flotta incutere spavento, 
e nulla più, a' Turchi; queste erano le istruzioni date a 
Gio. Andrea Doria che dovea moderare i bollenti spiriti 
del giovine suo fratello; rodevate ancora un segreto odio 
contro di questo, né potea certo patire ch'eì si facesse 
chiaro con segnalate gesta. E di vero la battaglia di Le- 
panto aveva avuto luogo dissenziente il Doria, il quale, 
duole il dirlo, non si era comportato in quel miglior modo 
che dovea aspettarsi da lui. Né io vorrei sospettarlo di 
trop|>o, ma non sarebbe fuor di ragione il credere, che 
oltre le segrete istruzioni ricevute da Filippo II , muoves- 
sero l'animo suo genovese gli antichi odii contro la rivale 
repubblica. Ora per tutto ciò che in parte si fece palese 
dai varit documenti che la storia ha conservato di t[uet 
fatto, e per altro che ancora non bene si conosce, Giovanni 
d'Austria non volle in alcun modo seguitare a combattere, 
per questo non fu occupato Lepanto, per questo ardua di 
troppo si giudicò essere l' impresa contro di Santa Maura, 
e siccome ad ogni partito di assalire comunque i Turchi 
si opponevano da coloro che gli slavano a' fianchi con* 
tinue, inespugnabili difficoltà , cosi non vi fu altro mezzo 
a scegliere che quello dì ricondurre l'armala spagnuola 



— 220 — 

a Messina. I Veneziani si avvidero che migliore frullo 
della vilioria di Lepanlo avrebbero essi oUenulo dalla 
difesa delie proprie colonie , le quali perdale Irovavansi 
perchè spogliale di quelle forze baslanii a conservarle. 
Il Turco ripigliava animo , no» isbigotlito dall' orri- 
bile disfalla , lanciava in mare dugenio vele y sessanU 
delle quali che ne componevano TaiUiguardo desolavano gli 
slabilimenli veneti dell'Arcipelago. La floUa veneziana , in- 
vano allendendo a Corfù l'armala dei confederati, navigava 
inGne a Messina, dove a sienio da quella polca ottenere 
ventidue giUer^ spagnuole e venlisei dogli altri collegali; 
eon sì miseri $iuli deslreggiaronsi i Vendi come meglio 
loro veniva fallo, tenendo d'occhio i nemici e seguitandone 
le mosse; sarebbono forse venuti a battaglia, se D. Gio- 
vanni d'Austria uscito fuori con oltanlalrè legni non dava 
ordine che andassero tosto a raggiungerlo, fu dunque me- 
stieri rinavigare a Corfù. Ebbe allora Tarmata congiunta 
de* Cristiani dugentoquarantanove legni fra galere, galeazze 
e vascelli. Spuntava il settembre, i Turchi evitavano il 
combattere, i confederati faceano inutilmente impeto contro 
alcune terre della Morea, indi a poco Giovanni d'Austria 
secondo suo stile accommiatossi da' Veneziani , lasciandoli 
un'allra fiala soli in campo. 11 nuovo abbandono fece per- 
suaso il veneto Senato che non potendosi fare alcun fon- 
damento sopra i fallaci soccorsi della lega meglio tornava 
rappattumarsi coi Turchi. Pertanto addi IS marzo del 1573 
si segnò con essi un trattalo di pace , per cui cedula 
)' isola di Cipro ricuperaronsi da Venezia tutti i privilegi 
di commercio che già godeva nelle terre di Turchia colle 
passate convenzioni. Cosi la vittoria di Lepanto non era 
riuscita che ad una vana mostra dì forze, incapaci a raan- 
ieuersì congiunte per odii lamentevoli di parte, e 



— 221 — 

importante emporio dì commercio che teneva aperta la 
\ìa. dell* Egitto si perdette per sempre dagl'Italiani. 

CVIl. Di quanto Venezia avea acquistalo dall' impera 
Orientale, dopo la perdita di Cipro non conservava più 
che r isola di Candia e di Stnndià cinque o sei leghe da 
quella distante, con altre pochissime e di minor conto. 
Candia formava un regno di sessanta leghe di estensione, 
sembrava chiudere l'Arcipelago e signoreggiare il mare 
di Siria, avea molli porti, ragguardevoli città, dovizioso 
territorio, e meglio di dugentomila abitanti. Era Tultimo 
asilo ed emporio sopravanzalo agi' Italiani del passalo loro 
ricchissimo traffico orientale. Un ingordo ladroneccio com- 
messo dalle galee di Malta contro un vascello rivolto alla 
Mecca, ed una flolla mercantesca di Turchi che indiriz- 
zata era al Cairo, fece nascere il disegno al Sultano di 
punire colla presa di Candia T ingiuria ricevuta dai Ca- 
valieri Maltesi, poiché le galee assalilrici di questi aveano 
dopo r ingiusto assalimento riparato nei porti di quella. 
Tornavagli V onta più crudele essendoché sul vascello si 
trovasse una sultana con un figliuolo avuto da lui ; quella 
in breve ne moria di rammarico, questi toltosi ad educare 
dai frati domenicani , V aveano essi costretto a vestirne 
l'abito. 

I luoghi forti e principali di Candia erano i castelli 
onde s'incoronavano alcuni isolotti verso roccidente chia- 
mati le Grabuse , da occidente muovendo verso levante 
s' incontrava la Canea, vicino ad essa e in fondo al golfo 
aprivasi entro terra il porlo di Suda, dove ancoravasi la 
flotta veneta. Più discosto sempre verso levante Retlimo 
e alla sua dritta Candia capitale dell' isola, di rincontro 
alla quale V isolelta di Standid, cinque o sei leghe, come 
più sopra notai, da quella distante. All'oriente di Candia, 



— 224 — 

Taltra parte a battaglia, ma ì Veneziani riportarono sempre 
segnalate vittorie colla presa di molli legni, e la morte 
di molti nemici. 

Da dodici anni durava la guerra, le vittorie dei Dar- 
danelli poteano rilardare, non impedire la perdita di Caiidia. 
In Costantinopoli, dopo dì essersi strozzati di molti Gran 
Visir, si era nominato un uonìo per nome Eiupergli più 
valoroso ed esperto così negli sludi guerreschi, come nelle 
faccende dello Stalo, le quali furono per esso raddirizzale 
tosto. Si trailo un'altra volta di pace nel consiglio dei 
Savj in Venezia, ma Giovanni Pesaro sorse con magnanimo 
sdegno a rigeUare il parlilo, e poiché si volevano sacri- 
fici per la patria e per la difesa di Candia profferse di 
proprio il dono di sei mila ducali, il quale esempio imi- 
tato dal Doge e dai senatori pose la Repubblica in ìstalo 
di continuare la guerra. 

Intanto la Francia che volea acquistare in Levanle 
quella potenza, e quel commercio che andavano a grada 
a grado colà perdendo gì' Ilaliani, vedendo che se il pre- 
valere dei Veneziani era nocivo a* suoi intendimenti, non 
meno riesciva a lei pregiudizievole la soverchia grandezza 
de' Turchi , divisando colla lunga guerra d'indebolire gli 
uni e gli altri, correndo Tanno di 1660, mandò un sussidio 
di quattro mila uomini che servi di rinforzo al capitan 
generale Francesco Morosini, il quale dopo di avere mi- 
nacciato Negroponte volea tentare un colpo conlro la Canea. 
Sotlo di quesla i francesi vennero a quattro sanguinosi 
combattimenti , in fine furono trasferiti a Candia , dove 
soddisfacendo ali* impeto naturale di loro nazione , si 
arrisicarono ad una imprudente fazione invadendo gli al- 
loggiamenti degli infedeli , ma mentre stavano intenti al 
saccheggio di quelli, piombarono loro addosso i Turchi e 



— 223 — 

ne menarono la più orribile strage, gì' infelici avanzi furono 
ancora travagliali dalla peste, sicché di questi infermi 
aiuti il Morosini si liberò spargendoli nelle diverse isole 
dell'Arcipelago. 

CIX. 1 turchi sconfitti pienamente nelT Ungheria per 
una grande vittoria riportata nel 1664 dall* italiano Rai- 
mondo Montecuccoli presso il Castello di San Gottardo 
sulla Raab inclinarono a pace , oiTerivano a Venezia la 
parte orientale dell' isola dove trovansi Candii e Siltià , 
rilenendo Toccidentale. Fu lungamente dibattuta la pro- 
posta in Senato» e rigettata al fine. Poco dopo si seppe 
che composta si era la guerra coli' Imperatore per TUn- 
gheria , e si vollero ripigliare le trattative , ma i turchi 
usciti dalla paura di quella, non consentirono ai Veneziani 
che la sola città di Candia , con alcune smantellate ca- 
stella, di guisachè si ruppe di nuovo ogni pratica di ac- 
cordo. Riaccesa la guerra , la rinforzarono i Turchi con 
tolte le truppe venute dall* Ungheria, e i Veneziani con uno 
stuolo di valorosi e costanti piemontesi comandati dal prode 
Marchese Villa ; fu rieletto a comandante generale di Can- 
dia Francesco Morosini , scaduto testé in forza di legge 
dopo i tre anni da quel comando. Le galee di Malta la- 
sciaronsi alfine vedere, ma il Commendatore che le gover- 
nava simulando di non avere quel posto di onore che pre- 
tendeva, si ritrasse da quella guerra che le sozze piraterie 
del suo Ordine avea soltanto suscitala. 11 gran Visir con 
formidabile armata muoveva contro di Candia dopo di avere 
apparentemente ripetute condizioni di pace che vennero 
rigettate; lanciavasi con poderoso sforzo all'assalto della 
fortezza 9 la resistenza dei difensori non fu minore del va* 
lore mostrata d<igli assalitori. Tre o quattro volle vi rimase 
ferKo il marchese Villa. Incredibili furono i lavori dell'ana 

Canale, Storia del Commercio, ecc. 15 



— 2i6 — 
e Tullra parto, mine continue, e continui impediinciili , e 
(iisli'uzioni di quelle, laghi di sangue dovunque, e mucchi 
d) rovine. Il giornale di quel terribile assedio rei^isira 
che dal 22 maggio al 10 novembre sì fecero ircnladue 
assalii, con dieciselle sortite, e seicento diecioiio mine 
tra Cristiani e Turchi ; giacquervi estinti quattrocento of- 
ficiali, e tremila duecento soldati del presìdio, e più di 
ventimila degli ottomani. 

I quali d*()gni parie accorrevano ad accrescere Teser- 
ciio loro che travagliavasi alTasscdio di Candia , mentre 
i Veneti trovavansi quasi soli a sostenerlo. Lo sle.sso Duca 
di Savoia richiamava V intrepido Marchese Villa , cui io 
suo luogo sotlenlrava Alessandro Dupuy , Marchese di 
Sant'Andrea Montbrun, francese. Luigi XIV vedendo che 
i Turchi stavano per essere padroni di Candia, tememione 
per una parte la occupazione, per l'altra non desiderando 
venire ad aperta rottura colla Porta , consenti ad una 
spedizione di volontari, capitanati dal Duca della Feuillade; 
recavano la bandiera dei cavalieri di Malta, i quali ver- 
gognando di essere accusati di vile oziosità mentre , ed 
essi erano la principale cagione di quella guerra, e aveano 
speciale voto di farla agi* infedeli , s* indussero alfine ad 
accompagnare questa schiera di volontari con sessanta 
dei loro. 

A misura però che le cose di Candia disastravano, ve- 
nieno meno gli ausiliari dei Veneziani : le galee dei prin- 
cipi d' Italia nel 1663 ritiravansi, e tenevano loro dietro 
quelle di Spagna, ttimaneano i volontari ed erano i più 
valorosi e più nobili giovani della Francia. Ma impazieaii 
per immoderato ardore , insoffereuti delle noiose fatiche 
di un assedio, veliero ad ogni patto teotare una sortita 
che tornò loro fatale, poiché la più gran parte vi lasciò 



— 227 — . 

la vita. I pochi superstiti colla stessa impazienza per essi 
mostrala nella sortita anelarono dopo (ti questa il ritorno 
in Francia, né favvi modo a ratienerli , che anche mal- 
conci dalla peste che si avevano appiccata nel primo viag- 
gio, abbandonarono Candia. > 

ex. Essendo Tanno di 1669 la resistenza del presidio 
deir isola toccava al suo termine. Pietoso spettacolo offe- 
riva Tassedinla città, palle, frantumi di bombe e di gra- 
nate per tutto, non chiesa, non edifizio illeso, case dive- 
nute covili e spelonche, fetore dovunque ed aere infetto 
da pestilenziali miasmi, cadaveri sparsi, giacenti insepolti 
sul terreno, soldati feriti, mutilati, languenti. Così erano 
le cose allorché il 19 giugno si senti che veleggiava per 
colà una parte dell'armata francese sotto gli ordini dei 
Duchi di Beaufort e di Navailles con S mila uomini circa. 
Era il re Luigi XIV che mosso dalle insianze e dai se- 
ducenti modi dell' ambasciatore veneto Morosini inviava 
un aiuto di dodici reggimenti di fanti, trecento cavalli, 
e qualche schiera della sua guardia. Approdavano questi 
la notte seguente del 20 giugno in Cnndia ; voleva il Mo- 
rosini comandante adoperarli contro la Canea onde de- 
viare dalla fortezza gli assedianti, ma come i precedenti 
loro connazionali non vi fu né preghiera, né ragioni che 
li rimuovessero dal proposito di una subila ed impetuosa 
sortila. Non bastando a resistere all' imprudente baldanza 
che li spingeva tu mestieri cedere, e lasciare ch'essi fa- 
cessero a talento senza la compagnia pure di alcune truppe 
della Repubblica che use al combattere dei turchi, e bene 
4nforraate dei luoghi avrebbero potuto giovarli. Uscirono 
dunque il di 25 innanzi falba, dato il segnale proruppero 
fuori , e nell'oscurità avventaronsi sopra un drappello di 
gente che tolsero per i Turchi; tedeschi erano invece 



— 228 — 
accorrenti ìo^aiolo loro. Bavvedntisi dell'errore, riordinale 
le file , superarono a furia la nemica trincea , lancìaronsi 
contro i Turchi, i quali còlti cosi all'impensata, dieronsi 
alla fuga. E già ne aveano morti da milletrecento circa, 
quando alcuni barili di polvere rimasti sulla batteria ac- 
cendevansi. La viva immaginazione dei francesi credette 
fosse quello lo scoppio di una gran mina che siendevasi 
per tutto il terreno ch'essi premevano, il terrore ne in- 
vase gli animi, disordinaronsi , e il terribile: salva chi può, 
si levò dalle loro scomposte e rotte file, abbandonaronsi 
a precipitosa fuga, né la voce, né il comando dei capi- 
tani valse a rannodarli, corsero verso la fortezza, e in 
quella spaventati si ricoverarono. Né vi fu modo di po- 
terli più ridurre a combattere, quando poco dopo giunse 
r altra parte del loro stuolo. Ma ciò che più recò insieme 
stupore e rammarico, si fu che gli uni e gli altri riuniti 
insieme, per comando del Duca di Navailles come già 
per quello di La Feuillade,si risolvettero alla partenza. 
Invàno il comandante generale Morosini , i principali del 
presìdio, il popolo, il clero processiouaimcnte pregarono, 
scongiurarono a calde lacrime 1' ostinato Capitano a ri- 
muoversi dal sinistro partito. A tutto sordo ed irremovi- 
bile, fermò il ritorno, e il 21 agosto con tutti i suoi 
imbarqossi, non ancora due mesi trascorsi dall' arrivo. Altro 
non desideravano lo galee della Chiesa, quelle dei Tedeschi 
e dei Maltesi per imitarne 1* esempio ; di guisa che a tre- 
mila uomini soltanto venne assottigliato il presidio bar- 
collante sopra un mucchio di rovine inondate del sangue 
di 30 mila cristiani e di 110 mila infedeli caduti in quel 
terribile assedio. Al comando di questo squallido presidio 
rimaneva solo ed invitto Francesco Morosini, abbandonato 
ila tutti, sprovveduto d' ogni cosa, privo d' ogni speranza. 



— 229 — 
CXI. Il quale Morosini , vedendo i Turchi signoreggiare 
il mare, iiilerrolte per ogni parie le comunicazioni di 
terra nelT isola, vettovaglie, munizioni consunte, uomini 
cadenti, incapaci a resistenza, pensò non altro più esservi 
rimedio a così dolorosa condizione dì cose che scendere 
a patti. Ma Taccorto ingegno e la magnanimiià di quel- 
Tuomo riuscì a convertire ancora la resa in ixn trattato 
di pace. E ben deve maravigliare come sapesse egli co- 
gliere frutto da uno stalo co^ì futiesto, e si avventurasse 
a tanto, mentre non i^li sfuggiva la inesorabile legge del suo 
governo che infliggeva durissima pena a* generali che ol- 
trepassassero i termini delle loro commissioni Le trattative 
con Acmot. Kuipergli cominciate il 28 agosio si conchiu- 
sero il 6 seXtembre, colle seguenti principali condizioni: 

1^1 Veneziani abbandonerebbero Candia nei primi 
dodici giorni di tempo sereno e propizio ali* imbarco loro, 
lasciando sopra i bastioni quell* artiglieria solamente che 
vi si trovava prima delKassedio. 

2^ Sarebbe fatta facoltà agli abitanti di partire col 
presidio recando via seco le robe loro. 

eS,* L' isola di Candia apparterrebbe ai Turchi, ma 
rimarrebbero alla Veneia Repubblica i tre porti delle Gra- 
buse, Spinalunga e ^ud% colle isole adiacenti. 

4 * Per compenso del ceduto conserverebbe Venezia 
le conquiste da lei fatte ai conGni della Dalmazia e della 
Bosnia, e specialmente 1* isola di Glissa. 

S.^ Le relazioni di commercio e di amicizia fra i 
due Slati si manterrebbero illese. 

In tal guisa cadeva Tultimo propugnacolo di cristianità, 
e Temporio che ancora avanzava in Oriente del commer- 
cio italiano perdevasi per sempre. 



CAPITOLO IX. 



Inutili tentativi di Genova e di Venezia per tenersi ancora in pos- 
sesso della via di Levante ; conquista e perdita della Morea ; 
trattati di Carlovilz e Passarovitz. 



CXII. Infin d'allora che la scoperta seguiva delTAme- 
rìca e del Capo di Buona Speranza, abbandonando il com- 
mercio dell'Asia, il Mediterraneo per rAllantrco, sentirona 
gli Italiani il fatale colpo dell' inaspettato rivolgimento, e 
tutto tentarono per ricuperare una parte delle preziose 
mercanzie che loro sfuggivano irrevocabilmente di mano. 
Se la caduta di Costantinopoli avea recato seco la perdila 
gradatamente de<^li slabilimonti veneziani in Levante, tor- 
nala era più d'assai funesta ai Genovesi perocché le loro 
Colonie poste al di là del Bosforo aveano dovuto soggia- 
cere ad immediata rovina. Dopo il 1A75 Genova non più 
conservava in Orii*nte che l'isola di Scio, Venezia invece 
cogliendo il destro dell'altrui sventura trattava con Mao- 
metto li, conquistava Cipro, possedeva gran parte della 
Morea, Negroponle e l'isola di Candia; vero è bensì che 
questi possessi l'uno dopo l'altro a lei in seguito vennero 
tolti dai Turchi, ma Candia le rimase sino al 1669, e dopo 
ancora di essere spoglia di quella , la conquista sdibene 
passeggìera della Morea , e la signoria delle isole Jonie 
che mantenne sino al tramonto del passato secolo le con- 
servarono ancora un resto dell'antico commercio. Genova 
perduta Scio nel 1556, dovette aitine acconciarsi col Por- 
togallo e colla Spagna e dalle mani loro ricevere ciò che 
quelle duo nazioni potevano prima avere soltanto dalle 
sue. Quindi i suoi tentativi per ristabilire le antiche soiHi 



— 231 — 
del ponhilo commercio, o per migliorare almeno le pre- 
senti, furono più vivi, ingegnosi ed nudaci, proporzionali 
alla funeslissima perdila, e ali* intraprenderne ed animosa 
ìndole del suo popolo. 

Perianto addì 17 giugno del 1306 al magnilico Con- 
siglio degli Anziani presieduto dal Governatore Uegio tii 
Francia, cliè allora Genova stava sotto il dominio di 
Luigi XII. Ambrogio di Promontorio etl Agostino Gentile 
Pallavicini esponevano: che per le anguste condizioni dei 
lempi era la mercatura sopita, e cosi tutte le usale ed 
ordinarie vie precluse da rendere necessario il pensare 
nuovi modi e cammini, per cui potessero indirizzarsi e so- 
stenersi i decaduti negozi. Quindi proporre essi , di man- 
dare alcune navi a Calcutta in India per caricare pope 
od altri aromi. La proposta veniva accolla e deliberata, 
eleggendosi una Commissione dei signori Carlo Spinola 
q. Luciano, Giorgio Grimaldi q. Giacomo. Ambrogio di Pro- 
montorio e Lazzaro* Pichenoilo. Ma dell'esito nulla si sa e 
probabilmenle nulla si fece sia per le guerre civili, e i go- 
verni forestieri che travagliavano allora la Repubblica, sia 
per i gravi ostacoli che senza dubbio avraimo opposto i 
Portoghesi gelosissimi del loro monopolio. 

CXIIL Mentre Genova si sforzava di concorrere per 
le nuove vie del commercio indiano cogli Stati Atlantici 
che ne teneano l'assoluto passaggio, due suoi conciltadinr 
proponevano quella del settentrione dimostrandola più breve 
ed acconcia deiroccidtnte leste discoperta. Paolo Centu- 
rioni , di cui terrò discorso fra i viaggiatori di questa 
epoca, conducevasi sul principio del secolo XYI alla Corte 
dello Czar Basilio, principe di grande animo che teneva 
al suo servigio alcuni italiani, chiamato dagli altri so- 
vrani d'Europa col solo titolo di Granduca di Moscovia, 



— 212 — 

menlr'egli nel suo vasto impero già s'intitolava Impera- 
tore ed autocrate di tutte le Russie, proponevagli l'unione 
alla sede romana, e il richiamo del commercio rielle Indie 
nel cuor della Russia. Era suo disegno per questo: rac- 
cogliere le merci indiane in Calcutta: imbarcarle suirimio 
e spingerle a conlrnrio delTacqua sino a' monti del Tnr- 
queslnn: indi portarle per non lungo tratto di terra sino 
al Gume Oxo che mette al Caspio: n<^l viairgio, soggiun- 
geva egli , potersi ricevere i prodotti della Pernia per 
unirli a quelli delle Ijidie: e tutti insieme farli navigare 
sul Volga, rOcha e la Moschowa. Della città di Mosca 
farne T emporio per ispedirli r\\ Ballico ed altre contrade 
d'Europa : essere questo cammino, conchiuileva, più breve 
di quello tenuto dai Portoghesi, non andar soggetto ai 
rischi e alle avarie di mare, per la qual cosa si poteano 
avere le droghe più fresche ed a prezzo minore. 

Già per Taddieiro una parte delle mercanzie asiatiche 
che dilTondevansi nei porti del mar Baltico , attraversavano 
la Russia poiché giun|2;endo al mar Caspio risalivano il 
Volga , r Ocha e la Moscowa che si getta nel primo di 
questi ad occidente, indirizzavansi quindi al mercato di No- 
wogorod, frequentatissimo dai commercianti dj Danimarca, 
di Svezia e di Gotlandia dove la famosa isola di Wisby, 
ma i Danesi per gelosia di commercio distruggevano in se- 
guito Wisby e la lega Anseatica rifiutava di prendere dalla 
Russia le mercanzie , le quali quinti' innanzi discesero al 
Tanaj , abbandonando l' antico cammino. Il disegno del 
genovese Centurioni era rivolta a ripigliarlo, e mentre 
ciò tornava di evidente profitto ai Russi , che vedevano i 
ricchi loro emporii di Nowogorod e di Astrakan sul Volga, 
dimenticati e fatti deserti, tracciava una pia utile e breve 
via air Europa settentrionale ed orientale , e all' Italia io 



— 233 — 

ispecie,'pep ricuperare gran parie del peniulo commoroia 
tolto a lei tlai Portoghesi. Ma il Gran Duca o non seppe 
conoscere o non ardì porsi a tanta impresa. 

CXIV. Benedetto Scotto egli pure gentiluomo geno- 
vese, mosso dalle stesse cagioni, e alle medesime idee 
informalo, dava contemporaneamente fuori una sua Re- 
lazione per cui consigliava di passare di verso il polo* 
Artico , e di andare al Cattai e Ciiina , con superare .quelle 
difficoltà che Olandesi et Zelandesi Tanno 94, 95, 96 
facendo // dattu viaggio per costa di terreno rincontrorno. 
E desiderando lo Scotto che la sua proposta fosse meglio 
diffusa in Europa la voltava poco dopo in francese. Ma 
come quella del suo concittadino Centurioni non ottenea 
alcun utile effetto. 

CXV. Intanto che queste cose infruttuosamente si tra- 
vagliavano, la Repubblica indirizzala sempre allo stesso 
scopo, tentava ritessere le sue relazioni coirArmenia e 
la Persia, sperando di quella parte almeno conseguire quanto 
non pelea altrimenli. 

Già nel corso di quesl* opera ebbi a notare che una 
parte delle carovane» le quali radendo il lembo meridio- 
nale del mar Caspio per la via d'Erzeroum, ove TAr- 
inenia è più montuosa , scaricavansi a Trebìsonda , proce- 
devano dair emporio di Torisi o Tauris di Persia , dove 
t Genovesi da tempo antichissimo facevano un ricco coni- 
mercio, ed avevano un Console ed un Officio di Mercanzia, 
formandovi comune a guisa della Capitale, sicché dal luogo 
di Tauris leneano il monopolio delle mercanzie non solo 
persiane, ma di quelle della China» deirindia e dellArabia 
che colà si ndducevano. Ora alcuni mercanti genovesi uniti 
ai pei*siani ed armeni addi 30 dicembre del 1623 porge* 
vano domanda al Senato di Genova per fondare una Com* 



— 234 — 
paguia di Commercio colle Indie Orientali , sottoponendo 
air approvazione dello stesso varii capitoli che doveano 
regolarne le condizioni, agevolandone il miglior esito. Questo 
tentativo ebbe per avventura il suo utile elTelto come si 
rileva da ciò ciie dirò qui appresso. 

Trascorsi erano appena undici anni che non deponen- 
.dosi mai da Genova il pensiero di ricuperare più ampia- 
mente il suo commercio ni Levante, confortava l'impresa 
del principe Sultano Jacliia , tiglio primogenito di Mao- 
metto 111 imperatore de* Turchi, che privato del trono, 
fattosi cattolico ed ortodosso , a lei ricorreva addì 5 gen- 
naio del 1634 per aiuto onde ricuperarlo, cacciandone 
r usurpatore. Io porrò qui la domanda che fece alla Re- 
pubblica in nome del Principe il Conte di Chiaravalle Ga- 
spare Scioppio, e la risposta in latino che i Serenissimi 
Collegj con pieni suffragi gli dehberarono: 

« Seremssidii Signori , 

« Il Serenissimo Cattolico, et ortodosso Principe Sul- 
tano Jachia Ottomanno figlio Primogenito di Maometto 
Terzo imperadore di Levante ha per le mani una impresa 
contro il nemico comune del nome cristiano in benefìcio 
di tutta la cristianità,, si come non pochi del Ser.""^, et 
111.™^ Collegio vostro sono di già abbastanza informati. Et 
poiché Sua altezza fa la stima , che deve della grande 
autorità delle Ser ™® Sig.« Vostre giudica dover essergli 
di molto giovamento per la detta sua impresa Tesser da 
quella approvata, et raccomandata. 

« Pertanto vengo io a supplicare le Ser."*® Sig ® Vo- 
stre si coinpiaccino di favorire questa così santa et glo- 
riosa impresa nello stesso modo, come altri Principi parte 
hanno fatto parte si mostrano pronti di farò, con darmi 



— 235 — 
nna Palenle, nella quale <lichianno II suo serico, et giù- 
dieio, che fauno dì quesf impresa et esoriino luUi à non 
mancar d'aiutarla con tulle le forze loro. 

« Queslo reputerà Sua Allezza per un favore molto 
segnalalo, siccome le Ser.°« Sig.® vostre dalla sua patente 
comprenderanno. 

•t Delle Ser ™« Sig.« Voslre 

« Divotissimo Servitore 

e II Conte di Chiaravalle 

« Gasparo Scioppio ». 

« 163V die 5 Januarijs. 

« III. mi Federicus de Federicis el Leonardus Dcm^ri 
Videant, audianl , considcrenl , ac inde referanl Per Ser."** 
Collegia ad calculos ». 

« Dux, Glberxatores, et Procuratores 
Re^publiCìE GENUErtsis. 

« Cum Ilt.ris Vir Gaspar Scioppius Claroevallis Comes 
« suo prsesenlis summorumque Principum espresso lilleris 
« leslimonio fidem nobis fecerit Ser™»*™ Sulinnum Ja- 
« chiam Otiiomanici sanguini» Prineipem non tntn juris sui 
« vjiidicandi desiderio impulsum quam Orllmdoxse fidei 
« propagandte pio stimulo concilalum ad delendam impiam 
« Turcarum lirannidem, justum bellum niedilari, ac prò- 
« pterea chrislianorum Principum auxilia coalra com- 
« munem hostem implorare. Cumque idem (ìrtnis validisque 
« ratioiiibus probav<»rit eìusmodi incoeptum longe minores 
« muUorum opinione difliculiates liabiiurum. Nos lam piam 
« generosi Principis menlem, quam maximis possumus lau- 
« dum preeoniis commondantes, dtvinamque deprecantes 



^ — 236 — 
« clemcntiam, ut quemadinmfum spìrilos adeo Rcligtosos 
« ollìomauis pecloribus iiifundere digiiala est, ila etiam 
« universi ehrislianì orbis ianlopere opiabilibus votis veiit 
« aiiiiuere ; rìunqitam promissuri ut officium nostrum 
« quantum, in nobis erii quispiam desideret ; ( Dolemus 
« veh(^menler gravissimis tot aniiorum bellicis iinpensis 
« prseclaram iiobis, maiorumque iioslrorum ìnstilulis con- 
« sonanfì eripi occasicnem in lantae glorisB socielatem eo 
« quo velleinus viriuni robore concurrendi , sicut incerle 
« volunlalis prompliludine concurrimus). Quein quidein 
« ardorem — qiianquam eid lll.lri Cornili, ila corain ex- 
it pressìmus. At cognoverìt Rempublicain noslram luilii 
« Princìpum concedere, qui laiis vicloric evenlum, catho- 
« lice fìdei propagalìonem ardeniius concupiscal, bis ta- 
« men etiam liileris expriaienduni censuimus , fulurum 
« sperantes, ul alteri Principes ipsum comitem benigne 
« excipianl el quo plus opibus pollent eo vebemeiilius ad 
« lam gloriosum, Deoque acceplum conalum prò viribus 
« vivendum, aninoos intendant. 

« In quorum fidem presentes noslrns sigillo munitas et 
« per Secret arium nostrum subscriptas fieri manda vìmu<. 

« Dalum Genuse in Palalio nostro Ducali die 12 Ja- 
« nuarij 1634. 

« 1634 12 Januarij 

< Leda Ser.mis Collegijs cunctis calculis approbata (1). 

Ma questo tentativo andò fallito. Notai più sopra che 
la Compagnia fondatasi di mercanti genovesi , armeni e 
persiani per ristabilire il commercio delle Indie avea sor- 
tito il suo pieno eflTetto, poiché autorizzata fu non solo 
dalla Repubblica, ma onorata dei più singolari privilegi. 

(1) Ex Fol. Polilicor 7. 1633 in 1644 n.o 22. 



— 237 — 
Ififalli an sovrano decreto de) 4 luglio 1647 orilina che 
a niun genovese o suddito della Repubblica , eccelluali 
quelli die compongono la slessa Società, sia lecito da Ge- 
nova d'altrove condursi alle Indie Orientali, navignrvi^ 
e le «avi od altra qualsiasi sorla di baslimenlo indiriz- 
zarvi , uè spedirvi mercanzie , né trasportarvi nocchieri ^ 
officiali o specie siffaita di persone colà destinale, né chie- 
dere od impetrare privilegi di bandiera e concessioni di 
altri principi, né inline direliamente o indireltnmenle in- 
gerirsi nelle faccende <li sifTatia navigazione sotto pena 
della perdita dei bastimenti , delle merci e degli effetti ^ 
ed oltrecciò di 4000 scudi d'oro, e questo, si dice, aflSn- 
chè altri non godn, delT industria di quei soci né conse- 
guisca il fruito dell'altrui virlù (1). 

(i^ Ecco il decrelo di privilegio: 

€ Dux et Gìibtrn liores Riipuhlkw Gmwnsìs. 

tf Predaru'ì cenai us nonnu!lorum civium nostro rum a quibus 
instiluLa fuit soc'ielas navigationis ad Orientales Indias^ meretnr 
ut aliqoo privilegi i genere locralnr ut potè qua^ antiquam ligarui» 
gloriam quasi \ oslliininio reslituendi plurimum decoris et emola- 
menti natìoni Genuensi, et veci galibus est allatura , Quapropter latis 
snffragiis decrevimus nulli Genucnsium aut snddilorum Dosirorum 
praeter illos qui soc etatem prsDdictaiD inierunt licere per aonos tri- 
ginta hinc vel aliunde ad dictas Orientales lodias commeare aut na- 
vigare, navesqne aut aiiud quodvis navigii geuus dirigere, nec mer- 
cimonias miti ere, nautas, officiales et bujumodi bom num genus coo- 
ducere ot eo se conferrant, vexilla privil^ia, concessiones ab aliis 
pdncipibns non petere, et demoni bujasraodi negotiationìbns diete 
qae uavigatiaBÌ perse, aut per alioft directe, nec indirrecte se im- 
miscere^ aut ingerere sub pasoa anunissìoais vasorum, roercium et 
effectuum, et uUerius scutoruro quattuormìllium a ari a sirgulis con- 
trafacientibus aufereudo no alios industria diclorum sociorum gua- 
dente? alienae virlutis fruclum cooseqni cootiiigat. 

€ Datmn Genos in Regali Palatio die quarta jutii 1647 ». 



— 238 — 
CXVI. Un più felice lenlalivo, e fu rullimo, ebl>e luogo 
Dcl 1666. Avvolta irovavasi la Turchia nella guerra deirUn- 
gheria e ilcir isola di Gandia, nella quale uliima, sebbene 
mollemenle. Spagna, Francia ed Austria mostravano di 
concorrere. Sdegnatoli Sultano specialmente col re Luigi 
decimoquarto per la subdola sua condotta, prestò favorevole 
attenzione alle istanze della genovese Rt'pubblica, che ri- 
aprirsi voleva colà la via del pristino commercio ; sicché 
essa conoscendone le benigne disposizioni , inviò a Mao- 
metto IV Gio. Agostino Durazzo con solenne ambasceria. 
Partiva egli con due vascelli pubblici armati di 64 pezzi 
di cannone per ciascuno, conducendo seco qu^ittro scudieri, 
30 uomini di accompagnamento, 32 servitori, 8 trombet- 
tieri e 20 st alfieri. Portava al Soldano ricchissimi doni pel 
valore di 23 mila scudi. Appena i vascelli entrati furono 
nei Dardanelli che salutati vennero con istile regio, e lo 
ambasciatore sbarcato in Costantinopoli fu bancheiialo dai 
primi ministri del Divano. Gli riusci poco dopo per la sua 
patria di conseguire gli stessi privilegi di commercio che 
godevano in Levante Inglesi, Francesi, Olandesi e Vene- 
ziani. Opponcvasi alla concessione Monsieur La Haie am- 
basciatore del Cristianissimo, \ì quale temeva che gì' ila* 
liani rimettessero in Coi^tautinopoli le radici dell* anlico 
trallico a pregiudizio del proprio francese che giù vi an- 
dava egli introducendo, ma il gran Visir ebbe sdegnosa- 
mente a signìlìcargli: che il Sultano padrone de suoi 
Slati potea aprire e chiudere l'entrata a coloro che rice- 
vevano le sue alleanze, e che non doveva render conto a 
persona di ciò che operava. E mciirizzò lettera onorevo- 
lissima alla Repubblica certificandola del grazioso animo 
del Sultano, e sebbene gì* inviati di Francia non cessas- 
sero le querele e le male opere per impediruo i benevoli 



— 239 — 

cfleiU, gli accordali privilegi per nove anni durarono. Cor- 
rendo Tanno di 1675 per iniqua frode di Francia cessa- 
rono; si corruppe Tambasciatore genovese Sinibatdo Fie- 
sebi, uomo venale e spendereccio, gli si promise che per 
mediazione del Cristianissimo gli sarebbero falli resliluire 
quei beni che la RepubbHca avea della famiglia di lui in* 
camerali dopo la congiura di Gian Luigi Fieschi suo ascen- 
denle, conche trovasse modo di metter male ira la sua 
patria e il governo Oltomano; ed egli pose in circolazione 
monete d'oro e d'argento tosate e di bassa lega , sicché 
i francesi ambasciatori levandone rumore presso il Sultano, 
tanto si maneggiarono, che gli accordali privilegi furono 
nell'anno 1675 a' genovesi rivocali. Tulio ciò io ritraggo 
dalla relazione confidenziale delTambascialore Spinola che 
succcdeite al Fieschi presso la Porla nel medesimo uf- 
fizio. 

CXVII. Né stranieri forse a quella revoca erano i Ve- 
neziani, i quali tre anni innanzi, inanimiti dal favorevole 
accoglimento del genov^'se ambasciatore Durazzo, aveano 
tentalo ed ottenuto un nuovo trattato di commercio. NeU 
i'auno 1672 il cavalier Querini Bailo in Costantinopoli 
per la Repubblica di Venezia, convei»iva colla Porta Ot- 
tomana che il Iraflico del mar Nero fosse riaperto alla 
bandiera veneta Ad una gran copia d*oro ai ministri di 
quella, e ad infìniti mam^ggi politici doveasi la conces- 
sione, ma mentre facevasi , già il governo infedele avea 
pensato a violarla. Slavano due navi veneziane avvalorate 
dal recente accordo, munite dell'ordina sovrano, per ve- 
leggiare al mar Nero cariche di preziose merci, quando 
alle strette dei Bosforo, l'officiale preposto alla dogana, 
le sostenne, né permise che navigassero avanti. Opponeva 
che la conchisione del trattato doveasi ad un atto seon- 



— 240 ^ 
siglialo, ilomle sommo delrimenlo ne derivava di neces- 
sita ai sudditi ottomani; e grande scapito all'erario del 
Sultano se il privilegio accordato ai Veneziani si fosse 
eseguito; comechè non pagando essi che una sola gabella 
in tutto l'impero e questa riservandosi di pagare noi mar 
Nero, per lu grande vastità di quello, di leggirri si sa- 
rebbero sottratti al pagamento, esercitando impunemente 
il contrabbando Oltreciò , essere pregiudizievole questa 
libertà consentita alla gente dei Franchi, di navigare in 
un mare le cui spiaggie settentrionali ed orientali Irova- 
vansi abitate da popoli Cristiani, fra i quali gettar pò- 
tevasi il seme della ribellione, o almeno intavolare eoo 
essi corrispondenze sempre dannose agi* interessi dell' im- 
pero ottomano. Queste considerazioni accolte dai nrìinistri, 
perchè certo da essi prima suggerite, malgrado il con- 
chiuso trattato e l'egregia somma dì denaro ricevuto dai 
Veneziani, fu alle loro navi interdetto il passaggio , e il 
mar Nero rimase chiuso per sempre dai Turchi agl'Ita- 
liani; grande, irreparabile perdita del più ricco e prezióso 
commercio, che vi si versava per la quantità de' fiumi di 
lunghissimo corso che sboccano in esso. Imperocché , il 
Danubio co* suoi influenti apre la comunicazione colle Pro- 
vincie più interne del continente europeo, divise dai mari, 
per catene d'altissimi monti, PAIpi ed i Carpazj, e per suo 
mezzo soltanto l'Ungheria, la Polonia meridionale, gran 
parte della Germania, la Bosnia, la Servia, la Bulgaria, 
la Valacchia sono legale al commercio marittimo dell' Eu- 
ropa. Il Niester apre l'adito alla Moldavia, ti Nieper alia 
Russia meridionale, il Don alla Moscovia stessa. Tulli que* 
sii fiumi mantengono nei porli del mar Nero l'abbondanza 
e la prefisiosilà dei pia ricchi e ricercati prodotti. Quivi 
i grani, la canape, il Uno, il sego, il butirro, il tabacco, 



— 241 -- 
le lane, la cera , il miele, il legname da costruzione , ti 
catrame, i cuoi, il pelo di castoro, il pesce salalo, il ca- 
viale, il ferro, il rame, le pelli di volpi, di agnelli, di 
montoni , ed altre pellicce preziose. Ollreciò, la molla 
vicinanza del Caspio col mar Nero, per le acque del Volga, 
laddove questo prima di gettarsi in quello dista di sole 
quaranta miglia dal Tanaì, accresceva colla copia del suo 
quel già esleso commercio. Le mercanzie che dal Caspia 
pel Volga tramandavansi al Tanaì ed alla palude Meo- 
tide erano principalmente argento ed oro , la maggior 
parie in polvere, lapis lazzoli, perle, coione filalo, ed in 
natura, mussole d'Imlia, di Persia, e di Buccaria, stoffe 
di seta e cotone, nitro, sale ammoniaco, pelli d'agnello, 
rabarbaro, riso di Buccaria, frulla secche , spezierie, 
droghe, zafferano, zolfo, bitume, pesce secco, salalo, ca- 
viale e beluga , specie particolare di grosso pesce del 
Caspio; e spezialmente seta greggia di Persia^, di cui 
smisuratamente abbondano le provincie persiane situale 
sul mar Caspio e sopralulte quella di Ghilan, o la Ghel- 
dria di Marco Polo, la cui seta ed in natura ed in ma- 
nifatture veniva riputata la migliore di tutta la Persia* 
Questi generi diversi dai porli persiani e dagli emporii 
dei Tartari passavano ai mercati di Russia e specialmente 
in Astrakan. Se si considera che gì' Italiani e in ìspecie 
i genovesi per gli stabilimenti della Tana, del Porlo Pi- 
sano, della Crimea, di Trapesonda, Sinope, Amaslri da 
una parte, del Fasi dall'altra, raccoglievano tutto questo 
immenso commercio, si avrà una idea di quanto danno 
riuscisse loro la chiusura del mar Nero. 

CXVill. Intanto non potendo Venezia acquetarsi né 
alla perdila della più importante colonia, né alia viola- 
zione sfacciata dell'ultimo trattalo^ rimarginando le piaghe 

Gahalb, Storia del Commercio, ecc. H 



sanguinose che aveale aperte la guerra, stava attendendo 
una occasione propìzia che la rimettesse ancora laddove 
era stata sbandita dopo si eroica resistenza. Cara Mustafà 
succeduto nel posto di Gran Visir ad Àcmet Kupergli, 
e divisando con qualche grande impresa di emulare la 
gloria di quello, colse il destro della ribellione dell'Un- 
gheria per abbattere TAuslria colle armi ottomane e mosse 
con formidabile esercito contro di quella, assediandone la 
capitale che stava per cadere in sua balia, quando il 
veneziano Ferdinando degli Obizzi e il segn;ilato valore 
di Giovanni Sobìeski re di Polonia con memorabile vittoria 
salvarono Vienna e secolei 1* intera cristianità. Allearonsi 
Austria, Polonia e Russia, convennero di ritenere il pos- 
sesso ciascuna di quanto avrebbero conquistato; Venezia 
deliberossi alla lega, gettò in mare cìnquant*otlo legni; 
trattavasi a chi darne il governo , ma gli occhi di tutti 
fermoronsi sopra il prode difensore di Candia e Francesco 
Morosini per unanime consenso se Tebbe. Col consueto 
ardore dell* intrepido animo suo, confortalo dal sussidio di 
alcune gaU e del Papa, di Malta e del Gran Duca di To* 
scana, navigò egli a Santa Maura, sbarcò genti, l'assediò e 
dopo sedici giorni espugnolla, a quella di Prevcsa succedette 
tosto la presa di Corone. Allora Morosini affrellossi a li- 
berare r intera Morea dal giogo dei Turchi, e il territo- 
rio di Maina fu occupalo da lui ; cosi finiva Tanno 1685. 
Il successivo di 1686 segnalarono la dedizione dei due 
castelli di Navarrino, della città di Modone , di Argo e 
poco dopo di Napoli di Romania capitale della Morea. 

L'esercito ottomano ogni qualvolta altentavasi di al* 
laccare il cristiano, andava in rotta, riordinatosi tornava 
all'assalto e ne partiva sconfitto. Il 1687 toccò nuova 
disfatta, Morosini acquistava Patrasso, Gastelnuovo, i ca- 



— . 243 — 

Stelli di Morea e di Romelia, Lepanto ed InGne Corinto; 
la conquista della Morea veniva in tal modo compiuta, non 
rimanendo più che Napoli di Malvasia. 

Non si poteva però né difendere, né conservare quella 
penisola dove i Turchi mantenessero in vicinanza di essa 
luoghi forti , dai quali (ornava loro facile di uscire con 
gente ivi ingrossata alla riscossa. Per impedirlo facea me- 
stieri insignorirsi non che dello granili isole vicine di Ne- 
groponte e fors'anche di Candia, ma dei lidi settentrionali 
dei due golii, cui sta innanzi V istmo di Corinto. L'antico 
mare di Crissa dominalo essendo dai Veneziani per il 
possesso di Lepanto, di Patrasso, e di alcuni altri castelli, 
sì voleva ancora ad ottenere V intero scopo acquistare il 
porto di Alene che gli Ollomani occupavano sulle rive del 
golfo Saronico opposto all'Argolide. 

Una potente artiglieria cominciò a fulminare Atene, i 
monumenti, avanzi gloriosi delTantica grandezza di Grecia, 
andarono in brani, per sei giorni le fiamme del più ter- 
rìbile incendio divamparono entro di lei; una bomba cadde 
sul Partenone , dove i Turchi leneano la conserva delle 
polveri, e quel famoso tempio andò in cenere. Alene scese 
a patti e fu ai veneziani un luogo dì antiguardia per la 
difesa delle fatte conquiste. Dopo di ciò si assediò Mal- 
vasia, mentre il Morosini con una flotta di dugenlo vele 
muoveva contro di Negroponle. 

La notizia di tante vittorie giungeva successivamente 
in Venezia, e parea porvi più tempo che il valorosof vìn- ' 
citore non adoperava nel riportarle. Gii animi ne rimane- 
vano attoniti, commossi, inebbriati, tutti stimavano i bei 
di tornati della repubblica, né potendo resistere al gene- 
rale entusiasmo che gì' invadeva, il Senato decretò mar- 
morea statua : A Francesco Morosini Peloponnesiaco , 



! 



— HA — 
vivendo. Non vi sono che le Bepubblichey sciamava il signor 
di Voltaire, compreso dalla grandezza di quei Tatti, «e dal 
proporzionato valore della ricompensa, che sappiano ono^ 
rare di culto il merito; i re non sanno che pagare. Sor- 
geva il 1688, moriva il Doge Giasliniani, e il popolo ve- 
neto gridava e scriveva per gli angoli dpgli angusti calli 
e delle piazze: Chi ha dato un regno ^ ha solo il diritto 
di una corona. Francesco Morosini per acclamazione del 
Senato e del popolo fu doge. Cinto della ducale corona 
assediò Negroponte, i Turchi lo difendevano con disperato 
valore, slava però per cadere in potere dei Vene'ziani, 
quando una fiera pestilenza serpeggiò fra di toro, il Mo- 
rosini ne fu collo e portato gravemente infermo in V«^nezia. 
CXIX. La lunga guerra dell'Ungheria contro l'Austria 
e la Polonia, della Morea contro i Veneziani travagliava 
il governo ottomano, tre visiri vi avevano lasciala la vita, 
Maometto IV perduto il trono, Solimano che gli tenne 
dietro parlò di pace, ma Venezia negò di accettarla. Con- 
sigliavanla alla negativa gli aiuti che alla Repubblica 
prometteva il nuovo ponteiìce Veneziano creato in quel 
mentre col nome di Alessandro VII, il quale sebbene della 
pace proposta dai Turchi sentisse desiderio ceder dovette 
air Imperatore che per raccogliere tutte le sue forze contro 
la smodata ambizione di Luigi XIV, animò i Veneziani a 
proseguire la guerra. Riardeva questa, e il presidio di Mal* 
vasia, arreudevasi, il generale Cornaro succeduto a Morosini 
* rompeva la flotta ottomana presso di Mitilene, indi navigando 
contro i lidi occidentali della Grecia toglieva ai Turchi 
l'importante luogo della Vallona, ne smantellava le fortiGca- 
zioni. Ed essi rotti in Ungheria e nella Grecia, appiglia- 
vansi alle frodi, tentavano di avere por corruzione le tre 
fortezze conservate dalla Repubblica in Candia, mu di- 



— 245 — 
seoperla la trama, i tradiiori n* ebbero mozzata la testa. 
Al Cornare succedeva Domenico Mocenigo, uomo timido 
ed inetto, il quale polendo riacquistare la Canea , lasciò 
sfuggire Toccasione, fu accui^alo, deposto, condotto in giu- 
dizio donde ne risultò più, abbietto che colpevole. Fran- 
cesco Morosini era io questo risanato, e per la quarta 
volta riebbe il comando supremo delle armi ; parti lieta- 
mente il 24 maggio del 1693, recossi nel porto di Napoli 
di Romania, ma le fatiche , la mal ferma salute, e Tetà 
che volgeva oggimai alfanno settantesimo quinto lo eb- 
bero in breve a tale consunto che vi peri. Antonio Zeno 
eletto al suo posto acquistò Scio, e poteva assai bene as- 
salire e distruggere la flotta ottomana che per una granile 
bonaccia era inatta a muover.<!Ì, ma è fama che di soverchio 
prestasse fede ai Consoli di Francia, dinghilterra e d'Olanda 
che ne lo sconsigliarono e indusserlo ad allargarsi quando 
le navi turche ricoverate essemlo nel porto di Smirne, 
gli era facile di colà fulminarle. Una battaglia accadde 
poco appresso tra Veneziani e i Turchi e pare colla peg- 
gio dei primi, poichò vennero costretti ad abbandonare 
r isola di Scio. Lo Zeno ne pagò dtira pena, si condusse 
a Venezia coi due Provveditori, fu chniso in carcere e vi 
mori d'angoscia. Alessandro Molino si creò capitano ge- 
nerale, con due vittorie egli fé sentire ai Turchi il valore 
del mutato comandante, i Veneziani per tutto quell'anno 
e per il successivo del 1696 ridivennero i signori del mare. 
Di altri due combattimenti trionfarono le armi venexiaoe 
nel 1697 e 1698; nello stesso tempo 1* italiano principe 
Eugenio di Savoia rompeva i Turchi in Ungheria, vinceva 
la famosa giornata di Zenta. 

CXX. Ma la grande quistione stava per essere sciolta 
da ben altri avveoioienti che non era lo sgomento delle 



— 246 — 
ripetute sconBue toccate dai Turchi. L'ambizione di Lui- 
gi XIV tornava a tutti insopportabile , il duca di Savoia, 
l'Elettore di Baviera , rAnstria , la Spagna , la Svezia , 
l'Olanda stringevano la lega d'Augusta contro di lui , il 
quale dopo molto combattere fu costretto al trattato di 
Biswich nel 1698. Non ancora posate le anni, ripiglia- 
vansi per la successione al trono di Spagna, cui tutti pre- 
tendevano. L* Imperatore volendo far valere le sue ragioni 
amò di liberarsi prima da una guerra che da 15 anni 
senza notabile frutto combatteva col Turco» l' Inghilterra 
e l'Olanda si fecero mediatrici di lui e fu segnato in Car- 
lowitz di Ungheria il trattato del 1699; Venezia invano 
nicchiando dovette accettarlo. Delle fatte conquiste con- 
servava essa tutta la Morea sino all' istmo di Corinto, le 
isole di Egina da una parte e santa Maura dall'altra; Ca- 
stelnuovo alle bocche di Cattare e Risano; nella Dalma- 
zia le fortezze di Siog, Knin e Ciclut. Doveva restituire 
le città conquistate a settentrione del golfo di Àteue e di 
quello di Lepanto; smantellare le fortilìcazioni di Lepanto, 
di Romelia e della Prevesa. Infine perdeva le Grabuse io 
Candìa che a tradimento i Turchi aveansi occupato. 

Quantunque Venezia non potesse allegrarsi gran fatto 
della pace dopo si prodigiosa guerra da lei sostenuta, tut- 
tavia colla Morea acquistava luoghi importanti, porti co- 
modissimi con una contiguità di possessi che dilatavasi 
dall'estremità dei golfo adriatico fin nel mezzo dell'Arci- 
pelago, potea volgersi a talento a Costantinopoli e alla 
Siria, per l'una parte mantenersi in possesso ancora di 
un avanzo del commercio deirEusiuo, per l'altra di quello 
che procedeva da Tiro e da S. Giovanni d'Acri e da tutti 
gli altri empori dell'antica Fenicia. Senonchè l'acquistata 
penisola difettava di difesa cosi terrestre, come marittima. 



— 247 — 

cosicché un impreveJuio ovento polea farla ricadere in 
podestà dei Turchi. 

ConibattevRsi la guerra per hi successione al trono di 
Spagna, Venezia cominciava 1* imprudente suo sistema di 
neutralità, sicché seguila la pace, Casa d'Austria oM e- 
nendo Milano, Mantova e Napoli, vide la sua lerrarerma 
circondata e (in d'allora fatta segno alle insidie di quella 
grande potenza dai monti della Dalmazia alla sinistra riva 
del Po. 

CXXI. Posavansi le armi, ma il Turco celatamenle le 
apparecchiava e forbiva alla ricuperazione delle terre per- 
dute; gli arsenali di Costantinopoli altendeano con fervore 
. a! lavoro, lanciavansi in mare oltre a cento vele , fortifi- 
cate da mi esercito di centomila uomini. La repubblica 
slette dapprima dubbiosa sul vero fine di tanto sforzo di 
guerra, quando non ebbe più ragione di dubitarne, chiese 
soccorso ai principi e agli Stati d'Europa, ma la recente 
sua neutralità lutti avendoli resi malcontenti tergiversa- 
rono e nulla diedero, il Papa soltanto per ragione del suo 
ministero non potendosi ricusare promise quattro galere 
e il Granduca di Tosdana indusse ad accordarne due; 
r Imperatore si ristrinse ad olTerire la sua mediazione, 
che sdegnosa metile dal governo ottomano si rifiutò. Si 
venne alle armi, ma diversa da qut>lla di prima ne fu la 
sorte, i Turchi presero l'isola dì Tine, luogo di sommo 
momento ueirAmpelago , saputa dai Veneti conservarsi, 
eziandio nei più gravi perìcoli della guerra di Candia^ 
indi assediarono ed occuparono Corinto, Egìna, Argo, Na- 
poli di Romania, Modone^ Malvasia e l'isola di Cerigo , 
tutte queste cadevano non lauto per il feroce ìmpeto dei 
Turchi, quanto per la viltà dei veneti comandanti ; in po- 
chi mesi la Morea fu perduta » le fortezze di Suda e 



— 248 — 

Spinalunga in Candia che il valore e il senno di Morosini 
avea conservate alla Repubblica soggiacquero pure esse il 
novembre del 1715; cosi nulla più le avanzò dei vasti 
doininii in Oriente. 

CXXII. Mentre di tal guisa volgeva a peggio la fortuna di 
Venezia , apparve ancora un raggio insperato di luce a 
mitigarne l'acerbità. Elisabetta Farnese erede dei ducati 
di Parma e Piacenza si era condotta alle nozze di Fi- 
lippo y re di Spagna accompagnata da un suo ministro 
per nome Alberoni, uomo d* inquieto e intraprendente in- 
gegno; in breve divenuto arbitro del governo spagnuolo 
divisò di accrescere la potenza della casa di Borbone in 
Italia. L' imperatore ne temette per i suoi nuovi possessi 
dì Napoli, sicché a guarentigia di questi, prestò alfine be- 
nigno orecchio alle istanze veneziane, e fu una lega tra 
lui e la repubblica conchiusa. I Turchi assalirono Corrò, 
e per lungo assedio fu da essi travagliata, ma venne stre- 
nuamente difesa e fatta libera dal generale tedesco Scliul- 
lemborgo. L'armata veneta potè avvantaggiarsi intanto di 
due galere di Toscana, quattro del Papa, cinque di Malta 
con due vascelli , sette galere del re di Portogallo , ed 
altrettante di Spagna. Trovavasi Venezia nelle stesse con- 
dizioni della prima guerra, il principe Eugenio vinceva, 
cacciava i Turchi dalla parte d* Ungheria, essa riportava 
trionfi in Dalmazia, e potea ricuperare la Morea, ma le ca- 
gioni che ne arrestavano poco innanzi i progressi le medesime 
questa volta pure gì* interruppero. Gli Spa^nuoli per ardito 
concetto deirAlberoni assalivano improvvisamente la Sar- 
degna, e acceimavano ad uno sbarco in Sicilia. L'impe- 
ratore volea sciogliersi dalla tediosa guerra coi Turchi 
per difendere ì nuovi acqttisti d* itaha, e in Passerovitz 
nei 1718, per mediazione d'Inghilterra e di Olanda, si 



— 249 — 
trattò, e dissenziente Venezia, si conchiuse la pace. L'im- 
peratore noanteneva tutto Tacquistato, la Repubblica dovea 
abbandonare la Morea alla Porta, che cedevate Cerlgo e 
alcune terre fortificate lungo la costa della Dalmazia e 
dell'Albania, riduceva dal cinque al tre per cento il di- 
ritto di dogana che già riscuoteva sulle merci veneziane. 
Tnttociò fu quanto agi' italiani rimase dell* antico com* 
mercio dell' Oriente. 

CAPITOLO X. 



Commercio del Ponente; ai Portoglieli e agli Spagnuoli si aggiun- 
gono in prima gli Olandesi , qiwndi gì' Inglesi e i Francesi nel 
traffico e possesso delle Indie Orientali ed Occidentali. 

CXXIII. Siccome il Mediterraneo cosi P Italia era nel 
medio-evo il centro del commercio orientale ed occiden*- 
tale ; pel mezzo e l'operosa industria de* suoi popoli ma- 
rittimi dell* Adriatico e del Tirreno le mercanzie dello 
estrenio Oriente Irasporlavansi agli estremi paesi dell'Eu- 
ropa posti a ponente e setlenirione di essa dove riceven- 
dole i mercanti della famosa lega d'Ansa spingevanle agli 
ultimi confini di questo. Già dissi sul princìpio delle pre- 
senti storie come genovesi e pisani corressero fin dal se^ 
colo nono all'Africa, penetrassero nell* interno di qtella , 
tragittassero nella Spagna. Nel deeimosecondo secolo oc- 
cupavano le Baleariy stabilivansi lunghesso tutta la costa 
settentrionale dell'Africa, meglio dilalavansi nella Spagna, 
e tanto dai principi cristiani come dagli arabi elio vi do- 
minavano ne riportavano importanti privilegi e fioriti sta- 
bilimenti ottenevano nei divertii paesi di essa. 



— 230 — 

Colla Francia meridionale, perchè più vicina, il coro- 
mercio italiano cooììnciava per tempo , n* erano gli eoipo- 
rii nella Provenza, Marsiglia, Acquemorle, Frejus, Arles, 
Aix, Antibo e Gratz; nella Linguadocca, Narbon», Mont- 
pellier, Nimes, Carcassona, Beziers, Beucaire, Sainl-Gilles, 
Perpignano e Tolosa. Nella prima sì navigava perchè più 
acconcia per i vari suoi scali al marittimo Iraffico, nella 
seconda si avevano le più squisite manifatture, e tulli gli 
oggetti della più fine industria ; vi si lavoravano e tinge- 
vansi maestrevolmente i panni de' quali si facea un grande 
mercato nelle fiere che frequenti e numerose venivano 
aperte in tutti quei paesi. Montpellier centro del com- 
mercio di Linguadocca raccoglieva il deposito delle spe- 
zierie e drogherie che dal Levante si portavano in Fran- 
cia. Si elaboravano in quella città colle erbe dell'Oriente 
le spezierie, i balsami, gli deuteri, le conserve ed altre 
sostanze, o ad uso di medicina, o a raffinamento di gusto 
di ghiottoneria. 

GXXIV. Dopò la parte meridionale frequentavano gli 
italiani le coste occidentali della Francia donde traevano 
le canape, le tele, le lane e i cuoiami, quindi volgevaosi 
ai Paesi Bassi o alla Fiandi*a. Volendo essi spingere le 
mercanzie loro nelle più remote parli deL setrentrione e 
avvezzi come gli Egiziani e i Romani a cominciare e ter- 
minare in un anno solò tutti i loro viaggi ebbero bisogno 
di trovare un luogo comodo dove deposilarfe e tal luogo 
il più acconcio parve loro quello delle Fiandre e dei Paesi 
Bassi, canali lungamente di comunicazione fra il commercio 
del Mediterraneo e quello del Baltico, del mezzodì e del 
settentrione d'Europa. Le fiei*e di Fiandra divenivano tosto 
il ridotto universale dei mercanti e delle merci della 6er-> 
mania, dell'Inghilterra e della Francia, e tra gli uni e 



- 251 — 
gli altri di questi paesi slabìlivasi una frequenle sebben 
corta navigazione, la quale da quel punto in poi mcravi* 
gliosa mente cresceva. I fianiminjKhi attiravano specialmente 
la pubblica attenzione colla fabbrica delle stoffe di lana. 
Questa industria era certo antica , ma le comunicazioni 
coir Oriente insegnavano loro dei processi fino allora sco- 
nosciuti , specialmente 1* arte di lavorare le tappezzerie 
nelle quali superavano nonché uguagliavano gli Asiatici. 
Nei secoli XIV e XV congiunsiero a questa industria quella 
delle stoffe, dei velluti di seta. Una moltitudine di città 
rivaleggiava di sforzi per conseguire la perfezione e Te- 
conomia della man d*opera. 1 prodotti n' erano diffusi in 
tutta r Europa e servivano in modo meraviglioso alle per* 
mute delle mercanzie dell'Asia e deirAfrica. 

Da principio la città più frequentata di Fiandra era 
Bruggia Bruges che comunicava mercè un canale di tre 
leghe coirampio porto della Schiusa (Écluse). Fabbricava 
essa dei panni e dei velluti ch'erano considerati nel set- 
tentrione come oggetti di gran lusso ; è fama che l'arte 
di lavorare i diamanti fosse inventata in questa città. Nel 
secolo XIV concludeva trattati di commercio coli* impero 
Germanico, eolla Spagna, l' Irlanda, il Portogallo, la Sco- 
zia, r.Iughillerra e le città Anseatiche e nel XV singo« 
larmente con Venezia, Genova^ e l'Aragona. Le navi ita* 
liane e spagnuole arrecavano nel porto della Schiusa le 
spcziei*ie e le altre derrate del Levante, unitamente a 
quelle del mezzodì d' Europa, battelli o carri conducevaoo 
queste mercanzie a Damme dove aveanvi vasti magazzini 
e di là a Bruggia. Damme i^rviva ancora di interposilo 
per i vini francesi che procedevano dalla Boccila. Le spe* 
zierie One pagavana a Bruggia per libbra; ledete quat- 
tro volte più : tuttavia i Veneziani allorché i loro annuali 



— 252 — 

convogli arrivavano alla Schiusa non erano per le .sl 
gravali che della mela del diriilo. Due granili ilcpo-. 

servivano a contenere le drapperie e farne commercio 

air in^^rosso come al minulo; gli stranieri poleano :. 

garvi h» loro che voleano esilare, png;iiiilo (niaiioiiiici 

nari per ogni balla di esse. Fmo dal cailerc del W . 

colo Bruggia si mantenne la maggior eiiià coinni . 

che si avesse nei settentrione, ma in sei;uilo Ai.. , 

rapi ogni primato, e dopo la scoperta il .1 ('a;» > ::. ^ 

porlo approdavano i vascelli delT Imlia er'ii» i. . , ,. 
J'Asia e dell'Africa. Di già nel secolo \ìV mi . . , 

un deposilo considerevole di mercan/if^ iL .1' • 

rOccidenle, ì mercanti alemanni, ir-l-si, -: • 

renlini vi collocavano le loro nìcrean/ic .; 

\ilegi ottenuti dal Duca di Hrahaolc. N . . . 

Genova si legge che le galee dcsiinaic p ;* ! 

comunemente più grosse di (piclle che n r/.. 

lago, e dairOflicio di Mercanzia vcmvu, ) .'. . 

disposizioni intorno alla misura, alia poi . :. . 

e direzione di esse. Le mercanzie cae >; » • . . 

dra erano gengiovo , cannella , aripioir • , 

secche, zolfo, guado, carta da scriv(i\ , , 

riso, legno di bossolo, drappi dì seta, ir ; 

alume, olio, vino, triaca, coralli e la.; 

Lcvanie. 1 ritorni consistevano in arazzi, u., 

e merlelti, dalla Germania in acciaio, >.... 

grosse, fornimenti di cavalli e mMCoiic v.. 

dalla Russia, in ferro, canape, pecr. < 

gnami da fabbrica, alberi <- 

bilile in Bruggia v in V 

Uono a caricare le mi i*!j*i 

della Russia eratio i>'J 



.-yi- ..vVtciMHìou^ CphlurioQUs» Uiem — Petrus Palavìcinus, 
nn<) •|M"^ri>M)iOH Sjiitìula, idem — Andreas De Nigro, idem 
»-TTT PHUlU^I*' Spinula, idi>iu — Yincenlius De Nigro, idem 
•r^ ^'«iipks .Uup^isU Soplìia, idem — Geoi^ius Àduruus, 

I vttU"\ 

4M, li^^imsu del Seuato al ricorso suddello, essendo 
!. i,t) Auioniullo Adorno, il 23 oUobre 1323. 

.../>«. UcRto liei governo della Repubblica colla data 

1 - ju. a^.(> 11>36, che definisce alcune questioni circa la 

i'V.x (if t Console e dei consiglieri ed alla riscossione 

vHniio di massaria. 

I i.. l)<jcrelo del Senato che autorizza i Consoli e i 
•.>L< .^^at 1 i re^idenii in Anversa a decidere luUe le cause, 
»iic .i\!ii/e e liii civili, che ivi insorgessero fra mercatanti 
i;rfi(^v(si, 26 agosto 1564. (Quest'atto è in lingua italiana). 

w. e 14.^ Due atti con cui Fdippo re di Casliglia 
.;.•< r;ua il precedente decreto. Anno 1571. 

%.),' Ricorso al governo della Repubblica di certi Ge- 

I uxUio Sccrza e Cipriano Campofrogoso, negozianti geno- 

X Si in Anversa, rispetto al modo di pagare il diritto di 

In. ^>ihm. Rilevasi da questo documento che quel diritto 

or. ^ià stato ridotto ad un terzo, quando fu decretato 

OHI donato il 30 maggio 1536, che nella massaria non 

ui vesserò entrare che i cittadini inscritti nel libro della 

uiUàf come ivi si legge, e che quel diritto si dovesse 

f»nr;are solamente per un sesto, ritenendosi l'altro sesto 

tiHÌ neg(»zianti per le spese di carico delle mercanzie e 

i< Ile lettere. I ricorrenti si lagnano che ciononostante, si 

volesse far loro pagare il diritto di massaria secondo la 

assa anteriore. (Quest'atto è pure in lingua italiana). 

16.^ Decreto del governo della Repubblica in risposta 
al precedente ricorso, per cui è stabilito che i mcrcataDti 



— 254 — 

5.<» Ricorso del console e del Massari al governo della 
Repubblica per ottenere Tautorizzazione d' infliggere uua 
multa a quei mercatanti genovesi, che rifiutassero di pa- 
gare il V2 pei* Vo iilla massarìa sulle loro merci all' en- 
trare ed airuscire dei porti in che quella risiedeva. Ac- 
cennasi in quest'alto che quel diritto, detto di massaria, 
serviva per sopperire alle spese della Massaria medesima 
e del culto, delle feste, per sussidi ai poveri ec. PropongOTio 
i Massari che la multa avesse ad essere di cenlo ducati 
da partirsi in tre porzioni, una da assegnarsi alParciduca, 
l'altra alla massaria, e la terza infine alia Repubblica. Vi 
si fa menzione altresì dogli siabilimenli g('novcsi a Bru- 
;;es, nel Brabante, nell'Olanda e nella Zelanda. <}uest*atto 
ha la data del 1496 e seguono le firme dei Massari: 
Hieronimus Palmarius — Nicolaus Spinula quondam Anto- 
ni! — Stephanus De Auria quondam L. ^— Franciscus 
et Janolus de Pausano — Juliarus Ceniurionus. 

6.^ Risposta del governo della Repubblica al prece- 
dente ricorso nell'anno 1496, essendo Doge Agostino 
Adorno, per cui vien concessa la chiesta autorizzazione. 

7.® Atto d'autenticazione di Filippo arciduca d'Austria 
del decreto suddetto. Anno 1501. 

8.^ Altra autenticazione di Carlo V del medesimo de- 
creto. Anno 1532. 

9.** Ricorso dei genovesi mercatanti stabiliti in Fiandra 
e nel Brabante al governo di Genova, inlorno all'elezione 
del Console e dei consiglieri e al diritto di Massaria. An- 
versa 1 novembre 1522. Son firmali : Leonardus Spioula 
Consul. — Augustinus De Furnariu-i Consiiiarius — Balianas 
de Furnarius, idem — Oberlus De Odono Lamba De Au- 
ria, idem — Philippus Lomelliuus, i»lem — Pasqaal et 
Paiilus de Nigro, idem — Damianus Palavicmus, idem 



— 255 — 

— Àugusiinus Ceiiturionus, idem •— Petrus Palavicinus^ 
idem — Simon Spinula, idem — Andreas De Nigro, idem 

— Baldasar Spinula, idem — Vmcenlius De Nigro, idem 

— Joaimes Baplista Sopliia, idem — Georgius Àduruus, 
idem. 

10.^ Risposla del Senato al ricorso suddetto, essendo 
Doge Àntoniotto Adorno, il 23 ollobre 1523. 

11.^ Decreto del governo della Repubblica colla data 
10 maggio 1536, che definisce alcune questioni circa la 
elezione del Console e dei consiglieri ed alla riscossione 
del diritto di massaria. 

12.° Decreto del Senato che autorizza i Consoli e i 
Consiglieri residenti in Anversa a decidere tutte le cause, 
diderenze e liti civili, che ivi insorgessero fra mercatanti 
genovesi, 26 agosto 1564. (Quest'atto è in lingua italiana). 

13.° e 14.° Due alti con cui Fdippo re di Casliglia 
conferma il precedente decreto. Anno 1571. 

15.° Ricorso al governo della Repubblica di certi Ge^ 
ronimo Scorza e Cipriano Campofregoso, negozianti geno- 
vesi in Anversa, rispetto al modo di pagare il diritto di 
massaria. Rilevasi da questo documento che quel diritto 
era già stato ridotto ad un terzo, quando fu decretato 
dal Senato il 30 maggio 1536, che nella massaria non 
potessero entrare che i cittadini inscritti nel libro della 
CiìHllàf come ivi si legge, e che quel diritto si dovesse 
pagare solamente per un sesto, ritenendosi i* altro sesto 
dai negozianti per le spese di carico delle mercanzie e 
delle lettere. I ricorrenti si lagnano che ciononostante, si 
volesse far loro pagare il diritto di massaria secondo la 
tassa anteriore. (Quest'atto è pure in lingua italiana). 

i6.° Decreto del governo della Repubblica in risposta 
al precedente ricorso, per cui è stabilito che i mercatanti 



— 256 — 
residenU nelle Fiandre da un anno, possano ritenere il se- 
sto sul diritto di niassaria, 10 ottobre 1576. (Io italiano). 

Ì7.^ Lf'ltera del Console e dei Consiglieri al Senato 
per ottenere di estendere la loro giurisdizione sopra la 
ciità di Colonia in che si erano traslocati dalle Fiandre 
molti mercatanti a cagione delle continue guerre. Anversa 
8 ottobre 1583 (In italiano) Vi si parla d*un prestito 
fatto dalla massaria alla Repubblica nel 1576 di 1600 
ducati d*oro. E son firmati: Geronimo Balbi , Consoie — 
Geronimo Scorza e Nicolò Sivori, Consiglieri. 

18.0 Decreto del Senato che concede alla Massaria di 
Anversa la chiesta giurisdizione sopra Colonia. Non le 
viene però permesso di riscuotere iu quella città il diritto 
di massaria, 14 novembre 1583. 

19.0 Atto con cui il Senato annulla l'elezione del Con- 
sole e dei Consiglieri fatta in Anversa, e nomina invece 
Ottavio Spinola Console e Giovanni Benedetto luvrea e 
Giovanni Giacomo Morone, Consiglieri, 10 giugno 1597. 

20.O Nell'atto posto sotto questo numero la massaria 
essendo ri<iotta a mal termine per mancanza di denaro, 
cagionata dalla didìcoltà di riscuotere il diritto di che si 
parla negli atti antecedenti, cosicché nessuno voleva più 
farne parie, singolarmente perchè in quelle angustie il 
Console stesso doveva sovente sborsare del proprio, pro- 
pone al governo della Repubblica alcuni nuovi ordinamenti 
dalla massaria medesima già compilati. Questi riguardano 
il modo di eleggere il magistrato della massaria , quello 
di costringere i mercatanti a pagare il diritto e le multe 
per coloro, che essendo eletti alle cariche della massaria 
stessa, le rifiutassero. Anversa 20 maggio 1611, firnaati: 
Franco Cattaneo, Console — Domenico Da Lazzaro e Gio. 
Agostino Balbi, Consiglieri. 



— 237 — 
21.^ Risposta del governo che estende la percezione 
del dirilto di Massaria a tulle le diecisette provincie dei 
Paesi Bassi, tanto a quelle soggette al Be cattolico come 
a quelle che pretendono qualsiasi esenzione o separazione^ 
e sopra tulle le merci anche sopra quelle inviale per 
nìezzo di foraslieriy come solevano fare i mercatanti ge- 
novesi per ischifare il pagamento di quel drillo; 14 mag- 
gio 1612. 

22.<^ Alto d'approvazione dei Borgomastri , Scabinì e 
del consìglio di Bruges dei privilegi concessi ai mercatanti 
genovesi da Carlo duca di Borgogna nel 1468. 

23.^ Quitanza del Bailo dell* ficluse di olio lire di 
grossi percepite per Tenlrata di quattro Carraquis geno- 
vesi in quel porlo. Il diritto di percezione di due lire di 
grossi sopra ciascuna nave genovese entrante nel porto 
dell'Ecluse trovasi stabilito noiratlo medesimo in cui Fi- 
lippo duca di Borgogna concede parecchi privilegi ai ge- 
novesi mercatanti, anno 1436. 

24.^ Atto per cui il provinciale, il priore ed il con- 
vento degli Agostiniani a Bruges cedono una parte delia 
loro chiesa ai genovesi, anno 1445. 

25.^ Varie sentenze, proteste ed esecuzioni Tatte dalia 
Massaria, relative al più volte accennalo dritto. Esse por- 
tano la data di Bruges e sono degli anni 1501, 1S02 e 
1504. Le sentenze definitive poi trovansi pronunziate a 
Malines dalla Corte e dal Gran Consiglio. 

26.^ Sentenza definitiva ed atti relativi del Gran Con- 
siglio di Malines sopra una questione Tra il Console delia 
nazione di Biscaglia da una parte e i Consoli di Genova, 
di Firenze e di Lucca dall'altra, circa le spese da rim- 
borsarsi per merci caricade sopra navi biscaine,auno 1515. 
27.<> Atto di confirma di tutti i privilegi dai genovesi 

CkHkhK, Stiria éel Commerdf, ecc, l? 



— 258 — 
già Ottenuti, dato da Alberto arciduca d'Austria, Bruxel- 
les 9 marzo 1613. 

28.<^ Documento in lingua fiamminga del Borgomastro 
e dello Scabino d'Anversa. 

29.® Atto d' insinuazione dei privilegi concessi ai ge- 
novesi, Anversa 1613. 

30.^ e 31.® Altri due documenti in lingua fiamminga. 

S^.^ Lettere patenti del 5 maggio 1608 per ctii gli 
arciduchi concedono passaporto per un viaggio in Olanda 
e Zelanda a Pantaleo Balbi, mercatante genovese in An* 
versa. 

33.® Lettere patenti colla data di Anversa il 4 marzo 
148S$, per cui viene concesso un salvocondotto per par- 
tire da Bruges e dalla Fiandra con ogni sorta di mer- 
canzie, oro, argento, vasellame, tappezzerie, biancheria, 
libri , registri ecc. , a Stefano e Nicola Spinghel mer- 
canti genovesi residenti a Bruges. 

34.® Lettere patenti del mese di novembre 1470 per 
Leonardo Cibo, mercante genovese a Bruges, per poter 
trasportar lane d'Inghilterra da Galais a Bruges o altrove, 
lane che gli erano dovute dai suoi debitori inglesi. 

CXXYI. Al commercio delle Fiandre va unito quello 
che gli italiani facevano coli' Inghilterra. Questa null'altro 
avea dapprima che lane e pelli, le quali dava in iscambio 
^li stranieri che le recavano ogni altra derrata. La qua- 
lità delle prime essendo la migliore d'Europa, il prezzo 
assai basso, effetto delPabbondanza del prodotto e del poco 
ioteirno consumo, faceano che venissero ricercatissime da- 
gli stranieri. Si legge che nelle Abbazie e specialmente 
in quelle di Scozia si andava per l'acquisto di esse , in- 
oettaiidole per uno e più anni. Si rileva ancora dalla pra- 
tica della mercatura di Pegoiotti che le numerose ma* 



— 259 — 

gioni degli ordini religiosi , ed altri luoghi prodacevano 
in Inghilterra all' anno sacchi 2836 di lana che si porta- 
vano sui mercati di Fiandra e servivano al lavoro dei 
tessati fiamminghi non che italiani. Il massimo prodotto 
di una magione od Abbazia era di 76 sacchi per anno, 
tanti ne produceva Fontana la buona dell'Ordine di Ce- 
stello ; il minimo di 3 sacchi , tanti se ne aveano da S. 
Andrea di Norettona magione dell'Ordine nero II mas- 
simo del prezzo di un sacco era di 28 marchi, il minimo 
di sette. 

Veneziani e Fiorentini accorrevano in Inghilterra per 
siffatto traffico e le repubbliche loro aveano con essa par- 
ticolari trattati , ma i più numerosi ed importanti sono 
quelli che vi strìnsero i genovesi riferiti nella grande 
opera di Tomaso Rymer e Giorgio Holmer, dove le alleanze» 
i privilegi, le lettere patenti e le convenzioni tutte si tro- 
vano che i re inglesi univano in amicizia coi benefizi del 
commercio e della navigazione alla Repubblica di Genova. 
A sessantotto ascendono gli atti che attestano quanto 
stretti fossero i legami che congiungevano l'un popolo al- 
l'altro. 

GXXVII. Se non che questi legami non solo coli' In- 
ghilterra, ma colla Fiandra, colla Francia e colla Spagna 
si allentarono e sciolsero al fine per la scoperta del capo 
di Buona Speranza e dell'America. Per la prima le Indie 
Orientali, di cui le preziose mercanzie tratte dalle loro 
sorgenti, dai Persiani, dagli Arabi e dagli Armeni diffon- 
devansi già per gli Italiani nell'occidente e nel setteotfione 
delPEttfopa, vennero a mani dei Portoghesi, i quali se ne 
arrogarono il monopolio. Il Portogallo fin d'allora che i 
navigatori italiani dopo la caduta del regno «ristiano di 
GertisalenHne, tentavano per la costa occidentale deirAfrìta 



— 260 — 
di aprire una via marittima al commercio dell'Asia , sic- 
come più vicino, più grave ed incalzante senti il bisogno 
di condurre a fine il fatale tentativo. Checché ne dicano 
i suoi dotti scrittori e in ispecie il chiarissimo Visconte 
di Santarero, i Portoghesi del secolo XIII e XIV erano 
d'assai inferiori agli Italiani nella scienza , nella pratica 
e nell'ardimento delle navigazioni intorno allo slesso mare 
più ad essi contiguo, diguisachè riconoscendone la perizia 
e vedendone i favorevoli successi, preferirono invitarli ai 
propri servigi, col giovarsi dei geografici loro lavori , e 
volerli maestri e guide dei tentali discoprimenti. Il vene- 
ziano Fra Mauro Camaldolese compose due planisferi» 
Tuno dei quali, ossia che venisse recato in Portogallo 
dallo stesso Infante D. Pietro fratello di Enrico re di 
quello Stato, o in aliro qualunque modo vi giungesse, servi 
di norma alle successive navigazioni di quella nazione, ed 
al passaggio dell'India pella parte di mezzodì-levante. 
L*allro è del 1459 in tutto uguale e identico del primo, 
del quale nel 1487 dal re Alfonso fu data copia a Pie- 
tro di Covigliano e Alfonso di Paiva per le loro esplo- 
razioni in Africa e nell* India. Ma più evidente prova che 
i Portoghesi si attennero alla perizia degli Italiani per 
adornarsi del merito di quelle scoperte che loro tolsero, 
si rileva dai seguenti fatti che io andrò brevemente ac* 
cennando. 

I naviganti di quel regno ristringevansi ne* termini mo- 
destissimi di un timido capotaggio , quando il re Dionigi 
detto il Liberale conchiuse nell'anno di 1317 un trattato 
col genovese Emanuele Pessagno, per cui conrerendogti il 
titolo di ammiraglio ereditario del Portogallo, l'obbligava 
a tener sempre sotto di sé un seguito di venti officiali ge- 
novesi per il comando e la condotta delle sue galee alla 



— 264 — 

4 

esplorazione della costa; d' Africa che allora cominciava 
ad intraprendersi. Questo titolo di ammiraglio trasmise 
collo stesso obbligo T Emanuele Pessagno al suo pronipote 
Lancelotto, cui venne confermato nel 14&8 dal re Al- 
fonso y e colla persona del quale estinguendosi la discen- 
denza del titolare, anche il titolo di ammiraglio venne in 
lui a cessare. Ora per fede degli storici portoghesi, certo 
egli è che nel decorso di centrentuu anni , quanti ve ne 
ebbero dal 1317 al 1448, la genovese famiglia Pessagno 
fu Tunica che godesse in Portogallo la dignità e il titolo 
di grande ammiraglio. La qual cosa ci rende ragione della 
spedizione del 1341, di che il re portoghese Alfonso IV 
porgeva ragguaglio al papa Clemente IV, la quale partita 
da Lisbona per le Canarie venia capitanata dai navigato r 
soli italiani Niccoloso di Becco genovese, e Angelino del 
Tegghia dei Corbizzi fiorentino. Voler dire che debbasi ai 
Portoghesi, lo stesso sarebbe che attribuire ad uno spa- 
gnuolo la scoperta dell'America. Non dimentichiamo che 
Antonio Noli genovese in compagnia del fratello Bartolo- 
meo e di suo nipote Raffaele per ordine dell' infante Don 
Fernando si recò circa il 1440 alla scoperta delle isole 
di Capo Verde; che quasi quindici anni dopo, Aluise da 
Gadamosto insieme con un altro nobile genovese, Anto- 
niotto Usodimare, percorsero la costa africana per conto 
del Portogallo, ed arrivarono ottocento miglia al di là 
dove niun cristiano era ancora giunto. Ma io oserò affer- 
mare ancora di più, non per isfrondare gli allori della 
nazione portoghese che io pregio e veggo indirizzata a 
quelli alti destini conformi alla gloriosa sua patria, ma 
per senso di verità , e perchè oggimai è tempo che agli 
oppressi da tre secoli e mezzo si faccia ragione. Vengo 
dunque avvalorato dai fatti, a più stringente ragionamento. 



La sloria delle navigazioni portoghesi al dilungo le 
coste deir Africa ci mostra che il Capo Non non fu voltata 
dai Lusiadi seuonchè iu una data posteriore alla presa di 
Seblhah nel 141 5 , che essi superarono il Capo Bojador 
soltanto nel 1434, che nel 1436 raggiunsero infine Fe- 
stuariOy cui avrebbero dato il nome di Rio do Ouro 
nel 1442. Ora nelle carte nautiche degli italiani del se- 
colo XIV noi vediamo già chiaramente segnati questi nomi, 
di guisa che di leggieri si argomenta molto prima essere 
stati conosciuti e frequentali dai nostri navigatori. 

Inoltre, V arcipelago delle Azorre non venne scoperta 
e ridotto a colonia dai Portoghesi che dall'anno di 1431 
al 1460, ma il Portolano Mediceo del 1351 ci offre già 
questo gruppo d' isole con meravigliosa esattezza» dove se 
ne eccettui il difetto di orientaziom, poiché vi si trovano 
insieme ristrette da tramontana a mezzodì, invece di essere 
distese da tramontana-popente a mezzodì-levante. Noa vi 
si dà il nome particolare di ciascuna isola, ma le si in- 
dicano per complesso con una comune appellazione, cooie 
Isola de Cabrerà per le tre di òonla Maria e San Mi-' 
chele. Isola di Ventura o dei Colombi per le tre di San 
Giorgio, Fajcde e Pico ed Isola dei Comi Marini per le 
due di Cervo e Flores ; Terzeira sola ritiene la sua pro- 
pria denominazione d' Isola de Braze. Le carte posteriori 
italiane ci danno una nomenclatura ed indicazione più 



L*areipelago di Madera oi reca alle medesime eonehi- 
sioni. Il ritrovamento fortuito di Porto-Santo per Juau 
Goncalves Zaroo ha la data di 1419 il più tosto, il rico* 
noscimento eh* egli fece in seguito di Madera porta quella 
del 1420. Ha le carte italiane del secolo decimoquarto 
appalesano già delineato tutto quell'arcipelago ed ivi 



campreso il piccolo groppo delle ire isole deserte, oon 
eccettoate le selvagge, e sopra tutte si leggono nomi it»- 
liani con questa particolarità degna di attenzione, ebe gli 
stessi non(»i> imposti loro nel quindicesimo secolo dai Por- 
toghesi ne sono la riproduzione pura e semplice , o |>eF 
dir meglio la letterale traduzione. A mo* d'esempio» nel 
Portolano Mediceo del 1351 già si vede Porto Santo e 
Madera coli' indicazione genovese d* isola de lo legname 
al che perfettamente risponde il portoghese isola di Ma- 
dera. Le isole deserte vi si trovano pure raffigurate, mentre 
le insule Salvage cominciano soltanto a vedersi in una 
carta Catalana del 1375. 

Quanto dissi finora deli' arcipelago delle Azorre e di 
Madera a maggior diritto si può asseverare di quello delle 
Canarie. Per queste le più incontestabili prove nonché di- 
minuire , si moltiplicano a favore degl' italiani. Le galee 
di Tedisio Dorta ed Ugolino Vivaldi le quali non è più 
dubbio, essersi avviate nel 1291 oltre lo stretto^ e avere 
trascorsa la costa fino al Capo Non , le carte dell' ano^ 
nimo genovese del Portolano Mediceo del 1351 più volte 
citato, quelle dei Pìzzigani e di Bartolomeo Pareto che 
mostrano una bandiera genovese distesa sul suolo a fianco 
alla Lanzarota, il nome di Lanzaroio Maroxello genovese 
che vi si trova scritto, il castello fattovi costrurre dallo 
stesso per testimonianza del Bothencourt; la spedizione 
alle medesime isole nel 1341 del genovese Niccoloso di 
Recco e del fiorentino Angelino del Tegghia dei Corbizzi, 
ci pongono in grado di acceriare una priorità di. scoperta 
italiana di cui dubitare oramai più non si potrebbe senza 
una maligna ostinazione. 

Debbo aggiungere forse che nella Carla Veneziana dei 
Pizzigani del 1367, dove sono dipinti parecchi navigli 



— 264 — 
ìodirizzati verso 1* Oceano, i quali mentre recano aìralbero 
maestro e alla poppa la bandiera genovese e veneziana , 
in alcuna parte non si trova indizio della portoghese ? Che 
al di lungo lo stretto che separa l' isola Lanzerota dalla 
Forteveniura , ali* occidente di queste si vede figurare un 
naviglio che veleggia verso il mezzodì con doppia bandiera 
genovese ? 

Non dispiaccia pertanto alla valorosa nazione porto- 
ghese che noi conchìudiamo essere veramente tutte quella 
scoperte italiane, che italiani furono i navigatori, i quali 
al servizio della patria loro adottiva recarono la scienza 
nautica che traevano da quella d'orìgine; che in fine il 
Portogallo e la Spagna li adoperarono, ma essi soli colla 
propria perizia gettarono l'ubertoso seme donde raccolsero 
poi si largo fruito i Portoghesi. 

CXXVIII. r quali mentre delle Indie Orientali impos- 
sessavansi, gli Spaguuoli mercè la scoperta di Colombo 
veniano al dominio delle Occidentali. Portogallo e Spagna 
erano dunque i soli regni signori oltre 1' Oceano, il Papa 
Alessandro VI ne avea confermato questa signoria, deter- 
minandone i confini per mezzo di una sua bolla del 1493, 
e servendosi di un meridiano che idealmente fu tirato da 
lui fra i possessi degli uni e degli altri di cento miglia 
air occidente delle Azorre. Il trattato di Toi*desillas del 
1494 , confermato da una seconda bolla di Giulio II nel* 
Tanno 1506 indietreggiò ancora quel meridiano di altre 
375 miglia per la stessa direzione , diguisachè quanto a 
1375 miglia di distanza airoccideute delle Azorre si tro- 
vava posto a levante dovea senza contrasto possedersi dai 
Portoghesi, quanto a ponente dagli Spagnuoli. L'ordina- 
mento coloniale dei due popoli ebbe un corso ineguale , 
poiché il portoghese fondalo progressivamente correndo il 



— 265 ^ 
secolo decimoquinlo trovòssi salla (ine di questo perve- 
nuto alla sua meta, mentre lo spagnuolo cominciato col* 
l'anno di 1492, non potè compiersi che colle successive 
scoperte, le quali tennero dietro alla genovese di Colombo. 
Fo poi diverso còme diverso il fine dei due popoli nel 
possesso dei nuovi paesi, i Portoghesi miravano al mono- 
polio del commercio, gli Spagnuoli a quello dei preziosi 
metalli, volevano che tutti e soli in Ispagna ai&uissero i 
tenori delle discoperte regioni. Per ottenere il proprio in- 
tento il Portogallo avea fatto severo divieto a* suoi basti- 
menti di recare nel resto dell* Europa le preziose mer- 
canzie dell'India, gli stranieri doveano comperarle e ca- 
ricarle in Lisbona. Ma siffatto divieto tornò fatale a' Por- 
toghesi, poiché colla navigazione venuta meno la marina 
loro, si accrebbe e migliorò quella delle altre nazioni, ne 
sostennero dapprima, ne vinsero la concorrenza ; ne divi- 
sero con essi i larghi profitti di quel commercio, ne li 
privarono in fine. Cominciarono. gli Spagnuoli a contendere 
col Portogallo per il possesso delle Molucche poiché Ti* 
deale linea del Meridiano delle Azorre tirata dal Papa 
non avea bene accertata la situazione di quelle isole. A 
questa contesa si deve il primo viaggio intorno al mondo, 
imperocché il portoghese Fernando Magellano offeso dal 
suo re, lo intraprese a profitto della Spagna, scoprendo 
lo stretto cui rimase il suo nome, e col passaggio del 
mare meridionale aprendo una nuova via alle ludie Orien- 
tali. Ma era sventura de' Portoghesi e gloria degl' Italiani 
che delle loro scoperte niuna potesse eseguirsi senza l'aiuto 
di questi, ^sicché in compagnia del Magellano vanno distinti 
i nomi del vicentino Cav. Antonio Pigafetta, e in ispecie 
del savonese Leone Paacaldo che stato già anch'esso al 
servizio del Portogallo e tornato in patria ebbe da quel 



«- 266 « 
re bea 1600 scodi d*oro del Sole a condicioae ch'egli noD 
tornerebbe più mai a quel viaggio, nò darebbe altrai carte, 
relazioni, che potessero servire di norma. Si deve ag- 
giungere che oltre il Pigafetta e il Pancaldo navigavano 
io quella celebre spedizione che per Ì4460 leghe di raare 
circondò lotto il globo da ponente a levante, i genovesi 
Giambattista di Polcevera maestro» ossia padrone della 
capitana, un certo Baldassare piloto maggiore e padrone 
della nave Stifi Giacomo, Francesco Calvo contromaslm 
della capitana medesima , e Martino dei Giudici uno dei 
trenta che tornarono solia nave Vinaria, stando alla nar- 
razione dello storico spagnuolo Herrera. 

Intanto la querela sollevatasi fra Spagna e Portogallo 
per le Molucche componevasi nel 1529 con un accordo, 
io forza di qoello l'imperatore Carlo V vendeva le sue pre- 
tese al secondo, mediante la somma di trecentocinqoanta 
mila ducati. 

CXXIX. Era questo il. colmo della potenza commer- 
ciaie e marittima dei Portoghesi sotto il re Emanuele il 
Grande, cominciando essi a decadere sotto il Gglio e soc* 
cessore di lui Giovanni III. Il regno di Don Sebastiano ne 
fece manifesta la rovina e fu questa piena sotto il re e 
cardinale Enrico. Alla morte di lui che non lasciava sue* 
cessione, si contesero il trono sette pretendenti, ma Fi* 
lippe II re di Spagna, il più forte ed astuto di quelli, pre* 
valse e nel 1580 il Portogallo diventò una provincia spa- 
gnuola, sebbene in apparenza si conservassero gli ordini 
suoi antichi di regno indipendente. I costumi erano dege- 
nerati , lo spirito mercantesco avea invaso e corrotta la 
nobiltà, negletta vedevasi la forza militare incaricata della 
difesa delle Indie, la marittima caduta in fondo, il clero, si* 
gnore di totie le ricchezze delle Colonie ch'ei governava con 



potere assoluto per meszo deirinqoisìzione che non mai era 
stala cosi terribile come a Goa. Di questi fieri disastri 
giovatasi la Spagua aumeotaodo la saa poteaza marittima» 
acquistaitdo nelle Indie orieRlali i possessi portoghesi e le 
Filippine* aprendo importanti relazioni di eommercio» quinoi 
coir india e la China» quindi col Messico ed il Perù. Ma 
lei come il Portogallo trascinava a irreparabile rovina 
un doloroso sistema di esclusività commerciale impossi- 
bile ad applicarsi sopra uoa cosi grande estensione di ter- 
ritorio. 

Imperocché » mentre gli Spagnuoli divenuti padroni 
delle colonie portoghesi pretendevano alla suprema domi- 
nazione delle due Indie e dei mari che le disgiungono» 
l'Olanda e la Inghilterra entrarono in concorrenza con 
essi e in breve tempo tolsero loro quanto mal potevano 
difendere. Le Fiandre scossero il giogo della Spagna, si 
vendicarono in libertà e il vigore degli auimi acquistato dai 
Fiamminghi nella magnanima lotta posero essi in opera ad 
impossessarsi del più ricco commercio. I divieti del Por- 
togallo e della Spagna ne infiammarono meglio il deside- 
rio» sì strinsero molte Società commerciali, si Tondo infine 
la Compagnia Olandese per il trafiìco delle Indie orientati 
ed ebbe questa addi 29 marzo del 1602 il primo privi- 
legio di tutto il commercio olandese oltre il capo Magel- 
lanico col diritto di conchiudere tutti negozi politici e 
fondare stabilimenti nelle Indie a nome degli stati gene^ 
rati. Per questo occuparono gli Olandesi nel 1607 Am- 
boine e Tidor» intrapresero nel 1611 a commerciare 
col Giappone, nel 1618 s* insignorirono di Giava, conqui- 
starono e distrussero Jacatra, edificarono Batavia, die di- 
venne il centro del governo e del commercio loro. Poco 
dopo presero Paliacata sulla costa del Coromandel , Ca- 



^ 268 — 

licut nel Malabar, Gochin e Gaiianor, stesero il loro em- 
porio sulle due coste sino al Bengala, a Ceylan, allearonsi 
€ol re di Candia contro i Portoghesi, tolsero loro Colombo 
la capitale, Mannaar e Jaffanapatam; appresso, ebbero 
Malacca e penetrarono fino a Pegu e a Siam ; si allar- 
garono sulle isole della Sonda, si resero interamente pa- 
droni di quella di Giava, eressero nuovi stabilimenti, ora 
costruendo fortezze, ed ora fondando nuovi empori alle 
Cèlèbi, a Sumatra e nelle altre isole La Compagnia Olan- 
dese stabilì cinque governi che dovessero reggere i vasti 
paesi tolti al Portogallo, erano essi di Giava, di Àmboi- 
ne , dì Ternate , di Geylan e Macassar» i quali tutti si 
accentravano in quello di Batavìa. Infine fu ancora loro 
opera lo stabilimento del capo di Buona Speranza, luogo 
di stazione e di riposo alle navi loro che andavano e ri- 
tornavano dalle Indie. 

Gosi prosperi successi della Compagnia Olandese nelle 
Indie orientali , fecero nascere il disegno di una simile 
per le occidentali e sebbene questa non ottenesse cosi fe- 
lice fine come la prima , non tardò però ad avviare il 
commercio deirOlanda eziandio verso di quella parte. L'in- 
faticabile Repubblica si voltò allora al Baltico e la navi- 
gazione di questo mare divenne per essa uno dei più im- 
portanti rami del suo traffico in Europa , porgendole oc- 
casione di potersi intromettere in tutti gli affari degli 
Stati settentrionali. 

GXXX. Nello stesso tempo che le Fiandre colla li- 
bertà che si aveano rivendicata salivano a si grande po- 
tenza commerciale e marittima, 1* Inghilterra prese ancor 
essa a volgere i suoi sguardi colà dove si aprivano si 
larghe fonti di lucrosi profitti. Il re Enrico Vili avea dato 
principio alla sua marina, Elisabetta volle con più saldo 



-^ 269 — 

proposito adoperarla al suo maggior fine.. Sotto di lei gli 
Inglesi addentratisi nella Russia riuscirono alla Persia, e 
le loro spedizioni indirizzarono alle due Indie, ma le ine* 
sorabili proibizioni del Portogallo e della Spagna ne trat- 
tennero il corso fino alia guerra del 1588. La vaghezza 
delle lontane intraprese si uni bentosto allo spirito di mo- 
nopolio, e i rami più importanti dell'esterno commercio 
affidaronsi a compagnie privilegiate; si videro pertanto 
runa dopo Taltra sorgere quelle della Russia, dell'Africa 
e del Levante, indi a poco l'altra delle Indie orientali, la 
quale non ebbe dapprima alcun carattere politico. Fu creata 
questa addì 31 decembre del 1600 e le venne conferito 
il monopolio del commercio oltre lo stretto Magellanico. 
Ma non possedendo altro che alcuni emporii come quelli di 
Bentam e Surate, uè protetta ancora essendo da fortezze di 
difesa non bastò a sostenere la concorrenza degli Olan- 
desi specialmente nelle Molucche, di sortachè le sue ope- 
razioni furono languide e poche, riusciva però nel 1601 
a stabilirsi nell'isola di Sant' Elena. 

Dal Levante volgevansi gì' Inglesi al Ponente, fondando 
parecchi stabilimenti commerciali sulle coste deirAmerica 
settentrionale. Le Compagnie privilegiate di Londra e dì 
Plymouth ottennero l'esclusivo esercizio del commercio, 
la prima nella Virginia, la seconda nella Nuova Inghilterra. 
Nel 1606 sorse la fondazione di James Town nella baia 
di Ghesapeak; nel 1616 s'introdusse nella Virginia la col- 
tura del tabacco, nel 1612 la Compagnia di Londra fece 
l'occupazione dell'isole Bermuda. Nel 1620 fu costrutto 
il forte di S. Giorgio presso di Madras» nel 16S1 si acqui- 
stò r isola di Poleron abbondante di speziarle d' ogni 
specie a si occupò definitivamente quella di Sant' Eleoa. 
Ma la gelosia e la potenza degli Olandesi arrestavano i 



— 270 — 
progressi dell' Inghilterra > fu aa momento nel 1653 che 
la Compagnia delle Indie corse pericolo di sciogliersi, ma 
Gromwel la soccorse e la inanimò a ripigliare Tesercizio 
del suo privilegio, la guerra che scoppiò colla Olanda le 
diede nuova forza. Cominciarono allora gli stabilimenti in- 
glesi nelle Indie occidentali. Nel 1621 sorse lo Stato del 
Massachnsset ; nel 1625 si occnpò la Barbuda e parte del- 
l'isola di S. Cristoforo; nel 1627 fu fondata la città di 
Boston; nel 1628 si ebbe il possesso di Barbuda e di Ne- 
vis; nel 1629 quello delle isole di Bahama, e della Prov- 
videnza, la quale ultima può essere considerata la chiave 
del commercio delle Indie occidentali. Nel 1632 Lord 
Baltimore formò la provincia del Maryland, e alcuni cat- 
tolici inglesi gettarono le prime fondamenta della città di 
questo nome, nel 1640 gì' Inglesi stabilironsi a Surinam, 
nel 16S8 sì fece la conquista della Giamaica e nel 1660 
vi ebbe principio la coltivazione della canna di zucchero. 
CXXXI. Agli stupendi acquisii commerciali fatti con- 
tro i Portoghesi e gli Spagnuoli nelle Indie Orientali ed 
Occidentali dagli Olandesi ed Inglesi tennero dietro quelli 
della Francia, poiché questo regno sgombro degli avanzi 
feudali potè sotto di Richetieu e del re Luigi XIV ridursi 
ad una potente unità. S'intrapresero dapprima ma infrut- 
tuosamente alcuni tentativi di stabilimenti coloniali, tutti 
gli sforzi adoperaiti dal cardinale di Richelieu onde parte- 
cipare al commercio delle Indie Orientali incontrarono in* 
felice fine ; ebbero i francesi più lieta fortuna nelle Occi- 
dentali. Nel 162S riuscirono contemporaneamente cogli 
Inglesi a stabilirsi a San Cristoforo e dieci anni appresso 
alcuni loro negozianti s'introdussero nella M^rtinicca e 
netta Guadalupa, e vèrso la fine del 163S queste due isole 
già producevano molto zucchero. Intorno allo stesso tempo 



— 274 ^ 

si tentò la foodazione di alcune colonie nella Cajenna, nel 
Senegal e sulle coste dell'Africa. Sotto il re Luigi XIV 
il gran Golbert quei stabilimenti insienne con altri riym- 
perava dai particolari e dai Maltesi, loro venduti per i primi 
fondatori. Ebbe allora il governo di Francia in suo pos- 
sesso le colonie della Martinicca , della Guadalupa , di 
Santa Lucìa» di Granala e Granadiglia, le piccole isole 
di Maria Galante, San Martino, San Cristoforo, San Bar- 
tolomeo, Santa Croce e la Tòrtue, e nel 1664 una Com- 
pagnia francese spedi alcuni coloni a Gajenna. Intorno 
allo stesso tempo si occupò una parte dell* isola di San 
Domingo, che dovea in seguito essere per la Francia la 
più importante delle sue marittime possessioni. Neirauoo 
medesimo si formò la prima Compagnia privilegiata delle 
Indie Occidentali, cui si assegnò l'esclusivo commercio non 
solo di tutti i possessi francesi in America dal Canada 
fino al fiume delle .Amazzoni , ma ancora quelli di tutte 
le coste africane dal Capo Verde al Capo di Buona Spe- 
ranza. La quale ultima concessione avea per iscopo la tratta 
dei Negri. Nel 1679 si stabili la Compagnia del Senegal 
dal Capo Bianco al Capo di Buona Speranza, però nel 168K 
fu questa oUdigata a dividerne i profitti colla nuova di 
Guinea, cui si accordò il privilegio di trafficare da Sierra- 
Leone fino al Capo. L' ingegno di Colbert trovando nelle 
Indie Orientali, come già il cardinale di Rìchelieu, insu- 
perabili rivali, si ristrinse alla concessione di alcuni pri- 
vilegi ad una Compagnia, ma ndn vi potè questa prospe- 
rare e sulla fine del secolo decimosettimo fu a tale da 
dovérsi disciogliere. 

CXXXII. Irrtanto, poiché al Portogallo dopo sessanta 
aam di «ppressiooe venne (aito di risciioiere nel 1640 il 
gu^o della Spagna , non rioiase «elle ladie Orienlali di 



— 272 — 
(anta grandezza commerciale che pochi avanzi, e solo uu 
Iratlaio coli' Olanda gli ebbe a guarentire la proprietà del 
Brille. 

La Spagna alla sua volta col trattato di Assiento do- 
vette fare molle concessioni ali* Inghilterra , e vedere in 
tal guisa venir meno quel dominio che avea acquistato 
nelle due Indie, preparando la funesta via che la condusse 
alfine alla presente decadenza. 

Senonchè, non è disegno di queste istorie il narrare 
come la sorte toccata al Portogallo per opera della Spa- 
gna e dell* Olanda, la medesima fosse a queste due ultime 
riserbata per parte dell' Inghilterra e della Francia, come 
poi 1* Inghilterra dilatandosi sulle rovine del Portogallo , 
della Spagna e dell* Olanda nelle Indie Orientali, perdesse 
le Occidentali, e la Francia venisse da lei assottigliata e 
quasi del tutto fatta scevra de' suoi possessi oltremarini. 
Quanto finora ne dissi si fu per connessione del mio ar- 
gomento, e per dimostrare che del vasto commercio dagli 
Italiani fatto nel medio evo, tutto 1* impero e il profitto 
cadde in balia delle potenze atlantiche, e quello special- 
mente dell' India divenne, e rimane tuttora, il monopolio 
dell'Inghilterra che col governo politico per mezzo di suc- 
cessive stazioni , d* isole e di porti da lei occupati , da 
Malta a Calcutta ne tiene il dominio. 

Accennerò soltanto che siccome in Italia liberi ancora 
nella comune schiavitù rimasero i soli Stati di Venezia e 
di Genova ordinati a Repubblica (che di Lucca e Bau 
Marino per la piccolezza loro non fa d'uopo di favellare)» 
cosi essi soli fioche ebbero avanzo di vita non abbando- 
narono il disegno del perduto commercio. Venezia rag- 
granellando le reliquie éi quello di Levaste per maao di 
quanto avea conservato dopo la pace di Passarovitz; 



— 873 — 

Gettava» iaseiiAa ogai speranza 4eU*0rie«te , voigeMbsi a 
qmrìh di Poacttle, eoo Lbbooa, Cadice, Bareeiloiia e c^ 
Y Otoada» parleeifiawio aite slesso, e rìceveodo di seceada 
BMMO, aloaas dette presiase mareaazie che la gioivo 
sola insflMlteva lero« 



CAPITOLO XI. 



Coaqatsla della Crimea fatta dalla Russia, il mar Nero cade ia po- 
tere di lei — Sistema continentale dell' Imperatore Napoleone I 
e spedizioni sue contro T Egitto e la Russia; V Imperatore Na- 
poleone III — Guerra della Crimea — Neatralizzazione del mar 
Nero e Ubera navigazione del Danabìo ; spedkioAe di Siria e ta- 
glio detf istmo di Saez. 

GXXXIll. CofitMdevattsi le vie e 9 eoomiereìo di pò- 
neirte PórtogaHo, Spagaa, Oiaada, In|^jlterra e Franeia» 
cpHMdo la Rassia aseita di oscarilà sotto di Pieli^ il 
Graade segnò le prime orme ia qoel camouao doade pò* 
tea solo rìp^ar vita TaaUeo coaiaiereio deirOrteaie per- 
dala dagl'iialiani. L* impefù rosso fia dalla saa foaifaizioae 
per il Donaaaoo Rarik se&liva V irrenstihile destiao ohe 
io traeva verso di Costaatiaopoiì e si pad beae aferaare 
che seaza i torebi qadia eiiti dovea essere tauaaaeabìle 
preda dei russi , i qaali e per gT iatestiai rivolgtoiefllt 
e per le seorrerie ed oppressioai dei Tartari-M^oUi fa- 
roao ohUigati a ritardine ia segailo X progressivo avvia- 
meato deli' inelaltalNie disegao. Oggiaiai la rohosta e gio- 
viae aatara dì qael popolo, ia eopìa di forze smtsaraie, 
diCstlava solo di aieaai valorosi e »gaei priaeipi » ohe 
atta divisata flMta la iadificcassero. Pi^ro M Graade, 

CàMàiA, Suria da Commareto, me 1> 



CaAci^iAa I^ A^Bà^'Gàiema Ili Atfisaiidro I» Niéolò I, e 
Alessandro Uy l'.noo quasi dopo l'altro succedttUsi sai 
uranio, iflaperiaie 4U Russia, diiatarouo i nervi di qoiìh 
pedenaa. iwfiffo vasla e valorosa per ritaAoevsfif oggimai 
più a lungo nei suoi naturali termini, le dted6ii<o^es«:leg|[ì, 
civiltà di costumi, ornamento di lettere ed arti, svolgi- 
mento e splendore di scienze, presidio di ordinata e prode 
milizia; senoochè per 'gli liaìtani il maggior merito dei 
russi imperatori si è quello di aver loro riaperto il mar 
Nero e per esso ristabilita la navigazione e il commercio 
del Levante, cominciato colle vittorie sui Turchi il ri- 
songiiiìenlo del Mediterraneo posposto da quasi quattro 
secoli airOceapò. Pietro il Grande stretto tra le anguste 
gi(^gai« d^i Pful.fa d^ir^ser^Mto turoo mercè T ingegno 
pronto e sagace di Caterina moglie ^di lui e le* offerte 
delle gioie di questa al gran Visir, riusciva a conchiudere 
uuf'^onopevole paoe il 17H. Fra i pialti délla.fpMl^'Vi fa 
quì^llo c^hie i metrcanti dfei due iiip^i potessero liber^dai^nte 
in o^pi Ifogo di q4iesti liberam^inie audare, loi^aite, eMU- 
mA^ciave ie (navigare. 

]!}#'iaiHP«> di i730 1' iD»pQraMrio0 Attua dipese di! Pie- 
tro U €i?ali(]tor, seguitando l0: orme di hii, coos^liatb dai 
sttQi> iiNÌ$is|iti QMecmaiw^ Biireii e Unmkf fretaila av^do 
ls^!RalHlffi.(ri9^^niW<^bÌDdva Qoutr^ la moDarohia oogUiari* 
tiii«ili;di9)ifi^rl^UMQa *e^tei?a, fuoea iiiavere uAnesereiiio eo»*^ 
trQ, i.{T.anfJUifrti e i Tarpili. Luminose vittorie isporiaviAàsi 
d^ig9i^F«|P'M»iij(6|, ipostp, a. oai^.dflji' loipnasia^ E^gliioa* 
ctipav^ larif^ip^^M» di ^i§S» pi^netraito Mila Cnmk volk 
a£§{iggektfaff?r qufillarj^ftisfrtaa^ russo ifl^ro» Ma raUeanva 
coili'AwiMrfi^ ^mii disaati;i>, .poiobò que&^i poVeuear^iaia 
daiiit ,Tw-<^hÌA^fAol^ligaMaji;|ir^U{bU>i^^ paca 4i B^lgneidb 
ad<ti i4rft;i5el||en9hi§>^e)(. 4Z3tf^:Q«i davette poc<^ dopo^ade* 



— 27o — 

rire la Russia, non conservando delle fatte conquiste fuor- 
ché una parte deirUcrania. L'articolo però nono di quello 
non pose in obblio il commercio del mar Nero, essendo- 
ché venne per ispeciale condizione disposto che sarebbe, 
conceduto liberamente ai Russi, purché fatto sopra basti- 
menti appartenenti ai sudditi turchi. 

CXXXIV. Dopo i brevi e tempestosi regni di Ivan IIJ, 
Elisabetta e Pietro III^ saliva alfine l'imperiale trono di 
Russia la veramente grande Caterina II. Dotata del più 
^asto ingegno politico , il quale nonché donna , ma che 
uomo avesse mai, senti che l'avvenire dell'impero stava 
tutto nell'accostarlo al Mediterraneo col possesso del mar 
Nero, nello ristabilire il commercio orientale colla con- 
quista della Crimea. Vi regnavano i Tartari governati 
dai Kan, triste e degenerato avanzo del valoroso sangue 
di Gengìs, dopo Maometto II tributari resi dei Turchi, e 
da questi ora deposti, ora rialzati al trono, ma inetti, 
inquieti, avvolti in continue discordie, più capi di ladroni 
che principi, flagello ai popoli, infesti ai vicini. La Tur- 
chia slimolata dalla nazione polacca, costretta dall' in- 
fluenze della Francia dichiarò la guerra alla Imperatrice 
il 30 ottobre del 1769. Le ostilità cominciarono tosto 
per terra e per mare. Sul Danubio con due fiere battaglie 
caddero in potere dei Russi i due Principati Danubiani 
della Moldavia e della Valacchia, mentre un'armata russa 
capitanala da Giorgio Orloff si gettava nell'arcipelago, 
rompeva ì Turchi presso l'isola di Scio e ne incendiava 
la flotta. Questi felici avvenimenti agevolarono alla Rus- 
sia il trattato ch'ella fece colia Turchia il 10 luglio del 
1774 detto di Kainardgi. Fu patteggiato per questo che 
\ Tartari della Crimea sarebbero riconosciuti indipendenti 
dalla Porta Ottomana sotto ii goverao del loro Kao; 



— 276 — 

restituite avrebbe la Russia, la Valacchia e la Moldavia, 
riserbandosì Kimbourn e Azoff e nella Crimea Jenikalè e 
Kertche» ovvero lo stretto del Bosforo Cimmerio per cui 
facile a lei tornava l'accesso ogni qualvolta voluto avesse 
far passaggio nella penisola. InHne libera definitivamente 
e senza più restrizioni dovea essere la navigazione del 
mar Nero a favore dei Russi, e in tutte le parti dei mari 
sottoposti air impero turco. 

I trattati pertanto del Pruth, di Belgrado e di Kai- 
nardgi aprivano il mar Nero alla navigazione e al com- 
ijkercio dei Russi, era questo un fausto principio che se- 
gnava ai cristiani il primo passo nelP antica via da essi 
già gloriosamente percorsa; questo principio successiva- 
mente svolto dovea di necessità sottrarre il Mediterraneo 
alla oppressione deirAtlantìco. Non deve dimenticarsi che 
come vestigio del perduto imperio, la lingua di quei trat- 
tati era italiana poiché sola quella osservata tuttora dalla 
diplomazia orientale; aggiungerò ancora che dell' italiano 
Cagnoni consigliere dì legazione russa, fu opera e dettatura 
il trattato dì Belgrado. 

II trattato di Kainardgi piuttosto dallo splendore delle 
vittorie .dei Russi imposto ai Turchi che di buona volontà 
accettato da essi , ad ogni pie sospìnto veniva violato. 
Agitavansi i Tartari, straziavansi in parli fra di loro, che 
suscitava ed inanimiva il Divano, fu mestieri quindi al- 
l' Imperatrice per non perdere i frutti di tanta guerra di 
venire a nuove negoziazioni colla Porta , le quali riesci- 
rono ad un secondo trattato del 10 marzo 1779, per cui 
assumendosi la speciale protezione dì Selim-Guerray kan 
dei Tartari, guarenti a lui e alla sua famiglia il trono della 
Crimea, sciolse quei popoli dalla condizione di tributarii, 
li sollevò ad indipendenza. Ma il governo di Costantinopoli 



— 277 — 
non si rimaneva dal risvegliare fra di essi la più funesta 
guerra civile, adescava il parlilo dei diversi Kan che per 
Taddietro ora innalzava al trono, ed ora abbatteva, Selìm- 
Guerray villima di quelle trame lurchesche, perigliando 
della vita, dovette cercare uno scampo colla fuga; l' im- 
peratrice Caterina Io ripose in trono colla forza delle 
armi. Non poteva però durare quella sinistra condizione 
di cose, la Crimea era un campo ove Tartari e Turchi 
andavano a gara travagliandosi nella oppressione dei po- 
poli ; i limitrofi Stati, la Russia specialmente, non aveano 
né sicurezza, né pace, le relazioni internazionali trova- 
vausi poste a repentaglio; lo Stato de' Tartari giaceva 
cadavere, e solo trattavasi se la Turchia o la Russia lo 
si avrebbe occupato. Se le prima, danno manifesto ne ri- 
dondava alla cristianità, il sistema proibitivo conforme al 
Corano avrebbe seguitalo a chiudere il mar Nero, ad im- 
pedirne la navigazione e il commercio, a rassodare di 
maggior forza la potenza nemica dell' incivilimento, della 
libertà, delle scienze, delle lettere e delle arti. Vinse la 
seconda e fu vittoria non solo d' Italia e dell* Europa, ma 
dell* intera umanità, i Russi scesero nella Crimea, impos- 
sessaronsi delle vaste pianure del Cuban, e venne allora 
dichiarata l'unione della penisola Taurica all' impero russo. 
La Turchia fu obbligata a riconoscere quel possesso col 
trattato dell' 8 gennaio 1784. 

CXXXV. Cosi erano le cose quando nel 1789 scop- 
piava la terribile rivoluzione di Francia, la quale dopo le 
malie e disastrose guerre del gran re Luigi XIV trova- 
vasi smunta della finanza, spregiata in Europa, corrotta 
e svergognata dal suo governo, oppressa da' suoi nobili, 
avvilita dal. suo clero. Il suo popolo si ritemperò nel san- 
gue , e dopo eh' ei s' era rifatto ed informato a nuova 



— 27a — 
generazione, il portentoso genio di Napoleone I tolse ad 
educarlo eolle leggi e a fortificarlo colle vittorie. Egli 
senti come l' imperatrice Caterina II che ogni qualsiasi 
più graode potenza fondata colle armi non si mantiene ed 
avvalora che col possesso del commercio, che questo era 
pur sempre quello dell'Oriente, del quale trovavasi allora 
assoluta dominatrice l' Inghilterra , vano essere , pensava 
ad Uff tempo, lo sperare di spogliamela per le marittime 
vie di Ponente dove ineguale la concorrenza, inadeguato 
il conflitto, meglio e più brevi offerivansi le terrestri della 
Siria e dell' Egitto, di queste impossessandosi agevole ri- 
usciva il ferirla direttamente alle immediatte sorgenti del* 
r iuvidiato traffico. A chi ben vede questo fu il concetto 
di sua mente grandissima, non dissimile da quello di Ales- 
sandro quando volle dischiudere fino al Gange, percorrendo 
lo stesso cammino, i gelosi varchi della Persia, dell'Ara- 
bia e dell' India. L' Europa tutta congiurata contro di lui 
dagli ultimi avanzi della feudale barbarie stipendiata dal- 
l'oro dell'avara Albione, lo rimosse dalla magnanima im- 
presa. Fallita questa non gli venne meno il generoso pen- 
siero, tentò il sistema continentale, che se impossibile ad 
applicarsi, e crudele in apparenza, la grandezza dello scopo 
giustificherà sempre 1* immoderato tentativo del mezzo. 
Infine intraprese la spedizione di Russia, rispinto dalle vie 
della Siria e dell'Egitto si volse all'altra del mar Nero; 
sventuratamente ci non doveva mai temere i nemici che 
a^eva innanzi di sé , ma coloro che lasciavasi addietro , 
questi rinnovarono la congiura; l'Inghilterra pagò, l'Au- 
stria servi , la Prussia tradì ; la Kussìa lo agghiadò di 
freddo, lo angustiò di fame ne' suoi deserti, ed egli sog- 
giacque, ma starà eterna ta memoria di tanto ardimento; 
nei supremi momenti di una grande sventura come Temi- 



— 271^ — 
stQcle rieorse air ospitalità de* nemici; ei noo essendo i 
persiani, noia i feroci e codardi Tolomei ne immolarono 
Taugusto capo su quel mare medesimo ch'ei voleva sog- 
giogato al Mediterraneo. 

Sopravvenne la restaurazione e il regno di Luigi XVIII. 
La Russia faJita tranquilla e ridivenuta gagliarda per la 
stoltezza delle potenze occidentali cui solo intendimento 
era di ripristinare la tirannide dei principi, i privilegi del 
clero e della nobiltà, l' ignoranza e l'oppressione dei po- 
poli, tornò al secolare suo disegno di approssimarsi al Me- 
diterraneo, toglier di mezzo il cadavere dei Turchi, come 
già avea fatto di quello dei Tartari che ne la separava. 
Riforbi le armi, l'Europa n'ebbe sgomento e si aflfrettò a 
mitigarla, ed essa scese ad accordo col trattato del 1829 
in Àdrianopoli. Fu per questo consecrato il principio che 
il passo dello Stretto dei Dardanelli e del Canale di Co- 
stantinopoli fosse ormai aperto a tutte le navi mercantili 
delie potenze in pace con la Sublime Porta. Era qn nuovo 
passo dato nel ricuperato camniioo. 

Accadeva poco dopo il rivolgimento delle giornate di 
luglio, instauravasi in Francia V inetto regno di Luigi Fi- 
lippo, il quale lasciavasi sfuggire la grande occasione di 
avviarsi all'Egitto abbandonandone il viceré che avea pure 
suscitato a guerra contro il Sultano. Ma quel regno cosi 
fiaccamente moriva come vissuto aveva, e dopo tre anni 
di effimera repubblica una desra gagliarda ed una mente 
sagace tornavano la Francia a' suoi grandi destini. L'im- 
peratore Napoleone III , come lo zio , abbracciava tosto 
con un solo pensiero il mar Mero, la Siria e l'Egitto. Si 
combattè per il primo la guerra di Crimea , nella quale 
convennero quell* istessì italiani che aveanvi già tenuto si 
largo dominio. Il trattato di Parigi ponendo tregua alle 



— 280 — 

armi stabili finalmenle la neutralizzazione del mar Nero 
e la libera navigazione del Danubio , in tal guisa Tuna e 
la più ampia delle antiche tre vie del commercio orien- 
tale venne riaperta. Rimanevano le altre due della Sìria 
e dell'Egitto, fu tentata una spedizione contro di quella 
ma ne falli T inlento per le subdole mene deiranglica ge- 
losia. Il vasto intelletto del Napoleonide rinfrescò allora 
l'audace disegno dei Faraoni e dei Tolomei, troncare l'istmo 
di Suez, congiungere alfine l'Arabico al Mediterraneo. A 
capo di una grande Società europea si mise con forte animo 
Ferdinando Lesseps, e la meravigliosa impresa, sdegnate 
le secolari obbiezioni di chi teme caduto l'esoso suo mo- 
nopolio, sta per raggiungere la più nobile meta. 

Russia e Francia pertanto congiunte alla gloriosa opera 
facendo succedere alla marittima le vie terrestri, ricon- 
ducendo il traffico del Levante nel Mediterraneo, ponendo 
freno all' invasione oceanica, ritorneranno per 1' Eusino, la 
Siria e l'Egitto, T Italia alla pristina maestà di potenza 
commerciale e marittima. 



LIBRO QUARTO 

VIAGGI E SCOPERTE DEGL' ITALIANI 



CAPITOLO I. 



Conquista .dei Tartari Mogolli ; F. Ascellino lombardo domenicano 
e Fr. Giovanni di Plano Carpino francescano ambasciatori ad 
essi ; viaggi dei Poli ; Marin Sanudo e Giovanni da Monte Cervino. 

CXXXVI. Le invasioni de* Tartari Mogolli che nello 
spazio di non più dì mezzo secolo si erano distesi dal- 
l' Oceano orientale all'Alemagna, e per la parte centrale 
dell' Asia accostati alla Palestina ed alla Siria , sparso 
avevano Io spavento in ogni popolo d' Europa che per quei 
nuovi barbari temettero di ricadere nello squallore e nella 
ignoranza. II pontefice Innocenzo IV convocato il concilio 
di Lione in Francia spóse i pericoli cui andava soggetta 
V Europa, e pensò ad inviare alcuni religiosi degli ordini 
di S. Domenico e di S. Francesco ai Tartari per ispar- 
gervi la luce del Vangelo e indurli a rivolgere le armi 
vittoriose contro i Turchi e i Saraceni. Fra Ascelino o 
Anselino lombardo dell'Ordine di S. Domenico fu il primo 
ad essere spedito colà a questo fine , insieme con altro 



— 282 — 
religioso per come Simone da S. Quintino che ne stese la 
relazione. I due frati sbarcati a S. Giovanni d'Acri» per 
TArmenia e per la Georgia recaronsi in Persia ad uo tar- 
taro condottiere d'eserciti che si chiamava Batonthnoi. 

Questa legazione non tornò di grande profitto, e più 
utile fu quella dei Frati Minori di San Francesco di cui 
capo era fra Giovanni di Plano Carpino, o Piano del Car- 
pine nel Perugino; il quale unitamente a Benedetto Pal- 
lacco per la via di Polonia e di Russia si rivolse alla corte 
di Ralu che risiedeva a Bolgari sulle rive del Volga. Per 
ordine di quel monarca dovè recarsi in Tarlarla alla re- 
sidenza del Gran Can.I due umili frati, obbedendo al co- 
mando, attraversarono la Comania, il paese dei Bascbiri, 
e per le deserte regioni poste fra il Giaik e il Sir Daria, 
per la gran Turchia e pel paese dei Naimanni giunsero 
al gran Kan o alla sede dell' imperatore dei Tai'tari. La 
relazione che di quel viaggio fece Benedetto Pallacco, l'uno 
di essi, contiene molte preziose notizie e si rammentano 
i Samojedi, che abitano oggidì la parte più boreale del- 
l'Asia, e vi si fa la prima menzione del Gatajo o della 
Cina settentrionale. 

Mentre nel 1249 S. Luigi di Francia trovavasi alla 
crociata in Nicosia di Cipro , venne a trovarlo un tal 
Davidde apportatore di lettere di un signore de' Tartari 
detto Eucaltay; per quelle era detto che il Gran Kan 
avea abbracciata la religione cristiana, e ìu breve venuti 
sarebbero i barbari ad assediare Baldacca residenza del 
Califfo de' Saracini. Gotal novella riempiendo di gioia il 
santo petto del Re, ordinò tosto una legazione con ricchi 
doni all' imperatore, e fu eletto ad eseguirla fra Andrea 
LongiumeU già stato compagno di fra Ascellino in Per- 
sia. Ma il nuovo legato trovò morto il Gran Kan > e 



— 283 — 
nìuno poco ebbe effello la spedizione; allora S. Luigi 
spedi nuovamente in Tarlarla fra Guglielmo di Rubroquis 
che molto sì avvantaggiò delle notizie fornitegli dal Lon« 
giumel. I due legati tennero vie diverse, perocché Tidtimo 
costeggiasse la sponda meridionale ed orientale del Caspio» 
senonchè la sua relazione non pervenne fino a noi. L'altro 
invece di coi ci rimane, da Soldaja in Crimea si recò da 
Batu Can sulle rive del Volga, donde fa invialo alla volta 
del Gran Kan, dal Volga passò il Giaik, lunghesso la riva 
settentrionale del Caspio, varcò i deserti della gran Bui-* 
garia e della grande Ungheria, nonché gli altri a tramon- 
tana del lago d'Arai, entrò nel Turkestan o gran Turchia, 
e volgendo il cammino verso il Kara Kilai pervenne alle 
rive del Lago Polkasi, ed indi a Kailak, città detta Golka 
oggidì sulle rive dell' Ili e pel paese degl' Iguri si condusse 
a Kara Korum residenza del Gran Can; di cui assistette 
air incoronamento; nel suo ritorno si attenne quasi allo 
stesso cammino, fino alla residenza di Batu Kan, donde 
passò a Sarai, e contimiaiMio la riva occidentale del Ca- 
spio giunse ad Erzerum e per l'Armenia e l'Asia minore 
si restituì nuovamente in Cipro. 

Ma di questi viaggi di gran lunga più memorabili 
sono quelli dei Poli, descritti, ed a noi tramandati da 
Marca Polo. Narrasi da questa che il Padre suo e lo zio 
recatisi in Costantinopoli per i loro traffici, e dimorativi 
un tempo risolsero di recarsi alla corte di Barka, o Be* 
rek Can dei Tartari che risiedeva in Bolgara, ed in As- 
sara, poiché secondo la costumanza tartarica, teneva due 
residenze, T invernale e l'estiva, Bolgari questa, Sarai siil- 
TActuba quella. 1 Poli condueendosi a Bolgari per terra 
siccohfie scrive Marco, dovettero traversare la penisola di 
Crimea e f istmo che la congiunge alla piccola Tarlarla 



— 284 — 

detta allora Gazzaria, e di li prender la volta del Don, 
e lungo il detto fiume ed il Volga recarsi a Bolgari. 
Quindi decisero di ripatriare, ma tennero via diversa, es- 
sendoché si fosse accesa la guerra tra i Tartari del Le- 
vante e la Persia e cosi per evitare- i luoghi più perico- 
losi vennero consigliati di procedere tanto innanzi alla 
volta dì Levante che circondassero il regno di Barca. 
Circuirono pertanto il Caspio per tramontana ed oriente, 
passarono alcune delle grandi fiumane che sboccano a 
tramontana di quel mare e Marco a loro relazione parlò 
del Volga e del Giaìk e potè dare una assai esatta con- 
tezza di quel celebre mare interno. Incamminatisi i Poli 
per questa parte cavalcarono pei deserti che sono fra il 
Caspio e l'Arai e passato il Ghion dopo diecisette gior- 
nale di viaggio giunsero a Boccara; da questa cammi- 
nando alla volta dì Greco e tramontana si portarono a 
Ghemenfu in Tartaria, residenza estiva di Cublai Gan; 
ma da Boccara due sono le vie per recarsi al Cataio o 
Cina settentrionale; l'una passa per Samarcanda , l'altra 
per Taschkend, i Poli seguitarono la prima. 

Venendo ai viaggi di Marco Polo in particolare, egli 
ci narra che partitosi da Venezia donde vennero a con- 
durlo seco il padre e lo zio per presentarlo al Gran Can» 
fecero vela insieme per Acri, di 11 passarono a Gerusa- 
lemme, per prendervi, come Cublai ne li aveva richiesti, 
dell'olio delle lampane, che ardono attorno al Santo Se- 
polcro. Dalla città santa tornati in Acri fecero vela per 
Laiazzo porto dell'Armenia Minore, ma richiamati in Acri 
per l'elezione del Pontefice che diede loro lettere per Ca- 
blai Can, e due missionari per accompagnarli in Tartaria, 
tornarono a Laiazzo e di là s'incamminarono alla volta 
del Gran Can. I due frati però spaventati dai pericoli e 



— 285 — 
dalla lunghezza del viaggio si tornarono indiélro ed essi 
processero innanzi a Chentenfu, residenza esliva del Gran 
Can. 

Marco Polo nella sua descrizione non tocca della Pa- 
lestina, della Scria, dell'Egitto, né di quella parte dell'Asia 
minore rimasta ai Greci, che i trafficanti latini, e ì crociati 
visitavano giornalmente. La dettatura del Milione dichiara 
quanto a questo divisamente si attenesse fedelmente. In- 
fatti egli ci descrisse dell'Asia, quanto ne abbracciano il 
mar Ghiacciato, POceano orientale, V Indiano e l'Etiopico, 
De del continente soltanto, ma ci lasciò la relazione delle 
ìsole più famose di quei mari. Indi trattò di tutte le sco- 
perte degli Arabi sulla costa orientale dell'Africa, regione 
che per le incerte cognizioni geografiche dei tempi sì 
comprendeva nell' India. Ora il racconto dei suoi viaggi 
fatti per tante contrade distribuì nelFordine seguente: 
Nel primo libro comprese quanto ei vide dell'Asia all'an- 
data e al ritorno colle provinole ch'erano sulla dritta e 
sulla sinistra della sua via fino al confine dell' Indie. Nel 
secondo libro trattò dei paesi che visitò all'occasione delle 
sue legazioni pei servizi del Gran Can, con altre regioni 
alla dritta e alla sinistra del cammino che fece all'andata 
e ritorno da Carazan e da Mien , o dal Pegu ; infine 
quanto vide del Cataio e del paese dei Mangi, cioè della 
Cina d'oggidì, o meridionale, sia all'occasione delle sue 
legazioni, o nel restituirsi in patria. Infatti dà termine al 
libro secondo colla descrizione del Porto di Zaituni e dì 
Ziven-tcheu ove s'imbarcò per la Persia. La parte geo- 
grafica del terzo libro, incomincia colla sua partenza da 
Siventcheu per Ormus ove sbarcò ; descrive i suoi viaggi 
nel mar delle Indie. L' India divide il Polo in maggiore, 
minore e mezzana, o in Penisola di qua e di là del Gange, 



— 286 — 
cioè maggiore la prima , da noi detta lodostan , minore 
la secooda. Per India mezzana intende TAbissima e il li- 
torale affricano, bagnato dall'oceano Etiopico. 

Se le relazioni dei Missionari religiosi aveano mostrato 
fin dove Tessersi estese le cognizioni geograOche nell'Asia 
orientale e settentrionale, quelle di Marin Sauudo ci fecero 
fede di quanto sapessesi dell'Asia centrale e meridionale, 
nonché della parte posta a mezzodì dell'Africa. Marin Sa- 
nudo fu contemporaneo e concittadino dei Poli, egli feco 
cinque viaggi nell'Oriente, visito l'Armenia, l'Egitto, le isole 
di Cipro e di Rodi, e poiché vide che i genovesi nei 1261 
avevano riposto l' impero greco in Costantinopoli , abbat- 
tendone quello dei Latini fondato dai suoi Veneziani, andò 
a tale di consigliare a quelli di conquistare l'Egitto oude 
potersi di tal guisa assicurare quest'altra via occupalo 
essendo il mar Nero dai Genovesi. 

Le cortesi accoglienze intanto usate dal Gran Can dei 
Tartari ai Poli, e il desiderio che avea loro espresso di 
volersi restringere in alleanza coi romani pontefici, spin- 
gevano questi ad iterare le missioni colà, laonde vennero 
parecchi operai evangelici spediti in Cina ; fra i quali deve 
singolarmente menzionarsi Fra Giovanni da Monte Corvino. 
Egli si condusse in Oriente nel 1272 e diede al Papa 
Niccolò IV ampio conto della sua legazione; perciò nel 
1291 si trasferi a Taurisio o Tauris di Persia e di là 
passò in India ove stette alcun tempo in S. Tomaso , o 
Meliapuri e per questa via penetrò nel Cataio. Di molte 
conversioni egli operò al cristianesimo, sebbene fosse dalla 
setta dei Nestoriani osteggiato, tantoché le relazioni tra 
la sede Romana e i. Tartari si fecero intime in modo 
che fu creato un arcivescovato in Cambalù, o Pekino e 
primo arcivescovo fa lo stesso Giovanni da Mofite Corvino. 



Il fra toiìimasò ^ totenUnt^akìtislto e>^ÌÌ p*Hr& ^ (jòscln 
tornato di TarVafh in lialh a'^oHeéiWfè^'CoIIèletftire del 
Monte Còrvirtb jVi*esso il PottléfiiBc •Clètti^rtfe e i^^Cardinali 
la ^J)efdiriofte ifr* quelle rfemole parli di sai^i- evangelici 
operarti , rieofrdòltdsi ncirindia vi p^ii H martirio e venne 
innahtolo alFònor degìi allari. Nola it Vadllingò all'Aimo di 
1324 ehe F. -Giordano aiiitaio da un ^adoleseeiUe genovese 
raòtogHeta i cadaveri di tre tnartiri, !ì portava nella 
citta di Supera o Ifteli^puti sulla còsta del Cofomandel 
per ' riporti uc^lT«i chiesa di S. Tommaso» il quale vi avea 
pfed'rcato le costrutto ^jDella chiesa medesima. Questo gio- 
vltietto genovese cadde inférmo per grirvlssìrrtì dolori di 
diSsiénteria, e F, Giordano pér'guàrlrfofiose neiracqua un 
dent^ del B. Tommaso da Tolentino/e ^tcne dfede a bere, 
e swbrlo bevuto per proSIglo risanft (1). 

(Jaé^o (atto, quahmque fede poisa incontrare, 'basta 
però a dlmosffaftì'che un gioViitett* gèWòVese fin dat 1321 
irovavtisi diràoratìtc sulla cosfa del Cdro^arttìel, te qual 
cosa ei'fa suspieai^e che noA sei^a pafenti vi fosàe, dal 
che agevole è 1* argomentarne che i Genovesi nei primi 
aimi del sècolo XIV non solo vièiWVatio le Indie, ma vi 
avéai^n Ityrse ilablliméntl e ^oggìóHioi 

CAPITOLO IL 



Viaggi del B. Oderico da Pordenone, di fra Artdrea di ^Perugia > 
Riooldo da Montecroce e F. Prànteesico Pipiiio. ^ 

CXXXVII- Da F. Giovanni da Monlecorvino di cui (ìuprar 
abbiamo trattato non possiam disgiungere al tri. quattro re- 
iigiosiy due delle stesso ordine e altri due dei Predicatori. 

(1) V.'Anrfali Ecdesiastici del Wiiibi*eò, v. VI, pag. 357 e 339. 



— 288 — 

Il primo e ii più famoso è il B. Oderico da Pordenoue ; 
loccando egli l'anno dell'età saa ventinovesimo) ottenota 
in Padova da' superiori delFordine l'opportuna facoltà e 
lienedizione, prese imbarco sulle venete navi che a oier- 
calare andavano nei mari d'Oriente, e passalo lo stretto 
di Costantinopoli andò ad approdare nella città di Trebi- 
sonda Tanno di 1317. Altra strada egli tenne dai primi 
frati Minori, i quali lo precedevano nell'asiatico pellegri- 
naggio ; camminò più a mezzogiorno. Da Trebisonda passò 
nell'Armenia maggiore, e fu nella città di Erzeroum^ donde 
venne a pie del monte, sovra il quale, era allora fama 
si fosse posata l'area di Noè dopo ri diluvio universale. 
Si avanzò col viaggio e giunse in Tauria o Taurisio, donde 
ripigliando il cammino di dieci diete venne nella città di 
Soldania posta del pari a Tauris nella parte meridionale 
dell' antica Media. Di costi passò nell' India superiore e 
camminando s' incontrò in Casan , dippoi in GM ed in 
Como, Indi arrivò nella terra di Ur bella e opulenta, e 
di là in Caldea , girando la quale giunse alla torre di 
Babele. 

Partito dalla Caldea rientrò nelT India mediterranea , 
paese devastato dai Tartari , e tanto s' inoltrò viaggiando, 
che arrivò al mare Oceano ; e la prima città in cui sMn- 
contro fu OrmtMf luogo ricco e mercantile. Ripreso il 
cammino per acqua, dopo poco piò di venti giorni sbarcò 
in Tana, ov'erano stati martirizzatici Beati Frali Minori, 
Tommaso da Tolentino e compagni, 1' anno di 1321. Pare 
che da Trebisonda alla Tana consumasse anni circa cinque. 
Quivi disolterrò i corpi loro per portarli da quel paese 
infedele in luogo di venerazione. Ripigliato il viaggio, ini* 
barcavasi verso Palombo ^ seco portando le reliquie dei 
Martiri, alla fine prese porto a Zaitone^ ove i Frati 



— 289 — 

Minori aTevano dae tooghi, in uno dei qdsfìi ripose eoo 
^vMerazionB le spo^e dei Martrriy seco penate a costo di 
più perìcoli. Riprglisrto il camtnirno, sbarcò nel Maabar^ 
in Oggi riconosciuto per la eoMa del Coromandel. Questo 
è il jraese che nella divisione fatta dai Santi Apòstoli del- 
l' universo a portare la tuce della verità » vuole la tra- 
dizione che toccasse all'Apostolo San Tommaso. Odorico 
trotò la chiesa dedicata al Sauto Evangelizzatomi piena 
d* ìdoli e quindici case contigue dì eretici nestoriani. Dal 
(kHromandeU ossia JUaàbar salpò afta terra di Lamoriy ove 
pel ^ran caldo gli uomini andavano nudi. In questa téri*a 
v'era il regno ^ì Sumatra, da. cui avanzò a quello di Ba'- 
tengo. Uscito da questo passò all' isola e regno di Giat^a,^ 
ove nascono la canfora , noce moscada ed altre droghe. 
II re di Giava aveva sette regi feudatari, ed libitava in 
mi magnifico palazzo, la ctii scala avea uno scaglione di 
at^gento, T altro d*oro, e lutto il coperto era d*oro mas- 
siccio. I>a Giava navigò, all' isola di Paten e quivi vide 
certi àlberi che tramandavano un sugo simile nel sapore 
al mele e al vino , '^d altri che producevano farina da 
fòr pane e lasagne. Osservò inoltre una specie di canne 
le quali crescendo ad un' altezza smisurata buone erano a 
far travi alle case e lavorafre le barche. Hipreso il cam- 
mino venne all' isola del Japa governata da un re effe- 
minaU) e di là all'altra di Nicùn^au popolata d^ ido- 
latri adoratori del bue, di etti per divozione portavano una. 
piccola figura su lafroute. Itìdi fece passaggio airiiiola 
di^'&m, regno ricehissimo, e di qui all'isola Daniin^ 
oVe trovò gli uoitiini dhè miingiavanola carne uttiaina. t)a 
questa csittiva i^ola, da 'cui il lucrato non ticavò» alcun 
fhitto iialte ^eisthizidtfi, dòpo li viaggio di pareoétile 
giohiate, entrò nel Begnb del Màttgi, Ini oggi irievMiscittttti 

Canale, Storia da Commercio, eco, l^* 



— 290 — 

por la Cina meridiooate. La (irima città a coi si abbatté 
da Ini chiamasi Censcula^ donde torso a Zaitomey paese 
seminato d' idoli e di monasteri di Bonzi. Di là aodò a 
Fuzo^ e vide pescare il pesce cogli uccelli legati a una per- 
tica, e coQiinui)Qdo a viaggiare arrivò a Carnai^ in oggi ri- 
conosciuta sotto il nome di Nanchina governata nello spi- 
rituale cattolico dal suo vescovo, grande per cento mi- 
glia di giro 9 e fabbricata nelle lagune come Venezia , 
e di cui contavasi facesse trentadue milioni d' anime. Da 
Cansai si portò a ChiUnfo^ che fu la prima sede del Be 
del Mangi , città popolata, e di giro circa quaranta miglia 
con mi bel arsenale. Valicando il Guoie Dotolay vide la 
città degli uomini piccoli detta Taccara, e venne a Jam- 
z(d e qui trovò un luogo di frati Minori. Dieci miglia di- 
scosto da Jamzai trovò Menzù con un belfìssimo arsenale; 
e viaggiando sul fiume Caramoram approdò a Benzin^ e 
di qui a Suzumaro. Finalmente passando per molte città 
e terre arrivò alla nobii città di CambcUec^ dalla quale 
era discosta mezzo miglio la città di Taide. Cambalec 
era città imperiale ove il Gran Cam stabilita aveva ia 
residenza con un sontuoso palazzo, presso cui, ed entro 
la sua Corte, avevano luogo i Frati Minori. Tre anni di- 
moro il nostro Beato in Cambalec riguardato con clemenza 
e venerazione dall' Imperatore. 

Era il Gran Cam portatissimo alla cristiana religione 
e nel suo vastissimo impero bramavano Tamplificazione. 
E mentre un di onorava il Beato di sue confidenze, lo 
constgliò a ritornare in occidente, e procurare la ^di* 
zione di altri frati minori, i quali forniti del pari di zelo 
e di dottrina fropagassero nel suo imperio la semente del 
Vangelo, ed ampliassero il regno À Gesù Cristo tra 
quei popoli d'animo facile a ricevere ia luce della verità. 



— 291 — . 

Persuaso il Beato a ripigliare il cammino per amor della 
fede e per Tacqai^o copioso dì mioTì soldati alle baa- 
diere cattoiìche, parti dai Coiaio e pmr la %ia jià 
breve a legante della Tarlaria s*iiiolti*ò Delle proirificie 
de! prete Jaimi e nel vasto regao di fangn ovvero Ti- 
ha. Quivi rOrdine sue avea molte case di mìssioin, ed i 
saoi religiosi si occupavano eoa Crntlo oeirapostcltca im- 
«istero« 

Da questi coofini della Tartaria, o\*eg1ì lenmna la 
«Loria del suo viario* è verosimile che attrava'sasse la 
Persia e la Turcomaaia, e giunto ai lidi del Hediterra- 
«eo s* imbarcasse per le spiagge d'Italia; sì dice da «a 
aatore suo coiUemporaaeo cbe dall'Asia veoue io Friuli 
f auuo di 1330 e dì qui ripigliò il viagf^io di Avignose^ 
•ove risiedevano e il sommo Pontefice Giovanni XXII ed 
i superiori maggiori deirordine Francescano « caa idea di 
firesentar loro le commissioni del Gran Cam dd Tartari» 
e di sollecitare ana copiosa spedizione di operarì evaiH 
gelici nei vasti campi delle provincie aaaticfae. L'annali- 
sta dei frati minori (1) vuole che dall'Asia varcato il msstt 
venisse a Pisa }ier proseguire a dirittora il viaggio d'Avi- 
gnone con raddoppiata intenzione e di trattare il negoda 
iasporlanle delle missioni asiatiche ed impiegarsi a sd- 
lieve e oofiibrto delPordine suo ridotto in calafliìli e eo- 
stemazioue dallo scisma di Fra Pietro da Corvara, dalla 
fi^ dì Fra Michele dia Cesena suo federale e daHo ade* 
^ne di Giovamii XXU per la controversia della povertà 
di CrisU», cbe perciò aveva luì sospesi malti prìvilc^gL 
L'infennità che aaprawease all'Oierìco in Pisa» à irat- 
iemedaloMilÌBMmflaBa viaabd'Av%aQK;Uldièsi fe' 

(0 WABMifcsd, anno 1334. 



— Mi — 

trasportare alla sua natia pnovincia dj^Ua Marca Trevig^^a 
sopranoiiìinala di S. Aotonio, e fece la prim^ posata nel 
eonvento di Padova^ luogo di residaoza di Fra Gaidoito 
superiore di quella Provincia. Questi eoo tutti i sQgni lo- 
accolse dì beneTolenza e di stima » che a sé ohiamavaoa 
ì meriti luminosi deiraCaticato viaggiatore e gl'impoafe di 
Uamaodare alla memoria d^i posteri io iscritto la storia 
dei suoi viaggi e delle rarità osservale in quei lontani 
ppesi. La debolezza lo impedì daUo scrivere, né potendo^ 
sottrarsi dal compndauiento del superiore , nello stesso 
convento di Padova dettò a Fra Guglielmo da Solagoa il 
lungo suo itinerario dell'Asia nel mese di maggio del 1330. 
Dopo di che venne a) suo convento natio di Udine, dove 
aggravandosi della prima infermità mori addi 14 gennaio 
del 13^1 dell'età sua 56.o 

Il viaggio da me brevemente descritto del B. Oderica 
è quello che si legge m diversi eodici e fu stanipato e 
tradotto in volgare nella collezione dei viaggi e delle na* 
vi^zioni di Giobatta Ramusìo, ma tratto da più scorretti 
sicché si trova diviso» in due relazioni che in sostanza 
non sono che una sola^ Le cose strane ed impossibili che vi 
sì narranoi è, opinione del Tiraboschi che altri ve le po- 
nesse per alterarne e guastarne la genuina lezione (1). 

CXXXVIILDopo l'Oderico da Pordenone pongo F. Ao- 
dr|sa da Perug;ia dello. stesso. ordine dei BjIinoi*i, che anche 
egli si condusse n^lle parti orientali dell'India e della China 

(4).Io popsié^lò quel viaggio scritto in latiao che fa seguito ad 
un Portolano dell'Arcipelago^ il quale se non erro dal carattere go- 
tico mi pare opera della maà- del secolo XV. Mi fu qnesio grazio- 
samente regàlMo^deU^efregia- signore Cado Baoabkio diUgeàie rac- 
coglitore e possessore di libri e Mss. di cose genovesi cui ha posto 
singolarissimo amore. 



— 293 — 
e yi si travagliò a propagarvi il lume della fede cristiana. 
Il Waddìngo ne riporta una lettera che di là scrisse in Ia- 
lino al R. P. F. Guardiano del suo cqnirento di Perugia nella 
quale gli dà contezza di molte cose che sono d'assai mo- 
mento al nostro soggetto» per ia qualcosa io ho stimato 
di qualche utilità di qui riferirla nel volgar nostro tra- 
dotta. 

« F. Andrea di Perugia deirordine dei frati minoriti, 
« per divina permissione chiamato vescovo, al R. P. F. 
« Guardiano del convento di Perugia, salute e pace sem- 
c piterna net sigtiore. 

* Conciòssiaché per i* immensa distanza di terra e di 
« mare chó passa fra ime e voi, appena io possa sperare 
« chele m're lettere pervengano alle mani vostre, ecc. 

« Avete conosciuto che io insieme con F. Peregrifto 
« coepiscopo di buòna memoria compagno délìa Mia pb- 
« regrind^iOAé, dopò mòlle fatiche, hngtiori ed inedia, e 
« vari torménti e pericoli in terra ed ih mare, per òhi 
A fummo d'ogni cosa spogUiliti , eziandio delle t\int)àhe e 
* éégli abiti, ii^lìn^ Dio aiutàddoci, slamo pervéhuti alla, 
« <sittà di Catnbàlù o Mino, bhè è h Sédt^ déif ffiS^efo 
« del Gran Cam, nell'aiinò della domitiicaiìg ìhcàl*ttà^ode 
« ISOS, bòmMor K^redo, dote ébVotàò il teiàildatd della tede 
« apostoliìia a nói conferto, consecrato l'arcivescoVd, hi 
^ siamo ferhidti ivi per cinque anni, nello spazio del i^ìì%l 
'é tempo ci procurammo dalla magnificenza dell' Imperi- 
^ toi*é fótaja per il vitto e vestito di otto persóna: % 
^ V alafa V Mdennità di spese che 1' Im|)ératofé a^dtfrdh 
4r ai tiiim dé\ Magnati, a|ll Oratori, gderHèH, ^toèfiKi 
«t di divefse arti, gtocofieH, pòveri e a HìfW (ier^Hé 8i 
tf cotaii cotldjzicfnf ; le (juali spese eÒcèd6n\Ì l'^ntt^^fe è (b 
i uscitedelfàmsfggior parte dei re latini. Dc^lé éiicé^izé. 



— 294 — 

magoitìceoza e gloria di questo imperatore, della vastità 
d/eir impero, molUladine di popoli, copia e numero delle 
città, grandezza di quelle ed ordini dell* impero io cui 
niuDO contro dell'altro osa di alzare la spada, passerò 
sotto silenzio, perocché lungo fora lo scriverne, e incre- 
dibili cose sarebbero a chi le udisse, comecché io stesso 
che qui sono presente, tali ne odo che appena possa 
crederle • . . . , 

« É una certa città grande presso il mare Oceano 
che in lingua persiana si chiama Cayton in cui una 
ricca signora Armena edificò una chiesa preclara e 
grande che per volere di lei venne eretta dairaroive* 
scovo in cattedrale, con dotazione com}}etente e la donò 
invita a F. Gherardo vescovo e fratelli che con esso 
erano e la lasciò in morte e il primo assunse la cattedra. 
Morto quel vescovo ed ivi sepolto volle l'arcivescovo 
che io gli succedessi in quella, ma me non consentendo 
ebbe a conferirla a F. Pellegrino vescovo suindicato, 
che avuta buona occasione vi si condusse e dopo che 
per alcuni pochi anni l'ebbe retta , vi mori la vigilia 
dell'ottava degli apostoli Pietro e Paolo, l'anno del Si- 
gnore 1322. Prima della morte di lui, per quasi quat- 
tro anni, io che non era in Gambalù , fatto lieto per 
alcune cagioni, procurai che la detta ala/a o elemosina 
imperiale mi venisse somministrata nella predetta città 
di Caytone che da Gambalù dista quasi tre settimane 
di cammino; come dissi, sollicitamente . procurai e con 
otto cavalieri dall'imperatore concessimi , con grande 
onore alla stessa città mi trasferii e vi pervenni an- 
cora vivente F. Pellegrino , ed in un cotal bosco un 
quarto di miglio distante da quella, feci edificare una 
preclara e decorosa chiesa con, tutte le sue officine 



— 295 — 
bastanti per ventitré confratelli, con quattro camere , 
ciascona delle qaali potea essere suffléiènie per qualuu- 
quesiasi prelato; nel qaal iQogo ho io fissato il mìo 
coiatlnud soggiorno e vivo della prefata elemòsina regia, 
la quale a giudizio dei mercanti genovesi che né hanno 
fatta la stima può ascendere annualmente al valore di 
cento eifca fiorini d'oro e la maggior parte di questa 
elemosina ho erogato nella edificazione di quel luogo 
cui nei romitori di tutta la nostra provincia non so essere 
un simile in bellezza ed amenità. Infine non molto tempo 
dopo la morte di F. Pellegrino ricevetti il decreto del- 
Tarcivescovo del mio collocamento nella memorata 
chiesa cattedrale cui soccorrendomi una buona ragione 
prestai il mio assenso ed ora in tal luogo , o chiesa , 
ed ora nel romitorio faccio la mia dimora secondoohè 
più mi torna , e sono sano di corpo e potrò in questa 
messe per alcuni anni ancora affaticarmi » quantunque 
per difetto di vecchiaia mi trovi già sovrapreso dalla 
canizie. Certo in questo vasto imperio sono genti d*ogni 
nazione che sia sotto il cielo ed ogni setta e a tutti 
singoli si concede di vivere secondo la propria. É però 
opinione presso di loro, od errore piuttosto, che ciascuno 
possa nella sua setta salvarsi; e noi possiamo predicare 
liberamente e sicuramente; ma ninno dei Giudei e Sa- 
raceni si converte, moltissimi degli Idolatri ricevono il* 
battesimo, ma molti dei battezzati non camminano nel 
sentiero delia cristianità. Quattro nostri fratelli vennero 
martirizzati in India dai Saraceni, l'uno dei quali due 
volte iti UD gran fuoco gettato , altrettante ne rimase 
illeso, non però a cosi stupendo miracolo alcuno di essi 
rimise di sua perfidia. 
« Queste, cose tutte sopra dette brevemente fu mia 



« cura, di oomonuiicare a Vostra Paterniià a^Himiiìè per 

< Voi vengano a cogoizioiie dogli al^ri. A* miei eonfra- 
« teUì sfùrituali ed amici precipui noo iserivo', giacché 
« non so quali, manchino e. quali si trovino preaenii, la- 
« onde prego mi aUuano per isoasato. Tatti salalo e a 
« tutti intimamente quanto posso mi nacaomaodo^ e Voi 
« Padre Guardiano, raccomandatemi al llini^tm e ovatode 
<i Perugino , e a tutti gli altri fratelli. Tutti i vescovi 
« suffraganei eletti pel Papa Clemente^ dellik sede Cam- 
e balioease passarono^ di questa aU*altra vita» io solo so- 
« pravtssi. F. Niccola di Bauteva, F. Àmirusio di Assisi 

< ed. un altro vescovo venner^o uccisi snll'enlrare dell' Io- 
«. dia ìnleriope, in una cotal terra crudelissima^ dove molti 
ce, altri giacquero uccisi e sepolti. La vostra patePHità. ora 
e. e s^mpi:e. abbia conforto nel Sigoore. 

«. Data di Caytou nel mese di' genajo del 1326 ». 

CX}OaiX, I dna viaggiatori deUWdtne dei Predkalora 
cbe facciam tener dietro ai. Minoriti.,, sono* AicoaUo. da 
Monteeroee e F. Francesco Pipina 

11 prioan fiacemtino di patria, delfQon^anto*di. Si. Maria 
Novella, fu uomo chiaro, per dottrina e pietàv aocesiasìme 
dì amore di} propag9re lat crisiiana fede ,. (km sulla fine 
diel XUI 6 nei principii del XIV secob^ Per comando del 
sommo pontefice si cQndus8ajn:Asia^ ipaacorse^ vastissime 
terre d' infedeli dimoi^anli in quelle regioni orientali^ molto 
si tratvagliò nella predioasùone, molle persefiuziooi incon- 
trò dai Maomettani^, ma. cpiaato egU fa^cesse Boo^puàime- 
^ifli ritraisi cba. Mk, sIq^b soe opere. Uà più importante 
di queste e quella che si affa ai ao9tro> ar)goranalo è uà 
bmnfurw, dbicF. Eicooido ooiAposio in laUno,». ma tradotto 



in Ìiranc09E$ uel^'antot di gm^itfi iS6k per 6:^ Giovani fte 
LoBg) (t'Ypi^i monaeoi du Si Bftlìno iiii SaaiiAcKi«ir. 

OfiM^mteck^ dioe it, priocipto dt^ ^pnilo), J' Kineram 
daUsh p(8iiii^miMi8»oiiA 6: dtlt wdjifgio qIm^ fooe iiiii sanTìa raK- 
giosa deirordioft dei; Pfiedieationi, F>. ftieoeUè éi nome^ il 
<}liftte peir eeinaiido> del Rapii » reeòi «Alpemare a predi* 
•4i«re* Iftr folle agi* 'uskètìi ,. e sono m esso per ondine' de^rtlii 
il Q€|^i#. i paesi-, k provìfieteY, i eosuimi deilb gemi , le 
4eg8^« '^ ^^^ f ^' opkHooi» llefesié e Vittoéhè di meta- 
Tiglioso egli vide e provò nelle comtfade ofìeniali* Questo 
libtìO: ha sGfitio^ ktiioamenlei dBoeiìè doloro ohetalvèÉsero 
arato: iiitaniniadi. titasfmrsi coiài allarprapagftzioae ed esai- 
tasione (tetta &de^ rimanessero in^ breve informali di eie 
che abbisognavano ed in quai paesi ed in cpial/ modo for 
frutto. Questo libro disteso in latina favella venne trasia- 
tato nella francese» come, si disse, nel 13S1 per Giovanni 
Le Long d'Ypres monaco del vescovo di Teroanne. 

F. Riecoldo narra che si pose in mare ed approdò prì- 
mierameute a Sv Giovanni d'acri, desorive quindi* la Ga- 
lilea, Nazareth, 1» Giudea, BeUemme, Gerusalemme, il 
Santo Sepolcro, Tripoli, la Turchia,' la Turcomania, la 
Ifàrtaria e« Baidaeca.O'Bagdad, e oofmecbiamaiiBoIkkt allora 
Babilonia e Niuive; Imita dei Giaoabitìv MB9omtt,> Nesti9» 
•ciasi e Saraeeili. Teraiiaa 1* liìncrartov dieaado.conleDerai 
iii> quek Ubm eompendiesameate ì regni, le genfi» te ppo^ 
vtiieie, le le^^i^ tei sette, Téresie, r mostri e le cose mh- 
«abili s vedute dai Frate nelle parti d* Oriente. 

F. Frsneeseo^ Pipino era) bellunese' o d<lte> stesso^ or-* 
•dioedi< Si.Etomeaicnf fiarita;im fuimi amildei seceta^de^ 
•oimoquarto; E^i pregato> dagli' amici eeomandato'dai M^ 
pmm tvaalarò daU volgare in^ latitie V viaggi di Marco 
Pàtei Le mitaifiaé^rìoatall^sendè alterar tutie aflMWD agli 



Ordin dei Blinofili e Predicatopi , si senti il bisogno di 
recare in un idioma a tititi famigliare» com'era allora il 
Ialino fra i religiosi e gli slodiosi, l'opera dei viaggiatore 
Teoeziano che porgeva cosi preziose ed eslese notizie del- 
l'Asia e deirAfrica» e ciò aflSnchè ne fossero provvedali 
qoelH che doveano per ragione di ministero trasportarvisi. 
Pende quistione fra i dotti se F. Pipino tradiicesse dal 
volgare italiano o dal provenzale, poiché non si sa ancora 
se i viaggi delPolo fossero primamente dettati o scritti 
più nell'uno che nell'altro modo. 

Del resto, F. Pipino stette e pellegrinò in Palestina, 
è molto si afEfltticò ad onore e all' ampliazione della cri- 
stiana fede ; compose un trattato dei luoghi di Terrasanta 
da esso visitati. 

CAPITOLO III. 



Luca Tarigo , Balduccl Pegololti , Francesco Petrarca , 
Giovanai Colonna di San Vito. 



GXL. I viaggi dei Poli e i successivi intrapresi dai reli- 
giosi missionari, recarono le più importanti e curiose rela- 
zioni delle contrade orientali in Europa. Queste divennero 
vieppiù aèèessibili e frequentate dai popoli deirOceideote 
a misura che gì* imperatori Mogolli mansuefacevansi colie 
conquiste; l'essere al6oe pervenuti ad occupare stabiinneiite 
la Cina settentrionale, o l' impero del Catajo siccome di- 
cevanb allora , li spogliò d ogni rozzezza, i vinti cinesi ne 
mitigarono 1* animo, informaroillo a civiltà; e tanto pia 
crebbero in coleste disposizioni quando por vennero signori 
dell' imp^io dei Song o delia Cina meridionale; dilatate 



— 399 — 

cosi la Ipro conquiste nel TiM» nel Pegu; si apersero 
allora ricchissimi traffici coir ìsrie del mare iodiano e col- 
riodia. Perdy l'oro, i preziosi metalli di< Gipangu» l'im* 
meosa opiilepza, la dovizia del Catajo e del paese dei Mangi, 
il primo la Cina boreale , il secondo la meridionale ; le 
spezjerie dell* isole Orientali; le perle» i diamanti, le gem- 
me, le seterie, le cotonine, il pepe, lo ;EUcchero, la can- 
nella di Geyland e delle Indie, erano un potente eccita* 
mento per gì' Italiani d' aprire diiretti traffici con quelle 
regioni e per tal via d'arricchirsi. I reduci di quelle parti 
narravano quando avevano veduto e quanto udito, recavano 
cose nuove. e meravigliose, le liete accoglienze vieppiù 
crescenti dei Mogolli che miravano ad incremento di ci- 
, viltà, a trovare una forza in Occidente per opporla contri 
a' maomettani , le lusinghe date di convertirsi al cristia- 
nesimo, la tolleranza d'ogni religione^ la protezione accor- 
data alla cattolica, commovevano le fantasie, spingevano 
coloro che di avventure e di ricchezze erano vaghi a 
portarsi colà. Genovesi, Pisani, Veneziani specialmente, uo* 
mini ardimentosi ed industri , gittavansi a quelle remote 
peregrinazioni. I primi frequentavano il Caspio, erano sta- 
biliti sulla costa del Coromandel , banchieri a Gayton o 
Zailum celebre, porto della Gina, trovayansi a Cambalù o 
.Pekino coi Pisani , molti Veneziani erano stati a Quinsài 
ai tempi del B, Oderico. I Poli aveano dunque lasciata 
dietro di sé una luminosa traccia, e gì' Italiani tutti sopra 
di quella correvano. E trattando di viaggi audaci da essi 
intrapre3Ì non possiam pretermettere quello di un Luca 
Tarigo genovese. « Era l'anno di 137A, quando esso armò 
« una fusla sottile a Gaffa, e, attraversata la palude Meo** 
« tida, entrò nel Tanai spingendosi contro corrente fino 
« a quel punto ove il terreno che separa quel fiume dal 



— 390 ^ 
^ Volga EdiI ÀoD è più lal*godi ctoqoanla in sessanta 
« miglia. Qoiirii aiutalo da* sa^i retnaiori come lui arditi^ 
« tira a terra la fasta, e caricatala sopra le spalle a 
« guisa d'un càssooe/dopò alquante posate la rimette in 
« aóqua all'opposta ripa del Volga. La corrente colà l'as* 
« secónda e perlaio impetliosaiiiente nel Caspio, ove or 
e da una punta ^ or da an* altra, ora entrando di cheto 
« nei porti, ora sboccandone Aiori preda i legni che vuole 
è e toltone il meglio rimonta di foi^za il rapido fiume. Già 
« era al lido, già s' indirizzava con fiducia al Taaaì, quando 
e una tribù di Calmucchi Usata a pasturare in quel sito, 
< veggendo il carico grande e h poca gente, si scagliò 
« contro i portatori e rendè lor la pariglia di quello che 
« avevano fatto dianzi nel Caspie^. Con tuttociò riusci loro 
e di occultare le meglio gioie, ùoiié qaBÌ\ si ricondussero 
e salvi non solo alla Ta«a, m' a ClafKi ancora, ove h me- 
HI raviglia fu tate chd se Ao teniie memoria nel pubblico 
M archivio » (1). 

CXLI. Ma grande e nolMle testimenìo dei porteotosi vmggi 
ilegl' Italiani di questi tempi, è il trattato della mercatura 
del fiorentino Francesco Balducci Pegolotti; di qUelfo trarsse 
<eo|Ha dia nn codiioe tlìccardiano^ il Pagnim, che pubblicò. 
Fra le altre cose, il Baldueo?, diseerre dell' itmeràrio delta 
Tana ài Caitajo, delle moflfote, dèlte vetture e delle prov- 
visioni occórrenti per tale viaggio, aperto e sicuro come 
esso diee per tutti i Franchi e che compievasi in meno 
d'un ^nnoy nel modo seguente. DaUa Tana o AzolT fino a 
Gitfacatf, ch'è i'avtiea città d'Aatracan, distrutta dà Ta- 
«Mtfono nel 139^, vi erano vattitmqtre ^iofrnate di carro 

(1) V. Seeea, Stòria dell'antica Liguria e di Genova, Voi. IV, 
ftìg. TO, Ed«, dì €i3fpefego. 



tratto da buoi; dieci o dodici 4t carro Irattio da oavaHr 
di ii a Sara o Sarai capitale dei Tartari, del Kapthao , 
città parimente distrutta da Tamertanèk Da Sara o Sa*- 
racanco , città secondo il' Forster situata sulle rive del 
Jaìk Ural, otto giomiate per acqua. Di lì a Urgenti # 
Urguenz venti giornate di, carro^ trotto da camme li. Questa 
città della Gauresmia è sol Ghioo o fiume' Osso degli ao- 
lichi. Di lì ad Oltrar trentotto o quaranta giornate. Questa 
città è detta Otrar od anche Tarebsnì Sirr segnata, nel 
Mappamondo di fra Mauro. Da Ottrare ad Armalecco qui»* 
rantacinque giornate di somaro. Questa città è creduta 
dal Forster Almalig nel Turchestan , e si rammenta nelle 
tavole di Nessir Etiuseo e d'Uiog*beg (1). Congetturasi che 
fosse fra Tasckend e rirtiseb, e sulle rive del fiume Ab* 
Eile confluente del Sirr Daria. Numera il Balducci settanta 
giornate d'asino da Armalecco a Gamexu, che secondo il 
Forster, è Kami (che dà nome al' deserto) coiraddiztone 
della sìllaba xu^ o ziu^ secondo la pronunzia italiana^che 
significa città in cinese. Di lì a Cara-Muren cinquanta 
giornate di cavallo. 11 nonio di Cara-Muren, che è il tar- 
taro del fiume detto dai Cinesi Hoang-bo» mancava nelle 
stampe del Paguini, ma vi venne supplito dal Forster per 
mezzo di un codice che apparteneva allo Sprengel. Dal 
Gara-moren poteva, il trafficante condursi a. Cassai per veo^ 
dervi le monete d'argento e cambiarle in moneta di carta 
detfa Balis€i che W B. Oderico dice Bali$i le quali vale- 
vano, ciinqn^' carte haudbagjne e ogìnma di queste un flo- 
rino e mezzo d* Italia. Dice il Balducci essere il M^Uiset 
la mopeta.dei sigru)ra d^l Cataio, bollata al spo n)archio. 
Cassaij, secondo il Forster^ è Kjsser sutt'UpaQgrbo pfAìu 

(1) Geogr. Mia. t. Ili, pt lAli. . r .. ^ 



— m — 

riva posla Mll'estrema parte seUedtrionale del suo corso; 
ma forse meglio la cHtà delta dal Poto Quiusai, e Cassai 
da F. Magro e dal B. Oderico che corrisponderebbe ad 
Haug«leheu. Secondo lo stesso Baldueci da Cassai a Ca- 
maleocoy che è la maestra città del paese di Cattajo si 
andava in trenta giornate» Camalecco è la città detta dai 
Tartari Cambalu, dagli Arabi Cham Balech» o il moderno 
Pekioo. 

Questo trattato eolla descrizione dèi più remoti paesi 
che stendonsi sino alla China settentrionale, scritto sulla 
prima metà del secolo XIV, apertamente ci dimostra con 
quanto sollecito ed indostre modo gì' Italiani avessero am- 
pliati i loro traffici in quelle regioni, e come per conse- 
guenza vi fossero addimesticati per mezzo dei viaggi e 
delle più ìntime navigazioni. Non tralascerò di notare come 
l'opera del Pegolotti* non nomini nel paese a levante del 
Tanai se non genovesi (1). 

CXLIi. Sebbene per viaggiatori propriamente intendersi 
debbano soltanto coloro che viaggiano per paesi non bene 
«conosciuti , tuttavia non posso far senza di porre in cotale 
nuniero il famoso Francesco Petrarca , poiché com* egli 
descrive i paesi che vide, cosi ci fa noto la bontà del 
suo metodo, la giustizia delle sue osservazioni, e quanto 
un vÌ8ggiatore erudito si distingua da chi non ha orna- 
mento di lettere. 

Pregevole perlavlo è la sua descrizione del viaggio, 
ch'egli intraprese nel 1333 per la Francia e TÀIemagna. 
« Io ho^coi*se (scrive egli) le GalKe, non già per alcun 
< affare ^ ma solo per avidità di vedere e per un certo 
« àrder giovanile e mi sono inoltrato fino alle sponde del 

(4) Pratica della Mercatura, T. Iti delta Decima. 



-^ aoa -. 
« Reno e neirAfóniagna osservando alteaCameoie i cosiumi 
« degli iiomioi , godendo alla vista dì scoooseiuii paesi , 
« e ogoi Qosa pai*dgon^ido coi nostri , e benché molte 
€ cose magnìfiQbe mi venis^er v^edute , mai non ebbi a 
« dolermi di esser nato italiano » anzi a dir vero , come 
< più vifiggio, cosi più, sento di ammirare questa terra^ 
* d'Italia (l). 

Si fa quindi a descrivere le cose più memorabili che 
vedute aveva in Parigi» in Gant, in Liegi, in Aqutsgrana, 
in Colonia » in Lione, i costumi che vi aveva osservali , 
quali si trovavano li studi, le tradizioni che correvano Ira 
il volgo ed altre somiglianti cose che mai non isfuggono 
a ir attenzione, dall'uomo dotto, sia per il piacere che gli 
destano sia per le pognizioni che gli risvegliano. In altro 
luogo della sue lettere egli racconta com'egli si recasse 
sulle cime del monte Ventoso nel contado Venassino, e 
quello che vi rinvenne più degno d'osservazione. Il rag- 
guaglio del suo viaggio di Napoli è bellissimo, e prege- 
voli sono le riflessioni da lui fatte in queiroccasione sulle 
città e sulle ville di quelle Provincie menzionale dagli an-* 
tichi scrittori. Egli ci fa ancora, non senza una qualche 
oscurità, sapere di avere costeggiati i lidi di Spagna, na- 
vigato r Oceano ed essere giunto in Inghilterra ; aveva 
fatto disegno di viaggiare similmente ai luoghi santi di 
Palestina, ma i rischi del mare che già aveva sofferti ne 
lo distolsero. Scrisse invece un prezioso libretto per un 
suo amico che recavasi a quel viaggio intitolato: /<tne- 
rarium Syriacum; dove cominciando da Genova, lutti gli 
descrive ampiamente i luoghi che doveva percorrere , e 



(I) Lettere famlgliarì;^ lib. V e p. 3^ 4 e (>. 



«Mi ttMio ^eM ick^^ra^pift^mile per H "^ori»^ ta giiogra- 
6a di quei ie«i|Mi 

Dal Petrarca iHMviamO aneéf^ nòliria W m aHro 
^aggbtore sm eaiHena^ai^ per ^me 'Oi^'ii^iMiri'CoIdnna 
soprADoaniiaalo di S. Vlio^ «ra que^i app/arieBeùte alla 
eifi^abre hmigWik HiAomtsi di ilMia , é voteado^soUt-aÉ^st ai 
pericoli che lo RiiDaccìàvaoo ne! ponlificatodi Bòtkìhcìo Vili, 
si dieide ad intrapfenéere roiittmì viaggi. Rrti^Mia io' ia pa- 
tria, U Petrarca per coiisotàrk) della podagi'a ónd'^éra com- 
preso, gli scrisse aoa toug^ Imiterà, che è la terza del 
libro 6.° delle soe famigliari. 

« Se tu ripensi , ^1i di(^, o padre mio, come in fio 
dei primi anni altro non facesti che andar in volta, né 
mai ti venne fatto di star fermo in an Inogo, confes- 
sare IQ dovrai che quanto il morso ad indomito cavedio 
tanto a te necessaria la psdagra , ^ forse necessaria 
sarebbe a me pare , perchè imparassi a star fermo una 
volta e in casa mia; ma per te ikmi v*è dubbio: essa 
è necessaria più che ad altri mai. Se tu Pavessi potuto 
aaresti andato oJtre i confini abitibili della nostt*a zona, 
traversato avi*esti l'Oceano, ti saresti cacciiato fino agli 
antipodi : né il senno che pui^e neHe altre cose dimostri 
ti sarebbe punto giovato ad arrestarci nel ^orso. In- 
somma: ci sì voleva solo ta podagra che ti stringesse 
il freno e ti conoaudasse dì non ti muovere. Che vuoi 
tu /are? Voglia ti non voglia, e' ti conviene obbedire,^ 
Bon grtdai^e aU* n^ìnstizia : liofila ad alcuno [iiù'a pro- 
posito avveane e in migliar punto: Rdggè il pilota calte 
fum e coll'àacora là barca scorrevole ed ondeggiante: 
ed a te pure gettata fu l'ancora vicino alla terra onde 
la prima volta sciogliesti il corso. Ti volle fortuna nella 
giovinezza vagabondo ^ errante: già vecchio pareva 



— 306 — 
che non vdessi Tar tregua: ebbene la podagra ti eo- 
slrinse al riposo. Airìniomilo ed ardente poliedro prov- 
vidamente il custode nifelte le pastoie e lo confina in 
un luogo aecoDcio al pascolo ed al riposo. Dà lode alla 
provvidenza del tuo pastore. Non nella Persia, nella 
Arabia, o neir Egitto,, ove quasi andassi a diporto per 
ie ^uburbane tue ville, tu t'aggiravi, ma ricondotto in. 
patria sano e salvo in tutte le membra dopo viaggi ìn- 
numerabili, e quel che io credo interminabili, in luo- 
ghi ameni e ubertosissimi ti prescrìsse fissa dimora (1). 

CAPITOLO IV, 



Viaggi e tentativi di scoperte intorno all'Africa dei fratelli Vivaldi, 
Lancellotto Malocello, Niecoloso di Recco, Antonio^ Bartolomeo 
e Raffaele Noli genovesi. 

Mentre che i veneziani Poli e i religiosi missionarii 
di S. Domenico e di S. Francesco ricercavano le parti 
più interne dell'Asia e le coste orientali dell'Africa, i ge- 
novesi ad un altro lato animosamente indirizzavansi. Di- 
$egnp profondo e da lungo tempo meditato di Venezia e 
di Genova era di penetrare alle primitive sorgenti donde 
derivavansì le orientali preziosità. Caduto oggimai sulla 
fine del secolo XIII era il regno gerosolimitano, coH'ultima 
avanzo di quello S. Giovanni d'Acri, dove quanto era an- 
cora di uomini e di averi dell* occidente si trovava rac- 
colto dopoché il rimanente della Siria aveano invaso gli 
infedeli. Quantunque destramente maneggiandosi si riescisse 

(4) Lettere famigliari di Francesco Petrarca elegantemente tra-^ 
dotte e dichiarate con note da Giuseppe Fracasseti. -^ Firenze pe) 
Le Momiier, Voi. lì, pag. 434-36. < . . 

Canale^ Storia del Commercio, eco, 20 



— 306 — 

a oonchiiidere dei tratiati eoiSoMam deirEgiUo, per pre- 
servare <la totale rovina il mioacoiato coauoerj^ìo, 4:10- 
nondimeno gli enormi balzelli e i frequenti atti di perfi- 
dia e di finnie rendeano inutdl i piii «oagnaitiini s^rzi. 
£raoo> ^hioque le vìe terrestri che oonducevaiu) . a\rjiidia 
mal aicure e diffioUi, e d'iiopo facavaaidi riutracciapue 
una marittìBAa che fosse più libera e meno soggetta alle 
vessazioni di tanti popoli intcrmedj, meno esposta ad ima 
molteplice ed ostile concorrenza. 

I genovesi per tempo erano accorsi io Siria» il primo 
trattalo aveaiió essi conchiuso addi 14 luglio del 1098 
con Boemondo eletto prìncipe di Antiochia , steadevano 
poscia ì loro stabilimenti commerciali e possessi ^l di 
lungo di quella costa e acquietavano perciò molta poteuza 
e frequenza nelle regioni orinatali* La vicinau2a coll'Egilto 
li dovea far cogniti di questa importante contrada e il trat- 
tato stretto col Soldano Egiziano nel 1291, nello stesso 
mese ed anno in cui venia S. Giovanni d*Acri espugnato 
dagl' infedeli, giovò loro senza dubbio a strijigere più intime 
e frequenti le relazioni cogli Arabi e da questi apparare 
quanto polca tornare utile al loro commercio e alle vie 
più spedite da doverne conseguire meno difficilmente i più 
preziosi generi. Inoltre trattali di amicizia fino dal XII 
secolo erano stati per essi stipulati coi re saraceni di Va- 
lenza e di Granata, coi Regoli di Tripoli, di Tunisi e di 
Marocco. Né questo basta, i lautìssimi emporii da essi 
posseduti in quelle parti aveaoo fatto, loro conoscere la 
necessità dell* idioma degli Arabi, però la Repubblica ge- 
novese univa al consolato Tunisino, ch'era il generale di 
Barberia, due interpreti, i quali intervenissero a tutte le 
operazioni che si conchiudevano fra i genovesi e i sara- 
ceni. Inoltre .provvedendo agli stessi bisogni della capitale 



stabillvasi in Genova nna cancelleria o scrìvania, come 
allora dksèva^o, di tìrvgaa arabica, secondochè risulta dal 
registri notarili addi 23 luglio del 1271 e addi fSiÀaig^ 
gio del 1274; sosteneva una (al carica Asmet 'Betadera^' 
tnen dì Tuniéi, ìi quale veniva appettato Scriba Linguae 
Saracmicàe 'Cómmunis Jafruae Un allo di noleggio del 
geuDaro l^i8 ci dimostra che «na barca armata con cln* 
quanta vogatori facca l'afflzio postale fra Genova e Tunisi 
Dicaricata del porlo delle lettere. Questo insegna meiito 
della lingua Araba congiunto ad una periodica regolarità 
di corrispondenza epistolare ci attesta siccome i genovesi 
dovettero per tempo istruirsi nelle cose degli Arabi e ai* 
tingere da essi quelle cognizioni geografiche che più toro 
importavano. Navigando inoltre con tanta frequenz>à quei 
mari, impossibile era ohe ignoi^assero essere TAfrica uba 
penisola e che potendosi girare a tondo, naturale riesciva 
il doversi condurre da essa alle Indie per mare ; éssen« 
dochè aperta fosse la comunicazione deirEtiopiCo col* 
TÀtlantico. Queste coni^iderazioni , frutto di una speciale 
condizione di cose, servivano a persuadere i genovesi che 
incamminandosi per la costa occidentale dell'Africa sa* 
rebbero agevolmente penetrati neirOceano Indiano. 

GXLIV. Preposti questi fatti oggimai non è più dato di 
dubitare che Tedisio Doria ed Ugoliuo Vivaldi col fratello > 
forse Vadino, nello stesso mese di maggio ed anno di 1291 
in cut cadeva S. Giovanni d*Acrr, si avventurassero al-' 
Taodace tentativo armando due galee in Genova fornen- 
dole d'ogni cosa necessaria al viaggio , s' imbarcassero 
sopra le stesse i fratelli Vivaldi con due minoriti e av- 
viandole oltre lo stretto di Setta muovessero in traccia 
delle indiche mercanzie. 

Dissi non essere più dato di dubitarne, imperocché. 



— 3n« — 
dopo le parole del coDciltatore di Pietro d^Abaoo, di F. 
Petrarca, dì Agostino Giustiniani e dì Oberto Foglietta , 
noi abbiamo alfine il testo ìntegro degli annali di Jacopo 
Doria continuatore del Caffaro, testimonio dì veduta, au- 
tore sincrono che registrava per incarico del comune ge- 
novese quanto gli accadeva sott'occhi. Questo testo com* 
preso nel codice degli stessi annali di Caffaro autentico , 
che si conserva nella biblioteca imperiale di Parigi, che 
io vidi colà ed esaminai e che adesso trovasi impresso 
dal dottissimo sig. Giorgio Pertz nei suoi monumenti sto- 
rici della Germania ; porta colle più precise parole la noti- 
zia dell'ardila intrapresa, la direzione del viaggio, il luogo 
di Gozola cui pervennero, dopo di che nulla più si seppe. 
Il signor Baldelli Boni fondandosi sopra una lettera 
del genovese viaggiatore Antoniotto Usodimare scritta ai 
suoi creditori addi 12 decembre 1&S5 posta d*accordo e 
confortata da un passo dì un Mss. Gotico della stessa data 
che s* intitola : Itinerario di Antoniotto Usodimare, opinò 
che a questo tentativo fosse preceduto un altro nel 1281 
fatto pure lungo la costa dell'Africa da due Vivaldi Va- 
dìuo e Guido genovesi. Io ancora fui già di questa opi- 
nione, ma tutto e' induce a credere che la data del 1281 
sia stata confusa con quella del 1291 , ed errati sìeno ì 
nomi, dei Vivaldi, sebbene il Vadino e Guido fossero pro- 
pri della stessa famiglia e il primo di essi si trovi no- 
minato in due atti del 3 aprile 1291. Il più grave argo- 
mento che non due , ma un suo e medesimo viaggio sia 
questo del 1281 . confuso con quello del 1291 si deduce 
dalle parole dell'annalista Jacopo Doria, affermando egli 
che Tedisio Doria ed Ugolino Vivaldi col fratello ed altri 
cittadini genovesi tentarono Y impresa di quel via^^io che 
prima di loro nessano aveva ardito di tentare (quod aliquis 



— ao9 — 
usque tuBc faoere minime atttmpiami). Se fosse allrJ* 
memi , eeme il Daria zio del Tedisb che a^ea solatd 
il seeiffido viaggio , qoq avrebbe regislrato il prifoo ? E 
come osato di affermare che uìodo prima d'allora era 
slato ardito di teutarlo? Ragion vuole peitanto che mal- 
grado le più losii^hiere apparenze doì ci alleniamo alla 
credenza che il sole tentativo del 1291 va co&sìderato 
per il prime « <)«ello supposto del 1281 si deve allribuire 
ad UD en*ore di data «e ad un equivoco di nomi 

La lettera summenzionata deirAnteniotto Usodimare, e 
il passo del preleso ilinerario suo, che la contiene, ci pone 
in altre incertezze, che si possono però superare «olla 
spiegazione somministrataci dal dottissimo Cavaliere d'Ave- 
zac, il quale ragionevolmenle concorda la versione loro col 
testo degli annali di Jacopo Doria. Secondo quesla: « Le 
due galee passato ch'ebbero lo stretto di Setta naviga- 
rono per r Oceano fino oltre il capo di Gozola. in tal 
luogo runa di essa si arenò in un secco fondo per modo 
che Boii potè più né muoversi , né continuare il viaggio , 
seguitò l'altra la sua navigazione attraversando il mare 
di Guii»a, fino a che pervenne ad una città della «osta di 
Nigriria chiamata Mena, poco discosta dal fiume Senegal 
die i dotti d'allora riguardavano come un ramo del Nilo 
d'Egitto ed ugualmente indicavano col nome di Gihoa. I 
fratelli Vivaldi e i due Minoriti vennero allora sostenuti 
dagP iudigeui, ne più rividero la propria patria. Gionulla- 
meno la stirpe dei primi non sì estìuse sopra quella re- 
mota terra, imperocché più di cento settanl^anni dopo il 
navigatore AuUmiotlo Usodimare arrivato colà vi ritrovò 
un superstite » (1). 

<4) L'Eipedition GeoolBe des fréres Vivaldi, pag. 4S-49. 



— 340 — 

^DODchè due soie circostaaze ammesse dal signcnre 
d'Ave2aCy mal possono a mio giudizio coDciliarsi col lesto 
di Jacopo Doria e col passo del preteso Itinerario. La 
prima che il Tedisio Doria tornasse in Genova a recare 
la notizia del fatto ; la seconda ch*ei vi tornasse colla 
galea arenata. Jacopo Doria se nota che all'anno di 1991 
tentarono quel viaggio Tedisio Doria, Ugolino Vivaldi col 
fratello ed altri genovesi cittadini, armando in Genova 
due galee, soggiunge però che in queste personaliterj o 
personalmente soltanto s* imbarcarono i due Vivaldi e i 
due Minoriti, ma tace del Doria, sicché qoeiravverbìo ci 
sforza a credere ch'egli fosse tra gli armatori delle galee, 
ma non siasi in esse imbarcato. Quanto alla galea are- 
nata reduce in Genova , non si saprebbe comprendere 
come si potesse mettere in istato di navigazione se non 
poteva più , né andare , né navigare ( non poterai ire 
nec ante navigare ). Ma come allora , si opporrà , co- 
nobbesi in Genova dairjacopo Doria che gli arditi naviga- 
tori erano pervenuti sino al di là del capo di Gozola? Io 
risponderei, che tale notizia si potesse indi ricevere dal- 
rATrica o dalia Spagna, colle quali, come più sopra di- 
mostrai , frequentissime erano le relazioni dei genovesi. 

Seguitando l'argomento di questo audace viaggio, non 
voglio tralasciar di notare che in un atto notarile del 96 
marzo 1291 si fa menzione di due galee di Tedisio Do- 
jìa l'una chiamata SanV Antonio, e l'altra Allegranoia^ le 
quali debbono navigare alle parti di Barberia. Ci è noto 
che «na delle Canarie ebbe nome di AUegrancia^ sarebbe 
lecito il chiedere donde mai prese tal nome? È forse te- 
meraria la conclusione che le derivasse dalla galea Alle- 
gronda di Tedisio Doria che vi approdò? 

I Francesi, i Portoghesi e gli Spagnooli vollero di 



— 311 — 

qne^a discoprimei^ togliere il prìwalo ai genovesi. I 
primi ne diedero il vanto a certo Giovanni di Bethaocourt, 
chefiretesero averlo operalo nel 1346; gli altri sosten- 
nero che le Isole Canarie o Fortunale solo nel secolo XV 
si resero note agii Europei. Ma oltre qaanlo ho di sopra 
allegato si risponde: 

!.<> Che nel 1344 Papa Clemente VI concedeva 
r investitura di quelle isole già allora abbastanza cono- 
sciute al principe Luigi di Spagna, ohe non però potè 
mai giungerne al possesso. 

2.<> Che nella oarta dell'Africa del Portolano Me- 
diceo, opera di un genovese anonimo del 1351 che si con- 
serva nella Laurenziana di Firenze , si vedono palese- 
mente delineale ed indicale coi nomi loro propri , fra le 
quali VAUegrancia^ la Canaria^ la Forte Ventura. 

3.^ Che infine il Barros medesimo nella sua storia delle 
azioni dei Poi*toghesi nell'Asia afferma che versoli 1400 
le Canarie erano già note agli Europei. 

I Greci e i Romani ebbero assai tardi notizia di quelle 
isole , perocché si deve credere che i Cartaginesi ne te- 
nessero occulto lo scoprimento. Sertorio secoudochè sap- 
piamo da Plutarco le conobbe e divisava di recarsi colà 
a dimenticarvi le inqoietuilini deirambizione e del potere. 
Cosi era seducente la descrizione che se ne faceva che 
gli antichi le chiamarono Fortunate. Per relazioni di Sta- 
zio Seboso, Plinio ne fece motto nella sua Storia Natu- 
rale e di cinque isole parlò, cioè: Ombrion, Junonia, Ca- 
praria, Nivaria, Canaria; Tultima fu più avventurata 
dando il suo nome alle allre. Se si deve prestar fede a 
Plinio al re Giuba da lui copiato , quest'ultima ebbe 
nome o per la quantità o per la grandezza dei suoi cani. 
Era invece congettura del Ritter che il nome ricevesse 



dai Canari^ popoto del eoutineiite afrieaoo , irova&a da 
Svetonio Paolino di là daH*AtIanl6y essendocliè forse ai- 
cono tribù di quelle genli, non tenendosi per éisaslrì ab- 
bastanza sicare nel continente, cercarono asilo m* quel- 
la isola. 

CXLYI. Una tra le prime delle Canarie è certanieiiie 
quella di Lanzerotto , o LanzeroUa. I francesi starici Bou- 
tier e Leverier pretendono che fosse cosi chiamata da on 
Lanzelode Maloysel francese. Noi abbiamo fero la vera 
ragione di tale denominazione. Infatti nella carta cosmogra- 
fica di Bartolomeo Pareto, cittadino genovese accolito 
della Santità del Pontefice Niccolò V e da lui composta 
il 14S5, i luoghi discoperti, o signoreggiati dai geoovesi 
mostrano una Ioi*o bandiera, la quale , o vi sventola so- 
pra se la Repubblica vi esercitava il dominio, o vi giace 
accanto distesa se poteva avervi ragione per gius di 
primo scoprimento, di questo ci fanno fede tutte le carte 
nautiche del secolo XIV e XV, pervenute finora a nostra 
notizia. Ora nell'isola LanzeroUa^ il vessillo genovese vi 
sì trova in quest'ultimo modo e intorno a quella il Pareto 
ha scritto: Ma/roxelU) Lanzerotto Jantiensi, La quale espres- 
sione vuole senza fallo significare o doversi a Maroxelio 
Lanzerotto genovese, od essere da quello discoperta. Si 
noti che la bandiera genovese nella guisa posta che ho 
detto, si trova ancora segnata accanto ali* isola Lanze- 
roUa nella parte dell'Africa del Porlofano Medicea che 
si conserva nella Laurenziana di Firenze ed è opera di 
un genovese del 1351, dimodoché la scoperta di siffatta 
isola dovrebbe riferirsi alla prima metà del XIV secolo. 
Si noti ancora che le carte idrografiche e i portolani po- 
steriori fino al secolo XVI, nel luogo delle Canarie hanno 
sempre la bandiera genovese accanto alla Lanzerotta^ ma di 



— 313 -- 

Laoz«roUa Malocelk) terre qui appresso più ampio discorso 
parlando delle otrie nautiche degl' Italiani, riferendo gli 
aiit da me trovati nel registro notarile. che lo rivendicano 
a Genova. 

Intanto gli arditi discopri menti con infaticabile ar- 
dore mandavansi innanzi. Niocoloso di Rocco genovese 
nel 1341 si faeea capo di una esplorazione lungo l'Africa 
per trovare le Indie. Il re di Portogallo avendo fatto 
fornire ed armare due navi, ed una navicella montavano 
sopra di esse uomini fiorentini, genovesi e spagnuoli, i 
quali salpando da Lisbona nel mese di luglio dell'almo^ 
predetto ed avuto prospero vento, in cinque giorni arri^ 
vavano alle isole che si chiamavano volgarmente trovate. 
Ad eas imulas quas vulgo receptas dieimus. Il quale vo* 
eabolo meglio ci conferma quanto più sopra ho allegata 
che già le Canarie erano conosciute nel secolo XIV , e 
dicevansi trovate , o riltovate, dopoché per la invasione 
dei barbari distruggitori del romano imperio, eransi per^ 
dute per meglio dire non più se ne conservava notizia. 
I viaggiatori avendo visitalo, o veduto dieciollo, o venti 
di quelle isole, se ne tornarono in Portogallo non bene 
soddisfatti di loro navigazione, perciocché ne trassero a 
mala pena di che pagare le spese. 

Ai medesimi tempi, o poco avanti, il famoso Andalò 
Dinegro, maestro a Giovanni Boccaccio, tentava pure quei 
mari ; tanto almeno è duopo inferirne dalle parole del suo 
discepolo, il quale gli dava l'enfatico encomio: Cum uni- 
verium pene orbem sub quoeumque horizònte peragrasset. 
^ò questa sola, come abbiam veduto, è la gloria del ge- 
novese Dinegro, imperocché forti conghietture ci portano 
a credere ch'egli fosse quel gentiluomo genovese indicato 
dal Ramusio, che visitando il prigioniere Marco Polo si 



^ 314 -^ 
interteneva con lai a parlare dei sum viiiggi e forse que- 
sti gliene dellava» o porgeva I» relazione. 

Addi 24 settembre del 1419^ il Fogltazzo J^otaiile di 
Genova registra un Mielieie Zignago q, Bartolomeo, oavi- 
gatoi*e insigne. E il Barros nel libro II Capo 1.^ deoade 
1.^ dell'Asia nota che: « In questo medesimo tempo (1440), 
« troviamo ancora che si scoprirono le isole che, ora 
« chiamiamo del Capo Verde, da Antonio Nolte di na- 
« zione genovese e di sangue nobile , che per alcuni di- 
« spiaceri che ebbe dalla patria sua, se ne venne in que- 
« sto regno (Porlogalio), con due navi e un navilio, io 
« compagnia del quale veniva Bartolomeo di Nelle suo 
« fratello e Raffaello di Nolle suo nipote. Ài quali l'in- 
« fante diede licentia» che andassero a scoprire. Dal di 
« che partirono dalla città di Lisbona in sedici andarono 
« air isola di Maggio^ alla quale misero questo nome per- 
le ciocché vi giunsero in tal di. Et nel seguente di che 
« era il di di San Filippo et San Giacopo scuoprirono 
e due isole, le quali hanno ora il nome di questi Santi, 
« etc. , ». 

CAPITOLO V. 



Viaggi di Aluise Cadamosto e Antonìolto Usodimare. 

CXLYII. Povero giovane essendo Aluise da Cadamosto 
lasciava Venezia sua patria addi 8 agosto del 14S4 cor- 
rendo in traccia di miglior fortuna ed avendo 22 anni circa 
giunse al capo S. Vincenzo in Portogallo e unitosi a certo 
Coati, veneziano egli pure, che avea come perito conoscitore 
delle spezierie, buona provvisione dall' Infante D. Enrico 



— 315 — 

di PorlogfiUo, Al -da quello condotto a porsi al servizio 
del Principe.' Ottenne una Caravella e primo dei Veneziani 
si accinse a solcare l'Oceano costeggiando i lidi deirAfrica. 
Partito dal Capo S. Vincenzo addi 29 marzo 14S5, toccò 
Porto Santo, Madera e le Canarie; pervenne al Capo 
Bianco e al Rio di Senegal» dove tre anni avanti i Porto- 
ghesi aveano stabilito commercio coi naturali. Prendendo 
poscia a navigare tra il Senegal ed il Cambia verso Capo 
Yerde trovò Messer Antoniotto Usodimare genliluomo gè- 
nwese con due Caravelle il quale aì^eva fatto conserva 
con alcuni scudieri dell* Infante per passare il suddetto 
Capo. Il paese del Senegal, ossia Budomel^ era già cono- 
sciuto dai Genovesi e un loro mercante, di cui è ignoto 
il nome, vi si trovava nelfanno precedente del 1454. Era 
mente dell' Usodimare e degli scudieri dell'Infante di ol- 
trepassare il Capo Verde visitato 1* anno innanzi dai Porto- 
ghesi, il Cadamosto sì uni a loro, e cosi insieme perven- 
nero alla foce di un gran Gume ch'è quello del paese di 
Cambia , o di Cambra. Il paese era bellissimo e quasi 
equinoziale, cioè nel mese di luglio i giorni hanno ore 
12 V2 ^ le notti 11 V2. L' Usodimare nella lettera 
scritta intorno al suo viaggio il 12 decembre del 1455, 
e indirizzata ai suoi creditori , dice ch'era entrato nel 
fiume Cambia sapendo che colà vi si raccoglieva oro e 
malaghetta. Ma i pescatori della contrada tenendoli per 
nemici, li assaltarono con archi dai quali lanciavano saette 
avvelenate; di guisa che vedendo che non gli volevano 
ricevere, fu costretto a dar ordine per il ritorno, quindi 
invece di continuare per la parte di mezzodì, s' indirizza- 
rono al Capo Verde per ritornare in Ispagna. Filate set- 
tanta leghe circa di mare al di qua del Cambia, giun- 
sero agli stati di un nobile signore Negro che regalò 



, — 346 — 
airUsodimare irent'un capi di schiavi, qualche dente di 
elefante, pappagalli eoo alcun poco di zibetto, per certa 
robba a lui presentata; conosciuta avendola sua volontà 
mandò con lui un segretario con certe chiavi, che obbli- 
gavasi a trattar la pace con quel re di Cambia. Il sere- 
nissimo Re veduto il Segretario, fu contento che V Uso- 
dimare andasse solo. col Segretario a quelle parti. Perciò 
stava noleggiando ancora una Caravella, nella quale an- 
dava e dovea avere un carico di quelli dell* Infante , e 
nel termine di giorni dieci divisava di spedire Tambascìa- 
tore in una Caravella perchè si recasse a trattare la 
pace. Da questo, seppero così Y Usodimare come il Cada- 
mosto di molte cose riguardanti quei paesi. Il primo 
scrive che di là dove il Re Negro gii aveva fatta sì ospi- 
tale accoglienza rimanevano leghe trecento di terraferma 
per giungere alla terra del Prete Janni , ovvero T Abis- 
sinia, che se si fosse potuto trattenere, avrebbe veduto il 
capitano del suo re , il qual era vicino dì loro sei gior- 
nate con cento uomini e con lui trovavansi cinque uomini 
del prete Janni e favellando con quelli , uno di essi era 
di nazione genovese discendente della galea Vivaldi che 
nel secco fondo si era arenata nel mar di Guinea, ave- 
vano cento settant'anni circa , e gli disse che della sua 
stirpe non rimaneva che egli solo , ed un altro, il quale 
parlò degli elefanti, degli unicorni, del zibetto e di altre 
cose stranissime, e d*aomini con la coda che mangialo i 
figliuoli. 

Il Gadamoslo nella descrizione che fa delsuo viaggio 
racconta le stesse cose , con questa differenza però che 
egli parla di sé, e del genovese, mentre 1* Usodimare di 
sé e del segretario del Re senza far punto menzione del 
Veneziano. Fu già notato da Pietro Martire di Anghiera 



— 317 — 
essere il Cadamosto alcunché di più di solo millanlatore (1). 
E si ebbe in seguilo ad avvertire eh* egli fece quello slessa 
die dipoi operò il Vespucci: stendendo relazioni di viaggi 
e parlando dì sé con grande importanza , menlre il Ve- 
spucci e il Cadamosto altro non erano che persone prese 
a servigio marinaresco con determinato stipendio. E di vero, 
giovine avventuriere di 22 anni partito da Venezia, toc- 
cato appena il Portogallo, con una scorsa fatta da lui per 
mari ignoti, come poteva il Cadamosto sapere tanto di 
quei paesi da lasciarne così pregevoli notizie dell* interno 
dell'Africa? Si aggiunga la niuna intelligenza dell' idioma 
dei Negri, per cui agevole è il conchiudere che le notizie 
furono somministrate dal discendente Vivaldi airUsodi- 
mare, e da questo le ricavò il Veneziano.' 

Intanto sarebbe stato volere di entrambi i viaggiatori 
dì continuare il loro corso, ma vi si opposero i marina] 
che per tanti disagi, impazienti mostravansi del ritorno ; 
sicché fu duopo ricondursi in Europa. Ritornato in Por- 
togallo r Usodimare scrisse la prenccennata lettera ai suoi 
creditori. Poco dopo però, ovvero nei primi giorni di mag- 
gio del 14S6 armate l'uno e l'altro due Caravelle ed una 
terza l' Infante D. Enrico, salparono tutte e tre dal porto 
di Lagos. Il Cadamosto racconta che arrivato a Capo 
Bianco, colto da una orribile tempesta scoprì tre isole ^ 
e che ad una di esse posero il nome di Buonavista^ e ad 
un*allra S. Giacomo, Per questo racconto si ebbero dall' e- 
minentissimo Zurla, tenendo per infallibile il detto del suo 
concittadino, ad appuntare di errore gli autori della Storia 
generale dei viaggi, i quali delle isole di Capo Verde pro- 
clamarono scopritore nel 1462 Antonio da Noli genovese» 

(I) Decade 2.*, lib. VII 



— 348 -^ 

Seooochè, quell'egrogio e dottissimo porporato , non eoo- 
siderava « che lasciando slare l'erronea data del 1&69, 
non erano già gli aotori della Storia generale dei viaggi 
che aveano i primi attribuito la scoperta di quell'isola 
al genovese Noli, sibbene il Barros , gravissimo scrittore 
portoghese che scriveva di molto vicino a quei tempi e 
col conforto dei documenti tratti dai regi Archivj del 
Portogallo. Pia sopra ho io riferite le sue parole; da cui 
si rivela che: « Tanno seguente di ik^M comandò il Be 

« che si facesse il castello di Arguin In qaesto 

« medesimo tempo ; soggiunge , troviamo ancora , che si 
« scoprirono le isole di Capo Verde da Antonio Nblle 
« (Noli) di nazione genovese, ecc. »; 

A corroborare di maggiore prova di verità la narra- 
zione del Barr<» «occorrono le circostanze di Bartolomeo 
e Raffaele Noli zio e nipote, e compagni di Antonio Noli, 
nomi ignoti agli storici e degli atti di donazione' e di pri- 
vilegi da lui citali riguardo alle isole di Capo Verde ac- 
cordati dai Sovrani di Portogallo, sicché le sue notizie 
si debbono ritenere per autentiche estratto tutte dai pre- 
fati regi archivj portoghesi. 

Ma di questo secondo viaggio non fu maggiore la lun- 
ghezza di quella trascorsa nel primo , quindi essi senza 
operare notabili scoperte tornaronsi in Europa. 

CAPITOLO VI. 



Itinerario di Antoniotto Usodimare. 

CXLVIII. Questo Itinerario si contiene in un codice 
cartaceo di diciassette fogli, o più esattamente di trentadae 
pagine e mezza in quarto piccolo» il manoscritto è gotico, 



— 319 ^ 

ed ha tuUi i oarattm di essere stato conapoistd poohi aont 
do(M) la metà del ^j^ìq XV, Il titob però ò di mana più 
iQoderiiavFedericQ Federici egregio racoogUiore di noemome 
patrie e senatorie, «donoUo ver^o la mela del secolo XYII 
alla- RepubUiea di Gjeoqva che io ripoBe nell'Àreblvio 
donde ertilo poseia^a Parigi cogli altri nostri doeumeoti,; 
resiiiluilo 600 ^S3i alGpverao piemontese, sotto di cui 
\eniva^ per il tratlato di Y^ienaa, Genova posto, si ritenne 
negli archivi! generali idi Stalo in Torino, passò ialine 
alla B. ^blioieca deU'Universilà di. Genova, dove, lotta- 
via si rinviene; ne< parlarono Raffaele Sopratù peir il primo 
e i {vigoori :Graberg d'Hemsò^ Akerbaid« il quale col mezzo 
dell' Islilulo Nazionale di Francia ne ottenne copia, Wal- 
ckenijier, Baldelli Boni, I>'Avezac, Agostino Olivieri nella 
sua pregevole opejra delle Carte, e Crouacbe Manoscrrtie 
per la storia di Genova* Egli è distribuito in tre.parU, la i^ 
che. dalla pagina 1^ arriva alla 10^ e termina colla lettera 
deirUsodimare, pare una raccolta di leggende trovate su 
qualche Planisferio dell'epoca; la 2.^ contiene un conK 
pendio di Geografia Universale, e vi si descrivono le ire 
parti del mondo allora conosciute ; la Tartaria , le Isole 
del mare Indiano e 1* Etiopia vi sono particolarmente trat- 
teggiate e molto vi si parla del famoso Prete Gianni e 
della sconfitta ch'ebbe dai Tartari » sicché in molte di' 
queste particolarità sembra di leggere le relazioni di 
Marco Polo. La 3^ finalménte dà una breve notizia delle 
principali isole della (erra. Lo squarcio che contiene la 
navigazione dei due fratelli Vivaldi coll'errata data del 
I28I9 è riposto laddove si parla dell' India. Ma io credo 
di far cosa grata a chi si piaci» deiP importanti naviga- 
zioni del Medio Evo, coinè principio ed indirizzo delle 
moderne» di riferirne tradotta la maggior parte» ehe meaire 



— 320 — 

sarà pregio della presente opera, soddisfarà ad un tempo 
ai voti dei dotti, dei qaali alcuni ne fecero una saperfi- 
ciale lettura , altri poi , e furono la maggior parte , uè 
ricevettero una vaga inadeguata notizia. 

Comincia pertanto a parlare dell' /{cernia e di molte 
isole che vi si trovano e delle favolose cose che vi si 
narrano; tratta delKEstotelandia e della Norvegia , del 
mare di Àlemagna che afferma gelato per sei mesi del- 
Tanno dai 15 di ottobre ai 15 di aprile ; della provincia 
della Gozia: passa indi a dire dei termini dell'Europa 
che nota essere : la terza parte del«mondo e cominciare 
dal fiume Tanai, comprendendo tutta la parie di tra- 
montana, facendo (ine in Galizia presso il capo sinistro 
occidentale ed abbracciando tutta la riviera del mare. 
Seguita lo stagno di EdiI , ovvero il Volga , in cui si 
trovano gli storioni ed altri pesci molto strani , indi un 
deserto con cani di meravigliosa grandezza ; in questa 
provincia regnava 1* Imperatore Usbech , cioè nella città 
di Sarai con impero assai vasto che cominciava nella 
provincia di Bulgaria e finiva nella città di Organsi verso 
levante e comprendeva in quel distretto tutta la tramon- 
tana. Coloro che desideravano passare quel deserto per 
recarsi alla città di Lop, e nella provincia del Cataio» 
china settentrionale, abbisognava che si rimanessero, e 
riposassero per una settimana. Continua in quelle parti 
di Sarai ^ ove colle loro bestie dimoravano, dopodiché 
provvedutisi del necessario per tre mesi andavano per 
lo stesso deserto un giorno ed una notte prima di poter 
trovare acqua buona, infine ne trovavano tanta da bastare 
anche a cento persone; veniva appresso la città di Ca- 
malecco, o Cambalu, per cui ai procedeva al Gatayo, ul- 
tima del Gran Can signore di quella» ed era la maggiore 



— 321 — 
di tnlle le altre, seguitava la città di S^ur àmie di- 
scendeva il gran fiome chiamato Edil. Nella città di Tan- 
doch é nella di tifi provincia niuno avea mai osato di 
sedere in trono fino a che era stato signore del Gataio 
Prete Gianni, ma neiranno di 1187 il Gran Cam del Ga- 
taio che sì ebiamava Castiga y venne con* moltitodine di 
inéumereToli genti in una colale bella pìanara presso la 
cftlà di esso Preie Gianni ch'era signore di quelle partii 
digwisaciiè questi fu superato e vinto e il detto Castiga 
vintd la gnerra devasta tutte le terre ed i luoghi di Asia 
chWano del prèfato Prete Gianni. 

Nel luogo chiamato hUikch era un monastero di frati 
ercfmilani dove, secondo quello si diceva, conserva vasi il 
corpo dì S. Matteo apostolo. 

Nella città di Lop conducevansi i mercanti di verso 
r impero di Sarai che volevano trasferirsi al Cataio per 
via diretta e più corta passando per grandi deserti , ma 
per via piana procedevano coi carri, i buoi et caramelli, 
e le mer^^anzre loro. Era fama che gli uomini e le donne 
di quella regione quando morivano, con grande accompa- 
gnamento di musica e di amici venivano abbruciati e le 
donne dei morti si gettsivano nelle fiamme coi mariti , 
locdiè questi non facevano per le mogli loro. Dì quelle 
ìsole si traevano molti buoni augelli e girifalchi e falconi 
ma niuno osava di prenderli se non per uso del Gran 
Cam signore ed imperatore del Cataio e di tutti i Tartari. 

Le montagne Caspie erano quelle nelle quali il re Ale&p 
Sandro vide sì grandi alberi le cui cime sembravano toc- 
car le nubi , qui egli chiuse i. Tartari ed altre diverse 
generazioni che si cibavano di carne cruda y delle quali 
sarà TAntecristo, e fine loro il fuoco che disceso dal cielo 
li confonderà tutti. Questa provincia maggiore di tutte le 

Canale, Storia del Commercio, ecc. 21 



— 322 — 
altre chìamavasi Holube^ che vuol dire Gran Cam, quel- 
r imperatore era il più ricco d*ogirì altro del mondo, alla 
custodia della sua persona stavano dodici mila militi, dei 
quali quattro erano i capitani e facevano d loro servizio 
tre mesi dell'anno ciascuno ; il fiume Baldacli era il più 
ricco d*ogni altro del mondo dappoiché abbondavano io 
esso le pietre preziose siccome i batasci, i rubini ed i 
zaffiri; per questo passavano molte navi dalle quali reca- 
vasi gran copia di spnzie e di mercanzie nella città di 
Cambalù. In quelle parti finiva la terra del Cataio, nella 
quale nnscevano gli uomini delfaltezza di .cinque palmi 
né erano atti a co.se grandi , ma molto a tesser panni 
serici; alcuni dicevano, che nel quarto anno invecchias- 
sero, ma la verità era che nel quattordicesimo generavano 
e vivevano fino al quarantesimo, combattevano colle gru 
valentissimamente, dalle quali si difendevano e quelle 
prese le si mangiavano. 

La città di Siras anticamente venia detta città di 
Grazia, nella quale avea avuto invenzione Tastrolcgìa per 
il sapientissimo Tolomeo; eravi signore un grande e po- 
tente tartaro chiamalo Bonsaito , signore di Torisi o di 
Taoris di Persia, vi si trovava nella provincia abbondanza 
di seta ed altri generi di spezie e mercanzie, obbediva 
al gran Tartaro Tamerlano che di nome avea Theronet. 

Seguitava una pianura di Tarlaria nella quale i Tar- 
tari non aveano alcuna abitazione, città o luogo murato, 
ma le loro case faceauo sopra i carri tirati dai cavalli 
senza stabilità, né fissa dimora, comechò soltanto rima- 
nessero in un luogo tanto tempo quanto ^vi trovassero di 
che vivere e poscia se ne allontanavano rivolgendosi ad 
un altro; erano di tal fatta molle e diverse compagnie 
con diecimila fino a quaranta mila carri erranti di luogo 



— 323 — 
io laogo ed in certi determinati tempi si riunivano in un 
solo prestabilito da esse, e cogli slessi carri formavano 
strade e vie e con q'iesti si circondavano e cliiu 'evanocome 
se fossero una ciiià, nel quale alloggiamento nessuno po- 
teva se non per le porte e luoghi da loro declinali en- 
trare, ciò operavano per raccogliere le semenze e far con- 
siglio e questa congregazione di genti chiamavasi Lordo. 

Veniva ap|)resso una città mollo nobile, capo e prin- 
cipio delle alire città dell* India, nella quale approdavano 
le navi indiane che aveano da quattro in dieci alberi con 
vele; iodi quidla di Baldach che gli antichi chiamavano 
Babilonia e alla quale si recavano moire spezi<TÌe ed al- 
tre cose preziose di verso le Indie che si diffondevano 
per tutta la terra di Siria e principalmente nella città 
di Damasco; vicino ad essa era il luogo donde passarono 
i figli d'Israele usciti d'Egitto, indi la regione chiamata 
Traffia, di cui furono usciti i tre re che venivano alla 
città di Betlemme ad adorar Gè ù Cristo signor nostro 
e rimasero sepolti in Cologna d*Alemagna. 

L'Asia cominciava dalle parti dei mar Rosso al fiume 
Nilo verso mezzodì! e finiva al tiume Tanai verso tra- 
montana , comprendendo la Tartaria e tutto TOriente. 
Quel Soldano era grande e potente e molto ricco, peroc- 
ché aveva ottocento elefanti, dugentomila cavalli e molti 
fanti sotto il suo imperio; quelle parti abbondavano d'oro. 
In una provincia delle Indie che si chiamava di Colombo 
dominava il re Colombo cristiano, nella città di Battifoij, 
ovvero Meliapur sulla costa del Coromandel regnava Ste- 
fano re cristiano, ed ivi era il corpo del beato Tommaso 
apostolo, li presso dominava Calech che si diceva signore 
deli' impero di Media, il quale Calech avea la sua dimora 
nella città di Àmalech. 



— . 324 — 

Nel fiume di Baldac del mare delle Indie e della 
Persia sì pescavano le perle che recavansi alla ciltà di 
Baldach e i pescatori prima di discendere al fondo face- 
vano certi loro incantamenti per i quali fuggivano, i pesci, 
ciò accadeva del mese dì marzo. 

In quella parte si trovava la regione della Penlapoli, 
delta dalle cinque città, e in cui fu Sodoma e Gomorra, 
e le altre tre che per i loro peccati orribili rimasero in- 
cendiate, in questa è il mare morto dal quale gli emis- 
sarii del Giordano erano assorti. 

Quel luogo dominava Cesare Filippo, dove il Gior- 
dano nasceva alle radici del Libano. Seguitavano due al- 
tre città anticamente degli infedeli, le quali non potendo 
gli Alemanni sottomettere, intìne il sommo Pontefice in- 
stituì certa religione di Crociati che a quei luoghi reca- 
tisi le sottomìsero, quindi vi approdano navi di alemanni 
che vi si conducevano persino dalla Russia e carica- 
vansì di pelliccie, di cera ed altre merci che recavano in 
Fiandra. 

Nel luogo detto La basava (Bassora) venivano le navi 
dell'India cariche di spezierie che indi per terra trasfe- 
rivano a Damasco e per tutta la Siria coi cammelli ; in 
altro vicino approdavano pure le stesse navi cariche di 
spezierie che si recavano al Cairo e per tutto l'Egitto 
coi cammeli. 

A questo punto il manoscritto nota il fatto di Luca 
Tarigo genovese che nel 1374 con altri suoi compagni 
essendosi partiti da Gaffa con una fusta armata gettaronsi 
nel fiume Tanai, sopra il quale navigavano sino al punto 
che questo si congiuuge al Volga per miglia sessanta, 
indi di fiume in fiume, per terra caricandosi sulle spalle 
la stessa fusta, per il medesimo Volga riescirono alfine 



— 325 — 
nel Caspio, nel qua! mare molti Davigli predarono ed es- 
sendosi in tal modo fatti ricchi , abbandonata la fasta , 
toroavansi per terra , seco recando molte preziosità di 
quelle che aveano predate, ma per viaggio vennero presi 
e derubati, cionullameno riescirono ancora molte gioie a 
preservare e con quelle sani e salvi ritornarono in Gaffa. 

Dopo questo fatto si parla di tre sepolcri, dei quali 
s'innalzarono a due Re dell'Egitto e il terzo per certa 
ricchissima meretrice , indi si dice esser il fine dell'Eu- 
ropa, cioè al fiume Tanai che è intermedio fra V Europa 
e l'Asia. 

Seguono gli Àrabi nobili delle parti di Barberia che 
stanno attendati alla campagna e non hanno abitazione 
veruna; il mare appresso delle Indie dove si pescano le 
perle preziose e sono molte isole ricchissime e vi si tro* 
vano balene cosi grandi che sembrano isole e qualche 
volta per lo spazio cosi vasto di terra che occupano, so- 
pra vi nasce l'erba e i viaggiatori passando di colà vi 
passeggiano addosso, e quelle sentito il movimento degli 
uomini si precipitano al fondo e cosi si annegano questi. 

È un'isola chiamata Stilla, dove si vedono boschi e 
nascono molti alberi di cannella, di macie, canfora e simili, 
con pietre preziose, vi ha eziandio un fiume in certi tratti 
del quale si pescano rubini ed altre simili preziosità. 

Vien dopo l' isola chiamata Giava nella quale sorgono 
molti alberi di spezierie sottili, siccome sono galanga, noci 
moscate, cannella, macie e canfora con pietre preziose. 

Le navi che si trovano in queste parli si chiamano 
gùmchi ed hanno quaranta cubiti di carena e ventiquattro 
cubiti di apertura, portano dai quattro fino ai dieci al- 
beri, hanno le vele fatte di canapa e di palma. 

Nell'isola che si chiama dei Nudi, abitano uomini e 



— 326 — 
donne che sempre vanno nudi, portando soltanto una fo- 
glia davanti e Taltra dietro. 

In questo mare indiano si trovano mille settecentoqaa- 
rant'otlo isole, nelle quali sì vedono molte ense mirabili ;^ 
vi sono spezierie e le abitano genti mollo deboli di cuore, 
né capaci a combattere, vi navigano g»»nti diverse, e pe- 
sci di tre diverse nature vi si rinvengono chiamati si- 
rene, metà femmine, metà cavallo le une. metà femmine 
e metà pesce le altre, e i naviganti sono provveduti dt 
certi loro incantamenti per preservarsi dal canto di quelle. 

La seguente isola si chiama di Trapubana, e per i Tar- 
tari si dice grande Caullo, ed è l'ultima deirOriente; e 
quivi abitano genti assai dalle altre differenti, ed in al-^ 
cuui monti di essa nascono uomini di gran forma ed al- 
tezza di dodici cubiti siccome giganti, sono molto negri, I 
e si mangiano gli stranieri ; li alberi non perdono mai le | 
loro foglie, vi è copia di aromi, dr oro , di argento e dr | 
pietre preziose. I 

Tutta la montagna che si vede appresso si chiama Ca^ j 

rena per ì Saraceni e Monte Chiaro per i Cristiani, sopra^ 
di essa sono molte città e castella che fra di loro si j 

combattono, abbonda di grano e di olio, ed altri principali ! 

frutti ; per essa i saraceni pellegrini passano per recarsi | 

alla città della Mecca onde vedere la sepoltura di Maometto. 

Sopravvengono plaghe arenose e deserte di mollo, e vi 
sono negri che vanno sempre nudi; colui che vi regnasi | 

chiama Massanello, signore della provincia di Ghinia o- 
Guinea, che è il più nobile e ricco di tutti gli altri di 
queste parti per la grande abbondanza d*oro che si trova 
nella di luì terra, ed è della progenie di Gham. 

L'Africa si chiama la terza parte del mondo, cosidetta^ 
dal nome di certo re Afro Aglio di Abrac; comincia dalle 



— sal- 
parti di Egitto dal fiume Reh%rio ed ha fine io GazoUa, 
cioè al capo di B jider, verso Oriente e comprende tutta 
la lunghezza che è fino alla citià di Alessandria. 

Il re di Orguena sta continuamente in guerra centra 
quei Saraceni, ovvero contro di questi della Nubia e con- 
tro gli Àrabi, tutte cotali parti sono arenose , e vi ha 
gran copia di dattili. 

Questo Soldano di Babilonia sì chiama Melchanazor, 
è grande, e più che gli altri tutti di questa regione pos- 
siede la terra santa; il re di Nubia è continuamente io 
guerra con quello di Orguena , e coi cristiani negri di 
Etiopia sottoposti al prete Janni signore della Provincia 
di Etiopia. 

Il mare che segue si chiama il mar Rosso per il quale, 
tragittarono le dodici tribù d' Israele, per questo le navi 
dei mercanti delle Indie trasportano le mercanzie che con- 
ducono in Babilonia e di là in Alessandria. 

Nella città della Mecca vengono ì saraceni pellegrini 
per causa di vedere da diverse parti la sepoltura di Mao- 
metto loro profeta e dicono che dappoiché Thanno veduta 
essere cosa tanto preziosa che non sono degni di veder 
più altro, diguisacbè si fanno abbacinare e privar della 
vista, per non mirare più altro oggetto per la riverenza 
che professano a Maometto, e cosi operando vengono per 
gli altri saraceni reputati sante e divote persone. 

Questa provincia era già Umuta dalla regina dell'A- 
rabia Loba, ora per i saraceni ed Arabi vien dominala, 
ivi sono molti alberi odorosi come di mirra ed incenso , 
abbonda eziandio d'oro e d'argento e di molte pietre pre- 
ziose; è da notarsi che la predetta regina fu quella che 
venne a visitare il re Salomone per cagioo di udirne la 
sapienza, e gli recò in dono molto oro e pietre preziose. 



^ 328 — 

Qui il Mss. registra il fatto di no Giovaoni Ferne ca- 
talano che Tanno di 1346 il giorno della festa di S. Lo- 
renzo, 10 agosto, scioglieva le vele dalla città di Maiorca 
con una galeazza» per recarsi a Rujauri^ né mai poscia 
si ebbe più novella di qaella. 

Questo fiume dopo lungo tempo (o in una parte di sua 
lunghezza) si chiama Vedamela ed ancora Rujaura (Rio do 
Ouro) per la ragione che vi si raccolgono pagliette d'oro; 
ed una grande parte degli abitanti di quelle contrade è 
impiegata a raccoglier Toro sopra il fiume medesimo che 
ha una lega di larghezza e tanto di profondità quanto 
basti per il più gran naviglio del mondo. 

Ivi si tocca l'estremità delle terre occidentali del- 
l'Africa. Da questa data del 1346, senza il resto che 
precede, risulla ad evidente prova che fio di quell'epoca 
si voltava il capo Bojador. 

Soggiunge il Mss. che l'Africa comincia in Alessandria 
comprendendo in sé tutto il mezzodì e levante fino al- 
l'Etiopia maggiore. 

Lesola che seguita chiamasi dei Gentili e dicesi da 
Platone che fu grande e sapiente filosofo che essa quasi 
tutta potea dirsi grande quanto il resto dell'Africa, e vi era 
in quel mare un forte volgere di correnti, che faceano im- 
peto sull'arena della sponda, per cui ne rimase affondata 
quasi l'isola istessa e questo mare chiamasi mare di Baier. 

La vicina e soprastante montagna dicevasi montagna 
dell'oro, donde si estraeva loro di pajola e per i Saraceni 
appellavasi Gibertamar che volea significare monte della 
luna per la sua altezza, ch'era tanta che per opinione 
degli Astrologi se alcuno trovato si fosse in linea nella 
stessa montagna veduto avrebbe il cielo in due poli, cioè 
la tramontana e il mezzodì. 



Tutta la parte deirAfrica che per i saraceni chiama- 
vasi Sachura^ iocchè in liogua nostra, vuol signi6care gran- 
de, abbondava di molli beni e specialmente oro e gran 
copia di dattili, nonché di bestie e fiere come cammelli, 
leoni, ed elefanti, ma la maggior parte di essa era are- 
nosa ed inabitata per il grandissimo ardore del sole. 

Di questa provincia il re era detto pigro, e la sua 
generazione per i saraceni si nominava Abneohiles^ che in 
lingua nostra vale a dire figlio di cane, per la ragione 
che la faccia di quelli abitanti era simile ai cani ; erano 
uomini straordinariamente grandi e negri , andavano nudi 
vivendo exiegi, né la loro lingua era compresa d'alcuna 
nazione. Questo popolo confinava colla terra del gran 
imperatore prete Janni cristiano di Etiopia. 

Sopra r isola di Numem è una certa ìsola di nome 
Siene j presso la quale trovavasì un cotal legno avente 
molte virtù, chiamato Ebano, e nella quale era un pozzo 
di settanta cubiti di profondità, nel fondo però di quello 
il sole risplendeva nel mese di giugno alla destra linea. 

Quel re negro era cristiano, e la città era casa e 
dimora di cristiani, tutti di tal regno erano per natura 
negri, a cagione del grandissimo ardore del sole; dopo 
otto giorni della loro nascita venivano battezzati colla 
acqua, secondo lo stile romano, e segnati nella faccia col 
fuoco in tre luoghi ; questo nsavasi in tutto il regno ; il 
predetto re stava soggetto al prete Janni imperatore e 
signore della provincia di Etiopia. 

La seguente provincia si diceva Etiopia, terra dei cri- 
stìani negri, ove continua ardeva l'estate, gli uomini che 
Tabitavano erano grandi e di bella forma , ma negri pel 
soverchio ardore del sole. Il grande Imperatore e Patriarca 
prete Janni cristiano di Nubia e di Etiopia cbiamavasi 



— 330 — 

Abet-Soh'p^ che volea signifìeare cenlo-citladinì. Queste 
terre sono quelle ch'erano rimaste alln stesso prete JaDoi 
quando il Oraii Cau del Cataio chiamato Cabiiga, veone 
l'anno 1187 con gran moltitu<line d* innumerevoli genti 
in cotale amena pianura di Tenduch nella provincia del 
Cataio, il quale prete Janni ch'era gran signore delle 
parti d*Asia fu vinto in battaglia, e perduta gran parte 
di quelle terre asiatiche, gli rimasero le proTìncie di 
Etiopia e di Nubia, ove è grande abbondanza d'oro e di 
argento. 

Qui r itinerario registra il fatto raccontando che nel- 
l'anno del signore 1381 sarp»rono da Genova due galee 
patroneggiate per Vadino e Guido Vivaldi fratelli, volendo 
andare in Levante alle parti delle Indie, le quali galee 
molto navigarono , ma posciacbè furono pervenute nel 
mar di Ghinea una di esse ruppe nel secco fondo per 
modo che non potè più oUi*e procedere, uè navigare. Tal- 
tra però navigò e passò innanzi per quel mare finché 
venne ad una città dellEtiopia di nome Mena, colà fu- 
rono presi e ditenuti da quelli abitanti ch'erano cristiani 
di Etiopia sudditi del prete Janni; la detta città era 
vòlta a Marma presso il fiume Sion , e furono talmente 
fatti cattivi che ninno di essi da quelle partì fu mai più 
possibile che ritornasse, le quali predette cose narrarono 
ad Àntoniotto Usodimare, nobile genovese, vari mercanti 
etiopani di quella stessa città. 

Un Idolo era nella città di Arim che sempre col dito 
segnava il sole del giorno. 

In questa parte dell'Oriente era il paradiso terrestre, 
altrimenti luogo assai dilettevole circondato di un muro 
di fuoco sino al cielo, dove sorgeva l'albero della vita y 
il frutto del quale se alcuno avesse, com'era fama» man- 



— 331 — 
giato, immorldle sarebbe diventnto in paradiso; da questa 
luogo Qsc va una fonte che dividevasi in quallro fiumi, 
dei quali il primo TEufrale, il secondo il Tigri, il terzo 
irCange, il quarto Pison chiamavasi, il rapido loro corso 
faceva si gran rumore che coloro che in quelle vicinanze 
abitavano, nascevano sordi. In questo para^liso vivevano 
due profeti p» r nome Enoch ed Elia, seconlochè recitava 
Isidoro, dicendo che cotal sito era di molto dilettevole 
senza corruzione, alla venuta delPAnticrisio. 

A questo punto si trova inserita nell* itenerario la 
lettera di Antoniotlo Usodimare scritta ai suoi creditori 
addi 12 dicembre 1445, di cui feci cenno pia sopra. 

Dopo la lettera, 1* itinerario si potrebbe dire finito, per 
coi dovrebbe conghietturarsi che TUsodimare avesse in 
animo di non farlo oltrepassare oltre i termini del paese 
donde scrisse la detta lettera ; comincia invece una suc- 
cinta descrizione delle tre parti del mondo allor conosciuto 
e secondo le notizie, non senza mescolan-^a di favole, ohe 
se ne avevano in quei tempi, ripete quanto più sopra ac- 
cennava del Paradiso terrestre e della fonte che vi sgorga, 
la quale dividesi nei quattro Rumi intorno a' quali più 
specialmente discorre, dicendo che il Fisoriy o forse il 
Fasi, ed il Gange nascono dal monte Orjobares in India, 
che scorrendo contro TOriente sono ricevuti dall'Oceano, 
il Ghion e il Ndo sgorgando presso il monte Atlante, sono 
incontanente assorbiti dalla terra, per cui l'ultimo con occulto 
cammino scorrendo, di nuovo si versa sul lido del mar 
Rosso, circuisce l'Etiopia, per l'Egitto si dilaga e in sette 
bocche diviso presso la città di Alessandria entra io mare, 
li Tigri e l'Eufrate dal monte Parchoalra si versano in 
Armenia e volgendo contro a mezzodì sboccano nel Me- 
diterraneo. Dopo il Paradiso sono siti deserti ed iovj per 



— 332 — 
i diversi animali che vi si trovano di. serpenti e di fiere. 

Appresso è accennata i* India, dati* indo fiume detta ; 
che si dice nascere dal monte Caucaso dalla parte di 
settentrione , e volgendo il suo corso ad austro , è rice- 
vuto dal mar Rosso, con questo fiume si chiude I* India 
dalla parte occidentale e da esso, è chiamato I* indico 
Oceano, nel quale è situata 1* isola di Trapobina^ inclita 
di cento città , e dove sono due state e due inverni iu 
un anno , e in ogni tempo verdeggia ; in questo mare vi 
sono isole feconde d*oro e d'argento e sempre floride, ivi 
i monti dell'oro che per i Dragoni ed i Grifi non possono 
salirsi; in India evvi il monte Caspio da cui ha nome 
il mar Caspio. 

Fra il quale e il mare Gog e Magog genti ferocissime 
vennero chiuse dal magno Alessandro. 

E qui si raccontano molli strani costumi ed usi e 
forme d'uomini favolose e mostruose ; seguita poscia a 
parlarsi della Partia, dell'Assiria, della Media, della Per- 
sia, della Mesopotamìa, della città di Babilonia,'della Cal- 
dea, in cui si afferma trovata l'astronomia, dell'Arabia; 
dall'Eufrate si trapassa al Mediterraneo, si nota la Siria 
e quindi Damasco, Antiochia, la Gomagene e la Fenicia, 
Tiro e Sidone, il monte Libano alle cui radici il Giordano, 
la Palestina, la Giudea, la Cananea, Gerusalemme, la Sa- 
maria , la Galìleja, Nazaret presso il monte Tabor , la 
Pentapoli dove un di Sodoma e Gomorra, il mar Morto , 
da cui si assorbono i rami del Giordano, qui ancora i sa- 
raceni detti da Sara, e Agarreni da Agar come Ismaeliti 
da Ismaele, e i Nabatei. , 

Queste regioni superiormente dette cominciando da 
oriente per retta linea si stendono al mare Mediter- 
raneo , alle quali verso austro si connette V Egitto dove 



— 333 — 
si credeva fossero ventiquattro nazioni, e dalla parte 
d' oriente dai confini del mar Bosso sorgeva il suo ter- 
mine. La provìncia egizia era d'ogni lalo cinta dal fiume 
Nilo che avea forma di Delta di centomila ville ornata, 
nubi non l'oscuravano, né pioggie ìrrigavanla, ma il Nilo 
la fecondava; qui era la provincia della Tebaide Babilo- 
nia, così chiamata dal re Cambise ed Alessandria dal 
magno Alessandro. 

Alle sopradette regioni verso aquilone congiungevansi 
le seguenti. Il monte Caucaso dal mar Caspio levavasi 
verso oriente spingendosi per settentrione lino quasi al- 
l' Europa; abitavanlo le Amazzoni che bellicose erano come 
gli uomini, i Messageti e Colchi e Sarmati. Seri era una 
terra orientale dalla quale era detta la regione Serica; 
dopo questa la Battriana, l'Ircana, la Zicchia, 1* Unnia, 
ivi erano ì monti iperborei, l'Albania, cui si congiungeva 
TArmenia donde sorgeva il monte Ararat, a questa l'I- 
beria, e airiberia la Cappadocia. 

Seguita TAsia minore e poscia l'Europa che tutta si 
descrive, si trapassa all'Africa, alla quale si pone termine 
dopo l'Etiopia con grandi deserti che riescono al grande 
Oceano, si dice che verso occidente il confine dell'Africa 
è Cadice dai Fenìcii edificata. Nell'Oceano è altissimo il 
monte Atlante. 

Si compie la descrizione di tutta la terra allora nota 
coirenumerarne le isole, delle quali ultima si pone quella 
di S. Brandano nei seguenti termini : « E una cotale isola 
« dell'Oceano sopra ogni altra prestantissima per amenità 
e e fertilità di tutte primizie della terra, incognita agli 
< uomini, la quale per alcun caso trovata, ricercata poscia 
e non più si rinvenne , e cosi stimata perduta. È fama 
« che ad essa approdasse S. Brandano ». 



— 334 — 

CXUX. Il signor Graberg d'Hemsò parlando di questo 
passo del nostro Itinerario si moslra ignaro di S. Braa- 
dano e di quanto correva voce inlorno a lui nel medio evo, 
pare strano come ben rileva il signor Agostino Olivieri (1), 
che geografo ed erudito di professione qaul* era il signor 
Grabeig, < mai non avesse sentito dire (copio le stesse 
« parole deiraccurato signor Olivieri) di S. Brandano, o 
e Brendano monaco ed abate di Ailecb, e irlaiiilese di 
« patria morto nel 578 e per quei tempi famoso viag- 
e giatore. La vita dì lui, scrissero i Bollandi^ii sotto il sedici 
« maggio e notarono sulla relazione di storici anteriori , 
e tra i quali il Trttemio, aver lui trovato un* isola nei- 
« rOceano, ove gli augelli abitavano ed ogni più eletta 
e cosa nasceva, ma smirritala poscia, si diede con altri 
« suoi compagni a cercarla per interi sette anni, ma io- 
« damo. Tale tradizione rimase nel popolo e per tutto 
e il medio evo si pnriò sempre dell* isola di S. Brandano e 
e fu .notata nelle carte e Mappamondi più antichi. Citerò 
e ad esempio quello dei Veneti Pizzigani illustrato dal car- 
c dinaie Zurla, ove al luogo delle isole di Madera e Por- 
« tosante è segnato Ysole di te fortunate di S. Brandano 
e e li presso è il santo delineato in atto di muovere verso 
e di esse. Si possono anche consultare le tavole dell'Or- 
c telio e del Mf^rcatore ed il globo di Martino Behaim 
e e sopratutto quanto illustrandolo ne dissero il De Murr 
e e l'Amoretti nel viagg'o di Maldonade ». 

A quanto scrive il signor Olivieri, aggiungerò che S. 
Brandano è fama approdasse a quell'isola con un vascello 
Tanno di nostro Signore 565, vi vedesse cose meravigliose, 
tornando in patria dopo sette anni. Può leggersi nel Murr, 

(4) Op. cit. pag. 66. 



— 336 — 
il novero degli altri scrittori che rammentarono questa 
isola e fra questi Onorio Filippono nel secolo XIII (\ì 31). 
Ei cita una carta esistente nella biblioteca di Gnmvra , 
ove si legj^e, Insulae Foriunutie S. Brundani. Questa 
isola decantata come un paradiso terrestre , si cercava 
capricciosamente nelle varie isole, che furono in vari tempi 
scoperte. 

In una caria di certo Bartolojmeo Pareto genovese, 
accolito di S. Santità il pontefice Niccolò V, che porta la 
data del 1453 di cui dirò in seguilo, al posto delle Ca- 
narie si trova scritto Insulm rtvper reperias S. Brandanù 

Favellando di questa carta debbo di volo fare alcuni 
riflessi. E ^sa porta la stessa data dell' itinerario e della 
lettera di Antouiotto Usodimare scritta ai suoi creditori, 
quella cioè del 455, nulla però ancora sarebbe per le 
nostre conghietture , se parecchi periodi di linee che 
si trovano sparsamente scritti nella carta medesima non 
fossero gì' identici di quelli dell* itinerario deirUsoJimiire ; 
una siffatta identità non di uno solo squarcio, ma di al- 
cuni, non di poche, ma dì mille parole , fa riconoscere 
che una sola e medesima cosa sono per awentupa 1* iti- 
nerario e la carta e questa non può essere che la dimo- 
strazione di quello. 

Intanto giovi conchiudere intorno al prefato itinerario 
porgerci esso un'adeguata notizia dei primi e successivi 
tentativi fatti dai Genovesi in ispecie, lunghesso la costa 
occidentale delPAfrica , servendoci di chiara prova che 
d'assai prima dei tentativi portoghesi erano gì' Italiani 
instruiti frequentando quei mari, che l'Africa era penisola 
e che polevasi, circuendola, giungere all'Indie per mare. 

La costa orientale dell'Africa è non meno fatta nota 
dal nostro itinerario, cosi pure tutta l'Asia fino ai Cataio 



— 336 — 
alla China settentrionale; h cose che vi si dicono sona 
le stesse che si trovano nel Milione di Marco Polo non 
disgiunte dalle medesime favole ripetute da tanti altri; si 
riconósce che di molte parti racconta il viaggiatore come 
da lui stesso vedute, ma di altre per relazione e secondo 
le idee che se ne avevano allora; ad ogni modo questo 
scritto sarà sempre un prezioso monumento della geografia 
del medio evo, comprovando che gì* Italiani si addentra- 
vano da tempi più remoti dopo il risorgimento loro nelle 
più recondite parti dell'Asia , e certo tanto della costa 
occidentale deirAfrica conoscevano da renderne ai Porto- 
ghesi di agevole scoperta quel poco che ne avanzava ancora 
non bene noto. 

CAPITOLO VII. 



Viaggi dei veneziani Marco Cornare , Gio. Maria Angiolello , Gio- 
safatte Barbaro , Caterino Zeno, Ambrogio Contarini nella Per- 
sia; di Niccolò ed Antonio Zeno, Pietro Quirioi, ed Alessandro 
Guarini nelle regioni settentrionali ; di Niccolò Conti nelle Indie 
Orientali ; di Paolo Trivisan nella Siria, nell'Egitto, nelPArabia 
e nella India. 

CL. Mentre la maggior parte dei viaggiatori genovesi 
* travagliandosi per la parte di ponente, preparava ai Por- 
toghesi la imminente scoperta del Capo; i veneziani si 
avvantaggiavano nella Persia e tentavano il settentrione. 
Ebbi già occasione di notare che prossimi ad occupare 
i turchi Costantinopoli , Venezia si adoperò a ristringere 
le sue relazioni colla Persia, e ponendosi in lega con 
quel sovrano muoverlo a guerra contro il comune nemi- 
cò ;: i viaggi pertanto dei Veneziani nelle regioni persiane 



— 337 — 
si vei^ooo fr«qttentasi»mi nel secolo XV. Vi si recavaix^ 
Marco Cornara e Gio» Maria Àagiolello Del 1419, Giosa** 
fatte Barbaro nel 1436, ed un'altra volta più tardi» Ga* 
teriDO Zeno nel 1460» e Ambrogio Gontarini nel 1473 ,. 
nalarale scopo di tutti questi viaggtalori si era sulle ro- 
vine del dominio ottomano» riaprire per colà ka via del 
golfo Persico alle mercanzie occidentali derivandone le 
orientali. 

Nel tempo medesimo venivano dai viaggiatori vener 
ziani espletiate le contrade settentrionali. Se si dey^ pre- 
star fede ad una relazione stampata in Yene^sia il 15S8 
da Niccolò Zeno: Niccolò il vecchio di questo cognome 
dopo la battaglia di Glìioggia, avendo armata di proprio 
una galea» cacciatosi in mare Tanno di 1380» avrebbe 
remigato alla volta dell' Inghilterra» quando una Cera tem* 
pesta tant*oltre lo spinse a tramontana e ponente» che lo 
gettò air isola di Frislanda» credula parte del continente 
di Groenlandia. Era signore dì quei paesi Zichmni ohe 
amorevolmente lo accolse ed egli gli giovò di molto nella 
guerra che aveva contro il re di Norvegia, per la qual* 
cosa ne riportò onori e ricompense non lievi. Niccolò Zeno 
trovandosi in grande stato ne rese consapevole per let- 
tere il fratello Antonio» che recatosi pure colà ricevette 
il medesimo favorevole accoglimento. I due fratelli en- 
trambi uniti si diedero allora alla ricerca di nuove Pro- 
vincie, Niccolò in particolare sarebbe giunto alla Estotir 
landa» ossia alla parte settentrionale della terra di (jar 
brador» nuUameno che al Canada, alla Virginia e al Mes^ 
sico. Anoiendue poi morirono in quelle parti» Aptonio dieci 
anni appresso di Niccolò e quattordici dopoché vi si era con* 
dotto. II quale avrebbe prima di morire scritte alcune lettere 
ad un altro suo fratello» il celebre Carlo Zeno. Il giovine 

Cavale, Storia del Commercio, eco, 22 



— 338 — 

Niceolò Zeno pofaUioando nel 1SS8 Tanzìdetta relaziooe, 
racjconta che il libro che avea sopra quei viaggi compo- 
sto Tàdìodìo Zeno» e di cui fa meuzioDe nelle sue lettere, 
fu per esso ancora fanciullo per inavvertenza puerile dato 
alle fiamme, e quanto ne avanzò è la stessa relazione che 
pubblicava e che poscia venne inserita da Gìobatta Ra- 
musio nella sua Collezione dei viaggi (1). Vi si trova an- 
cora menzione di una carta da navigare delle parti set- 
tentrionali, probabile lavoro di uno dei due fratelli, e che 
conservavasi dallo slesso Niccolò Zeno editore, ma mar- 
cia e vecchia di molti anni. 

Tutto questo racconto e le cose favolose e contrad- 
dittorie che si leggono nella Relazione stampata hanno in- 
dulto i più dotti ed imparziali scrittori a credere che 
fosse un'invenzione trovata dal Niccolò Zeno il giovine, 
non tanto per darne lode ai suoi antenati e concittadini, 
quanto per togliere al genovese Colombo il merito del- 
r immortale scoperta. Parve strano e quasi incredibile che 
il libro di Antonio Zeno, potesse più di cento venti anni con-r 
servarsi sino circa il principio del secolo XVI, presso la 
illustre e dotta famìglia degli Zeni e in una Venezia e in 
una epoca in cui più ferveva l'opera delle scoperte, senza 
che se ne avesse notizia, né si pensasse dai possessori 
illustri a trarne copia. Si durò inoltre difficoltà a dare 
credenza al re Zichmni della relazione che parlava latino 
coi Veneziani, ai marinai loro che riuscivano fra ì ban- 
chi e scogli dell'Oceano che non mai avevano navigato , 
ad insegnare ai naturali come doveano indirizzarvi a sal- 
vamento i regi legni ; ai libri latini trovati nella Mblioteea 
del re di Estotiland, ed altre siffatte stranezze. Qualunque 

(1) T. II, pag. 230. 



— 339 — 

giudizio però si voglia fare di quesii racconti» non credo, 
anche veri , possano essi meritare- una grave importanza» 
quando si consideri che al caso più che ali* ingegno ed 
all'arte degli scopritori si dovette la scoperta» e che infine 
con fondamento di ragione si crede che quelle provincie più 
secoli prima fossero già conosciute» come si rileva dalla 
Storia dei viaggi e delle navigazioni Americana dei Danesi. 

Per le parti di tramontana indirizzavansi pure po- 
steriormente i veneziani Pietro Qniriui che nel 1431 si 
addentrava nella Norvegia e nella Svezia» ed Alessandro 
Guarino che visitava la Sarmazia Europea» la Polonia» la 
Lituania» la Livonia» la Moscovia e la Tartaria, porgendo 
di quelle regioni le più accurate notizie, per le quali fa- 
cendosene famigliari le vie inauimivansi i viaggiatori a 
più remote esplorazioni. 

GLI. Mentre Venezia tentava di penetrare il setten- 
trione non dimenticava però le contrade orientali, e Nic- 
colò Conti vi si conduceva nel 1450 recandone la più 
ampia descrizione (1). 

Di questi tempi va pure ricordato tra gli eruditi viag- 
giatori italiani il nobile veneziano Paolo Trivisau» il quale 
per testimonianza dì Alessandro Benedetti veronese fin 
dalla sua prima gioventù ebbe a darsi a navigazioni con- 
tinue» viaggiando la Siria» T Egitto» l'Arabia; egli trattò 
felicemente la pace tra il Gran Maestro dei cavalieri Ge- 
rosolimitani di Rodi» e il Spldano dell* Egitto; descrisse i 
costumi dei Sirj, e i traffici degli Arabi» degli Etiopi e 
degli Indiani ; considerò gl'incrementi del «Nilo» la natura 
delle piante» delle erbe, dei frutti» e degli aromi ; investigò 

(4). Per i viaggi di tutti questi Veneziani, si veda il Ramusio. 
y. I e S delle navigazioni e dei viaggi. 



la varietà' di ftnimali igpalt^ dei pesci; né mai atanea 
esplorò la Palestioa, la Samaria^ la <}tudea, PAmam, il 
Oiordano, il (ago AsfaUtide» ed iafioe per molli anni feroiA 
ti 8iM> soggiorno in Cipro. 



CAPITOLO Vili. 



Viaggi di Vasco di Gema e di Cristoforo Colombo ; scoperta del 
Capo di Buona Speranza e dell'America ; Amerigo Vespucd , 
Bartolomeo e Diego fratelli di Colombo ; Bartolomeo Fiespliì» . 

CLII. La scoperta dell'arcipelago delie Azorre, delle 
Canarie » di Madera e delle isole di Capo Verde fatta 
dagritaliani, le carte naaliche toro, T incarico delia fa* 
miglia PesagDO, gli uomini della quale dal 1317 al iUS 
eoi grado di ammiragli e coirobbligo di avere sotto di sé 
-venti ufficiali genovesi, governarono per lutto quel tenapo 
le navigazioni del Portogallo» fecero agevole a questo, con- 
tinuando gl'indirizzi, le scoperte e i tentativi degl' Italiani 
lungo la costa dell'Africa» di voltarne finalmente il capo. 
L'Infante D. Enrico, dotato di graod'animo e valoroso 
guerriero, erasi, vivendo il padre suo, segnalato nelle 
guerre contro i mori Africani, e dopo la morte di lui» 
toltesi in mano le redini dello Stato portoghese continuò ad 
intraprendere magnanime cose. Tutti allora a ciò volge vansi 
^i studi, inclinavano gli animi, ed erano i più vitali in- 
teressi del regno riposti nelle scoperte della costa afri* 
casa. Il re Enrico si diede ad attingere avidamente le 
aecessarie cognizioni, a provvedersidei mezzi più opportuni 



— 34< ~ 

per conseguire cosi grande ed utile ialeftlo. Prese egli 
a eoBBigliarsi eei pia famosi matemaiioi per aTerine ^a^ 
essi Tesalla idea del sito e disila cóofigttrazioìie della 
terra» si erodi coi libri» ricercò notizie dai prìgioBiérì 
Tingitani, e dagli abitatori della Libia toferioi^e. Ma tutto 
ciò non era bastante al suo fine, che se giovava a con- 
fermarlo nel suo disegno, non gli somministrava ancora il 
più efficace ed acconcio modo di naandarlo ad effetto. Si 
volse pertanto all'Italia, ricorse a Venezia cb' era la sede 
e il centro in quei secolo XV degli studi geografici. 

Ivi portavasi il fratello suo D. Pietro, e riceveva co-^ 
pia tiei viaggi di Marco* Polo che meglio servivano ad il- 
laminare i navigatori portoghesi. Aggiungasi , che il Re 
Enrico dava in quel mentre stipendio a Patrizio dei Conti 
console di Venezia io Portogallo^ uomo celebre per il va* 
bre delle cognizioni geografiche. Questi si adoperò affinchè 
venissero posti a servizio del re Aluise da CadamostlD e 
Antonietto Usodimare. E se si ricorda che trovavansi essi 
in Lisbona verso l'anno di 1455 « e che la discendenza 
(Iella famiglia Pessagno, cui competeva il grado di Ammi* 
raglio del Portogallo, e l' incarico delie esplorazioni afri- 
cane , erasi estinta con Lancellotto nel 1448, si potrà 
agevolmente argomentare, che quei due italiani succedes* 
sero allora all'uffizio medesimo tenuto colà dai Pesagdo 
concittadini dell' Usodimare. Morto il re Enrica, il succes- 
sore Alfoiiso continuò gì* incominciati tentativi cosi felice* 
niente avviati, mantenendosi però sempre in relazione con 
Venezia per mezzo di Stefaiio Trevisan. Fu allora che 
^ania all'orecchie del nuovo re portoghese la molta fama 
del cosmografo Fra Mauro Camaldolese, gli commise aa 
mappamondo che egli condusse maestrevolmente , dci^e 
notò tutti gli scoprimenti fatti fino a quei tempi ed anco 



— 342( — 

Ti espresse di fare per mare il giro delPAfriea e di gion- 
gere all' India per quella vìa. Questo mappamondo fa spe- 
dito ad Alfonso da Fra Mauro il 1459, ed è Tidentìeo 
ch'esisteva neirarchivio del celebre monastero dei Bene- 
dittini dì Alcobaza, ed ivi veduto ancora nel 1528 da 
Francesco di Souza Tauvares, sul rapporto del quale ne | 
diede notizia Antonio Galvano. Il re Giovanni II ne tras- 
mise copia nel 1487 a' Pietro di Covigliano ed Alfonso 
di Pavia da lui inviati alla scoperta delle coste dell'A- 
frica e dell' India. Dopo di tuttociò è naturale che il pas- 
saggio di questa ultima per mèzzo della prima venisse 
alfine recato al suo termine da Vasco di Gama. 

GLIII. Pendevano questi tentativi quando il grandis- 
simo e il più meraviglioso di tutti raggiungeva la sua 
meta. Cristoforo' Colombo innanzi che Vasco di Gama 
girasse il Capo» scopriva l'America. 

Il nome» i viaggi dell'immortale discopritore tanto si 
sono illustrati » specialmente nei tempi nostri, che il volerne 
maggiormente trattare non farebbe che ripeterne malamente 
il già detto e recar noia ai lettori. Io quindi mi ristringerò 
a darne quel tanto di cenno che è necessario all'ordine suc- 
cessivo della presente materia, cavandolo dal libro detta 
Vita di Cristoforo Colombo^ che io stesso pubblicai nel (863 
all' occasione del solenne discoprimento fatto in Genova 
della sua statua , e da ciò che con succosa brevità ebbe 
ad espome nella sua Storia letteraria della Liguria il dot- 
tissimo mio maestro fu Gav. P. G. B. Spotoi^no (1). 

Cristoforo Colombo nacque in Genova il 1447 o 1*01- 
tima metà del 1446 (2). Giunto all'età di anni quattor- 

(1) Op. cit. voi. IT, pag. 243 e seg. 

(2) Dai libri livellarj già del monastero degli Olivetani di Santo 



— 343 — 
dbei si diade a. oavigare e in tale esercizio durò (ino a 
ventiquattro anni. Le prime sue navigazioni ancora bene 
non ci Simo note* Sappiamo però ch'egli corse tutto il 
Mediterraneo» fu ai servigi come capitano di nave di Re- 
nato d'Angiò. signor di Provenza e re di Napoli e nel 147S 
o poco prinia comandava una nave con alcune galee di 
genovesi. Lasciata la patria si condusse in Lisbona dove 
si trovava suo fratello Bartolomeo cosmografo di gran 
Bom6. Tolse colà moglie e prese a concepire il vasto di- 
segno. Ne accendevano Tanimo le grandi navigazioni che 
allora si facevano intorno airAfrica, le cognizioni che. gli 
forniva il fratello, le carte forse di cui era in possesso 
di Bartolomeo Palastrello, parente di sua moglie, la sua 
corrispondenza col fiorentino Paolo Toscanelli uomo dot- 
iissimo. Fatto in se stesso sicuro della propria scoperta 
venne a proporla alla sua patria, il dominio straniero in 
cui giaceva sotto il duca di Milano, le fazioni civili che 
la laceravano, il vóto della finanza, dopo la recente per- 
dita delle colonie di levante, tolsero a lei di accettarla. 
Da Genova passò il Colombo a Venezia, né miglior sorte 
incontrò la sua offerta. Forse fra le varie ragioni che ri- 
muovevano le due repubbliche italiane dall*accoglierIa en- 
Irava pur quella che . la nuova scoperta come le altre già 
intraprese dai Portoghesi avrebbero viemmeglio allenta^ 
nato il commercio orientale dal Mediterraneo per condurlo 
oeirOceauo. 

Stefano si trova che Domenico Colombo^ padre di Cristoforo pa^ 
^y^ loro un livello di anaui soldi undici per la casa che avea presso 
di Muieento (Murocinto), e ancora oggidì si vuole riconoscere in 
qneUa che si vede a pie della piccola salita che vi conduce, a si- 
nistra della via di Ponticello. 11 pagamento fatto dal Domenico Co- 
lombo risolta dai registri del monastero del USO, HS7, e 4458. 



— 34i -* 
1 riftHi di Franeia e d'Iigbiilemi segaitavMo qmMk 
di Venezia e di Genova, ai recò allora alia Coita dì A»r- 
togalio, e a quesla si fe'a proforfo il «m dmsameal^; 
slomacato per il vile tradamealo d^ «gli sì eoainiise 4i 
mandare segreiameote» per ooasìglio di n Do4lai« dt Cai^ 
zadiglia , una caravella a tenere il «aoMamo eh' egli 9ù^ 
cennava , si deliberò di andarsene in Gastigliv een im so» 
figlinolo chiamato Di^. Qnìndi sulta fiale del 1484 sì pose 
m viaggio, povero, mendico, spregialo daUe repttbfaMelwi 
e tradito dai re , e col suo pargoIeUo battè alla parta M 
Convento della Rabida di Palos chiedendo la carità. H 
Priore lo accolse amorevolmente, le sembiafize dell'«>dMi 
grande fecero subita impressione snU'ammo di luì, io mM 
e conforlollo a presentarsi io Cordova dov* era la Corte 
di Ferdinando e d'Isabella Reali di Sf^gna. Colombo rae^ 
comandatogli il figlio si porlo in Cordova, propose il sM 
disegno alla Corte, e d^po sette anni di doUnezze, di ri- 
pulse , di richiami e di consigli , ottenne due {Hceote navi 
ed armatane una terea a sue spese, salpò dal porto ék 
Palos il 3 Hgosto del 1492 e ai 12 di ottobre diseew 
neir isola di Guanahani eh' egli appellò S. Saloaiore. Le 
isole principali da luì scoperte io questo viaggio primo fm 
reno Cuba ed Haiti eh* egli nominò la Spagnmla. In que*- 
st' ultima perdette una nave e lasciò ana piccola Colooiat. 
Parti poscia il 4 gennaio del 1493 per l'Europa, tooaòr 
^le Àzorre e Lisbona , rientrò in Palos il IS marzo e fin 
ricevuto in Barcellona dai monarchi con quelle aceoglieoze 
e con quel plauso che sì doveva allo sco|H*itore del nuovo^ 
mondo. In ISv^tia si fecero i preparativi dei secondo 
viaggip; e diecisette navi con. ^ntroyi mille cinquecento 
nomini ^ j^oyeache, cavalli e vj^ sciolsero dal canale. 
éi Cadice tfddi 25 seliemiNre.dsl 1493. Con Coloabo 



I Dì^ «M fral^. Teaneri la f^rora (m 
a nentdHpMenie die mi ri eri fatu» nel prinio vhg* 
{i^ Il S MWoAre vMer» U, Da m i à i oé , « smonUroM 
ìd Mari tìakmSe. SetfriroM It GwéaUtpa, e la (7mi- 
flMte eri akce isole, ne poMi ei HtHa troTaroiiò la Ge- 
lami rovfluto, mm ^o dei eeloerL L*iivarizia e la fibi- 
dìae ^ oielioffo aveaM wno a rorore i tinidì MMfiaaL 
Grialefèpo, md ^etadb punire i oafaraH per colpe dd 
criflIiMtt, « reeè iieHa i^ow «rioltale dì Haiti e vi Eab- 
iirÌBè la oUà imMlm, ceri MOisala ad oaore della Re- 
{ioa di Ganjgia. 

i Ja^eri dorala— qaaiiro fiìeri e già la gmde opera 
vedem» temknla va prìni di maiTO del 1494. Ma gii 
SpafBMli per ci^pid^ d*ero e Haeosa di easimaì viui. 
perataM i e^miy t ^pnK ri almuroM affine coatre di essi 
e fieeti eaato r aa w rira fjfa. La lerea adoperala contro 
dei pnÉtt, 1» aeveriti ao^ i aoMofi taf%5 Tèrdioe , e 
reose io aperawe del bene. Bd ebbero tal prtacipto le 
seiagne étW Eroe. Il 4|aale depo albile fatkbe, e dopo 
di w9Bt 4alo il noaie a aettècenlo isoletie, lasciando in 
Haiti il fipaletto BartriameB oapra^inaW da non BMdto 
teaipo in ^pelle contrade, con litoio di Prefetto , al go- 
verno éBU*iiala, parti per lasagna il lOmarzodel 1497. 

Il tene viaggio del CotonAo ^èbbe il ano elfetto ad 
ontaé^i wtMu del ano nearico Giovamii Fonseca, ad<fi 
30 maggia del 1498, spiegando ^ le vele 4al parlo di 
S. Lnear di KarranMda, e icnendori vicino alTEpatiore , 
e poaeìn per evitane gii ardori della cena torrida tor- 
cendo dqpuinto a traannlana, franse il l.** agosto del 
1498 atUa ptai/a Mk nfkf^ sol eastinente del naavo 
e fia ftteau la prioM vohn tktt gli Baropri po- 
di 



— 346 — 

Cominciarono allora le sciagure che afflissero V aomo 
grandissimo, quando, cioè, la sua immortale impresa era 
condotta contro le dicerie del volgo, e i pregiudìzi dei 
dott'r a lietissimo fine. Abbandooò Paria il iS agosto 1498, 
ed ai 30 delio stesso mese giunse a S. Domingo, Buova 
capitale d* Haiti fabbricata dal suo fratello Bartolomeo, 
Colombo prefetto dell' Isola, chiamata cosi, o per il nome 
del proprio padre Domenico, o perchè la prima volta ri- 
conosciuta in giorno di domenica. Neil* isola tutto era di- 
sordine , gli Spagnuoli si erano abbandonati ad ogni più 
rea opera, né si estimavano potenti se non opprimevano 
vilmente ì miseri indiani. Intanto alla Corte si macchi- 
nava contro il Colombo, nuocevagli Tessere straniero, lo 
avere troppi privilegi e l'aver voluto esser giusto fra tanti 
ribaldi andati ali* Indie, il Fónseca si giovava dell'autorità 
che grandissima aveva nella Corte per avvilire il Diseo- 
pritore. Il re Ferdinando mandò finalmente a S. Domingo 
con lettere in bianco soscritte da lui e dalla regina, un 
cotale Francesco di Bovadiglia, povero gentiluomo, com- 
mendatore delPordine di Calatrava, con istruzione che se 
egli trovasse reo il Colombo mandasselo in Ispagna, ed 
egli si avesse il governo del nuovo mondo. La natura del- 
l'uomo, e la condizione apposta al mandato ben faceaoo 
prevedere che con siffatto giudice Colómbo doveva essere 
colpevole. Infatti, venne posto in ferri coi fratelli, calato 
nel fondo di una nave e spedito alla Corte. I monarchi 
spagnuoli , Ferdinando per timida ipocrisia. Isabella per 
senso di pietà, vergognarono di tanta indegnità. Ordina- 
rono essi che i tre Colombo fossero liberati, e gli accol- 
sero in Corte con dolci parole. Senonchè, intanto si vio- 
lavano i suoi diritti, si metteva a sacco la sua casa di 
S. Domingo, ed egli menava vKa povera ed abbieUa in 



anà osteria. Finalmente fu speilito nel nuovo emisfero 
per un quarto viaggio, con divieto di toccare V isola di 
Haiti. Andò con lui il figliuolo Ferdinando, il fratello 
Bartolomeo e Bartolomeo Fiescbi suo grande amico. Par* 
tirono dal canale di Cadice addi 6 maggio del 1502, toc- 
carono il Brasile, veleggiarono lungo la terraferma ' che 
sì apre al gran golfo ^ del Messico , sperando trovarvi un 
gran braccio di mare , e il giorno 17 agosto del 1502 
Bartolomeo come Prefetto delle Indie , prese il possesso 
di quelle immense contrade, a nome dei regi di Castiglia. 
Nel giugno del 1503 una orribile tempesta li costrinse a 
pigliar terra alla Giamaica. Quivi* gli Spagnuoli ribella- 
rono al Colombo-, gl'Isolani negavano vettovaglie, e se 
non era Taecortezza del grand' uomo che sapendo dover 
accadere un ecclisse lunare, minacciava T ii^a del cielo a 
quei barbari ove noii lo soccorressero, sarebbe niorto egli 
con tutti i suoi di fame, mancando le navi a sortire dal-* 
risola. Nel tnaggio del 150& alfine una nave comperata 
in Haiti dal Mendèz a spese di Cristoforo, trasse i miseri 
della Giamaica, e li condusse nella Spagna. Quivi TEroe 
abbattuto da tante disavventure e fatiche, da tanta ingra- 
titudine e tanta empietà, terminò con somma religione il 
corso dei suoi giorni mortali in Vagliadottd addi 26 mag- 
gio dell^anno 1506. Il suo corpo trasportato in Siviglia, 
ebbe la tomba nella chiesa maggiore; e per ordine del 
re Ferdinando fu onorato dei seguente epitaffio, semplice 
si, e rozzo ancora, se cosi vuoisi, ma pieno di quel su- 
blime che va sempre disgiunto da vane parole. 

A Cast&la y a Leon 
Nuevo MoMb dio Cohn. 

Ài tempi nostri il celebre improvvisatore di rime la- 
tine Faustino Gagiinfii bibliotecario della Regia Università 



— 348 — 
di Genova scrisse soUp M suo basta , c^lloeata nèlhi già 
deliziosa villetta del fu marehese ed ottimo Gian Carlo 
Dioegro , questo verso: 

« Vms erai mundus duo smt, ait iste, fuere >. 

La cui traduzione letterale iu italiauo, rispouderebbe at 
seguente : 

« // mondo era un, sten due, diss'egli, il furo » 

GLIV. Questa in bravissimi termini è la vita di Gri^ 
stoforo Colombo. La sua scoperta essendo oltre ogni uuiauo 
credere meravigliosa, naturale cosa è, che muovesse V in- 
vidia, la gelosiai T impostura degli uomini ad annebbiarla 
a diminuirne e negarne il merito. Fra gli obbietti che gli 
si fecero» due furono i principali: 

ì.^ Che la scoperta dell* America operata dal Co«* 
lombo si debba più al caso che a meditato disegaOé 

2.^ Che la terraferma americana venne trovata* 
anzi da Amerigo Vespueci che dal Colombo. 

Questi due obbietti vennero combattuti trionfaisiente 
dai più dotti ed imparziali scrittori ; il secendo però me^ 
glìo per argomenti di ragione che di fattOi quando io 
questi ultimi tempi Alessandro Humboldt » e il cavaliere 
D'Avezac posero termine alla quistione con tali prove e 
conclusioni, che oggimai nonché stoltezza, ma «sarebbe ma*- 
nifesta malafede il farla rivivere. Io ne raccoglierò in sue- 
cinto la sostanza, e dell'uno e dell'altro obbielto darò, un 
cenno colle risposte che loro si fecero dagli difensori. 

Fu opposto da questi alia prima imputazione che Co- 
lombo iu)n potea ingannarsi sullo scopo dei suoi viaggi , 
né perciò dovea dirsi ohe a caso fossesi condotta allo 
scoprimento dell'America, per i segoenti tre motivi : 



— 3«9 -* 

1.^ %li era convinio' essere la terra un glòbo dt 
6giira sferica; e ciò si rileva dalie opposizioni fattegli nel 
consiglio (li Spagna , ove taluno sostenne non darsi gli 
Antipodi, e per questo essere una chimera il divisamento 
di Colombo. Al quale errore seppe assai bene rispondere 
Alessaodro Geraldini antico del Colombo ohe a caso ai 
ti*ovò a quel Congresso. Ora conosciuta la figura sferica 
dalla t^rra , era invincibile l' argomento di Bartolomeo 
Colombo» rammentato* dal Giustiniani nelle note al Sal- 
terio ; spingendovi tra ponente e mezzc^iorno addentro 
l'Oceano, o troverete t«rre incognite, o arriverete alte 
sponde dell'Asia. Dunque il frutto del tentativo era certo^ 
quand'anche non si fossero trovati nuovi paesi. 

%^ Cristoforo avendo cognizione dei geografi e dei 
viaggi fatti già dai navigatori più antichi e sapendo quanti 
gradi ' fossero dalla China al meridiano tli Groenlandia , 
poteva computare assai facilmente quanti gradi rimane*^ 
vano a percorrere. Anzi non pure i gradi, ma le miglia ; 
sapendosi dalla sua lettera pubblicata dal Morelli, ch'egli 
avea calcolato il grado alla linea equinoziale di sole mi- 
glia S6 ^/a. Per conseguenza, tenendo egli per fermo che 
la- terra avesse forma di sfera, ed avendo calcolato quante 
miglia restavano dal meridiano a lui noto di Groenlandia 
al Gataj , non altro rimaneva che cimentarsi al meravi-^ 
glioBO tentativo. E ciò quanto alla prima parte del dise- 
gno, cioè al trovare la via marittima ai lidi estremi del^ 
l'Asia. 

3.^ Venendo a parlare delPaltra parte, cioè dei nuovr 
paesi da trovare nell'emisfero ignoto, molte ragioni fortis- 
sime persuadevano Colombo a sperare di essere scopritore 
d'incognite regioni. Ne aveva quasi un preludio nelle isole 
di Madera^ Portosanto, Canarie, Capo Verde e nei Groen- 



^ 850 — 

Und; una volta divise affaUo dal mpodo conosoioto e po- 
scia aperte alla navigazione» Sapeva ancora da Pietro 
Correa ed altri naviganti» che allorquando soffiavano venti 
gagliardi da ponente, le acque dell'Oceano spingevano al 
lido delle Àzorre» di Madera e di Porto Santo produzioni 
ed oggetti ignoti ali* Europa; come pini dì una specie dif- 
ferente, canne di grossezza straordinaria, e quello che più 
faceva ali* intento, legni lavorati con molta pazienza, nei 
quali però si riconosceva non essecsi adoperati strumenti 
di ferro. Le quali cose attentamente ponderate, inducevano 
Cristoforo a tre conseguenze : spirano dairoccìdente venti 
gagliardi; dunque vi hanno delle terre, questi venti por- 
tano a Madera legni e canne di specie ignote: dunque le 
terre occidentali non possono essere ad una immensa di- 
stanza; tra i legni approdali alle isole se ne trovano di 
quelli lavorati a mano d*uomo; dunque le terre d'occi- 
dente sono popolate. 

GLV. Senonchè, non meno gravemente si contendeva 
al Colombo il diritto di priorità nella scoperta dei conti- 
nente americano, tentandosi di attribuirlo ad Amerigo Ve- 
spucci. Dal contenuto delle lettere di questo si rilevava 
ch*esso, il Vespucci, lui affermandolo, addi 10 maggio del 
14^7 , partiva dal porto di Cadice diritto volgendo alle 
Canarie e tanto navigò che a capo di trentasette giorni 
fu a toccare una terra che giudicò essere terraferma, la 
quale distava dalle isole di Canaria più airOccidente a 
circa di mille leghe fuori deirabitato, dentro della torrida 
zona, perchè trovarono il polo del settentrione alzare 
fuori del suo orizzonte sedici gradi, e più occidentale che 
le isole di Canaria, secondo che mostravano i loro istrii- 
menti, i>ioè settantaquattro gradi. 

Ora se questo racconto del Yespucci era sincero , 



ovveramenie» se le date fossero state geoiùne» il Colombo 
trovandosi alia terra di Paria, o cootioente americano» 
soltanto nel luglio del 1498 è evidente che il primo giun- 
geva in terraferma un anno innanzi del secondo. Questo 
vanto a disdoro del genovese avvisavansi di sostenere i 
toscani Baudini, Canovai e Bartolozzi, uomini dottissimi. 
Primo il conte Galeani Napione di Gocconato dimostrava 
con evidenza che nelle relazioni del Vespucci essendo 
sbagliate le date, si era confuso un suo viaggio con l'al- 
tro, trasportando i fatti da quello a questo. 

Ma più del dotto scrillore piemontese, sorgeva a chia- 
rire la inammissibilità della relazione del navigatore fio- 
rentino, il celebre Alessandro di Humboldt. Egli rettificando 
gli errori, conciliando le differenze, ed esaminati avendo 
attentamente i viaggi del Vespucci, si accinse a concor- 
darli con quelli da lui fatti per la Spagna, senza di che 
e per Terroneità delle date, il contrasto delle particolari 
circostanze e la confusióne del racconto non offerivano 
che una mescolanza di assurdità e d* incertezze. Attenen- 
dosi quindi all'autorevole giudizio del Las Casas, e alle 
profonde convinzioni dell'Herrera, venne in grado di ac- 
certare l'identità del primo viaggio del fiorentino Ve- 
spucci con quello dell' Hojeda e del secondo con quello 
del Pinzon o del Lepe. 

£ accingendosi a fornirne le prove, dimostrò l' incom" 
patibilità del primo viaggio di lui colla data del 10 mag- 
gio 1497, per le seguenti ragioni. 

^e^rigo Vespucci, niorto essendo il banchiere Gian* 
notlà^Oefardi nel dicembre del 149S, succedendo egli a 
quello nella intrapresa che .avea dal governo spagnuolo 
dell'armamento delle ns^vi, in siffatta sua qualità, il 12 
gennaio del 1496, firmava lana ricevuta per danari paga- 



— aso- 
ligli dal tesoriere PiDelto e seguitava ad alteadere a!b 
slesso incarico fino alia definitiva spedizione della flotta» 
sopra di cqi imbarcavasi e partiva il Colombo dal porto 
di S. Lucar addi 30 maggio del 1498. Provato in tal 
modo V alibi, ovvero il suo coolinaato soggiorno in Ispa* 
gna sino a quest'ultima data, torna inammissibile il viag- 
gio di Yespucci addi 10 maggio del 1497. 

Egli era infatti tenuto a provvedere ad un tempo stesso 
al racconciamento delle quattro navi già arenate, e ad 
allestirne altre quattro, cui in forza di contratto da pa<> 
recchi mesi veniva obbligato il governo Spagnuolo. Ora 
queste otto navi furono appunto quelle (due delle quali 
vennero mandate ionanzi con soccorso nel febbraio de) 
1498, capitanate da un Pier Fernando Goronel, e le altre 
sei si diedero in comando all'Ammiraglio) che con le siesse 
salpò il Colombo da S. Lucar il 30 maggio del 1498. 

Sciolta e definita rimaneva in tal guisa la grande qui* 
stione a favore del genovese navigatore contro il fiorenlioOt 
quando comparve improvviso a ravvivarne la memoria il 
brasiliano M. Yarnhagen col libro Vespuceio e il wo 
primo Viaggio^ e con la Sima della dvilti del Brasile 
per i Porloghesi. 

L'egregio autore zelando l'ònor lusitano qhiarivasi coi)* 
tro il Colombo. I suoi argomenti però. tutti egli trasse dalle 
teorie fiorentine del Canovai e del Bartolozzi, collegandole 
abilmente fra di loro e ravvicinandole con meravigliósa 
destrezza. 

A questo recentissimo avversario del Colombo, rispon* 
deva con un suo libr^ eruditissimo il signore d'Avezac, 
scrittore francese, da me piò volte lodato, benemerito dei 
ìadigliori studi storici e geografici , della cui amicizia mi 
onorQ. Prese egli a combattere vittoriosamente le nuove 



— 358 — 
offese cdAtro il Vanto secolare del genovese discofnritore, re- 
cando la contraversia alle seguenti incontestabili conclusioni; 

La priorità della scoperta del nuovo continente ap- 
partiene senza contrasto al Colombo. Il navigatore fioren« 
tino Amerigo Vespucci intraprese il primo suo viaggio 
verso le terre transatlantiche confuso coi compagni su-' 
balterni di Alfonso di Hojeda nella spedizione del 1499, 
la qoftie partiva d'Europa nel maggio, approdava verso 
Surioam, segurtava per la costa occidentale fino al di ìk 
del Capd della Vela, e giungeva a S. Domingo al prìn-^ 
cipìo di settembre, avendo seco l' Hojeda l'itinerario del 
terzo viaggio e la carta dei paesi continentali scoperti 
dal Colombo, oltre Bartolomeo Roldano che avea collo 
stesso navigato al golfo di Paria. 

il Vespucci separandosi repentinamente dal* suo Capi- 
tano , in compagnia senza dubbio del pilota Bartolomeo 
RoMatio, con cpiesto tornava in Ispagna il IS' ottobre, 
per far (larte seco lui nuovamente nel dicembre dell'anno 
medesimo, della spedizione del Lepe; il quale in una tvl^ 
pida esplorazione voltava il Capo di Sant*Agostiiio verso 
il mezzodì , torceva a settentrione luogh' esso la costa fino 
(Are il Paria, e facea ritorno a Siviglia nel mese di giugno 
del ISOO, apparecchiandosi ad un nuovo imminente viaggio. 

Dopo di avere, arresoci dite incalzanti soflecitazioDi 
del Portogallo, abband^okiata fui^tifvaimente la Spagna, forse 
col Lepe che morì col*, il Vespufecìò iMraprese nel 180* 
e 1S(03 per conto diel ré Ert^maiìtiele , ma sempre ihqoìi* 
lità di subalterno, due spedizioni sulle coste brasiliane ; si 
ricondusse nel 150S al Servizio defla Spagna, e sbtto di 
questa compiè nel 1S07, in compagnia di Giovanni De 
la Cosa , nella parto di mezzodì-ponente di S. Domingo , 
una novellai esploraziMe dèlie cosi» #iltltterraféniiav menile 

CàMAiMg UorUk àa Ommtrcht ice* 23 



— 354 — 
che il PinzoD ed il Solis riconoscevano quelle dell'Yucatao; 

Questa è soltanto la parte che a rigore di giustizia 
si spetta ad Aoìerigo Yespucci nella storia delle scoperte 
transatlantiche; ogni altra è menzogna ed errore. 

Fu dunque la più grave ingiustizia che gli uomini com- 
misero appellando iU Nuovo Mondo piuttosto col nome di 
Amerigo Vespucci che con quello del vero suo scopritore 
Cristoforo Colombo. Il primo a darne il funesto esenipio 
fu uno stampatore della piccola città di Saint-Die nella 
Lorena, originario però della Svizzera e chiamato Yald- 
seemuller, cognome da lui grecizzato secondo il vezzo dei 
tempi, e trasformato in quello di Hylacomylus. Pubblicò 
egli i quattro viaggi del Vespucci per la prima volta 
Tanno di 1507 in seguito ad un trattato di Cosmografia. 
E si è in questo libro eh' egli propose di designare il Nuovo 
Mondo sotto il nome* dell'Amerigo : Americi terra , vel 
America. La insinuazione ebbe luogo un anno dopo la morte 
dì Colombo , e cinque anni prima di quella del Vespucci. 
Il libro dello stampatore di Saint-Die ebbe molte ristampe 
che sparsero in tutta Europa Tammirazione del Hytouco- 
mylm per Amerigo Vespucci. È pure fuor di dubbio €he 
dobbiamo al ffylacomylus la Carta dei Nuovo Mondo che 
sta unita all'edizione del Tolomeo del 1532, e dove il 
nome di America è inscritto su questo Continente (1). 

CLVL Non credo potersi disgiungere da Cristoforo i 
suoi due fratelli Bartolomeo e Diego con Bartolomeo Fiaschi. 
Quest'ultimo accompagna vaio Dell'altimo viaggio, in cui 

(1) Queste notizie ip ricavo d'alcune emdite Note poste al 
bellissimo Facsimile di una lettera di Colombo teslè pubblicata 
in Milano colla maggiore nitidezza ed eleganza tipografica dal signor 
Gerolamo D^Adda^ personaggio illustre' che alla nol)iltà dei natali 
congiunge il prègio deli* ingegno e déUa dottrina. 



— 355 — 
moslrò UD aDÌmo invitto, esponendosi sopra debol canòa 
all'urto dell'onde in lungo tragitto per trovare conforto 
e salvezza ali* amico. Sòscrisse come uno dei testimoni 
all'ultima volontà di quel mngnanimo nel 1506. E certo 
è che tornando dal suo viaggio al Nuovo Mondo tolse il 
soprannome di Fiaschi dell'Indie, o Fieschi Indiano^ come 
si vede negli Annali del Giustiniani, ove si legge che fu 
«Ietto nel 1525 cajMtano di 15 galee e di alcune navi 
genovesi contro 1' armata francese. 

Diego fu pure compagno del fratello Cristoforo, ma 
il nome di Bartolomeo Colombo merita particolare men- 
zione, il quale senza dubbio sarebbe più famoso se la gloria 
del fratello non l'avesse oscurato. Grande cosmografo, abi- 
lissimo disegnatore di carte marittime, fissato aveva per 
tempo il suo domicilio in Lisbona ove allora concorrevano 
tutti i navigatori dell'Oceano, specialmente italiani , dalla 
<:ui scienza e perizia apparavano i Portoghesi a sfidare^ 
<con sicurezza quelle onde che dovevano recarli, alla sco; 
perta del Capo. Di Lisbona richiamollo Cristoforo per {spe- 
dirlo in Inghilterra , onde disporre il re Enrico VII a dare 
orecchio al suo disegno. E perchè i mezzi corrispondessero 
al fine propostosi dai due germani, ragion voleva che Bar- 
tolomeo vedesse di nutrire nella mente del Re inglese una 
alta idea dei sapere cosmografico di Cristoforo. Presentò 
quindi al Monarca un Mappamondo da sé lavorato: Barlhol. 
Col. de Terrarubra opus edidit istud (1). Per mezzo di 

(4 ) Ecco i versi che vi erano scrìtti sopra : 

Pro autore, sive Pictore, 

JantuB cui patria est nomen, cui BartoUmwms. 

Cohmbus de Terrarubra, opus edidit istud. 

Londonii amo domini 1480^ 

Atque in super anno octaoo, decimaque die cum tertia mensis 

FebìfruarH, Laudes Ckristo canteniur aìnmée. 



— 356 — 

questo, mostrata resistenza degli antipodi, invincibile 
era il raziocinio : se la terra è sferica , partendo da Li- 
sbona, e spingendosi nell'Oceano, è forza che o si trovino 
terre nascoste o si giunga al Continente dell'Asia. 

Bartolomeo Colombo segui Cristoforo nei suoi tre ultimi 
viaggi, col suo valore lo difese, lo giovò colle sue profonde 
cognizioni cosmografiche , colle sue esplorazioni nel paese 
di Veragua , e si ebbe il titolo e Tautorità di Prefetto delle 
Indie, dai monarchi della Spagna. 

Non voglio trascurar di notare che fra i seguaci di 
Colombo del quarto suo viaggio si vedono indicati dalla 
collezione di Ferdinando Navarrette (1) i seguenti dodici 
italiani, dieci genovesi, due milanesi : Guglielmo e Grego- 
rio senz'altro cognome, Antonio Clavarino dei primi, Gio- 
vanni Barba dei secondi sulla caravella capitana; Andrea 
e Battista senza cognome, Pietro Gentile, e Diego Cat- 
taneo genovesi, e Bartolomeo milanese sulla caravella 
Sani' Jago di Palos ; Bartolomeo Fiesco capitano, Giovanni 
Passano, Pietro Monticelli, Francesco di Levanto ed un 
altro Battista genovesi, sul naviglio Biscaino. 

CAPITOLO IX. 



Viaggi di Giovanni e Sebastiano Cabotlo, Giovanni Terrazzano ; di 
Leon Pancaldo , Antonio Pigafetta ed altri compagni di Ferdi- 
nando MagagUanes ; di Giovanni da Empoli, Ludovico Bartema 
e Andrea Corsali ; ed altri viaggiatori italiani di minor coaCo. 

CLVII. Nello stesso tempo che il genovese Gristofora 
Colombo navigando per la via di pónenie scopriva le isole 



(4) Op. cit. Voi. 5. 



— 357 — 

6 la terraferma di America , Giovanni e Sebastiano Ga- 
ietto veneziani si avventuravano per la parte di tramon* 
tana a trovare le Indie orientali. Inducevanli a quel ten- 
tativo molti , né dispregevoli argomenti. Leggevano in 
Plinio che per testimonianza di Co^nelio nipote, dal re di 
Svezia erano stati donati a Metello Celere proconsole della 
Gallia, alcuni mercadanti Indiani per fortuna marittima 
dai loro paesi sospinti sopra i lidi svedesi. Trovavano 
scritto che ai tempi di Ottone imperatore fu presa nel 
mar settentrionale germanico una certa nave che di Le- 
vante dalla forza dei venti vi venne gettata; locchè, ne 
concbiudevano , che possibile non potea essere se quel 
mare settentrionale fosse stato per cagione dei grandi 
freddi e ghiacci innavigabile. Infine» consideravano, che 
oltr^ il mare Indico, il golfo gangetico, TÀurea Cherso^ 
oeso, ovvero Malacca e la provincia della Cina, ed oltra 
le navigazioni dei moderni , sapevasi di certo , che lo 
stesso mare indiano era posto in lunghezza quasi nel 
grado 18.^ ed in larghezza nel 25.® grado, poco di là 
dal meridiano di Tartaria, e del grandissimo imperio del 
Catai e vedendo come e quanto questo gran mare delle 
Indie si andasse ognor più sotto quesito meridiano ingol- 
fando e piegando verso settentrione, non con leggiera 
congettura, né senza ragione giudicavano essere verosimile 
che se il mar nostro settentrionale o di verso levante^ o 
di ponente si distendesse alla volta di mezzodì sQtlo quei- 
r istesso meridiano sotto il quale il mare indico verso di 
settentrione si piega, facilmente sotto il meridiano mede- 
simo sì potrebbe co^gìungere col mare dell* India. 

Indotto da queste ragioni , Giovanni Cabotto , recatosi 
da Venezia per motivo di traffico in Ingl)jlterra , con un 
3U0 figliuolo Sebastiano» concepì il pensiero di tentare 



— 3o8 — 
r ardilo passaggio , e propostolo al re Enrico VII ne ol- 
teDDe il consenso. Gli furono a tal fine spedile da quet 
sovrano Y anno di 1496 le lettere patenti indirizzate non 
tanto a lui e a Sebastiano , quanto agii altri due suoi 
figli Ludovico e Santo. Ma Giovanni Cabolto poco dopo 
la spedizione di esse, mori nel tenopo medesimo in cui 
giunse l'avviso che il Colombo avea scoperta la costa del- 
V India ^ come si esprime il Gentiluomo Mantovano, il 
quale in Siviglia conversato aveva col Cabolto Sebastiano^ 
e quei particolari raccontava poscia a Glo. Batta Ramusia 
che li rese di pubblica ragione; quindi il solo Sebastiano 
si accinse a quel viaggio. Ora tanto il Mantovano quanto 
Bacone da Yerulamio nella Storia dì Enrico VII re di 
Inghilterra e Pietro Martire d'Anghiera, con poche ed 
inconcludenti differenze raccontano : che si avanzò tanto 
verso settentrione eh' ebbe più giorni continui senza notte; 
ma che avendo trovato il mare ingombro d* immense moli 
di ghiaccio , benché questo in terra fosse disciolto , fu 
costretto a volgere addietro per tornarsene in Occidente; 
che nondimeno veleggiò verso mezzogiorno fino a trovarsi 
allo stesso grado di latitudine in cui è lo Stretto di Gi- 
billerra , e verso Occidente s' inoltrò fino ad esser quasi 
allo stesso grado di longitudine in cui è l' isola di Cuba. 
Tornatosi addietro in Inghilterra, rimase scontento di certo 
per il fallito tentativo, ma pieno di speranza d'intrapren- 
derlo un' altra volta con più favorevole successo. Senonchè 
le guerre che perturbarono allora quel regno non permi- 
sero che i suoi desiderii fossero condotti ad effetto. Passò 
allora in Ispagna, invitatovi dal re Cattolico, la cui idea 
era quella di secondare il divisato passaggio del Cabotto, 
p^r la parte di tramontana alle Indie Orientali, e la sua 
partenza, secondochè ne attesta Pietro Martire d'Anghiera, 



— 359 — 

era fermata nel marzo del 1316, quando, e s'ignora per 
quale motivo, venne sospesa. Il Cabotlo vedevasi frattanto 
riputalo uomo si esperto nell'arte del navigare che nìuno 
dei piloti poteva intraprendere viaggio in America , se 
prima da lui non era stato approvalo. Infine l'imperatore 
Carlo Y con cinque navi e col titolo di capitan generale, 
lo inviò non già a tentare il meditato passaggio, m' a sco- 
prire meglio il fiume Paraguay , pochi anni prima stato 
osservato, a crearvi opportuni stabilimenti per la corona 
spagnuola, quindi varcando lo stretto Magellanico, recarsi 
alle Molucche e ricercare il Giappone che confoodevasi 
allora colle antiche e celebri isole di Tarsis, di Ophir e 
di Cipango. Il Cabotlo non oltre navigò di quel fiume, a 
cui die il nome di Rio della Piata, e sulle cui rive edificò 
un forte. Dopo avere chiesti soccorsi di là, né dalla Spa- 
gna ottenuti , tornossi un* altra volta addietro , senzachè 
si pensasse da quel regno per più anni a promuovere pe4* 
siffatta parte le incominciate . scoperte. Sdegnato di cosi 
ingrati ritardi, Sebastiano abbandonò la Spagna e si ri- 
condusse in Inghilterra nel 1528, o forse poco dopo, e vi 
si trattenne per molti anni. Un decreto della regina in^ 
glese del 1553 gli assegnava un'annua pensione di lire 
166. 13. 4 di legale moneta dell' Inghilterra, forse come 
^tipeiìdio di governatore perpetuo ch'egli era di una So- 
cietà mercantile colà istituita per promuovere la naviga- 
zione e le scoperte, la quale chiiimavasi Società del Catajo 
ovvero della Russia. Non però potea il Cabotto rinunciare 
airantico divisamente del boreale passaggio al mare In- 
diano. Fino allóra avea questo cercato per tramontana- 
ponente, ma non essendogli mai venuto fatto, ne andò di 
bel nuovo in traccia per tramontana-levante. Salpò quindi 
dal porto di Harwich addi 24 maggio 1556, e nel mese 



— sco- 
di agMlo pervenne aU* allezca di 70 gradi. Gli parve a 
tal ponto iropossibile di procedere pii innanzi, e passata 
la stagione invernale in GoUnogorod , si ripose poscia in 
viaggio costeggiando la Lapponia russa sino al iSK7. E 
qui termina la relssione che abbiano del suo via^;io, né 
di questo, né di lui più nulla si sa. Certo è che il Cabotto 
Sebastiano venne considerato come uno dei più delti nel* 
l'arte nautica, e de' più ardimentosi nell'esercitaria. A hii 
si attribuisce di avere per il primo scoperta la declina- 
zione deirago calanùlato nel suo viaggio del 1496. Però 
di tale scoperta non può darsegli merito, dove si consideri 
che fino dal i&92, e cosi quattro anni innanzi del Cabotto, 
il Colombo osservava quel feiMNoeno nella prima sua Da^ 
vigazfone. 

Intanto, come notano opportimameote gli Autori della 
Raccolta dei via^i (1): < Elia è cosa assai gloriosa al- 
c r Italia , che le tre fotense fin le quali oggji dividasi 
« quasi tutta l'America, debbano agi' italiani le loro prime 
€ conquiste, i Casligliani a un Genovese, cioè al Colombo,, 
e gì' iniglesi a due Veneziani , cioè ai due GaboUi » « ì 
« francesi a uo Fiorentino, cioè al Verrazzani »« 

CLYIII. Di quest'ultimo però aia la ^ta sia i viaggi 
ancora jdmangono nella oscurila; il Ramusione iiubblioò 
Il primo una lettera che Giovanni da Verrazzano addi 8 
4uglio del 1534 da Dieppe inviò al r^ di Francia Fran- 
cesco I, di cut le tre ultisse laccio contengotto la deaeri- 
zione cosmografica che già cotpservatasi oella lahlioteca 
Strozziana, passò da questo alila Magltabecohiaua di Fi- 
renze;' e fu, né si sa per quale ragione, tralaaciaia dallo 
stesso Ramusio (2). Dell'egregio viaggiatore (fiomitkio par-» 

(4) Tom. 49, pag. 60. 

<2) Op. cit. ¥ol. III^ p9g. 420. 



larona il P. Cateoi cs^maMolese oeirdog|o di lui fra quelli 
ÌBseriiì degrìlluairi toscani, i RaccogKtori dei viaggi, il 
Padre Charlevoix nella mia Storia delia novella Francia, 
il Tiraboschi nella letteraria» il Bancroft in quella nuova 
degli Stati Uniti , Tamericano signor Giorgio Greene nei 
muBeri 7 e 8 del Sagf^ìatore, giornale romano che pubbli- 
cavasi per opera dei signori Genaareili e Mazio nel 1S44 
in Roma, e in fine il signor Giuseppe Arcangeli nell'Ap- 
pendice 28.« deirArchivio Storico Italiano di Firenze^ edito 
per cura del non mai compianto abbastan^ Gio. Pietro 
VieusseMx. La maggior parte di questi riportarono la lettera 
del Yerrazzani, alcuni vi aggiunsero la descrizione cosmo- 
grafica omessa dal Ramusio, i due ultimi, Greeue ed 
Arcangeli, dierono ancora la lettera di un Ferdinando Carli 
a suo Padre colla data del h- agosto 1S24, dove si tratta 
di luì. Io discorrerò brevemente de' suoi vi^i, cavandone 
la notizia dalla predetta lettera , il solo documento che 
ne rimane, e intorno a questi e alla sijta vita tenterò di 
porre d'accordo j se mi fia possibile, quanto tutti i pre- 
detti autori contraddittoriamente ne raccontano. 

Per inearico di Franpesco re di Francia il Verrazzani 
con quattro «avi ^ mosse Ter^e^ l'America settentrionale, 
ma doe di es^ per um Qef*4 tempesta sconquassate, fu 
costretto «fìjle altre diie, la N^rma^da e la Delfina ^ a 
rieoprerarsi in un porto della ^rett^gaa, donde con queste 
ristorate, tr^^scorse ostilniea^ i liti della Spagna, e infine 
coir ultima, ovvero la Delfina, si ravyiò al primo viaggio. 
SaJf^va egli con quella aoUaato addi 17 geimaio del i524 
da Qoa SQOgiio vicino ajr isola di Biaderà con SO uomini 
fomiti di vettova^ie, armi, sjtrumenti belliai, e muniziona 
navale per otto mesi, aiutato da prospero vento correva 
in veiUicioque giorni per 800 legb^ ; wp^rata una crudele 



— 362 — 
procella ch'ebbe ad assalirlo il 24 febbraio contiimò verso 
occidente 9 piegando alquanfo a setteDtrione , e per al tri 
ventìcinque giorni fece oltre a 400 leghe incontrandosi in 
una nuova terra non mai d*alcuno antico o moderno vista 
posta verso mezzodì , fece allora 80 leghe per trovare un 
porto d*approdarvi, noi potendo rinvenire, torse a setten- 
trione, e sempre la stessa difficoltà gli sì offerse. Mostrava 
essere popolata di molta e bella gente ; scese aIGne a terra 
affidato dagli amichevoli segni di qaella. E qui ne' descrive 
i costumi, ed il carattere , coiramenìià dei luoghi , e la 
ricchezza dei prodotti ; dice che sta a 34 gradi, con aria 
salubre, pura e temperata dal caldo e dal freddo ; non 
vi spirano venti impetuosi , e quelli che più continui vi 
regnano sono Coro e Zefiro. Partito di colà , ne scorse 
la costa verso occidente, e sempre trovò la popolazione 
dolce ed arrendevole, di colore nero come la precedente, 
lucide le carni , la statura avendo mezzana , il viso più 
profilato, il corpo e l'altre membra assai più dilicate, di 
molta poca forza , e piuttosto d' ingegno. Abbandonala 
pure questa terra, rasentando sempre il lito, che piegava 
a settentrione, pervenne nello spazio di 50 leghe ad uu*al- 
tra , che molto mostravasì bella e piena di grandissime 
selve. Gli abitanti erano più bianchi, vestiti di certe erbe 
che stavano pendenti a' rami degli alberi, le quali tessono 
con varie corde di can;^pe selvatica ; il capo avevano nude 
nella medesima forma degli altri ; il vivere loro in genere 
era di legumi, de' quali al^ndano, differenti nel colore 
e grandezza dei nostri, di ottimo e di dilettevole sapore; 
inoltre di caccia, pesce ed uccelli, quali pigliano con lacci 
ed archi. Il suolo vedevasi smaltato di rose silvestri, viole, 
gìgli, e molte sorti di erbe e fiori odoriferi differenti dai 
nostri. Vi dimorò tre giorni, dopo de* quali navigò sempre 



— 3€3 — 

Im^besso il rito fra seltenlTioBe tsà orknie , il dì $olj{- 
menle, mentre ia notte fennava la na^ sairaiirnri)^ in^ 
dirizrandosì in tal £iisa alle ^iagg:ìe di ^t-w^-iioTsc) . ìn^ 
fincliè nel termine di cento lesile sìnmt ad un silo moìli) 
ameno, posto fra due colli emmenli, fra i qnali una jrrna^ 
dissima riviera correda al mare, ed entrato in qnvWu (M>1 
battello, approdò a terra che trovò popolHta dì |;olìl^ 
conforme alle altre , vestita di penne dì nccrìli di vnriì 
colorì ; andavano essi verso dei suoi all^ix^nìentr , mN^ 
tendo altissime grida di ammirazione, mostrando loro Hcwc 
col battello potessero più sicuramejite afferrare. Ma àc- 
statosi un impetooso vento di mare, fo costreUo di tor- 
narsi alla nave. Salpata Tàncora, navigò verso Torionlr, 
corse ottanta leghe, scopri nn^ isola con forma triangolare, 
lontana dai continente dieci leghe, per colline ridente, dì 
all)eri coperte ed assai popolata come ne facevano fede 
li conlinai fochi che vi si vedevano ; egli le pose il nome 
di Luisa per onorare la madre del Re, Lnisa di Sa\ojà ; 
era l'isola di BlocL Non potendo perii contrario tempo 
approdarvi, venne ad un'altra terra quindieì lolite discosta 
dall'isola con un bellissimo porto, era quello di New -pori. 
Il Terrazzani fa pure qui la più leggiadra dcsorir.iono del 
laogo, e dei costumi degli abitanti. Vi s* intrattennero 
quindici giorni , visitati dai due re con la re^zina cM<t 
sopra gli altri signoreggiavano, e da essi coi più (pentiti 
modi trattati. Questa terra è situata nel paralello di Rome 
in gradi 41 ^/a, m'alquanto più fredda per accidente, non 
per natura. Essendosi d'ogni loro bisogno ristorati il giorno 
6 di maggio partironsi di quel porlo, e sempre il lito ra- 
sentando, né perdendo mai di vista la terra, navigarono 
per centocinquanta leghe; il lito correva ad oriento per 
cìDquanta leghe, e tenendo più a settentrione» si ahbal» 



— aw- 
teroDo in ooa nuova terra alta, piena di selve molto folte, 
delle quali li alberi erano abeti, cipressi e simili; la gente 
tutta dall'altre moslravasi dissomigliante, e quanto le pre- 
cedenti gentili, tanto ruvida questa, e cosi barbari ave- 
vano gli aspetti che sebbene facessero loro di molti ami* 
chevoli segnali, non poterono appiccare conversazione al- 
cuna. Vestivano pelli di orsi, lupi cervieri, marini e d'altri 
animali siffatti. Contro loro volontà si addentrarono nella 
terra due o tre leghe , infine in3eguiti e minacciati dai 
loro archi si partirono scorrendo la costa fra oriente e 
settentrione, la quale appariva bella, aperta, nuda di selve 
e con alte montagne che si digradavano accostandosi al 
mare. Nel termine di leghe cinqjuanta scoprirono trentadue 
isole, tutte prossime al continente, piccole e di grata pro- 
spettiva, fra le quali si aprivano bellissimi porti e canali 
come nel seno Adriatico si vede verso V Illiria e la Dal- 
mazia. Indi navigando fra oriente e tramontana per cen- 
tocinquanta leghe e già avendo consumate tutte le loro 
provvigioni, scoperte più di settecento leghe di nuova terra 
fornendosi di acqua e di legna deliberarono di tornarsi in 
Francia. Il Verrazzani aveva di tal naodo proseguito il suo 
corso fin quasi al cinquantesimo grado di latitudine set- 
tentrionale; pressoché compiutamente ottenuto cid che si 
era proposto, scoperto circa settecento leghe di nuova 
terra, comunicato cogli abitanti di quella quanto conveniva 
per formarsi una qq^lclle idea dei costumi e della natura 
loro. Risoluto il ritorno, con prospero cammino , rientrò 
nel porto di Dieppe nei primi di del mese di luglio del 
1524, cinque nìesi e mezzo circa dal giorno della sua 
partenza dallo scoglio presso Madera. 

La lettera finisce, cpn^e già dÌ93Ì» con una es|)Osizi,one 
cosmografica del viaggio , per quella si conosce con qpàH 



— 365 - 

iatendimenti egli partisse, e come abSift ragionalo sa 
quelle meravigliose scoperte che hanno partorito un si 
grande mutamento nella scienza della geografia. La sco- 
perta di un tragitto al Cataj fu il fine eh* eì si propose , 
e benché fosse già persuaso che 1* Europa e l'Asia fossero 
separate verso ponente da un vasto tratto di frapposta 
terra , era ugualmente certo che alcuno stretto dovea ne- 
cessariamente aprire un passo per quella all'India. Egli 
Della sua mente ravvolgeva siffatte cose cosi sicuramente 
e caldamente com' uomo che ben si confida nella profon- 
dità delle sue conoscenze , e poiché il viaggio che avea 
condotto a termine non era che un preludio di più grandi 
intraprese che meditava, si studia nella sua esposizione 
cosmografica con salde e diritte ragioni , d' ispirare al suo 
prolettore i medesimi sensi. I particolari e le osservazioni 
che più sì convengono a scienza, egli racchiuse in altra 
opera a cui indirizza chi voglia capere più particolarmente 
del suo sistema nautico. Ma questa ha sventuratamente 
incontrata la sorte di tutto ciò che si appartiene al Yer- 
razzano, né si sa se perita coll'Autore» o siasi andata smar- 
rita fra le miscellanee di qualche biblioteca francese od 
italiana. 

Il felice viaggiatore al suo ritorno fu accolto con le 
più calde testimonianze di gioia: tutta speranza di rive- 
derlo era già da lungo tempo stala messa in bando, e molti 
avean lamentato ed anche più ripreso V ardimento suo che 
lo aveva esposto ad una misera sorte fra le acque gelate 
dell' Oceano settentrionale : il perché non si tosto si co- 
nobbe elssere lui non solo arrivalo salvo, ma avere sco- 
perto un esteso tratto di terra sin allora sconosciuto anche 
ai più audaci navigatori, che fu levalo da tutti a cielo 
com' domo fregiato delle più sublimi doti e degno di 



— 366 — 
essere annoverato fra i prioii della sua scienza. La cupi- 
dìgia di comnoercio tostamente si accese, e quanto dovea 
essere 1* effetto del suo colloquio col re , attendevasi con 
grandissima impazienza» né quasi alcun dubbio poneasi sul 
buon successo delle sue ragioni, perocché con fondamento 
speravasi che. di presente invialo. venisse a proseguire la 
impresa con mezzi più acconci alla importanza e gran- 
dezza sua. I mercanti di Lione già stavano vagheggiando 
la ricchezza che sarebbesì versata su loro da quelle nuove 
sorgenti. 

Ma qui la pili fitta oscurità copre il processo d' un 
maggiore tentativo e il fine istesso della vita dell' intre- 
pido fiorentino. Tutti gli scrittori che di lui trattarono si 
avvolgono in mille conghietture , frullo naturale del difetto 
4* ogni vera cognizione. Si suppone che di Francia si re- 
casse, dopo la funesta battaglia di Pavia, in Inghilterra, 
e un nuovo viaggio intraprendesse per conto di quel 
regno, si adduce a prova una Carta della Costa ameri- 
cana disegnala dal Verrazzano, e da lui offerta ad En- 
rico Vili, la quale servi di norma a quella del dotto 
Hakluyt, che la diede in luce colla sua opera sui diversi 
viaggi nel 1S82. L* autore del Saggio cronologico sulla 
Storia della Florida pretende eh' egli preso nell' anno di 
1S2& dai Baschi fosse condotto prigioniero a Siviglia , 
indi a Madrid, ed ivi appiccato; ma ciò è un vero sogno 
senza prova di sorta alcuna. Quello che si mostra più 
verosimile , e quindi più probabile , è quanto ne racconta 
il Ranausio nella prefazione premessa al viaggio del Ter- 
razzani. Egli dopo aver detto che molte memorie di questo 
^ran viaggiatore si erano perdute io occasione delle guerre 
phe travagliarono Firenze , soggiunge che: « Neil' ultimo 
« viaggio, chi* esso fece» avendo voluto smontare in terra 



— 367 — 
e eoo alcuni compagni furono tutti morti da quei popoli 
« ed in presentia di coloro « eh* erano rimasi nelle navi , 
a furono arrostiti et mangiati ». 

Il Ra music tace quando ciò accadesse, ma alcuni pen- 
sano che questo barbaro avvenimento si debba fissare al- 
l' anno di 1525. Se noi ricordiamo, che quel doUo e sin- 
cero raccoglitore dei viaggi dai tempi più remoti della 
antichità fino al secolo XVI in cui viveva, non poteva af- 
fermare cosa di tanta gravità, successa mentr' egli scri- 
veva , senzachè essendo falsa non gliene venisse da' suoi 
contemporanei la più nera taccia di mentitore; che invece 
al merito di sincrono scrittore, aggiunge la più invidia- 
bile dote di veridico ed inappuntabile per tutto ciò che 
intorno a tutti gli allri viaggiatori dei suoi tempi rife- 
risce, si sarà indotti a prestargli intierissima fede. Se- 
nonchè una lettera di Ànnibal Caro da lui scritta da Castro 
addì 13 ottobre del 1537 a tutti i famigliari di Monsignor 
Gaddi , ci fa sorgere nuovi dubbi. Egli descrìvendo feste- 
volmente un suo viaggio, e ragionando ora con uno, ora 
coD altro de' domestici di quel prelato: « A Voi, Ver- 
« razzano, dice, come a cercatore di nuovi mondi, e 
< delle meraviglie di essi , non posso ancora dir cosa de- 
« gna della vostra Carta , perchè non avemo passate terre 
« che non sieno state scoperte da Voi o da Vostro fra- 
« tello » (1). 

Il primo a rilevare tale passo fu il Tiraboschi, e né 

ritrasse che il Verrazzano cui il Caro si rivolgeva, fosse 

*<|ael desso lo scopritore ; il signor Arcangeli opinò invece 

che né di lui veraniente, né del fratello intendesse parlare, 

ma in luogo dei veri Verrazzani fossero burlescamente cosi 

<l) Lett. famil, voli, m. 42. 



— 36S — 
sopraonomìiniti due faaiigliari di Monsignore. U sarei di av- 
viso d'accettare ropinioiie dell'americano signor Gréeoe che 
in quella lettera si tratti bensì di un vero Verhiziiaiii, non 
però del Giovanni^ non credo che là p\fitts(Atti^ àéì Caro 
vada ai punto da citare unia éarta , e si ^erta di dae 
persone Tuna delle quali sarebbe imàgimria^ è l'altra noìi 
più in vita. Dall'altra parte le parole del RanìU^o liaono 
lutti i caratteri della pia manifesta verità, per la qiiai 
cosa conciliando il primo col secondo scrittore, altro modo 
non v'ha che il supporre come il Verra^zaiii cui il Caro 
s'indirizza sia il fratello probabilmente del Giovanni , e 
forse colui che meglio di questi, offerse la carta ad En- 
rico Vili. Comunque sìa, fa duopo di attendere nuovi do- 
cumenti che meglio pongano in chiaro ia cosa. 

Alla lettera del Verrazzani e descrizione sua costtio* 
grafica, dai più recenti scrittori si fa sutccédere una se- 
conda lettera di Fernando Carti scrìtta addi 4 agosto énA 
1S24 di Lione di Francia a suo padre, io\é gli dà con- 
tezza del meraviglioso vraggio intrapreso dal primo, dell'im- 
portante scopetta della nuova Francia, liicchè veniva esti* 
malo un altro Amerigo Vespueci, e Ferdinando Magagliano, 
e davvantaggio ; sperandosi che col restauro di altre buone 
navi e vascelli ben colliditi e vettovagliati, come si ricliiede, 
avesse ad iscopirire qualche profittóso traffico e fatto ; e 
farà^ si aggiunge, prestandogli nostro Signore Dio vita, 
onore alla nostra patria da acquistarne imniùttcAe fama 
e memoria. 

CLIX. Fatììoso è il nome di FerdìtiatYdo Magagtiano»' 
ed io non dirò com'egli con cinque ofavf La THnitd, Sanf 
Antonio, La Concezione, La Vìkorià e 9. Oiaàomo, salite 
da 237 uomini per commissione del Re di Castiglia addi 
10 agosto del 1519 si panteaé^ dai porto di Siviglia, e 



— 369 — 
andando io cerca delle Molacche scoprisse Io stretto che da 
lui prese il nome ; venisse poi ucciso, i suoi rimasti giun- 
gessero alle isole delle Molucche, da esso divisate, e la sola 
Vittoria delle cinque navi riuscisse addi 7 settembre del 
1522 ad approdare nel porto di San Lucar con soli uo- 
mini 18 dei 237 che si erano partiti tre anni innanzi da 
Siviglia , dopo avere navigato 14460 leghe [circondando 
tutto il globo da Ponente a Levante. 

Però questo primo meraviglioso viaggio di circumna- 
vigazione dal portoghese Magagliano e dagli spagnuoli suoi 
compagni non si potè fare senza Taiuto e il concorso degli 
italiani. Nei documenti relativi allo stesso pubblicati dal 
Cavaliere di Navarrette, fra i nomi di coloro che monta- 
rono le cinque navi io ne trovo registrati ventisei , ven- 
tuno della Liguria e cinque delle altre parti d* Italia, ov- 
vero undici sulla Trinità, due sopra il SanC Antonio, tre 
sulla Concezione, sei sulla Vittoria e quattro sulla nave 
il 5. Giacomo, essi vi figurano coi diversi uffizi di mae- 
stri, carpentieri, calafatti, tonnelieri, timonieri e mari- 
nari (1). Di tutti questi i due che meritano particolare 

(f) E^co il nome loro con quello delle navi sopra le quali si 
trovano registrati: 

Triniti' — Maestro '-iobatta di Polcevera di Sestri (Ponente) 

— Carpentiere Maestro Antonio genovese — Calafatto Filippo di 
Recco (riviera orientale). — Marinari: Giovanni di S. Remo (ri- 
viera occidentale), Francesco Sciora di Savona , Martino Genovese 
di Sestri (ponente), Tommaso dì Nalin idem, Giovanni del Porto- 
maurizio, Antonio Lombardo di Lombardia^ Giorgio Moresco idem 

— Tonneliere Leone Pancaldo.> 

Sant' Antonio — Marinai Giacomo dì Messina , Giovanni di 
Savona. 

CoNCRZiONE — Corpenfi^^ Domenico dì Jat^sa di Deiva (riviera 
di Levante), Alfonso Costa genovese, Martino dei Giudici genovese. 
Cakale, Storia del Commercio, ecc. 24 



— 370 — 
menzione, e in qaesta storia devono essere singolarnaente 
dislintiy sono il vicentino Antonio Pigafetla e il savonese 
Leone Pancaldo annoverati fra i dieciotlo superstiti che 
sulla nave Vittoria tornarono in Ispagna. li primo deve 
avere tenuto grado distinto nella spedizione , poiché non 
sì trova notato in alcuno uffizio delle cinque navi; infatti 
eì si presenta a quei re barbari , specialmente dopo la 
morte in battaglia del capitano Magagliano nell* isola di 
Matham, e specialmente in seguito che Giovanni Serrano 
insieme con Odoardo Barbosa fu vittima di un tradimento 
dell'interprete Enrico, esplora i luoghi diversi e sembra 
incaricato di pigliarne nota e serbarne memoria. Infatti 
la sua relazione scritta in un libro di sua mano, ov'erano 
notate tutte le cose accadute di giorno in giorno in quel 
viaggio offerse il Pigafetta al Re di Castiglia , la quale 
relazione venne poi inserita nel volume primo (pag. 389) 
dal Ramusio nella sua Raccolta dei viaggi. Partitosi egli 
poscia dalla città di Yagliadolid si recò al cospetto del 
Re di Portogallo in Lisbona, cui diede contezza degli uo- 
mini di quel regno trovati cosi nelle isole Molucche, come 
nelle altre parti da lui visitate; si trasferi poco dopo in 
Francia dove alla reggente Luisa di Savoia madre di 
Francesco I ancora prigioniero di Carlo Y in Madrid fece 
alcuni doni di cose portate dal suo viaggio. Finalmente 
tornato in Italia il libro della sua relazione presentò ancora 

Vittoria — Maestro Antonio Salomone di Trapani — Carpen- 
tiere Martino Griate di Deiva (riviera di Levante) — Marinai Nic- 
cola Genovese, Niccola di Capua, Benedetto genovese di Albenga, 
Antonio di Yarazze (riviera di Ponente). 

S. Giacomo — Scrwano Antonio Costa genovese — Maestro 
BakiasBare idem — Valafatto Giovanni Garzia idem •— Marinaio 
Agostino di Savona. 



— 371 — 
al Gran Maestro dell* Ordine Gerosolimitano di Rodi , di 
-cui il Pigafetta venne nominato cancelliere. 

Non minore fama del Vicentino, ottenne per quella 
stupenda navigazione il savonese Leone Pancaldo. Secondo 
la nota degl* italiani che preservi parte, da me già rife- 
rita , il Pancaldo ebbe dapprima il grado di tonneliere 
sopra la nave la Trinità, poscia si raccolse anch'egli coi 
dieciotto scampati sulla Vittoria. Lo storico savonese Ver- 
zellino racconta che tornato egli in patria facesse dipin- 
gere la sua casa posta presso al pozzo di Terreno o Ter- 
rina, non molto lungi dal Duomo; e che nella facciata 
di quella sua abitazione volesse ritratte le isole vedute e 
se stesso con un astrolabio in mano , e colla seguente 
iscrizione : 

Io son Leon Pancaldo savonese 
Che il mondo tutto rivoltai a tondo 
Le grandMsole incognite e il paese 
D' Antipodi già vidi, e ancor giocondo 
Pensava rivederlo; ma comprese 
L' invitto Re di Portogal che al mondo 

. Di ciò lume darla : però con patti 
Gh' io non torni mi die due mil ducati. 

Il prefato storico Verzellino, commentando la iscrizione, 
afferma che il Re di Portogallo mandò a Savona nel 
1531 Gaspero Paglia, il quale pagò a Leone ben 1600 
scudi d'oro del sole, colla condizione che non più mai 
avrebb' egli rifatto quel viaggio, né altrui somministrate 
carte , o relazione che ne servissero di norma. Se non 
che il Pancaldo essendo l'anno di 1S3S risali sopra una 
sua nave, veleggiando verso lo stretto Magellanico di 
conserva con un galeone di Pietro Vivaldi genovese che 
navigava alla stessa volta. Trovaronsi entrambi nel Ria 



— 372 — 
della Piata , il galeone si sommerse , e il Vivaldi passò 
nella nave del savonese , il quale con molti de* suoi te- 
mendo non si affondasse per il soverchio peso il legno ^ 
sì lanciò a nuoto, sperando in tal modo di rnggiungere 
la sponda ; vano fu il suo tentativo, che miseramente perì 
affogato dalle onde, il Vivaldi riusci invece a ricondurre 
la nave savonese nel Mediterraneo. L' Herrera , slorica 
spagnuolo, non registra veramente il Pancaldo nel numero 
dei superstiti della Vittoria, ma neppure ei vi comprende 
il Pigafetta, il quale non v'ha dubbio essere stalo di quelli. 
Inoltre li fa ascendere a Irenla circa , confondendo per 
avventura ì sessantanove che giunsero incolumi fino al 
Capo Verde, coi diecioilo che soli essendo parlili di colà 
sì condussero al porlo dì S. Lucar. 

Lo stesso Verzellino ci fa fede che Leone Pancaldo 
distese in iscriito la relazione di quel viaggio , ma per 
incuria del possessore di essa, rimase in breve smarrita. 
Questa perdita è gravissima, poiché le scoperte eseguile 
dal gran Magaglianes soltanto ci vengono succintamente 
e con molte favole narrale dal Pigafetla e da un brevis- 
simo compendio del porloghese Odoardo Barbosa che dopo 
la morte del primo assunse il comando della spedizione. 

CLX. Quello che per gli spagnuoli condotti dal Ma- 
gaglianes fu il vicentino Pigafetla, tale uffizio ebbesi fra 
i portoghesi Alfonso d'AIbuquerque e Diego Mendez de 
Vasconcellos, il fiorentino viaggiatore Giovanni da Empoli: 
Sì riconosce che cosi i re dì Spagna come quelli di Por- 
togallo servivansi degl* italiani per la parte scientifica e 
diplomatica, ì più gravi negozi della navigazione e delle 
politiche contrattazioni affidando alla loro perizia. 

Giovanni da Empoli partiva da Lisbona per Calcutta 
addi 6 aprile del 1503 nell'armata del capitano maggiore 



— 373 — 
Alfonso d* Albuqaerque composta delle quattro navi San 
Giacomo di 600 botti , S. Spirilo di 700 , S. Cristoforo 
4\ 300, e Caterina Dies di 200, salendo egli la prima. 
I naviganti per isfuggire le pericolose coste delia Guinea, 
si spinsero sino al Brasile, di là poscia torcendo al Capo 
di Buona Speranza, trovaronsi di Tronte air isola di San 
Tomas, e perduto di vista il polo artico accostaronsi al- 
Tautartico, ed in fine raggiunsero il Capo. Rasentando la 
cesta entrarono nel porlo di S. Biagio, vennero colli da 
un orribile tempesta , e dispersi riunironsi infine , ma senza 
ia nave Caterina rimasta sommersa. Pervennero al monte 
<li Deli, prima terra dell'India, chiamata il principio del 
Malabar, furono a Canauor, ed attenendosi alla costa an- 
darono a Cochin, incamminandosi per Calcutta ; accadde 
tra di essi contesa in Cochin per la carica delle spezie, 
sicché il Giovanni da Empoli insieme con alcuni altri pen- 
sarono a rifarsi della privazione di quelle , cui vennero 
astretti, navigando a Culom dove da quel re furono ami- 
<^hevolmenle accolti e provveduti di tutte le mercanzie 
che desideravano. Si partirono quindi, e dopo molte tra- 
versie tornaronsi in Lisbona addi IG settembre del 1504. 
I costumi del Malabar, dei gentili dell'India sono scritti 
dai fiorentino navigatore come di popoli idolatri , non 
mangiavano né carne, né pesce, né uova, né cosa sangui- 
gna, ma risi ed erba, gli uomini erano netti e puliti, e i 
ricchi abitavano in case di mattoni e calcina ben lavo- 
rate , adoravano le vacche per loro Iddio , sicché ve ne 
aveva una grande abbondanza* 

Questo viaggio fatto nell'India indirizzava egli al se- 
renissimo Re di Portogallo, e Gio. Batta Ramusio ne in- 
seriva la relazione a carte 1S8 del primo volume della 
sua Raccolta delle jmvjgazioni e de* viaggi. 



— 374 — 

Trasferitosi dal Portogallo io Fiandra « di là Giovano» 
da Empoli a' 22 ottobre del 1506 ricondottosi in Firenze, 
dopo circa quattro mesi oe partiva , ed io Lione» Fiandra, 
e poi in Lisbona tornavasi per riportarsi in India più là 
che non era ito prima, ottocento leghe nel paese di Ma- 
lacca dove non s' era più navigato. Il re di Portogalla 
per questo viaggio facea armare quattro navi nelle quali 
per sopraccarico andava l'Empoli, e un altro fiorentino per 
nome Leonardo Nardi e per capitano Diego de Vascon^ 
cellos; ottennero di essere esenti dal Capitano generale 
Àlboquerque che si trovava a reggere 1* India , coli* inca- 
rico di accrescere i dominii colà della Corona portoghese. 
Salparono dal porto di Lisbona addi 16 marzo del 1509, 
e con giorni quindici di navigazione irovaronsi a vista del 
Capo Verde, superata una tempesta che li travagliò, scor- 
sero fin sotto il grado vensettesimo di latitudine australe, 
di là dal Capo di Buona Speranza, e seguitando la costa 
giunsero a Mozambico, quindi a Melinda, presentando let- 
tere del serenissimo sovrano del Portogallo a quel re; dal 
luogo di Melinda , attraversando il golfo del mare della 
Mecca, con prosperi venti indirizzarono a certe isolette 
Chemate, o isole bruciate a tramontana-ponente di Goa. 
Ebbero la vista allora di dodici vele che fecero giudizio 
essere di Turchi, e già si apparecchiavano a battaglia,, 
quando seppero ch'era il Capitano generale che usciva 
dalla città di Goa d'onde n' era stato cacciafb dopo dt 
averla presa, ed avere patito un assedio di tre mesi nel 
Rio. Non avevano provvigioni e morivano di fame; ven- 
nero insieme a parlamento , e il di seguente ancorati nel- 
Y isola di Angidiva , o Anchedive , groppo di cinque isole 
piene di selve e copiose di molto pesce, poco lontane da 
Goa, il loro capitano cogli altri ufficiali a lui sottoposti 



— 375 — 

si recò sulla nave nel generale Albaquerqae per presen- 
targli il contratto che avevano col Re, il quale li rendeva 
indipendenti dalla sua autorità , significandogli la ragione 
di quel viaggio e il punto di loro navigazione. 

Non voglio tacere che in quelle isole Ancheddvey se- 
condo viene raccontato dal P. Maffei nella sua Storia delle 
Indie Orientali , i Portoghesi vi avevano a quei di un mu- 
nitissinìo forte, e nei primi tempi del loro dominio tenea 
di quello il comando un patrizio genovese nominato Ema- 
nuele Da Passano, il quale difese gagliardamente 1' affi- 
datagli rócca contro gli assalti di Abd-Allah, rinnegato, 
passato al servizio di Sobajo, cioè regolo di Goa, padre 
del famoso Idolcano (Adel-Kan) e avo d* Ismaele, ultimo 
principe indigeno. Lo stesso storico a pag. 157 riferisce 
che neir impresa di Calicot (1510) il grande Aibuquerque 
si trovasse a mal partito per non avere seguito i consigli 
del prode capitano genovese. 

Ora l'abboccamento tra il Diego Mendes di Vaseon- 
cellos, e il generale fu il principio di quella fiera perse- 
cuzione, ohe il secondo mosse contro del primo, sdegnato 
che altri che luì fosse destinato a proseguire le scoperte, 
ed estendere il corso delle indiane navigazioni ;' col Diego 
Mendés rimase nelle stesse dolorose vicende avvolto il 
Giovanni da Empoli, ed egli lamentevolmente le descrive. 
Intanto, l' Aibuquerque non riconobbe le franchigie del 
Re, fingendo di rispettarle in apparenza, e li ritenne sotto 
di sé, servendosi d'ogni artifizio per impedire il viaggio 
loro a llalncca cui erano rivolti. Dovettero cedere alla 
forza , e navigarono insieme a Cananor y di là recandosi 
contro di Goa che avendole dato un fierissìmo assalto 
riuscirono a riprenderla. Dopo la quale vittoria, nota TEm- 
poH, il capitano generale fece molti cavalieri, ne' quali 



— 376 — 
egli pare fu compreso » ed accettò per i privilegi che eoo 
esso onore si danno, che per altra cosa; perchè mercanti 
e cavalieri sono assai differenti: ancora che al di d' oggi , 
visto che le cose si governano a chi più può , viene me- 
glio a essere cavaliere che mercante. 

Succeduta la presa di Goa , si rinnovò per essi la do- 
manda di essere lasciali andare a loro viaggio, ma l'AI- 
buquerque , nonché lo concedesse , fece anzi imprigionare 
il Diego Mendés con altri capitani, ed impiccare tre pi- 
loti, incolpandoli di avere voluto fuggire; Giovanni da 
Empoli per buona ventura trovavasi a Cananor , dove re* 
catosi poi lo stesso Albuqnerque , lo costrinse a seguirlo 
fino a Malacca , e sebbene sapesse eh* egli era 1* intimo 
consigliera del Yasconceilos , cionondimeno non credette 
di fargli danno perocché avea sommo bisogno dell' ingegno 
e della perizia del navigatore italiano. Entrarono quindi 
insieme nel golfo di Malacca, e giunsero a Pidir, antica 
città del regno dì Ascin, nella vasta isola di Sumatra 
dagli antichi chiamata Taprobana ; indi ad un altro porto 
della stessa isola detto Pazze e dagl* inglesi Pissang e 
l'Empoli era sempre fatto scendere a terra «per negoziare 
a nome del Re di Portogallo e del suo generale con quei 
capi di barbari , per trattare di lega e di acquisto di 
mercanzie con essi, e d'ogni altra materia riguardante 
la navigazione e il commercio di quelle parti. Arrivali a 
Malacca, tentarono di venire ad accordo col re, chiedendo 
la restituzione dei prigionieri cristiani che avea fatti, il 
prezzo dei navigli loro, come indennità di danni, e molte 
franchigie di commercio , ed esenzione di dazj per le 
derrate che il Portogallo avrebbe di colà estratle. Né 
potendo ottenersi, fu assalila la città di Malacca, e dopo 
Oìolta resistenza venne occupata. Da quella si partirono 



— 377 — 
|U)co dopo» e sofferti molti travagli per tempesta e venti , 
contrari si condussero a Gucciu dov'ebbero grande rice«- 
vimeotp, essendoché lì tenessero già per morti. Ma il 
Capitan generale obbligò allora l'Empoli a tornarsi a Ma- 
lacca per togliersi seco le tre navi che vi erano rimaste» 
e quantunque malato fu forza obbedisse al crudele co- 
mando. Giunto in quella città, mentre adempiuta la com- 
missione, stava per ripartirne, una grossa armata di legni, 
e genti venute dì Giava volendo riporre in trono il discac- 
ciato re, si fece ad assalirlo, ma egli rintuzzò l'assalto, 
insegni coi suoi legni i nemici, li disperse e ne ottenne 
littoria , conservando in tal guisa Malacca nel domìnio 
portoghese. Indi salpò con tre navi, Tuna delle quali chia- 
mata S, Antonio^ e di cui egli era capitano, faceva molta 
acqua e avea il fondo tutto fradicio, dimodoché non tro- 
vava marina] che in essa volessero salire; malgrado que- 
sto pericolo, e quello più grave di un ammutinamento dei 
Mori che avea prigionieri al suo bordo, pervenne final- 
mente a Cuccin e vi ebbe nuova, che il generale era in 
Goa dove apparecchiavasi alla conquista di Adem all' im- 
boccatura del golfo Arabico. Andò egli a trovarlo colà , 
riferendogli l'occorso. Trascorsi tre giorni fu a Cananor, 
poi di nuovo a Cuccin , e un'altra volta a Goa distante 
120 leghe. Il generale lo ricevette ancora con molla festa, 
e unitamente si ricondussero a Cuccin, e nel tragitto gli 
riferi tutto il passato. Io seguito caricò la caravella Santa 
Croce e mandolla innanzi, le tenne dietro la Nunziata ^ 
ed egli si rimase ultimo con quella di Sant'Antonio , e 
parti con essa. Il generale voleva ancora ritenerlo presso 
di sé, mandandolo per governatore del Re a Malacca, ma 
Giovanni ricusò , e riesci a sfuggirgli di mano. Navigò a 
Mozambicco , seguilo pel Capo dì Buona Speranza , nel 



— 378 — 

cammioo sette volte fu obbligato per la contrarietà dei 
venti di mettere la nave traverso , infine volse le prore 
alle Àzorre. 

Chiudendo il racconto di cosi lunga e perigliosa navi- 
gazione, il viaggiatore fiorentino dà ì^ piò accurata notizia 
della costa d'Africa, dei paesi ed isole dell' Indie, nonché 
dì alcuni della China ; dei costumi, e delle preziose mer- 
canzie che se ne traevano. Fa sentire più volte eh' egli 
ne compose una più ampia descrizione dove registrò tutte 
le terre, costumi, leggi e modi di vivere, sorte di mer* 
canzie , pesi , misure , e pregi di esse , monete e valuta 
loro. La presente relazione ci fa pure conoscere quale si 
fosse quest'uomo che i suoi Portoghesi chiamarono il Grande 
Àlbuquerque, invidioso, tiranno sozzo e crudelissimo, op- 
pressore di tutti coloro che non temeva, e di cui non 
abbisognava, vile coi forti, e con gli altri che lo avanza- 
vano in potere e sapere, dei quali egli servivasi, siccome 
dell' Empoli che serbò in vita, e lasciò libero per adope- 
rarlo nelle spinose trattative coi diversi capi dei barbari, 
mentre facea perire con inumani supplizj i suoi compagni, 
e di catene avvinto rimandava in Portogallo il capitano 
Diego Mendés senz'altra ragione che di aver ottenuto una 
patente dal re che facealo libero da ogni autorità e giu- 
risdizione di lui. Ollreciò, la relazione dell* italiano viag- 
giatore ci fa palese quale ingiusta,, e iniqua sorte riser- 
basse TAIbuquerque al valoroso principe di Zamatoi*a che 
lo aiutò alla conquista di Malacca, e cui avendo promesso 
di rimetterlo in trono» lo fece affondare togliendogH i da- 
nari, e spargendo fama ch'egli era fuggito. 

Giovanni tornato era dal suo secondo viaggio in Li- 
sbona addi 22 agosto del 1514 con grande ricchezza ed 
onore , quando il re fece pensiero di mandarlo per suo 



— 379 — ^ 

fattore neir isola Trapobana» o la moderna Sumatra, per 
soggiornarvi quattro u cinque anni; egli accettò ma con 
certe condizioni , principale di cui si fu che accadendo 
per qualsiasi cagione eh' ei non potesse stabilire colà la 
divisata fattoria, fosse in suo arbitrio servirsi a talento 
di tre navi di quelle trovavansi al regio servizio nell' India, 
e portarsi con esse alia China. Fermato l' accordo salpò 
nuovamente da Lisbona addi 5 aprile 1S15 in compagnia 
di un Benedetto Pucci ed Alessandro Galli detto Torrello 
di Casentino, navigò a Malacca, dove giunto, i fattori di 
quel ricco portoghese emporio non poterono far senza di 
dimostrargli come dal nuovo stabilimento di Sumatra, ne 
sarebbe tornato inevitabile e grave danno al loro , cio- 
nondimeno egli seguitò il viaggio e giunse incolume a 
Sumatra. Erano otto di ch'ei vi slava, quando si appiccò 
il fuoco alla sua nave dimodoché senza rimedio arse tutta, 
per la qual cosa veduto egli questo e anche per non arre- 
care danno alla fattoria di Malacca, si tolse giù dall' im- 
presa, e tornossi a quella, quivi prese le tre navi colle quali 
se ne andò in China, ma giunto nel porto di Sin-gan-hien, 
all'entrata della* riviera di Canton, dirimpetto a Macao, 
sopravvenne una pessima malattia di flusso che gli tolse 
di vita settanta de' suoi uomini , ed infine egli stesso ne 
cadde vittima insieme coi due fiorentini che aveasi recati 
seco, essendo il principio del 1518 (1). 

GLXI. Ài viaggi di Giovanni da Empoli nelle Indie 

(4) I due ultimi viaggi dell' Empoli risultano , il primo da una 
sua relazione ch'egli scrisse a Lionardo fuo padre che tratta da 
un codice della Magliabecchiana venne fatta pubblica nel!' Appen- 
dice N. 4 3 dell'Archìvio storico italiano ; il secondo da due fram- 
menti di lettere^ e d'una intera lettera al Vescovo di Pistoia An- 
tonio Pucci, ugualmente inserite nel succitato Appendice N. 43. 



— 380 — 
orientali, si devono unire quelli del suo concittadino An- 
drea Corsali e dei bolognese Ludovico Bartema. Il primo 
di essi ne faceva la più ampia descrizione in due sue 
lettere indirizzate a Giuliano e Lorenzo dei Medici, l'una 
nel 151S, l'altra nel 1517, entrambe inserite dal Bamusio 
nel volume 1.^ pag. 19S delia sua Raccolta, dove tutto 
quanto vide il Corsali , egli esattamente e diffusamente 
racconta , facendovisi ancora maniresto, come TAIbuquer- 
que si servi pure di lui per accompagnare l'ambasciatore 
del prele Janni io Abissinia, mandato dall'ava di questo 
in Portogallo il 1509, per concertarsi col Re Emanuele 
intorno alla guerra loro contro il Soldano d'Egitto. 

CLXH. Di Ludovico Barlema noi abbiamo l'iiinerarìo 
diviso in sei libri. Il primo dei quali narra dell'andar suo 
in Egitto, Siria ed Arabia deserta. Nel secondo tratta 
dell'Arabia felice, nel terzo della Persia , nel quarto e 
quinto scorre tutta l'India e risole Molucche. Nell'ultimo 
si comprende il suo ritorno pel Capo di Buona Speranza 
in Europa. Questo itinerario ha pubblicato il Ramusio (1), 
e più volle venne in seguito ristampato. 

Fra i viaggiatori italiani di quest'epoca, sebbene di 
minor conto dei precedenti, vanno annoverali Luigi Ron- 
cinotto che nel 1529 e nei seguenti anni intraprese due 
viaggi per l'Etiopia e pel regno di Calicut; un anonimo 
Gomito veneziano che, sostenuto dai Maomettani insieme 
con più altri , prigioniero in Alessandria d* Egitto, fu co- 
stretto a servirli nella guerra eh' essi ebbero 1' anno di 
1539 nelle Indie orientali contro dei Portoghesi; egli tenne 
di giorno in giorno registro dei paesi * che - vedeva , dei 
costumi dei popoli , delle vicende del suo viaggio e della 

(<) Op. cit. voi. I, pag. 160. 



— 381 ^ 
gnerm; Cesai^ Federici che viag^ allModia nel 1563; 
Fr. Marco da Nizza Fraucescano che nel 159S visitò dì- 
verse proviocie delia Nuova Spagna ; Filippo Sasselli fio- 
rentino che pia fiate si trasferì da Firenze a Lisbona, én. 
Lisbona ali* Indie OrìentaK e in uno di colali viaggi fa 
colpito da oìorte in Goa l'anno di 1S89. Molte lettere egli 
scrisse, specialmente dal!* India negli annidi 1583, 1585 
e 1586, porgendo contezza di tutte le cose più impor- 
tanti da Ini osservate. Pare ehe principale suo scopo si 
fosse di trovare le più acconcie vie per le quali si potes- 
sero stringere ed avvantaggiare le relazioni commerciali 
tra i fiorentini e le nazioni del levante ; ciò si rileva da 
on suo tìagfoncmerìto sopra il Commercio ordirtato dal 
Granduca Cosimo I tra i sudditi suoi e le nazioni del 
Levante; diretta a Bongianni Gtonfigliazzi, Cavaliere Gè- 
rosolomitar.o, colla data del settembre 1577 (1). 

Seguila al Sasselli un altro fìorenlino per nome Fran- 
cesco Carietli. Egli nacque nel 1574 e da suo padre ap- 
parò a vìtiggiare per terra e per mare e contando Tela 
d*anni 18 si pose in cammino per Siviglia. Due anni dopo 
si condusse ali* Indie orientali con suo padre che egli per- 
dette nei 1598 in Macao. Viaggialo avendo di molto per 
le varie provincie delPÀsia, deirAmerica e dell' Europa, 
e fallili ili gran parte i suoi negozi si ridusse in Firenze 
sua patria nel 1606, dov' ebbe termine la sua vita, forse 
poco dopo il 1617 Lasciò egli parecchi ragionamenti nei 
quali espresse molte cose da sé vedute nelle Indie orien- 
tali y occidentali e in altri paesi. Fu il Garlelti uno dei 
priflM a dare iM>ttzia agli italiani della cioecolatta. 

(1) Fa questo per cara de! dotto ed infaticabile Loigi Filippo 
Polidorj, stampato iiell' appendice N. 28, pag. ili deirArchivio sto- 
rico italiano. 



— 382 — 

GLXIII. Questi dae fiorentini, aniti ai precedenti più 
famosi Yerrazzani, Empoli e Andrea Corsali, coi loro viaggi 
ci dimostrano come la patria loro dopo che ebbe con Pisa 
sotto di sé il dominio congiunto del porto di Livorno, cer- 
casse di frequentare il Ponente e colà a somiglianza dei 
Veneziani e dei Genovesi dare un maggiore esito e aprire 
più largo spazio di traffico ai prodotti della propria in- 
dustria. 

I medesimi privilegi che avevano ottenuti nel 1406 
dal re Giovanni I di Portogallo i Veneziani, li stessi pro- 
curarono di conseguire i Fiorentini. I quali pochissime 
mercanzie estraevano da quel regno dove scarsa era ogni 
industria e vi portavano i panni lani , i paoni lini, la seta 
ed altre merci, e secondochè ne attesta Giovanni da liz- 
zano, il grano pisano eziandio che faceva concorrenza sul 
mercato di Lisbona con quello recatovi dalla Sicilia, il 
quale vendevasi a maggiore prezzo, perocché più asciutto 
del pisano. I privilegi di Giovanni I vennero confermati 
a Firenze da Edoardo suo successore e da Alfonso V detto 
V Africano; perocché egli occupasse Arzilla e Tanger e 
altri luoghi dell'Africa, e non si tosto occupati ne diede 
particolare avviso alla Bepubblica con sua lettera del 5 
novembre del 1471. 

I Portoghesi, oltre gli stabilimenti commerciali fondati 
sotto lo stesso Alfonso V, acquistavano quelli della Guinea 
sotto di Giovanni II e nel 1492 nel Congo; infine col vol- 
tare il Capo di Buona Speranza , aprivano il terzo periodo 
del loro commercio, per il quale toglievano ai Veneziani 
il traffico dell'Asia» facendo stupire l'Oriente coli' opera 
delle loro conquiste e di una improvvisa potenza. Non vi 
ha alcuna epoca della storia in cui le grandi scoperte 
siensi cosi rapidamente succedute ed abbiano prodotta una 



— 383 — 

rivolazioae tanto subitanea nella direzione del oommercio 
donde le deboli e povere nazioni divennero ad un tratto 
potenti e ricche e queste in quelle motaroosi. I portoghesi 
ad un tratto trovaronsi ad essere i primi e i soli euro- 
pei che dopo gli italiani possedessero il commercio delle 
Indie. I Veneziani specialmente compresero tosto il grande 
disastro che ne sarebbe loro derivato ; sapevano essi quanto 
la strada dell' Egitto facesse rincarare le merci , e come 
quella della Persia e della Siria fosse inoltre poco sicura. 
II Senato volle allora avere un* esatta notizia dì quei te- 
muti progressi e incaricò diversi agenti in Portogallo di 
stendere particolare relazione delle scoperte, delle conqui- 
ste i degli stabilimenti , del commercio e della quantità 
delle mercanzie che i Portoghesi scaricavano in Lisbona 
nella casa detta della Mina^ cioè della Dogana, destinata 
a ricevere le mercanzie delle Indie. Le relazioni malgrado 
i rigidi divieti di quel governo che perfino proibiva con 
pena di morte di stendere carte delle isole indiane, ve- 
rnano inviate a Venezia da Nicolò Conti console veneziano 
in Lisbona, dal Trevisano, segretario dell'ambasciata ve- 
neziana in Madrid e da Vincenzo Quiriui. Girolamo Priuli 
tenne per quindici anni un registro in cui notava giorno 
per giorno tutte le notizie che gli era fatto di raccogliere 
sopra il commercio dei Portoghesi nelle Indie. Ma la più 
compiuta ed importante relazione di questo è quella di 
Leonardo di Cà Messer, dove si discorre partitamente di 
ciascun viaggio dei Portoghesi nell'India Gno al 1506; del 
modo di loro navigazione, degli scali; di tutte le< mer'- 
canzle, del modo d* incetta e d'esportazione dalle Indie ; 
della loro vendita in Lisbona ; degli ordini del re sopra 
il commercio di esse. 

lolantOi mentre Venezia perdeva 1* impero dei mari e 



— 381 — 
il monopolio delle indiane mercanzie , mentre Genova dopo 
la scoperta deirAmerica cercava di rifarsi del danno col 
restringere le sue relazioni colla Spagna e coi Paesi Bassi, 
i mercanti fiorentini che continuavano a godere dell'ami- 
cizia del re Emanuele e dei privilegi accordati al com- 
mercio loro nel regno, disponevansi di buon'ora a tentare 
sulle navi dei Portoghesi il commercio diretto coli' India. 
Facevansi alcuni scopritori di nuove terre pei Portoghesi, 
come il Yespucci e il Corsali ; altri come Giovanni da 
Empoli, navigatori, commercianti e intendenti degli stabi- 
limenti portoghesi nell' India , altri in questa finalmente 
come Piero di Andrea Strozzi valorosamente insieme com- 
battevano coi Portoghesi e mercanteggiavano. 

Senonchè, la famiglia dei Medici riducendo a forma 
di principato la Repubblica di Firenze, gP interessi pri- 
vati di quella sottentravano ai pubblici dì questa, il com- 
mercio che già avea fatti prosperi e potenti i fiorentini 
diventava un monopolio della nuova signoria, il numerario 
che durante la repubblica si raccoglieva nelle mani delle 
compagnie de' privali sparse in tutte le principali città 
commercianti del mondo si concentrava in mano dei Me- 
dici, i quali impiegavanlo per mezzo di mercanti fiorentini 
divenuti altrettanti loro accomandatarii. Cosimo 1 per pro- 
prio conto e sotto nome d'altri investiva grosse somme 
nella mercatura, particolarmente in Francia; ed altret- 
tanto operava, ad imitazione del padre, il granduca Fran- 
cesco I. Spediva nel 1575 Antonio Vecchietti fiorentino 
in Portogallo per trattare col re Sebastiano I onde otte- 
nervi Tappalto dei pepi e d'altre merci per la Toscana. 
Afuto l'appalto del pepe e d*altre merci, si formò in Por- 
togallo nel 1576 una Compagnia di fiorentini sotto nome 
della quale e per conto dei Granduca , cerne maitre 



— 385 — 

azionista, e dì altri mercatanti fiorentini ch'eraDO nel re- 
gno, veniva amministrato quel commercio essendo capi della 
Compagnia Antonio Vecchietti e Jacopo Bardi ; depositario 
generale Napoleone Gambi. Il Granduca somministrò alla 
Compagnia per la su» parte centonùla ducati , tanto per 
Tappalto del pepe che per ogni altra speculazione; come 
quella deiresportazìone del grano toscano , e dell* impor- 
tazione in Toscana dei pepi ed altre merci del Portogallo. 
Il quale nel 1580 con tutte le sue vaste colonie tra- 
passava allo stato di provincia spagnuola sotto di Filip- 
po IL Francesco Gilardi fiorentino , ambasciatore del re 
Sebastiano e dì Enrico in Francia e in Inghilterra, infor- 
mava il Granduca Francesco I della trista coudizione in 
cui versava il Portogallo con sua lettera del 1581. Co- 
minciavano allora gli olandesi e poi gP inglesi, le loro in- 
traprese neir India, già Lisbona cessava di essere il solo 
emporio delle asiatiche mercanzie ; ciò nondimeno i Por- 
toghesi potuto avrebbero conservare il primato tenendo 
sempre Goa, ponto centrale per le provvisioni dell' India , 
e Macao delle Chinesi, ma il giogo spagnnolo aggravan- 
dosi per ben sessant-anni sopra di loro, distruggendone la 
forza militare e marittima, opprimendone la parte più no- 
bile ed industriosa ne fece col commercio scomparire ogni" 
potenza. I granduchi Medicei tentarono a quei tempi ogni 
via per riattivare il decaduto traffico, a tal fine Bongianni 
Giaul^liazzi, inviato in Ispagna, sr adoperava nel 1583 
OBd« pi'ocorare che i Toscani venissero abilitati al com^ 
mercio di quel regno, e pochi anni innanzi erasi recato 
in Costantinopoli per trattare con la «Porta Ottomana onde 
ristabilire quello dei Fiorentini in Levante. Indi appressò, 
il Granduca otteneva sicurezza e protezione dall* Impera- 
tore di Marocco pet commercio dei- Fiorentini e dei To- 

Cahàlb^ SUfria del Commercio, ecc. 2S 



— 386 — 
scani colà. Inutili tentativi , che V Italia nel secolo XVI 
colla rovina delle sue istituzioni civili perdeva eziandio 
r econonìiche , colla libertà e 1* indipendjenza il suo com- 
mercio dileguavasi. Invano • i prioii Medici cercaronvi un 
riparo, e ottennero privilegi ai mercadanli fiorentini da 
Leone X, e nel 1546 da Carlo Y in Anversa, Bruggia 
e in tutta la Fiandra » invano procacciaron loro favore 
in Francia e in Inghilterra. Mutate erano ie condizioni 4ei 
tempi , e piiì ancora mutata la natura degli uomini ita- 
liani, là boria spngnuola essendosi impossessata degli animi 
loro li persuase a cercar nobiltà neli* ozio infingardo , e 
nel lezzo dei vizi , mancò quindi 1* attività e 1' ardire che 
aveali già alle grandi imprese sospijiti, di guisachè dopo 
averne perduto il monopolio, lasciaronsi ancora sfuggire 
dalle oziose mani quella parte di commercio in cui pure 
concorsero tutte le altre nazioni. 

Questi fatti non volli io tacere parlando dei viaggia- 
tori fiorentini, affinchè meglio si paresse il loro intendi- 
mento, e come Firenze benché^ più tardi di Venezia , di 
Genova, e di Pisa, dopo il possesso di quest'ultima, scesa 
nel campo marittimo e commerciale, si travagliasse per 
la parte di ponente , a ricuperare quel commercio che 
Veneziani e Genovesi invano nello stesso tempo tentavano 
di riacquistare in quella del levante. 

CLXIV. Seguitando a dire di alcuni altri viaggiatori 
italiani di minor fama , farò menzione di Luigi Graziani 
che viaggiata tutta TEuropa, si volse quindi alla Palestina 
e all'Egitto; Luigi di Giovanni che recavasi in India e 
in Galicut, e Gasparo Balbi nelle Indie Orientali, i viaggi 
dei quali stampavansi poscia in Venezia, del primo nel 
ltS4S, del secondo nel 1599. Ma sopra tutti questi va 
nominato onorevolmente Girolamo Benzoni. 



— 387 — 

Egli nacque in Milano di umil padre intorno al 1519. 
Essendo la sua casa per la guerra e per altri accidenti 
dell'avversa fortuna andata in rovina, non avendolo po- 
tuto il padre sostentar allo studio, lo mandò in tenera 
età in varie provincie, cioè, nella Francia, Spagna, Ale- 
magna e in varie città dell' Italia. Avendo nei suoi viaggi 
udite le scoperte fatte neirAmerica , s' invaghi d* andare 
colà. Neireià di 22 anni si parti dunque e nel 1541 si 
condusse in Medina del Campo, donde si trasferi in quei 
nuovi Regni, nei quali si fermò 14 anni, e ritornò di poi 
in sua patria nel 1556. Egli ha descritto i paesi dov* è 
stato ed ha narrata la storia della conquista dei medesimi 
colla opera seguente : La Hisioria del Mondo Novo , la 
quale tratta delle isole , e mari nuovamente ritrovati , e 
delle nuove città da lui proprio vedute per acqua e per 
terra in 14 anni, libri III. 

II Benzoni dedicò TOpera sua al PonteGce Pio IV. 

Quelli da me accennati finora si prefissero a scopo 
dei loro viaggi o l'acquisto di nuovo dominio, od una pia 
ampia estensione di commercio, ma non devono dimenti- 
carsi coloro eh* ebbero per oggetto speciale i progressi 
delle scienze e delle arti , il desiderio di conoscere da 
vicitio i più famosi monumenti dell'antichità, e gli uomini 
illustri delle più remote contrade. Io mi ristringerò in 
cosi opima messe a scegliere i due più chiari di questo 
secolo Andrea Navagero e Lorenzo Bartoliui , l'uno ve- 
neziano, e Faltro lucchese. Il primo tra il 1525 e il 1528 
percorse la Spagna e la Francia , ne descrisse le città 
e le Provincie, notò le cose più importanti all'antica e 
moderna geografia, airantichità, alla storia naturale, e ad 
altre materie scientifiche ; parlò della Università fondata 
in Alcalà dal Cardinale Ximenes, e della doviziosa biblioteca 



— 38S — 
ch*egii vi aggiunse, illustrò l'antico anfiteatro presso Si- 
viglia, narrò che in Blais era la libreria dei Duchi di 
Milano, che già trovavasi nel castello di Pavia , ma di 
colà dal re Luigi X([ tolta, e trasportata fu in Francia, 
quando dopo la battaglia di Novara, per tradimento degli 
svizzeri fece prigioniero Ludovico Sforza detto il Moro, 
e privollo dello Stato. Ricorda ancora il Navagero gli 
avanzi delPacquedolto presso Lione, e le altre antichità 
romane ; riferisce le iscrizioni che in parte si leggono 
sull'arco antico di Santes , e il primo di tutti mette in 
chiaro i grandi pregi dell'Arco di Susa. 

Lorenzo Bartolini intraprese ugualmente lunghi viaggi 
per conoscere gli uomini più eruditi, e avere agio di con- 
versare con essi, corse quindi molte straniere provincie, 
di ciò ne fa fede il celebre Erasmo in una lettera a lui 
slesso indirizzata il primo marzo del 1521. « E chi gli 
scrive non amerebbe questo tuo ingegno cosi avido di 
erudizione, che uomo essendo italiano per tante barbare 
regioni abbi voluto pellegrinare (1) ? ... . che con perso- 
naggi per fama di dottrina celebrati ti sii abboccato? 
Intanto io bacio (exosculor) questo candore d'Italia che 
sorride dgl' ingegni stranieri mentre noi gV invidiamo (2). 

(1) Sì noti il contrapposto di un uomo Ualiano con barbare re- 
gioni espresso da Mfì dottissimo straniero. 

(2) Epislol. tom. I, ep. 567. 



, CAPITOLO X. 



Viaggi di Gerolamo Adorno , Gerolamo di S. Stefano, Giorgio In- 
teriano , Cassiaao Gamilli ^ Paolo Centurioni e di alcuni altri 
genovesi. 

CLXV. Dopo di avere uel precedente capitolo trattato 
singolarmente dei viaggiatori veneziani e fiorentini , ho 
fermato di consecrare per intero questo a* genovesi. 

Gerolamo di S. Stefano in compagnia di Gerolamo 
Adorno comprata al Cairouna certa Iquantità di coralli , 
bottoni ed altre mercanzie partivano di colà per la volta 
dell* India. In capo a quindici giorni arrivarono a Gariz, 
videro nel cammino molte antiche città rovinate , con 
4nirabilì edifici, fra i quali non pochi tempj de* gentili an- 
cora in piedi, dal porto detto Cane, attraversando a ca- 
vallo per sette giornate it stessi monti e deserti percorsi 
dal popolo d'Israele quando fuggiva alla servitù di Faraone, 
arrivarono a Cosir, porto del mar fiosso. Quivi imbarca- 
tisi, e navigando per venticinque giorni giunsero ad un* ìsola 
delta JMazna sulla riva diritta di quel mare, lontana circa 
un iniglio da terra, dov* è il porto del paese del famoso prete 
Janni ; soggiornaronvi due mesi, indi partiti navigando Io 
stesso mare, videro molte barche che pescavano perle, ma 
senza avere la bontà delle orientali. Recaronsi ad Aden, 
■stettervi quattro mesi, di là verso 1* India sciolsero le vele, 
^ andarono con buon vento senza veder terra per venti - 
cibque giorni, dopo i quali scopersero molte isole , e con 
altre dieci giornate di navigazione pervennero a Calicut. 
1b questa città vi erano bea mille case di cristiani e 



— 390 — 
chiamavasi India Alta. Di là con venlisei giornate di viario 
approdarono ali* isola di Ceilan; da qpesta in dodici giorni 
recaronsi al Goromandel , ivi dimoravano sette mesi , di 
là in venti giorni conducevansi alla città del Pegu , ove 
l'India chiamata Bassa. Era vi nn signore che teneva più 
di 10 mila elefanti, ed ogni anno ne allevava 500. Il Pegu 
distava quindici giornate di cammino per terra dalla città 
di Ava ; nodrivano desiderio di portarvisi ma essendosi ac- 
cesa la guerra col signore di questa e quello del Pegu, 
per cui si vietava il trasferirsi da un luogo alPaliro, fu- 
rono costretti a vendere nell' ultimo paese le mercanzie 
loro, io stesso signore era solo quello che poteva com- 
prarle per la preziosità loro, e a lui le vendettero per 
2000 ducati, ma i diversi casi della guerra non permiser- 
gli di pagarne subito il prezzo, e dovettero attenderlo per 
un anno e mezzo , nel quale tempo sia per le fatiche , 
li stenti, le angustie dell'animo, sia per la cagionevolezza 
del corpo già affranto da un'antica malattia, il Gerolamo 
Adorno venne a morte, addi 27 dicembre del 1496. Ri- 
masto solo e contristato dall' irreparabile perdita del com- 
pagno, Gerolamo di S. Stefano posesi sopra una nave per 
andare a Malacca, e in venticinque giorni fu a Sumatra, sbar- 
cate quivi le sue mercanzie, il signore dell' isola volle cod<- 
fiscarle allegando ch'essendo proprietà del defunto senza 
figli e fratelli, per una legge di quei paesi toccavano a lui. 
Inoltre visitarongli la persona e trovatigli addosso 300 du- 
cati gli si appropriarono. Per buona ventura Gerolamo avea 
fatto al Cairo un registro in cui erano notate le mercan- 
zie tutte che possedea , sicché per mezzo di un Cadi suo 
amico che un poco intendeva 1* italiano gli furono alfine 
restituite, ma i ducati andarono perduti. Sdegnato di ciò, 
vendette tutte le sue mercanzie, e il prèzzo loro converti 



— 394 — 

ìd tanta seta e benzuino , imbarcandosi in una nave che 
dovea recarlo a Calicut; travagliando il mare» dopo venticin- 
que giorni di viaggio approdar dovette alle Maldivie dove si 
trattenne sei mesi aspettando il tempo buono alla partenza, 
il quale venuto e allargatisi in mare , furono <lalla più 
orribile procella t^battuti , che affondatasi la nave, parte 
perirono naufragati, parte a nuoto salvaronsi. Egli afferrato 
un pezzo di legno grosso , andò errando pel mare dalla 
mattina fino alPora di vespro , allorché tre navi partite 
in sua compagnia , ma di cinque miglia procedute già 
innanzi, saputa la sua disgrazia, mandaron subilo le barche 
loro, a levar gli uomini rimasti vivi, fra i quali esso era, 
e li portarono a Cambaia. Quivi trovò alcuni mercatanti 
mori di Alessandria e di Damasco , dai quali fu aiutato 
di danaro per le sue spese, indi acconciossi con un mer- 
cante sceriffo di Damasco, stando a' suoi servigi un mese; di 
là si recò sino ad Ormuz con un viaggio di sessanta giorni, 
donde partito, e accompagnalo d'alcuni mercanti armeni 
ed azami , per via di terra , giunse dopo molli giorni ai 
paese di questi ultimi, in cui dimorò per un mese, aspet- 
tando di unirsi alla carovana , con la quale si condusse 
a Sirasy e di lì a Casan, e poi alla città di Sultanìa, « 
finalmente a Tauris di Persia, vi stette molti giorni, dopo 
i quali si trasferi ad Àleppo, e formando parte della ca« 
rovana, fu nel mezzo del cammino assaltato e spogliato 
d'ogni suo avere. In Àleppo molti mercanti lo pregarono 
a volersi ricondurre in Tauris a comperare gioie e sete 
chermisine^ ma non essendo sicure le vie negò di andarvi. 
Ora tutto questo è il successo del viaggio che Gerolamo 
di S. Stefano da Tripoli di Scria addi 1.^ settembre del 
H99 indirizzò con una sua lettera a Giovanni Giacobo 
Mainer Portoghese. Di lui fa menzione il Colombo nella 



sua prima lettera scrìtta nel 1502 a Niccola Oderico. 
Intanto la relazione di quel viaggio ci fa conoscere che 
ei praticava molto neir Egitto e nella Siria» che navigò 
il mar Bosso, e visitò i lidi orientali deirAfrica, e tutta 
l'India meridionale con le isole di quei mari; che tra- 
SCOI se la Persia e la Russia del mezzodì > con un ardi* 
mento non minore della sua infelicità. 

CLXVI. Più famosi per dottrina dei due Adorno Gero- 
lamo e di S. Stefano, sono ì viaggiatori essi pure genovesi, 
Giorgio Interiano e Gassiano Gamilli. Il primo senz'avere nei 
primi suoi anni giovanili molto agio di apprendere le let- 
tere, si diede a viaggiare le diverse parti del mondo, e le 
contrade dell'Asia visitò in ispecie, sentendo una singolare 
vaghezza per lo studio della Cosmografìa , cui di proposito 
attese , amando la conversazione degli uomini dotti , e in- 
vestigando dovunque la ragione delle cose antiche e gli 
oggetti della storia naturale , sicché Angelo Poliziano ebbe 
a dirlo ricercatore sperimenta tissimo delle recondite ma- 
terie (1). Per la qual cosa, facendosi a'stioi tempi, ov« 
vero sullo scorcio del secolo XV la grande quistione se 
il mare Rosso si cougiungesse all' Oceano , l' Interiano 
opinò apertamente per l' affermativa. Il vescovo Giusti- 
siaui, ch'era suo coetaneo, e il senatore Federici, ci 
fanno fede che egli conducendosi nel 1501 in Venezia, 
portòvvi prima d'ogni altro i platani. In quella città, che 
era allora eletta sede degli uomini più savi ed illustri , 
rinteriano si strinse in amicizia col celebre Aldo Manu* 
zio, e a lui diede a slao^pare una succinta relaztoiie 
della vita de' Zichi , o Zygi , più noti sotto il nome di 

(1) Erat ibi tura nobigcum Georgius Italianus genaensis, homo 
rerum abditarum investigator experientissimus. 



— 3^3 — ^ 
Circassi^ fra i quali avea egli falla luuga dimora. Gliela 
dedicò, e nella lellera che la precede, lo prega a volersi 
incaricare della correzione dello siile , e dell' ortografia , 
non senza renderlo consapevole, essere suo disegno, aven- 
done il ten)ipo, di comporre un'opera più voluminosa in- 
torno a* suoi viaggi , descrivendo le cose da lui vedute. 
L'Aldo soddisfacendo all' incarico, emendò l'ortografia , e 
con lettera latina al Sannazzaro , la pubblicò nel 1502 
il tutto ripose poi il Ramusio nel volume II della sua 
Raccolta. 

Questa relas^iooe è breve e piena di belle e giuste os- 
servazioni intorno a' costumi di quel popolo. « Zichi, scrive 
« rinteriano, in lingua volgare, greca e latina cosi chia- 
« mali , e Tartari e Turchi dimandati Circassi , ìii loro 
ff proprio linguaggio appellati Adiga, abitano dal fiume 
« Tana detto Don sull'ora, tutta quell'ora (spiaggia) ma- 
« rittima, verso il Bosforo Cimmerio, (^gidi chiamato 
« Vosporo, e bocca di S. Giovanni, e bocca del mar Cia- 
« bachi (Zabacche) e del mare di Tana, antiquilus (an- 
« ticamente) Palude Meotide. Indi poi fuora la bocca per 
« costa marittima, fin appresso al cavo di Bussi, per si- 
« rocco verso il fiume Fasi, e qui confinano con Avogasia 
« cioè parte di Golchide. E tutta lor costiera marittima 
« fra dentro la palude predetta e fuora , può essere da 
« miglia 500. Penetra fra terra per levante giornate 8, 
« circa nel più largo. Habitano tutto questo paese Vi- 
« caUm (di borgo in borgo), senza alcuna terra o luogo 
« murato. E loro maggiore e migliore loco, è una valle 
« mediterranea piccola chiamata Cremuc^ meglio situata 
« ed abitata che il resto. Confinano fra terra con Sciti , 
« cioè Tartari. La lingua loro è penitus (del tutto) se- 
« parata da quella de' convicini e molto tra la gold. Fanno 



— 394 — 
professione di cristìaDi ed hanno sacerdoti alla greca. 
Non si battezzano se non adulti di otto anni in su e 
più numero insieme con semplice asperges d*acqua be- 
nedetta in lor modo e breve benedizione di detti sacer- 
doti. Li nobili non entrano in chiesa se non hanno 60 
anni, che vivendo di rapto (rapina) come fanno tutti, 
li pare non essere licito, e crederiano profanare la chiesa. 
Passato detto tempo o circa , lasciano il rubare ed al- 
lora introno a quelli uffici divini, i quali etiam in gio- 
ventute ascoltano fuora su la porta della chiesa, ma a 
cavallo e non altramente. Le loro donne partoriscono 
su la paglia , la quale vogliono sia il primo letto 
della creatura. Poi portata al fiume quivi la lavano, 
non ostante gelo o freddo alcuno molto peculiare a 
quelle regioni. Impongono alla ditta creatura il nome 
della prima persona aliena, quale entri dopo lo parto 
in casa, e se è greco o latino, o chiamato alla fore- 
stiera raggiungono sempre a quel nome ite. Come a 
Pietro, PietruCj a Paolo, Pauluc. Essi non hanno, né 
usano lettere alcune , né proprie , né straniere. Loro 
sacerdoti officiano a suo modo con parole e carattere 
greche senza intenderle, quando li accade far scrivere 
ad alcuno, che raro lo costumano, fanno far l'officio a 
Judei per la maggior parte, con l,ettere ebree, etc. » 
Tralascio di scriverne più avanti, che altro non è se 
non una più diligente narrazione degli usi e costumi degli 
stessi popoli, i quali ci vengono dal nostro viaggiatore in 
ogni loro più intima parte dipìnti. 

Più illustre ancora dell' Interiano per ornamento di 
studi greci e latini, e varietà di lontani viaggi, fu Cassiaoo 
Gamilli fiorilo nella slessa epoca di lui , e colto dal con- 
tagio che afflisse Genova nel 1528. Nulla saprebbesi di 



— 395 — 

lai, De de' rari suoi meriti , se il cardinale Gregorio Cor- 
tese dottissimo letterato non ne avesse serbata preziosa 
memoria nelle varie sue lettere. Per darne un' adeguata 
Dotìzia io riferirò quella scritta dallo stesso Porporato a Vin- 
cenzo Borlasca, quando n'ebbe udita la morte , traendola 
dalla Storia letteraria del Tu cav. P. Gio. Batta Spotorno (1). 
e Benchò di tal pestilenza, egli scrive, sien periti non 
pochi degli amici miei, pur mi è grave specialmente 
la perdila del nostro Camilli. Perciocché noi debbo io 
già misurare dalla stima che altri ne faccia ; si da 
quella eccellente virtù e dottrina, che soltanto forse a 
me solo, era intimamente conosciuta. Aggiugni il danno 
incredibile che ne verrà a tutti i sapienti per la per- 
dita delle sue fatiche, stahtechè aveva l'animo rivolto 
ad illustrare tutte le parti della Cosmografia ; ed oltre 
che si confidava di potere descrivere minutissimamente 
la posizione di tutti i luoghi e antichi, e nuovamente 
trovati; aveva con ogni studio diligentemente investigato 
con qual nome una volta, con quale oggidì ciascun luogo 
si appelli. E in ciò si era di già cotanto inoltrato, che 
non ì porti soltanto, i promontorii, i seni , le isole, i 
fiumi, i monti e le città più celebrate, ma ogni picciol 
castello sapeva a menadito. Delta quale jattura crede- 
rei avermi a doler meno, se fior di speranza ci fosse, 
che altri di pari dottrina ed accuratezza potesse ciò 
mandare ad effetto. Ma chi fia mai , di grazia, che alla 
squisita di lui dottrina unisca la cognizione dei luoghi 
non ascoltando o leggendo, ma cogli occhi e coi piedi 
acquistata ? Perocché navigato aveva , come ben sai , 
al Tanai ed al Fasi, e girato pressoché tutte le con- 
ci) Op. cìt. voi lo, pag. 167. 



— 396 — 

« Irade dell'Asia, TEgiUo e T Africa. Noo parlo della 
« Spagna, Inghilterra, Francia e Germania, le quali così 
« egli conosceva come le dita delle sue mani. E ad opera 
e si grande era congiunto quel meraviglioso presidio del- 
€ r esser nato in tal città , i cui abitatori ogni di van 
« navigando a remote e strane nazioni , ed alla quale si 
e tirati da' negozi , come dalla vaghezza di vederla , so- 
c praggiungono contìnuamente da tutte le parti del mondo 
« i forestieri. » 

CLXVIl. Favellando dei tentativi degl' Italiani per 
ricuperare il perduto commercio delle Indie diedi un 
cenno del disegno presentato a Basilio Czar delle Russie 
dal genovese Paolo Centurione. Io debbo il suo nome col- 
locare fra quelli dei viaggiatori italiani di quest'epoca. K 
di vero, egli visitò la Sìria, e l'Egitto, e sulle orme dei 
Poli dal mar Nero si condusse all'India correndo i primi 
anni del secolo XVI. Ne tornò sdegnalo coi Portoghesi, 
i quali avendo in gran parte soggiogata 1* India e presi 
tulli i luoghi dove nascevano le spezìerie, tutte le com- 
peravano, e indirizzavano in Lisbona, vendendole a tutti 
i popoli dell' Europa a prezzo mollo maggiore, che prima 
non si soleva , con grandissimo guadagno ; anzi custodi- 
vano le marine dell' India con tanta diligenza e cura, te- 
nendovi armale continuamente, che pareva che del tutto 
fossero intermesse e abbandonate quelle mercanzie, delle 
quali per la via del golfo Persico su per l' Eufrate, e per 
l'Arabico e infine giù per il fiume Nilo col mezzo del 
Mediterraneo tutta 1* Asia , e l'Europa abbondantemente 
si fornivano ed a pregio più vile. Oltreciò, le meroi por- 
toghesi erano molto cattive perciocché per la incomodità 
della lunglHssìma navigazione fatta dai Portoghesi, e pel 
difetto della sentina delle navi, le spezierie giungevano 



— 3&7 — 

io Europa guaste e corrotte, finalmente la lor virtù, sa- 
pore, ed odore perdevano per lo istare lungamente negli 
magazzini di Lisbona, imperocclìè, i mercanti di colà cer- 
cavano sempre di conservar le più fresche, mettendo in- 
nanzi, e vendendo le più vecchie e deteriorale. Già dissi 
che per tutte queste ragioni il genovese viaggiatore al 
Gran Duca Basilio di Russia affermava che dall' ultima 
India su pel fiume Indo a contrario d*acqua si potevano 
condurre le spezierie, e quindi per poco spazio di cam- 
mino per terra passando per la sommità dei monti di Pa- 
rapomiso al fiume Oxo condurle, il quale quasi dagl' istessi 
monti che nasce V Indo, con corso contrario, menando seco 
molti fiumi, appresso il porlo di Stava entra nel mar Ca- 
spio. Aggiungeva, facile e sicura essere la navigazione da 
Strava a Cintrachan od Astrakan ed alla bocca del fiume 
Volga, ed indi per questo , TOcha e la Moschowa , age- 
volmente potersi recare a Mosca, dalla quale a Bigha ed 
al mare della Sarmazia, ovvero il Baltico, e di là a tulli 
i paesi di ponente. Ma benché Paolo peritamente discor- 
rendo di queste cose , e mettendo in grandissimo odio i 
Portoghesi, dimostrasse che se si aprisse questo viaggio , 
molto maggiormente si accrescerebbero le gabelle del Re, 
ed a migliore mercato polrieno i Moscoviti comperare le 
spezie , delle quali in tutte le vivande ne consumavano 
gran copia, nulla però riusci ad ottenere, perciocché, Ba- 
silio giudicava che non si dovesse a un forestiero, e non 
conosciuto, aprire quei paesi , i quali dessero la strada 
d'andare al mar Caspio e ai regni persiani. 

CLXVIII. Dopo questi maggiori, registrerò nel numero 
de* viaggiatori della presente epoca, altri tre minori me- 
desimamente genovesi che trovo menzionati dal prelodato 
mio maestro Gav. P. Spotorno: GiannaiKoBio Meoavino di 



— 398 — 
Yollri che navigaDiIo per il Levatile sopra una nave del 
padre, preso da un corsaro torco nelle acque di Corsica, 
venne condotto a Modone, di là in Costantinopoli avendo 
appena dodici anni; educato nel serragliele forse costretto 
a rinnegar la propria religione, ebbe di molte vicende, le 
quali lo trassero in Persia, indi a Trebisonda, a Salonicco, 
a Scio, infine a ricondursi in patria ; Niccolò Cattaneo , 
e Niccoloso Basadonne, entrambi gentiluonfiiui genovesi, il 
primo de' quali riputato, e in molta grazia del Re di Orano 
in Africa, da lui otteneva non pochi privilegi e singolari 
immunità ; il secondo giovine dì quindici aiinì recatosi col 
Cattaneo in Orano vi fermò per qualche tempo il soggiorno 
apparandovi la lingua arabica ; con alcuni mercadanti 
Oranesi, si parti poscia per visitare curiosamente molte 
e remote contrade dell'Africa. Tuttociò si ricava dalla No- 
vella 52.% parte 1.* di Matteo Bandelio, dove ancora si ri- 
conosce come tanti liguri fossero a quel tempo in Orano 
che una loggia aveanvi e una strada detta dei genovesi, 

CAPITOLO XI. 



Viaggi di alcuni italiani nel secolo XVII ^ XVIH e XIX. 

CLXIX. La irreparabile perdita fatta dalP Italia della 
sua potenza commerciale e della politica libertà tornò 
a lei grave in ogni guisa di scienze, lettere ed arti, di 
studi, d'industrie e d'imprese; i viaggi non ne anda- 
rono illesi. Già gì' italiani stati erano i primi a lanciarsi 
sotto ogni latitudine alla scoperta d* incognite regioni , ad 
insegnare ai Portoghesi, Spagnuoli ed Inglesi le vìe dd- 
r Oceano , donde correre con più breve camoùno allo 



— 398 — 

acqaklo delle i&vidiale mercasuàe, orai, oialaU fortouai, 
doveaoo per grazia ricevere dalle masi loro s^taiao floa 
parte di ciò che già latio possedevaao. Colla mancata 
ricchezza comoierciale veiioe meao la poteiosa, colla p»- 
lenza la libertà , V indìpeodeiiza , ce» queste il v^ore del- 
l' iiigegno, P ardimento dei grandi disisi, la sÀcorezza 
delle opere, falli allora la oi^iioria degli avi e la spe- 
ranza dei nipoti. £ come le lettere e le arti pia non fa- 
rono maestre di civiltà, insegnamefito di ncèkili eseffif», 
palestra di liberi e classici stadi, com i via^i invece di 
contiuiiaj'e nella ricerca di nuove terre o di amboir&rt 
cogli stranieri neJla più intima e^lorazioiie , e nel pre- 
zioso traffico delle ritrovate, si circoscrissero ad usa vota 
cariosità, ad una sterile emdizione, la qaale tanto più 
mostravasì vana e disotile, quanto meno nelle relazioni 
che si facevano dei paesi visitati , si accostava al vero , 
che r aa^ollosità e la esagerazione delle cose dette to- 
gliendo ogni fede al racconta, provavano evidentemeote 
che col candore e la semplicità dei viaggiatori dei tre 
secoli precedenti mancato era 1* ingegno e V ardime&to 
nei saccessori loro* Un dì, P intelletto italiano, eompreii- 
dendo nella virginale sna perspicacia, come le due vie 
dell* Egitto e liella Siria chiuse fossato all' Occidente dal- 
l' invasione degli infedeli , i qnali pnre minacciavano la 
terza del Mar Nero, avea ccme^ito di aprire al com- 
mercio orìei^ale una ^oarta marittima limgbess» la costa 
dell'Africa , più breve e sicara , e qeanéo qsesta previde 
prossma a cadere in balia de'porlo^e^, se discoperse 
una qtttnta p^ la parie di panente , ed infide allorché 
qoeste pwe fiirem invaffie d gmuà italiano si gittò ai seir 
tentrione per di là rinsceBdo airoocideale^ L'arditezza di 
questi taOntifì, la oammaùm^ ieà frapwto,la oeHczza 



— 100 -i 

deli* esito fece prova do» dabbia non solo della vastità 
della mente, ma della baldanza dell* animo, di cui a do- 
vizia forniti erano i primi viaggiatori italiani , senonchè 
nei susseguenti' di questo secolo. XVII noi non iscorgiamo 
che penuria di concetto, vanità d'intendimento, e ben 
di sovente un puerile desiderio di portare a zonzo 1* ignota 
persona , e colli assurdi racconti di strane avventure, di 
fatti e cose insussistenti, sforzare e confondere la pub- 
blica attenzione. Non vo* cionullameno negare che in 
questo sterile campo qualche raro Fiore non ispunti , il 
quale sempre più ci fa lamentare la comune sventura. Io 
ne dirò brevemente, imperocché alla scarsità della materia 
brevi parole soltanto sodo bastevoli. 

Viaggiatori eruditi furono Giambattista e Girolamo 
Vecchietti , fiorentini d* origine ma stabiliti in Cosenza , 
e forse congiunti di queirAnlonio Vecchietti, nel prece- 
dente capitolo da me menzionato. Il Giambattista venne 
più fiate spedilo dai Pontefici Gregorio Xllf, Sisto V e 
Clemente Vili in Persia ed in Egitto per indurre il re 
della prima a muover guerra contro il Turco e i Copti 
AlessandritH riconciliare colla Chiesa Romana. È detto 
dai dotti versato mollo nelle lingue orientali e special- 
mente nella persiana , mori in Napoli addi 8 dicembre 
del 1619 avendo 87 anni. Il fratello Gerolamo gli fu 
compagno nei viaggi , e tornato dall' Egitto portò seco 
molti codici orientali; venne tratto nelle prigioni del San- 
t' Uffizio , poiché sosteneva che Gesù Cristo il di prima 
della sua morte non avesse celebrata la cena pasquale, 
vi giacqoe per molto tempo non volendo mai ritrattarsi. 
Libei*ato infine , visse in Roma tranquillo fino all' età di 
83 anni. 

Seguilauo^ Franceseo Belli prete- vicentino ette viaggiò 



— 401 — 
DeirOlanda e nella Francia, e pregevoli sono le sue os- 
servazioni sulle diverse parti di quei due regni stampale 
in Venezia nel 1632; i PP. Filippo della Trinità, e Via- 
cenzo Maria Carmelitani Scalzi che visitarono le Indie 
orientali ; il marchese Villa che scorse la Dalmazia e il 
levante, Giambattista Donato che descrisse i suoi viaggi 
di Costantinopoli, Francesco Negri che percorse il setten- 
trione, e per non ommeltere anche i più oscuri il Padre 
Coronelli , i viaggi dì cui si pubblicarono in Venezia nel 
1697 e r abate Giambattista Pacichelli pistoiese che ne 
stampò più volumi in Napoli nel 1685 ed anni seguenti. 
I due soli che fra questi vanno onorevolmente ricordati 
sono Cosimo Brunetti e Pietro della Valle. Il primo viaggiò 
la Francia, TAIemagna, la Fiandra, l'Olanda, l'Inghilterra, 
la Danimarca , la Prussia , la Lìvonia, la Polonia, infine 
l'America. La relazione di questi viaggi si legge nelle tre 
lettere eh' egli ne indirizzò al principe Leopoldo de' Medici 
dal 16S9 ai 1661. Suo intendimento era di conoscere tutte 
le persone celebri in ogni sorte di scienze, e specialmente 
nelle matematiche. Della isola Martinica , e di altre alla 
stessa adiacenti colle più preziose notizie intorno alle condi- 
zioni delle terre, ai costumi, alle leggi, al clima, al governo 
di quei popoli, presentò egli un ragguaglio importante alla 
duchessa di Chevreuse e al duca di Luynes di lei figlio. 
Pietro della Valle era un patrizio romano ; il lungo 
viaggio da lui intrapreso nel 1614 e negli anni succes- 
sivi per la Turchia, la Persia e la India si trova narrato 
in cinquantaqoattro sue lettere nelle quali colto si mostra 
e fornito di molta erudizione, sicché la relazione che porge 
delle cose vedute ci somministra preziose cogniziotH sopra 
le iscrizioni, le statue ed altri vetusti monamenti, noochò 
suirabticà geografia; egli mori in Roma nel 1652. 

CàMÀLB, Storia del Commercio, eco, 26 



r- 402 — 

Finirò questo rapido cenno colla menzione del più ani- 
moso viaggiatore di questo secolo, Francesco Carreri Ge- 
melli avvocalo napoletano, il quale poich'ebbe nei 1683 
intrapreso un viaggio per V Europa, dopo dieci anni si av- 
venturò al giro di tutto il mondo e lo condusse a felice 
(ine nel 1698 , pubblicandone la relazione nel 1700 che 
più volte venne riprodotta e voltata ancora in francese; 
ma, come dissi più sopr,a, le cose che vi si narrano es- 
sendo piene di errori e di favolosi racconti, ci fanno co- 
noscere che oggìmai gì* Italiani vedendo fallito lo scopo 
degli antichi viaggi, delle scoperte e delle importanti na- 
vigazioni, soltanto miravano a colpire la imaginazione dei 
loro connazionali colle turgide descrizioni di fatti meravi- 
gliosi ed assurdi; gradito diletto di un popolo educato alla 
scempia dominazione di Spagna. 

CLXX. Il secolo XVIII ci porge i nomi dei viaggia- 
tori scientìfici Giovanni Bolzoni e Gio. Batta Brocchi. 

Il viaggiatore che in Padova entra nella magnifica sala 
della Ragione, vi scorge una grande effigie circondata dal 
serpente dell' immortalità sopra il marmo scolpila. Fu lo 
scalpello di Rinaldo Rinaldi ammaestrato alle belle arti da 
Canova che animò quella pietra, e fu Padova che ad ono- 
rare la memoria di un illustre suo cittadino quel monu- 
mento deliberava s' ergesse. 

Giovanni Belzoni fu dì quelli uomini, i quali nulla de- 
vono alla fortuna , tutto al proprio ingegno. Nel giorno 5 
novembre del 1778 sortiva oscuri natali, che poscia co- 
tanto nobilitava con intraprese ardimentose e fama im- 
mortale; a tutti ignoto, solitario cresceva, e 6n d'allora 
la sua mente educavasi fiera, indomabile, non curante le 
ricchezze, rorgeglio, la pompa di un nome trasmesso per 
eredità. Fermo in questi prìncipi! proponevasi sino dai 



— i03 — 

suoi primi anni avviarsi olla celebrità che ardentemente 
vagheggiava , senza curvarsi a chi protegge, senza V ab- 
bietto corteggiare, sprezzando la compra lode ed affidandosi 
al tempo che i fatti illustri discopre e ai posteri li tra- 
manda. Perciò solo , senza il soccorso di alcuno che i 
primi suoi passi indirizzasse a buoni sludi , intieramente 
abbandonandosi al vigore del suo felicissimo intelletto, ed 
avvaloralo da gagliarda volontà Ira vagliandosi fra i libri, 
superò tulle le difficoltà che s'incontrano nell'acquisto 
di quelle elementari cognizioni che sono poi la salda 
base di profondo sapere. Fin da quel tempo preso . era 
di ammirazione per l' età antiche , e quelli forti uomini 
e le costumanze ed i monumenti destarono nel gio- 
vinetto alti pensieri che in seguito tentò di mandare ad 
eifetto. 

Adulto, e già erudito, e spinto da caldo desiderio di 
meglio comprendere ciò che le istorie dei popoli caduti 
appreso gli avevano, recossi a Roma, che quasi simbolo 
ilei vetusto mondo ne conserva i preziosi avanzi , frutto 
di vaste conquiste e d' altera possanza , e meditando si- 
lenzioso ed errante tra quelle sacre rovine, e tra i più su- 
blimi esemplari delle arti belle senliva ricercargli l'anima 
una colale tristezza, che accresciuta dai bisogni della sua 
famiglia e vincendo in lui le inclinazioni del suo carattere, 
lo consigliava a chiudersi in un chiostro, onde potere prov- 
vedere da per sé alla propria sussistenza , e con pace de- 
dicarsi così a suoi sludi d'Archeologia e di fisica , sce- 
gliendo di questa scienza , V Idraulica alU quale si diede 
con singolare trasporto. 

Sopraggiungevano i politici sconvolgimenti della Fran- 
eia : il generale Championnet occupava Roma co' Repab- 
:blieani. Al rumore di guerra cui rispondeva Ittita Italia, 



— 101 — 
alPavvìcìnarsi di tante armi e di nuove bandiere, si scosse 
il Belzoni dallo stupore che opprimevalo e suscitossi m 
lui la semispenla sua vivacissima indole. Da questo punta 
ha priDcipio l'esistenza scientifica dell' illustre giovane, ed 
alle belliche vicende di quei tempi che lo trasse dall'ob* 
blio devesi la sua celebrità. La sua mente ch'errava su 
tutta la superficie della terra senza posarsi in una re- 
gione, s'accendeva d'entusiasmo per i viaggi, ed i sogni 
li dipingevano popoli ignoti, strane costumanze, luoghi ino- 
spiti, e non mai tentati, antiche e rare rovine sotto l'erba 
e l'arena sepolte. Volgendo il cammino verso Parigi, l'O- 
landa , r Inghiterra , valicava le Alpi ; dairalle vette ei 
dava anpora uno sguardo all'Italia, la salutava ancora 
una volta, e con un sorriso mostrava comprenderne e va- 
gheggiarne le bellissime forme, ed una lagrima bagnavaglì 
il ciglio come avviene a figlio che da tenera madre si 
divida. Fra le donne inglesi una ne trovò d' impareggia- 
bile maschia virtù. A lei con nodo si uni di purissimo 
amore : gli fu casta ed amorosa moglie conforto tra i di- 
sagi ed i perigli dell'Africa, dove lo seguì con esempio di 
spartana fermezza. Non lasciava di perseguirlo la fortuna, 
agli uomini grandi sempre nemica, ai chiari ingegni sem- 
pre crudele che colla miseria opprime e coli' invidia tra- 
vaglia. Qui pure gli fu forza di errare di provincia in 
provincia soffermandosi nelle città, accattando di che vi- 
vere, ora con esporre come spettacolo al pubblico certe 
sue macchinette entro le quali l'acqua scorrendo per oc- 
culti canali, sgorgava poi in mille guise scherzosa , ora 
zampillante, or cadente in pioggia minutissima, or dando 
moto rapido ad altri ordigni ingegnosi, ed in ciò prosegui 
finché sperando mutar sorte col variar di ciclo , sciolse, 
colla sua^fida sposa per l'Egitto» ed ai 9. di giugno del 



— 405 — 
1815 approdò in Alessaodria. Nou comporta la brevità di 
questi cenni che io tenga dietro alle sue ardite peregri- 
nazioni e a tutti i suoi scientifici ritrovamenti come il cuore 
mi detterebbe commosso all'ammirazione di tanto sublime 
intelletto. Io ne accennerò dunque ì più insigni, ristrin- 
gendo in poche parole le sue stesse memorie. 

Per due vòlte vagò Belzoni nell' Egitto e nella Nubia 
trovando ad ogni passo i sacri avanzi di quella nazione 
che fu sorgente feconda di ogni umano sapere , e tornò 
ricco dei tesori delle arti antiche. Un masso pesante ven- 
tiquattro migliaia di libbre parigine stava sepolto sotto le 
rovine di Tebe dalle cento porte. Questo busto colossale 
detto di Memnone, era lavoro di perfetto scalpello: lon- 
tano dal Nilo, lo trasse fino al porto di Alessandria coi 
soccorso di poche leve , di quattro rulli , di alcune funi 
conteste con foglie di palma, percorrendo un terreno di- 
suguale e coperto dì mobili sabbie. Quindi apri il magni- 
fico tempio d* Ypsambul trovato nelle viscere di una mon- 
tagna di granito: volle con sforzi inauditi vincere gli 
ostacoli che gli si opponevano nel varcare l' insuperabile 
cateratta di Vadas-Halfa; slanciossi nelle imnìense sot- 
terranee caverne di Carnak; ricercò e rinvenne i ruderi 
di Berenice, tragittando fino alle spiaggie del mar Rosso, 
e decise la quistione dei geografi che ignoravano dove 
questa città aprisse il suo rinomatissimo porlo , e corresse 
il D*Anville che la collocava più verso il mezzodì ; visitò 
]a grand' Oasis, famosa per il tempio di Giove Ammone 
e ne ammirò le vestigia ; diradò l'errore di Erodoto, sco- 
prendo l'adito della seconda Piramide dallo storico Greco 
e da' moderni ancora creduta inaccessibile e senza camera 
interna : ma ciò che torna a sua maggior lode è il mau- 
soleo del Re Psarometico che nella valle di Bcban-el- 



— 406 — 
Moloucb celavasi allo sguardo acuto del nostro viaggia- 
tore. Primo egli fu che pose il piede nella Regal Toaiba, 
e scendendo per una scala, scorrendo lungo un corridoio, 
entrò nella sala sostenuta da quattro colonne che la disse 
aniieamera, indi per altra porta, ed altra sala che inti- 
tolò dei disegni giunse ad una grande scalea che guidava 
ad un androne , in capo di cui si trovò ali* ingresso di 
una camera fregiata di dipinti cotanto prodigiosi , e di 
così meravigliose sculture che diedele nome di sala delle 
bellezze. Seguitava una seconda più ampia e fiancheggiata 
da due ordini di pilastri, e ai due suoi lati due stanze, 
I' una d' Iside , e Y altra dei Misteri; succedevano altre 
camere più o meno ornate, e siccome a lui parve fossero- 
alle funebri cerimonie destinate chiamolle degli Apparecchi. 
Finalmente disserrata una gran porla si vide innanzi ad 
un salone che sostenevano quattro grossi pilastri, e dal 
Belzoni detto Api, in mezzo di cui innalzavasi un sarco- 
fago d* alabastro orientale adorno tulio di geroglifici , e 
dove certamente riposavano le ossa del monarca. Il Belzont 
tolse all'obblio dei secoli dieciotto statue di Numi e di 
Eroi, infinito numero di sfingi, di mummie, d'animali, pa- 
piri, idoli e vasi, ed il Museo Inglese d'antichità Egizie 
deve al nostro li aliano la più gran parte delle rare e stu- 
pende opere di cui va superbo. 

Però sotto un cielo sereno e scintillante di luce, sotto 
il dardeggiare di un sole cocente, tra il religioso silenzio 
di quelle rovine, e le fatiche e l'ansia della speranza db 
eterna fama pensava ancora alla patria, ai placido Brenta,, 
alle ridenti sue sponde, e qual segno di ricordanza e di 
amore pel natio nido due statue Egizie di granilo orien- 
tale a Padova mandava ; poco dopo egli slesso vinto da 
questo dolcissimo affetto iu braccio alla madre per breve 



— 407 — 
tempo tornò. Tornalo in Inghilterra diede in luce una 
schietta e vera relazione de' suoi viaggi. 

Ei non chetava tullaviv^, pungevalo continuo il desi- 
derio di allargare il campo della scienza che avea preso 
a coltivare, volea lacerare il velo che copriva il centrr) 
delPAfricd , stenebrare la misteriosa città di Tombuctoo ; 
sciolse quindi da Londra nell' aprile del 1823, approdò al 
regno di Marocco. Quivi separossi dalla moglie che fìn là 
avealo accompagnato , e con una scorta che ottenne si 
pose addentro in quelle regioni dove argomentava sorgesse 
la ricercata città. Le guerre che travagliavano i Mori dì 
quelle parti , i pericoli frequenti cui trovavasi esposto lo 
costrinsero a ritirarsi a Fez. Il fallito tentativo non gli 
tolse r animo , si volse successivamente a Gibilterra , a 
Madera , a TeneriflTe delle Canarie , pervenne infìne alla 
costa occidentale dell' Àfrica non lungi dal Capo Bianco. 
Recatosi a Benin coir inglese Houtson, venne còito da una 
fiera dissenteria che lo trasse al sepolcro addi 3 dicembre 
del 1823 in un luogo detto Gato, sereno sempre di volto 
e d'animo tranquillo. Sotto di un grosso albero in barbara 
terra si ripose la spoglia di lui, e ve la adagiavano il gover- 
natore ed i soldati inglesi tra il rimbombo della moschette- 
ria. Credo tacesse allora V invidia che mordendolo avvisa- 
vasi usurpargli Tenore ed il fiMiito di tante sue dotte ed illu- 
stri fatiche, tacque l'odio straniero per la gloria italiana 
dinanzi al museo britannico, ai tempi di Nubia, alle tombe, 
alle Piramidi di Egitto che rendono il nome di Giovanni 
Belzoni illustre e chiaro tra i più grandi viaggiatori scien- 
tifici. Londra gli coniò una medaglia in onore del suo ingresso 
della Piramide di Cèferne; una seconda Padova per il dono 
delle due statue, e a confortare Tafflitta madre dell' irre- 
parabile perdila decretò ad essa una pensione vitalìzia. 



— 108 -- 

CLXXI. Non diverso di lui per aoimo intrepido, pro^ 
fondita di studi , e per sorte infelice nell' intrapresa di 
eguali viaggi e tentativi fu il suo contemporaneo bassanese 
Gio. Batta Brocchi. Come il Belzoni si condusse egli a 
Roma e delle romane e greche antichità istruito» inna- 
morò fortemente delle egizie. Intanto ordinatisi nel 1802 
i licei del Regno d' Italia, fu professore in quello di Bre- 
scia, indi nel 1808 ispettore della Commissione delle Mi- 
niere, corse allora V Italia dairuno all'altro estremo, os- 
servandone le terre, Terbe, i fossili; viaggiò per le pia- 
nure, s* inerpicò per i monti, visitò gli antri alla ricerca 
d' ignote verità, a chiarire le incerte. Ma il suo pensiero 
volto era specialmente all'Egitto, quanto eì tentava e 
scopriva di antiche lave, di montagne metallifere, di mo- 
luschi, di zoofiti , di tempj, d' inscrizioni e d'ogni genere 
di rarità antichissime, specialmente nella regione meridio- 
nale della nostra penisola, viemmeglio quel pensiero gli 
si agitava ed ardeva nella sua mente, poiché in quella 
veneranda culla delle arti sentiva di potere soltanto far 
pago ogni desiderio. Apparato l'arabo, raccolta una pic- 
cola biblioteca ov'era tutto che al suo viaggio poteva tor- 
nare utile, apprestato un chimico laboratorio, con siffatte 
supellettili imbarcossi a Trieste e veleggiò per Alessandria 
addi 23 settembre del 1822. Appena giunse colà che il 
Viceré d'Egitto tolse a proteggerlo, dandogli guardie, oro 
e Grmani onde sicuro si avventurasse alle sue scientifiche 
esplorazioni. Partito dal Cairo pel deserto orientale da 
presso Siene, si recò a Suez sul mar Rosso, visitò diverse 
miniere metallifere , e quelle in ispecìe degli smeraldi a 
sacchetto. Passò nella Sìria ed infine nel nuovo regno di 
Seoaar, che il Viceré di fresco avendo aggiunto all'Egitto, 
commetteva a lui di ordinarne le provincie e condurre 



— 409 ^ 
quei barbari pupoli a civiltà. Dalle lettere del. Brocchi 
scritte alia sua famiglia si rileva che egli resisteva a 36 
gradi di calore. IVIa giunto a Chartum ed infermatosi, 
sventuratamente soggiacque addi 23 settembre del 1826, 
troncando in tal guisa la morte coi suoi giorni il corso 
dei suoi viaggi e i maggiori progressi della scienza. 

CLXXII. Intanto la rivoluzione scoppiata in Francia, 
ripercotendo in tutta Europa , aveva scosse , dissonnate 
le menti, rinfiammavasi 1* Italia a libertà , e sebbene effi- 
mera fosse, e la restaurazione poscia dei principi e go- 
verni spodestati tentasse di ripiombare i popoli nel passato 
servaggio, i grandi svolgimenti dello spirito umano da quel 
gran moto cagionati non andarono più perduti, né le mu- 
tate forme bastarono a contenere lo slancio che avevano 
ricevuto gl'ingegni. Tutto quindi vestiva novella vita e 
vigore di sicuro, indefinito progresso, sicché puossi con 
fondamento affermare che se la rivoluzione politica fu 
schiacciata colla caduta del grande Imperatore, la intel- 
lettuale sopravvissuta ai trattati di Parigi e di Vienna 
ha meglio nel silenzio tessute le sue fila per iscoppiare 
in appresso con più felice e maturo fine. Fu arte di Stato 
tenere sempre per classi e per confini V uno dall* altro 
sceverati i popoli , i privilegi , le superstizioni, e i piccoli 
regni provvedevano in tal guisa al funesto e scellerato 
principio che dividendo s' impera. Ma l' eguaglianza- di 
tutti dinanzi la legge sancita dal Codice Napoleonico, ri- 
petuta in seguito dagli altri che tolserlo ad esempio , la 
applicazione del vapore alla navigazione e alle strade fer- 
rate, i telegrafi elettrici hanno fallo scomparire le disianze, 
accostaodo i popoli tutti ad una medesimezza di costumi, 
di leggi, di bisogni e d'interessi; la diffusa istruzione, 
cui ancora invano resistono alcune parti dei globo , come 



— 440 — 
un fluiilo benefico che superale le dighe dond* è ristrelto 
tende a porsi in equilibrio, pareggia oggi mai le intelligenze 
e le richiama allo stesso livello. 

Sventuratamente l'Italia non potè ancora come le altre 
nazioni avvantaggiarsi dei nuovi destini. A lei mancavano 
colla potenza dell'unità nazionale i presidii necessarii al 
progresso, specialmente delle scienze esatte, che si ritrag- 
gono da un gran centro ove tutte convergono le vie di 
comunicazione del gran corpo poiiiico , e di colà coi felici 
portati si rispandono a tutti i punti della periferia. Il di- 
fetto di un attivo commercio , toglieva modo all' acquisto 
e all' associazione dei grandi capitali che promuovono e 
sviluppano le iudustrie e la navigazione. Questa venne però 
ristretta allorché il Mediterraneo perdette il suo imperio; 
scomparvero i grandi viaggiatori italiani poiché cessò lo 
scopo delle scoperte e dei grandi profitti commerciali, 
divenne per pochissimi soltanto argomento di scienza quello 
che un di era stato di utilità e gloria nazionale. Laonde 
noi vediamo in questi due ultimi secoli alcuni rari esempi 
e circoscritti a quel popolo che per la condizione dello 
angusto e sterile suo territorio non avrebbe potuto altri- 
menti sostenere la vita. Questa è la ragione per cui i 
Liguri sin dalla loro origino per i primi si cimentarono 
ai più lunghi e malagevoli viaggi , corsero i mari in traccia 
di nuove vie e d' ignote terre , questa , per cui furono gli 
ultimi tra gì' italiani ad abbandonare le perigliose navi- 
gazioni. La quale cosa erami d' uopo di notare affinchè 
non paresse soverchio amore in me del loco natio se coi 
liguri ho io dato principio a questa materia de' viaggi, 
delle scoperte e carte nautiche , se con essi mi accingo 
a concluderla. 

GLXXIII. Innanzi tuttavia di giungere a siffatta con- 



— 4H — 
clusione, brevi parole mi restano ancora a fare intorno a 
tre viaggiatori seientiOci, essi pure del presente secolo XIX. 
Ippolito Boseilìni, Gerolamo Segato e Paolo Anino. 

Ippolito Rosellini ebbe in Pisa i natali nel 1800, eru- 
ditosi nelle lìngue orientali , ne divenne professore per 
tempo. Una somiglianza particolare di studi lo fece strin- 
gere in amicizia con M. G. Cnampollion il giovane, au- 
tore delle lodate opere àeWEgitto soUo i Faraoni, e del 
Sistema dei Geroglifici degli antichi Egiziani Questi ispirò 
a lui r amore di quella scienza, sicché nel 1828 il Gran 
Duca di Toscana lo pose a capo di una dotta spedizione 
che visitò r Egitto contemporaneamente alla francese di- 
retta dal medesimo Champollion, col quale congiunto il 
Rosellini pubblicò poscia 1 Monumenti delV Egitto e della 
Nubia nel 1833 in dieci volumi in-8.° con atlante; opera 
che col nome dei dotto francese fece pur chiaro in Europa 
quello dell* italiano scrittore, e che i suoi amici recarono 
a compimento dopo la morte prematura di lui, accaduta 
nel 18't3, nella florida età di soli 43 anni. 

Ma più del Rosellini è degno di singolarissima lode , 
come benemerito de' più profondi sludi , e di scientifici 
viaggi Gerolamo Segato. Nacque egli in Vednna, paesello 
di poco discosto da Belluno ; crebbe educandosi virilmente 
alla matematica, alla aieccanica, alla chìmìcn, e alla mi- 
neralogia. Poiché in queste si fu fatto addentro sdegnò 
l'angustia del proprio paese , e l' ingegno per natura ga- 
gliardo, e per le apparate discipline divenuto còllo, e si- 
curo desiderò più largo spazio ove esercitare potesse la 
irresistibile forza che lo traeva. Imbarcossi allora il Se- 
gato per Alessandria e approdò al Cairo, lasciavalo però 
addi 6 maggio del 1820 tenendo dielro all'esercito di 
Meliemet-Ali che intraprendeva la conquista del Senaar. 



— 4« — 

Il Pascià gli commetteva di sopraiotendere a cotali lavori 
nella secooda cateratta del Nilo onde agevolare il passag- 
gio delle soldatesche, e migliorare ad un tempo le con- 
dizioui del commercio. Incontrò ostacolo da chi gli era 
per pallia e per istudi fratello, sicché sdegnato, abban- 
donava la spedizione, sebbene già delPopei^a difficilissima 
avess'egli rilevato il piano. Avventuratosi a più vasto di- 
segno con un servo , due camelli , alcuni otri di datteri 
secchi , e con altri d'acqua e poco pane spingevasi ove 
non era orma di piede europeo, nelt* immensità dei de- 
serti, in un oceano di sabbie affocate, sotto l'ardente dar- 
deggiare del sole a 65 gradi di Reamur, indifferente al 
caldo, alla fame, alla sete, il più terribile dei patimenti. 
Non incontrò che un' orda di vaganti , e una carovana 
numerosa di quegl' infelici che rubati alle loro famiglie 
venivano trascinati al Cairo per essere venduti sul pub- 
blico mercato , ed alcune pìccole abitazioni in una Oasi 
deliziosa popolata da un capo per nome Abado con due 
:giovani mogli belle e due graziosìssime bambine. Quivi 
accolto come amico riposò per sette giorni , e partì fra 
gli amplessi ed il tenero addio di quei semplici , e puri 
abitanti del deserto. Si aggirò in quei luoghi tristi per 
circa quattro mesi, trovossi in tale condizione che stata 
sarebbe ad ogni altro men d'animo forte insopportabile: 
'Viaggiò a dromedario nei mesi di luglio e di agosto, per no- 
vecento e più miglia entro la Torrida con acqua per lo più 
fissa e fracida. Egli, imaginavasi di certo, quanta diversità 
da quei luoghi e disagi, quando in Italia sotto un cielo 
temperato in seno alla famiglia e agli amici, trovavasi 
fra gli agi e i passatempi di una vita tranquilla. Un giorno 
il vento spirò impetuoso ed il fenomeno che spaventa i 
pellegrini , e le Gere , che copre per sempre le carovane 



— 413 — 
e l'arabo che le insegae, che dà pascolo di cadaveri alla 
iena feroc<^, si dispiegò innanzi al Segato tremendo e mi- 
naccioso. Quel mare d*arena al procelloso soffio della or- 
rìbile bufèra si scuote , si agita , si sconvolve come l'O- 
ceano, il suolo si solca e si affonda, l'arena qual flutto per 
tempesta commosso, sospiogesi fino al cielo e si disperde 
a nembi per lo sterminalo orizzonte. Egli impavido non 
fugge, segue la tromba terrestre nel suo furore, il peri- 
colo non lo commove, e come Archimede ne' suoi calcoli, 
sta il Segato assorto nella idea di una grande scoperta. 
Nello scavo che dietro di sé lascia la meteora, profondo 
come l'alveo di un fiume, come il cratere di un vulcano 
ei ritrova gli avanzi di sostanze organiche carbonizzate. 
Osserva tra esse un corpo umano ivi forse da secoli con- 
servato con carne ed ossa annerite e friabilissime. L'ar- 
dente calore dell'arena, a sé chiedeva il filosofo, ne avrà 
prodotto Tessìcazione ed il carbonizzamenlo ? Il calorico 
artificiale gradatamente applicato produrrà V efl'etto del- 
l' indurimento , e potrà indurirlo in modo che gli organi 
conservino il colore e la forma, l'aspetto lor naturale ? la 
sua mente si diede a sciogliere il problema, e fin d'allora 
gli si assicurò il vanto di un' immortale scoperta. Per- 
corse la Tolemaide, la Tebaide, visitò i ruderi di trenta 
magnifiche città e sedici tempii, il pozzo del sole, le isole 
sacre di Filoe. Fu il primo egli ch'ebbe 1' ardimento di 
salire contro acqua le cateratte tirato da 200 uomini , 
discese nella piramide di Àbu-sìr donde usci dopo sei 
giorni oppresso da grave malattia che a lui cagionata 
avevano le sofferte fatiche, e l'aria impura del sotterraneo 
aveva sviluppata. Giunse al Cairo il 29 novembre del 
1820, estenuato, logoro , infiacchito, a stento lo riconob- 
bero gli amki, e lui festeggiarono rìsorVo che già ere- 



— ili — 
devano eslioto. Ha la sua vita si aodava leniafnente spe- 
gnendo, allora scioglieva per V Italia, morire volendo nella 
tei'ra in cui era nato. Felice fu il tragitto , fermò sua 
stanza in Firenze, e le aure soavi dell' italo cielo serba- 
ronlo alle scienze, e a nuove dolorose vicende ; non è uf- 
fizio di queste istorie il favellarne ; tacerò quindi come 
egli preoccupata la mente dall' idea dell' impietrimento 
dei cadaveri concepita nel deserto, a quella interamente 
si volgesse. Già da gran tempo a questo i più eletti in- 
gegni italiani e stranieri attendevano ; ninno però ancora 
dei molti tentativi riuscito era ai punto di condurre a 
durezza lapìdea le sostanze organiche col lasciar loro la 
duttilità e colore ; potè conseguirlo il Segato, ad alcune 
Accademie egli trasmise dei rettili, pesci, uccelli, e mem- 
bra umane pietrificate. Prosatori e poeti e giornalisti in- 
nalzavano al cielo il suo nome , ed ei si moriva intanto 
di fame. Fece la proposta di pietrificare intero un corpo 
umano, e la somma necessaria fu in un istante raccolta, 
ma si negò il cadavere ; si tentò rapirgli la carta ove 
stava riposto il segreto del divino magistero, ed egli per 
involarla al rapimento consegnolla alle fiamme, chiese di 
che vivere modestamente , e rivelato avrebbe il segreto, 
non ebbe ascolto ; alfine i disagi dei passati viaggi, i do- 
lori dell'animo più fieri di quelli lo trassero in fin di vita, 
quando la Prussia, la Francia e TÀmerica, celebrandone 
il merito, invitavanlo presso di loro. Rimasero di lui, due 
fascicoli, principio di una grande raccolta, di saggi pitto- 
net, geografici, statistici, idrografici e catastali del]* Egitto. 
Per essi il Segato fece prova di essere geografo distin- 
tissimo, ed abile disegnatore, ed incisore a bulino; mori 
il 3 febbraio del 1836. Alla sua memoria Pietro Contriicci, 
insigne letterato, consecrò la seguente bellissima epigrafe : 



— 415 — 

TETRiiGONO A FORTUNA MAGNANIMO A* TRISTI 

BUONO MODESTO CON TUTTI 

VISSE SOLITARIO OPEROSO POVERO INCONTAMINATO 

IN ETÀ DI OZII DI LASCIVIA E Di VENALI GUADAGNI 

IL CIELO MEGLIO RIDENTE D* ITALIA 

PROPULSE ESTREMO A (QUELLI OCCHI 

OMAI STANCHI E DISDEGNOSI 
DI Più MIRARE LE UMANE SOZZURE 

Dì Paolo Àuino dimorante a Ooslantìnopolì , e forse 
tullora vivente , altro non enomi dato di dire ch*ei fece 
di molti viaggi nel mar Rosso e neirArabìa felice ; locchè 
ritraggo dal fascicolo dellS marzo 1838 del giornale 
'Llstmo di Suez (1). 

CLXXIV. Vengo adesso ai due ultimi viaggiatori , 
per meglio dire, navigatori liguri , i quali non dissimili , 
né degenerali dai padri loro ne imitarono la virtù emu- 
landone Tardimenio. Sono essi, il fu cav. Sebastiano Bai- 
duino ed il vivente intrepido capitano marittimo cavalier 

(I) Fra i viaggiatori scientifici dei di nostri mi piace di anno- 
verare il marchese Giacomo Doria figlio del mio caro ed ottimo 
amico marchese Giorgio Doria. Questo illustre giovane , dotato di 
un nobilissimo intelleito erudito nelle scienze naturali dopo di es- 
sersi recalo in Persia sino a Teheran colla missione italiana di cui 
faceva parte, intraprese poi solo il viaggio lungo la Persia meri- 
dionale anche in regioni non tocche dagli europei^ spingendosi fino 
al Golfo Persico, donde prese a navigare il mare indiano, approdò 
alle isole della Sonda al di là del Gange , e si trattenne in quella 
di Borneo. Ritornato a Teheran, di là si ricondusse in Europa per 
la via di Crzeroum, e Trebisonda. Dal suo viaggio primo di Persia 
portò egli preziose collezioni di oggetti di storia naturale, e pre- 
ziosissime sono qudle che reca , mentre scrìvo , da Borneo per 
molti rami di zoolpu^a* 



— 416 — 
Agostino Tortello. Entrambi girarono a tondo l'universo, 
ma del primo non mi è conceduto di porgerne maggiore 
notizia, perchè mi mancano i particolari del suo viaggio. 
Del secondo invece , avendomene egli stesso gentilmente 
rimesso Y itinerario , mi è grato di riferirne la parte più 
importante. 

Sopra una goletta costrutta in Inghilterra di tonnel- 
late 120 alla quale fu dato il nome di Sofia, con bandiera 
nazionale, il capitano Tortello ìmbarcossi a Cowes nel- 
r isola Wight con un secondo, quattro uomini e un mozzo. 
Da Cowes recossi a Liverpool, ma tragittando il canale 
dì S. Giorgio gli si ruppe il buonpresso; riparato il danno 
e rinforzato l'equipaggio di due uomini addi 19 gennaio 
del 1853 fece vela da Liverpool per Colombo di Ceylan. 
Gli fu però forza di rilasciare in Milforol onde mettere 
riparo ai nuovi danni. Toccala avendo Santa Croce di Tene* 
rififa completò la provvista d'acqua. Il 14 febbraio disco- 
priva r isola Bellavista del Capo Verde, solcando quindi 
innanzi a tagliar l'equatore. Coglievalo orribile temporale 
il 4 aprile per la latitudine australe 37('-S5 sul meridiano 
del Capo di Buona Speranza. Superato il mal tempo, sco- 
pri il 23 aprile il Capo di Santa Maria dell'isola di Mada- 
gascar, governando a passare il canale di Mozambico. La 
notte del 28 uno frastuono d'infiniti stormi d'uccelli gli 
davano avviso della vicinanza di Juan-di-Nova, isola bas- 
sissima contornata da rocche e bassi fondi sulla quale i 
pacifici abitatori dell'aria depongono sicure le uova loro. 
Passò fra le isole di Mobilia e Johanna, la quale ultima 
avea un picco che ricoprivano le nubi. Navigando a 60 
miglia all'occidente dell' isola Aldabra, e a 200 deirarci- 
pelago Seychelle superava l' equatore , per i ìi7^ oriente 
Greennvich ; lanciavasi fra le isole Maldive nel canale di 



^ 417 — 
tal Dome di un grado e mezzo, ma non ne vide alcana 
a cagione c|ella loro bassezza. Tagliato l'equatore ebbe a 
notare che le correnti volgevansi cod velocità a levante 
ed, in tre giorni, dal 13 al 16, lo trasportarono oltre 112 
miglia. Il 21 ancorava nella rada di Colombo in Geylan. 
Di là recavasi a Madras sulla costa del Coromandel, ove 
faceva il carico di diverse merci per Calcutta, e la mag- 
gior parte di certa sorta di conchiglie di cui i Bengalesi 
sogliono eslrarre un olio medicinale loro molto gradito. 
A Calcutta caricava di riso e tabacco pel Pegù piegando 
a quella volta e giimgendovi il 7 agosto. Trattenevasi colà 
alcuni giorni , nei quali imprendeva alcune gite a cavallo, 
visitando le vicinanze, colpito dalle strane usanze di quei 
popoli vivaci che abitano le capanne del bambù lottando 
fra la civiltà e le tradizionali loro credenze. .Scaricate 
le merci ritornava a Calcutta in zavorra , donde ripar- 
tiva il di 8 di ottobre per 1* Australia. Provava molte 
calme pel golfo del Bengala essendo V epoca del cambia* 
mej)to della monsone del mezzodì-ponente, a quella di set- 
tentrione-levante, indi fu travagliato da cattivissimi tempi 
in vicinanza dello stretto di Bass fino al Capo Horn. Il 
28 dicembre giunse a Sidney, lasciandolo il 29 gennaio 
del 1854, e indirizzandosi a Melbourne con poco carico. 
Colà essendosi indarno adoperalo per pigliar carico, risol* 
vette di navigare a Yalparaiso in zavorra con tre passeg* 
gieri. Intanto il suo equipaggio erasi venuto scemando, ed 
a volerlo rinforzare, di troppa spesa avrebbe dovuto ag-» 
gravare il bastimento, giacché la paga di un marinaio 
ascendeva a 12 lire sterline per ogni mesQ. Parti dunque 
il 16 i^arzQ col secondo, due marins^i e due mozzi t sei 
nonii^, ^ comprei^p, ,in^i)b(to. S|^ùstri t/^mpilo ti*a vaglia*, 
roDO nello stretto di Buss fino in prossimità della Nuova 

Gahau* Storia da Commtreio, eec Vi 



— 418 — 
Zelanda , e per qualche giorni in olezzo ai deserti del- 
l'Oceano nelle alte latitudini. Dopo 60 giorni di naviga- 
zione gettava l'ancora nel porto di Valparaiso. Quivi fece 
un carico di grani ed imbarcati cinque passeggieri per 
ritornare in Australia, il 14 giugno salpò toccando il 
porto Papeete neir isola di Taiti onde rinfrescare le prov- 
vigioni, e il 9 settembre giunse nel porto di Melbourne. 
Non avendo trovato carico per veruna parte, deliberossi 
alla partenza addi 9 ottobre in zavorra per Hong-Kong. 
Uscito dal porto un colpo di vento gli tolse il canotto, 
che ricuperò poscia. Poco dopo si avvenne in. un basti- 
mento disalberato, che minacciava sommergersi, arrivò in 
tem|)o a salvare l'equipaggio, indi si rivolse a Sidney onde 
metterlo a terra. 

Lasciato Sidney continuò il suo viaggio, e nuovi tem- 
porali gagliardissimi lo percossero: straorclinarii marosi 
gli tolsero via il bastone di flocco e controflocco che cad- 
dero con impeto sotto il bastimento, e con tanta violenza 
che ne divelsero parecchie foglie di rame, locchè fa ca- 
gione che lungo il viaggio altre ancora se ne rimuoves- 
sero. La sera del 27 novembre del 185& nel passaggio 
fra le isole Caroline scoperse un bastimento che avea 
rotto ad un Ressiffo^ al domani vi si accostò, né vi era 
sópra persona viva ; avea la prora rovesciata e la chiglia 
colle curve che si prolungava verso occidente del Bessiffo. 
Il quale non essendo marcato sulla carta, stette alquanto 
colà per determinarne la posizione. Esso estendevasi sette 
miglia circa per la parte di oriente-occidente , e miglia 
due circa per quella di tramontana-mezzodì. Era di forma 
ovale, lasciando in mezzo una laguna. Il mare frangeva 
in tutta r estensione verso il lato suo settentrionale , verso 
il meridionale erano piccoli intervalli che pareaoo dare 



— 419 — 

accesso alla laguna. Ad un terzo di miglio non trovavasi 
fondo con quarantacinque braccia di Sagola. Partito dal 
Ressiffo cui per difetto di remi, e per le lancie mal con- 
cie non volle approdare, seguitò il suo viaggio, percosso 
dopo alcuni istanti da un improvviso e Gerissimo colpo 
di vento ; nel tragitto scoperse V isola Rota delle Ma- 
rianne, e navigando fra le isole Bashee arrivò in Hong- 
Kong il di 14 dicembre. Colà non potè far senza di trarre 
a terra il bastimento onde ripararlo dai danni sofferti nel 
rame. Levò in quel porto un carico dì zucchero, rìso, thè 
ed oppio e il di 16 febbraio del 1855 indirizzossi alla 
volta di San Francisco di California. Fortissimo temporale 
lo colse in vicinanza dell* isola Formosa, che rasentò dalla 
parte orientale. Il di 8 marzo solcando le acque del Giap- 
pone vide sette isole, tre delle quali non si trovavano 
marcate sulla carta di bordo. Erano di estensione piccola, 
ed aride tutte ad eccezione della 5^ e 6^ In seguito na- 
vigava con tempi quasi sempre sinistri ed atmosfera neb- 
biosa, avendo continua cappa per ventisette giorni , per 
cui r equipaggio oltremodo affaticato molto ebbe a sof- 
frirne, e taluno di quello cadde ammalato, di guisa che 
egli trovossi con un solo uomo di guardia. L'aria era ri- 
gida. Giunto alfine a San Francisco di California si no- 
leggiò per un carico di caffè di Puntarena (Costa Ricca), 
di dove tornato a S. Francisco ne riparti per recarsi verso 
r Unione (Centro America) , con poche merci e passag- 
gierì. Dair Unione navigò a Realejo, di là al porto di Cal- 
lao di Lima con carico di legname. Lasciata Lima si volse 
verso Guayaquil, quindi a Manta, Puntarena, Unione, Aca- 
jatla, Libertad, Concordia e Realejo facendovi il cabotag- 
gio per circa sei mesi. Da Realejo veleggiò per Valparaiso 
loceaodo movameote Gaayaquil a riparare il bistioieato. 



— 4Ì0 — 

Da Valparaiso iiMUrizzavasi a Jslay e di qaiti parimi 
per Iquiqae ove caricava nitrato di. soda per Genova. Per 
la quale fece vela il 21 febbraio del 18S7. Trapassò 
il Capo Horu nello spazio di trentacinque giorni con tempi 
pessimi nella latitudine di quarantacinque meridionale e 
longitudine cttantacinqu'e occidentale correndo il Pacifico 
fino airaltura del Rio della Piata. In appresso trovò molta 
calma. Nei giorni 10 a 20 aprile per la latitudine 27^ 7 
meridionale, longitudine 43° 38 occidentale, e latitudine 
17° 12 meridionale, e longitudine 35° 43 occidentale, os- 
servò distendersi a fior d*acqua una grandissima copia di 
polipi delle più belle tinte azzurre. Ne raccolse alcuni e 
dalla loro forma e dai colori giudicò che fossero coralli- 
geni, prevedendo non senza fondamento di ragione che 
in quell'acque un giorno .possa sorgere un'assai vasta isola 
di corallo. Addi 20 maggio per la latitudine settentrionale 
di 30° 40 e la longitudine occidentale dì 39° 40 fu a 
parlamento colla nave francese Bois-Ronge comandata 
dal capitano Charles Biarnès di Nantes proveniente dalle 
isole Bourbon con ventitré passeggieri , tra i quali molte 
signore. Gli furono fatte le più cortesi accoglienze con 
invito gentilissimo di pranzo, e il dono di liquori, con- 
fetti , sigari , e tabacco , sicché volle serbarne la più viva 
memoria registrando- il lieto incontro nel suo stesso iti- 
nerario. Finalmente ad()l 8 giugno toccò Gibilterra per 
prendere acqua, e il 24 approdò in Genova, dopo avere in 
quattro anni e mezzo circa di navigazione percorse 87370 
miglia marittime e cosi miglia 29830 più di Ferdinando 
Magellano, tenuto conto delle linee spezzate dell' itinerario 
da lui. notato sulla carta; dopo essere stato da lui sope- 
rato >peri ben otta volte l' equatore con una povera goletta 
«li .dÌBf;tOBBellata,.e*sé compieso con sdii sei-^iomini. 



^ 421 — 
quattro dei quali per parecchi giorni ammalati trovaroosi 
inetti a qualunque lavoro. Ed io con questo animoso na- 
vigatore genovese, desiderando che più chiara penna della 
mia metta io isplendida luce 1* illustre suo nome chiuderò 
la presente parte delta mia istoria affermando che il ca- 
pitano Agostino Tortello è solo degno di quell'antica età 
io cui il successo delle ardite intraprese sembra fosse 
piuttosto calcolato dalla natura degli uomini che le gui- 
davanoy che dalia grandezza e bontà dei mezzi impiegati 
per condurle a fine (1). 



(4) Mentre io scrivo ^ i due ^regi e prodi capitani marittimi 
€hiappara e Giacomo Ansaldo hanno intrapreso e vanno valorosa- 
mente compiendo un consimile viaggio di circumnavigazione^ e il di- 
stinto capitano Luigi Pescetto comandante Ja barca Leonardo da 
Vmcip sta ora paro recandolo a termine per la terza volta. 



LIBRO QUINTO 

ATLANTI, PORTOLANI E MAPPE COSMOGRAFICHE, 

CARTE MARINE DEGL* ITALIANI ED AUTORI DELLE MEDESIME 

DAL XIII AL XYII SEGOLO. 

CAPITOLO I. 



Geografia dei Grecia Romani ed Àrabi. 

GLXXV. La maravigliosa copia dei viaggi e delle sco- 
perte che nel corso di più di tre secoli si andarono fa- 
cendo dagl* Italiani , insegnò loro senza dubbio il modo già 
noto presso gli antichi dì fissarne le direzioni e determi- 
narne i gradi di longìtadine e latitudine, affinchè tornas* 
sero utili a chi successivamente doveva farne ritratto, e 
con maggiore ampiezza e più largo frutto seguitar quelle 
vie. Quindi la necessità degli Atlanti, Portolani e Carte 
marittime geografiche, e la loro molliplicità. E siccome 
la maggior parte dei viaggiatori e scopritori italiani sorse 
di Venezia e di Genova , cosi la più gran copia di questi 
Atlanti e Portolani appartiene ai Veneti e Genovesi. 

Porgendo alcuni brevi cenni intorno a questi ultimi^ 
non posso però far senza di farli precedere da qualche 
parola intorno alle cognizioni che in tale materia avevano 



— i23 — 

i Greci e i Romani» toccando rapidamente quali furono 
i lavori geografici loro che servirono di norma agl'Ita- 
liani del Medio Evo. 

Secondo Eforo (1) ai quattro cardini del mondo allor 
conosciuto 9 non erano noti che gl'Indi, gli Etiopi » gli 
Sciti 9 i Celti, i primi ali' Oriente , i secondi a mezzodì, 
i terzi a settentrione, gli ultimi ad occidente. Erodoto, il 
padre della storia e il più antico ed illustre viaggiatore, 
ampliò r angusto cerchio di quelle notizie. Egli narrò che 
il paese dei Persi trovavasi verso il mare Eritreo, e a 
tramontana di essi erano i Medi , i Sapiri , i Golchi , abi- 
tando questi ultimi la contrada bagnata dal Fasi che mette 
foce neir Eusino. Trattò con accuratezza dei popoli del- 
l'Asia minore, della Fenicia e della vasta penisola occu- 
pata dagli Assirj e dagli Arabi fra il seno Arabico, il 
Persico e l'Eritreo. Fece poi menzione, oltre i Persi e i 
Sapiri , di altri popoli che a mezzodì confinavano coli' India 
e coir Eritreo, a tramontana col Caspio e coll'Arasse. 
Nella centrai parte dell'Asia ricorda Erodoto i Cauresmi 
e i Battriani , i Sogdiani , che con generica appellazione 
ì Persi chiamavano Turaniaui. Queste erano le cognizioni 
che da Erodoto avevano dell'Asia i Greci fino alla spedi- 
zione di Alessandro. Quanto alla parte dell'Africa rivolta 
all'Eritreo molto meno ne sapevano ancora; per il mez- 
zodì le scoperte sì accrebbero allorché le flotte di Salo- 
mone s'indirizzarono per Ofir e per Tarsis. 

Parlando delle Carle geografiche , i Greci ne attribui- 
vano r invenzione ad Anassimandro Milesio , discepolo di 
Talete. Non può ugualmente negarsi che Ecateo, Demo- 
crito ed Eudosso rappresentarono in tavole la configura- 
ci) Ephor. apud Cosm. Ind'^opleostet^ pag. ii8. 



— 424 — 
zione della terra. Abbiamo Ila l^rodolo che Arìstagora ti- 
ranno di Mileto» volendo muovere Tanimo degli Spartani 
alla guerra contro i Persiani , tenea in mano una tavola 
nella quale vedevasi segnata la configurazione della terra , 
dei mari 9 il corso dei fiumi, e su quella mostrava a 
Cleoméne la distanza da Sparta a Snsa. Senonchè tal 
carta lasciava mollo a desiderare, essendoché i Greci 
non possedessero allora altra* norma per delineare le car- 
te, che le relazioni dei guerrieri, dei mercatanti e dei 
viaggiatori non rettificate da osservazioni astronomiche. 
Il qual difetto conservarono essi ancora nei tempi in cai 
le scienze aveano già d' assai progredito presso di loro. 
Infatti, ebbero per istile di adattare le distanze itinerarie 
a due circoli ipotetici , che facevan passare presso a poco 
al 36.0 grado di latitudine settentrionale, che dal Pro- 
montorio Sacro d'iberia, o Capo S. Vincenzo, prolunga- 
vano per Isso Lajasso nell'Armenia minore fino all'Indo, 
al Gange , a Tine , a misura che le loro cognizioni più si 
estendevano verso l'Oriente. A quel parallelo interseca- 
rono un meridiano , che facevano passare per Rodi , e sd 
questi circoli adattarono le longitudini e le latitudini re- 
lative dei luoghi , desumendole , come già si disse , prin- 
cipalmente dalle distanze itinerarie , dalla varietà dei climi, 
dalle altezze solstiziali del sole, dall'aspetto di quell'astro. 
Se la spedizione e la potenza di Alessandro tornò fu- 
nesta alla libertà della Grecia , servi però ad allargare il 
campo delle cognizioni geografiche. Egli penetrò a setten- 
trione fino alle porte Caspie , a mezzodì di poco oltrepassò 
r Indo : nella centrale parte dell'Asia pervenne a Battra, 
alla moderna Baich, e di li fino al fiume Giassarte. Or- 
dinò nello stesso tempo a Nearco e ad Onosecrito di con- 
durre le sue flotte all' imboccatura dell' Indo fino alle foci 



J-- 425 — 
dell' Eafrate ; spedi Archia alla scoperla delle riye del- 
' Eritreo, il quale non oltrepassò tuttavia V isola Tilo nel 
golfo Persico. Le spedizioni di Àndrostene e di Geripne 
Solense furono più gloriose » perocché rultimo avendo com- 
piuto il giro dell'Arabia, giunse ad Enopoli , e riferì che 
questa penisola non era all' Indica per grandezza inferiore. 
II regno dei Greci, dopo la morte di Alessandro, Del- 
l' Asia e nell'Egitto, propagandò meglio il sapere, che 
in questo e nell'Assiria era solo privilegio sacerdotale, colle 
moltiplicate relazioni dei nuovi traffici , diede maggiore 
incremento agli studi geografici. I Seleucidi imitando gli 
esempii della primitiva lóro patria fondarono le celebri 
scuole di Antiochia e di Alessandria. In questa fiorirono 
Aristarco di Samo, Eratostene, Apollonio Pergeo, Ippa^rco, 
Euclide, Tolomeo, uomini i più eminenti dell'antichità nelle 
scienze esatte. Seleuco Nicatore, ed Antioco Sotero colle 
loro spedizioni estesero le scoperte geografiche. Penetrò 
il primo sino alle bocche del Gange , nella Battriana Ìl 
secondò. Questa ultima si era intanto ordinata a regno 
indipendente, e cosi ancora la Parti a poco dopo per opera 
d^Arsace si sottrasse all' impero dei Macedoni. Ma 'ques!,i 
dilatavano còlla signoria lé cognizioni positive iptorj^^ 
all'Asia , "mentre la Scuola Alessandrina recava a mag- 
giore incremento la parte siistematica della geografia. Levo 
gran fama in questa scienza Eratostene, il quale sebbène 
non' ignorasse i nuovi scuoprimentì , non ebbe una ver^ 
idea della grandezza' dell'Asia. Malgrado i suoi errori, sì 
mantenne ei sempre in grandissima autorità presso gli 
aintichi. Ipparco dopo di lui recò gran giovamento alla 
geografia teoretica, coH'applicazione delPAstronomia. A tal 
uopo ei segnò le diverse apparenze celesti per ciascun 
grado del meridiano di Rodi dell* Equatore al Polo. Si con- 



— 426 — 

gettara che a lai si debba il ritrovamento del metodo delle 
proiezioni, per rappresentare la figura sferica della terra 
sa piana superficie. 

GLXXVL Strabene porse il primo una idea sufficiente 
dell' estensione della ^erra cognita ai tempi di Augusto. 
La sua geografia è una preziosa suppellettile d' importanti 
notizie. Le spedizioni di Lucullo, di Pompeo, e di Crasso 
aveano fatta meglio conoscere a* Romani tutta la parte 
dell'Asia compresa fra l' Eusino e il Caspio. Lo scuopri- 
mento però di nuove terre di là dall'Osso , e nelle orien- 
tali e meridionali regioni dell'Asia, si dovette soltanto al 
lusso strabocchevole che introdotto si era in Roma versa 
il settimo secolo della Repubblica. La conquista dell'Egitto 
fatta d'Augusto lo accrebbe col vastissimo traffico ch'eser- 
citandosi da quel regno coirAfrlca, coU'Arabia e coli' India 
saziava appena le smodate cupidità de' Romani. Fu allora 
che presso di questi nacque vaghezza di studiare la geo- 
grafia dei lontani paesi ; Mela e Plinio ci danno contezza 
fin dove avessero estese le loro cognizioni intorno all' India, 
e all'Asia centrale. Ma più del primo, il secondo scrittore 
giovandosi di scelti materiali, e di opere migliori ci porse 
un bel saggio di geografia nella sua Storia Naturale, An- 
ch'egli però cadde in errore intorno alle vere dimensioni 
dell'antico mondo, cosicché si può di leggieri dedurre quanta 
parte dell'Asia e dell'Africa rimanesse ignota agli antichi. 
Non si prese egli cura di notare , né le disianze , né le 
situazioni rispettive dei luoghi , e perciò non potè avere 
delle regioni lontane che imperfetta idea ; molto esatta- 
mente trattò invece del corso delle navigazioni che face- 
vano gli Egizii per recarsi all'Indie, ma s'ingannò intorno 
ad una via che per acqua volle tenessero le merci nella 
parte centrale dell'Asia. 



— 427 — 

Dopo dì Plinio dae soli monumenti geografici de* Bo-* 
mani ^pervennero fino a noi, Tuno descriuìvo, e l'altro di- 
pinto , il primo è l' Itinerario di Antonino , il secondo la 
tavola Peutingeriana creduta dell'età di Teodosio. Il quasi 
ninno incremento degli studi! geografici dai tempi di Plinio 
a quelli di Teodosio si debbe alla sospettosa ragione di Stato 
che vietava ai privati il possedere itinerarii e geografiche 
carte» Si narra da Svetonio, che V Imperatore Domiziano 
fece ammazzare Mezio Pomposiano , perchè aveva fatto 
descrivere in carta pecora il circuito della terra (1). 

Però se la sospettosa tirannide dei Cesari si oppo- 
neva al progresso degli studi geografici nelle provinole la- 
tine, non osava d' opprimere quelli della Scuola di Ales- 
sandria , per avarizia e cupidità dei voluttuosi prodotti 
orientali. Dobbiamo pertanto a quella i più insigni scritti 
delPantìca geografia, fra i quali il Periplo dell' Eritreo at- 
tribuito ad Ariano, ma stimato lavoro di un anonimo Ales- 
sandrino del secondo secolo dell'era cristiana. Narra l'Au- 
tore, che per la mercatura africana, scioglievano le navi 
dai porti egizii di Mios Ormos, di Elat, di Berenice per 
Aduli, ove si faceva la fiera dell'avorio, che vi si recava 
dall' interno per carovane. Sono rammentati sulla punta 
estrema della penisola Indiana gli scali di Samara , di 
Poduca^ di Sopatma, ove concorrevano le navi dalla Li- 
mirica e dalle parti di tramontana, ossia dalla costa del 
Coromandel, da Orissa e dalle bocche del Gange. Ultime 
terre alla marina mentovate in quell'opera sono l' Aurea 
Ghersoneso, o la penisola d'Ava, e l' isola di Taprobane, 
la moderna Ceylan, che nel Periplo prende il nome di 
Palesimundi, o Simundi. 

(1) Sveton. in Domiz. e. X. 



— 428 — 

Intanto fiorìvano due grandi geografi, «Marin di Tiro, 
e Tolomeo. L'opera del primo andò perduta, e il secondo 
ne raccolse però nella sua le più positive cognizioni. Egli 
applicando il sistema d' Ipparco, volle stabilire con osser- 
vazioni astronomiche le vere posizioni dei luoghi, ma sie- 
«opie non gli venne fatto interamente per il difetto che 
avea di quelle di molte località, cosi dovendovi supplire 
con ipotesi desunte da itinerarii fu indutto in gravissimi 
errori ; ciò malgrado la sua geografla è il più ricco te- 
soro di dottrine positive ricevuto dairantichità ; imperoc- 
ché, quale ancora si vede oggidì è un prospetto matema- 
tico elementare, che determina la grandezza e figura della 
terra, la posizione dei luoghi, e delle provincie, i loro con- 
.i(ipi, illustrato talvolta d* utilissime annotazioni. 

CLXXVII. .Dopo di Tolomeo, se ampliaronsi le scoperte 
dei Greci e dei Persiani nella parte centrale dell'Asia, non 
ej|;)be però la Geggrafla scrittori insigni proporzionati a ^uei 
j^^*pgres3i. Agaterpero fu un abbreviatore dei Geografi pre- 
siedenti, jil l^eriplo di Marciano Eracleota diminuisce il di- 
spiacimento che siano andati |>6rduti gi' Itinerarii dei due 
Ijcpperj da lui redatti : lo scritto del primo non è che un 
ristretto delle opere di Àrtemidoro e di Menippo , di cai 
esistono alcuni frammenti. Scrittore del quarto secolo fu 
Stefano Bjsantino; egli compilò un commentario ragionato 
4elle città , di cui esiste un' abbreviazione , nella quale si 
attingono molte notizie. Di una stessa penuria travagliarono 
i |jalini. La Cosmografia di Etico, i litorali di Àvieao, 
il Trattato dei fiumi , fonti , laghi, paduli, monti e genti 
-di Vibio Sequestre sono opere elementari. Non ispregevoli 
imitatori dell* elegante Dionigio Periegete furono Pesto 
Avieno e Prisciano.,Senonchè nel quinto secolo comparve 
un insigne lavoro geografico del meccanico Agatodenaone, 



il qu^le ìmtkia^ìnd di Tare letatofe alla Geografia dì To- 
lomeo. Possono queste considerarsi come il monuiloento pia 
aatorevolé rimastoci dell* antichità , perchè nelte cose , 
nelle quali le tavole dissentono dal lesto di Tolomeo, sono 
di sommo peso, rendendone avvertiti dei molli progressi 
fatti dalla Geografia dall'età di Tolomeo a quella del- 
l'autore cosi nelle positive scoperte come in osservazioni 
più esatte relative alle latitudini dei luoghi. 

Ma regnando l' imperatore Giustiniano l'anno di 535 , 
scrisse un* opera di molto pregio ancora oggidì , appellata 
Topografia cristiana^ Cosma Indicopleuste. Fu suo disegno 
di confutare l' opinione degli Astronomi dei suoi tempi , 
che di forma sferica fossero il firmamento e la terra. Se- 
condo questa falsa opinione affermava essere la terra un 
rettangolo piano di dugento spàzii in latitudine , di quat- 
trocento in longitudine , cinto dal firmamento come ^a so- 
lido muro , chiuso da immensa sferica vòlta , sotto di cui ' 
facevano gli astri le loro rivoluzioni. Era sua opinione che 
le Jasi, le occultazioni dei medesimi fossero operate da un 
altissimo monte , stravagante opinione senza dubbio , ma 
non più burlevole delle tavole danzanti e dello spiriii^mù 
dei tempi nostri, informati a tanto progresso di scicfnze 
e di arti. Il vero vantaggio geografico di quest'opera si 
è che vi si trova fatta chiara menzione della China, come * 
dell' estrema parte dell'Asia ad Oriente da quel lato ba- ' 
gnata dal mare , e che dava esclusivamente la seta. Sap- 
piamo ancora per essa sin dove nel sesto secolo si asten- 
dessero le cognizioni geografiche dei Greci. Della penisola 
oltre Gange è rammentato Marallo che pareti paese di 
Siam; nell'Asia Centrale TUnnia, l'India, la Battrianà; 
si favella chiaramente dell'Arcipelago, delle Maldive, ìb sì '^ 
hanno notizie importanti intorno alla costa' cnrìMate del-'' 



— 430 — 

TArrìca. Ultima terra menzionata da Cosma a mezzodì 
di questa è la regione Sasia, che pare essere la Pratìa di 
Tolomeo , bagnata dal mare. Talché si conosceva erronea 
r opinione del Geografo Alessandrino , che una terra au- 
strale univa TÀfrica alla penisola di là dal Gange , e che 
un mare interno era l'Eritreo. InGne per la Topografia 
Cristiana si hanno le prime esatte cognizioni intorno alle 
sorgenti del Nilo. L'Indicopleuste avea pure composta una 
Cosmografia , ma sventuratamente andò perduta. Egli è 
r ultimo dei Greci e Latini che scrissero di Viaggi e dì 
Geografia , imperocché 1* impero d' Occidente cadesse al- 
lora in mano dei Barbari , e quello d* Oriente appena po- 
tesse difendersi, la barbarie soffocò pertanto ogni germe di 
coltura e di ordinati sludi nel primo, le dispute di reli- 
gione, lo scisma, le molteplici sètte avvilirono gì* ingegni 
del secondo. Il risorgimento della Geografia si debbe agli 
Arabi che colle loro conquiste resisi padroni dell'Oriente 
ne riportarono gli studi in Occidente. Opera lunga farebbe 
chi volesse enumerare i viaggi e i molti celebri lavori 
geografici composti dagli Arabi, io ne porgerò una sommaria 
notizia cavandola dalla dotta istoria degli Unni dell* illa- 
stre Deguignes. Egli cita un Masudi scrittore del decimo 
secolo che tante importanti notizie diede intorno alla geo- 
grafia de* suoi tempi. Ma padre di quella degli Arabi è 
considerato Ebu Euckal fiorito nello stesso secolo. La mu- 
nificenza della famiglia Medici rese di pubblica ragione la 
geografia Nùbiense, o Compendio di un più ampio scritto 
del Cherif Eldrisi, fatto di comando di Ruggero II re di 
Sioìlia, pel quale ancora l'Arabo geografo compose un 
l^lobo terracqueo che servisse a regolare la navigazione di 
[ quei tempi» e a cui il re normanno volea addestrare il vi- 
vaeiflMM ifHCgaa dei anoi aieiiiam. Ebbe quindi eflTetto il 



— 434 — 

<;elebre mappamondo, lavorato dair Eldrisi del peso di 40 
libbre d' argento. Nome famoso è^ qaello di Abulfeda , prìn- 
cipe di Hama nella Siria, nato in Damasco nel 1233; 
egli compose un* opera geografica che venne poi tradotta 
in latino , ma vi si soppressero le longitudini e latitudini 
perchè nel testo erano oscuramente indicate. Seguita 4m 
Ebn Alvardi che mori nel 1349 e intitolò il suo lavoro: 
Tesoro delle maraviglie. Secondo^ il Deguignes il mano* 
scritto dell' Alvardi che conservasi nella imperiale Bi- 
blioteca di Parigi contiene una tavola della terra qual 
s'immaginava ai suoi tempi» e simile a quella che di 
Mann Sanudo pubblicò il Bongarsio , di guisa che par- 
rebbe che da un archetipo arabo anteriore fossero tratte 
ambedue. È da notarsi che nella Carta dell'Arabo come 
in quella del Veneziano è disegnata l' Africa di . figura 
triangolare col vertice al mezzodì e accerchiata dalle 
acque. 

L'Arabo Bakui ebbe pure nome per un' opera geogra- 
fica di cui il sullodato Deguignes fece un ristretto. Egli 
la compiè nel 1224. Alle dotte cure del Grevio si deb- 
bono le tavole geografiche di Nessin Ettusco e d'Ulugbeg , 
che servono di rettificazione a molte delle longitudini e 
latitudini segnate da Tolomeo; poiché la maggior parte 
degli Arabi imitando servilmente questo geografo divisero 
la terra in climi donde ne nasce una grande oscurità e 
confusione nei loro scritti. Ma l' opera geografica di mag- 
gior momento fra gli Arabi è quella di Zaccaria benMohamet 
ben Macmut, detto comunemente Alca;Evinì perchè nato 
a Cazvin, in Persia, dove morì nel 1275. Ei visitò l'Asia 
e r Africa , e di tutte quelle regioni diede la più ampia 
«d esatta descrizione. Un Codice esìstente nella Medicea 
-di Firense coMieiie questo lavora » e crebbe a desMerarsi 



— 432 — 
clié alcuno perito della liogaa araba ed amante degli stadi 
geograCci ne facesse la traduzione. 

Accennai più sopra come Marin Sanudo si giovasse 
degli Arabi per la sua tela , ove la configurazione del- 
r Africa si trova aguale a quella dell' Alvardi, aggiun- 
gerò che da esso e da altri viaggiatori arabi attinse il 
Polo molte altre notizie o vere o favolose. Cosicché noi pos- 
siamo con ragione affermare che il risorgimento della geo- 
grafia in Occidente, come quello di parecchie altre scienze 
si debbe loro. E certo gli italiani viaggiatori e geografi 
avrebbero, premendo le orme degli Arabi , potuto col pro- 
prio ingegno , meno infetto di fanatismo e più positivo , 
meglio dilatare le cognizioni che di tale scienza si avevano 
allóra, Se non era l' intolleranza e la barbarie dei Turchi 
che coir impero degli arabi distrussero in Oriente la sor- 
gente di tutti i più nobili studi , e chiusero le vie al com- 
mercio, lo resero almeno cosi difficile e pericoloso che 
mancò il desiderio e il coraggio di ricalcarle. Non vi vo- 
leva che un nuovo flagello venuto dal centro dell'Asia 
perchè quelle regioni estreme dell* Oriente invogliassero 
ancora gli occidentali a ritentare l' abbandonato propo- 
sito. I Tartari Mogolli comparvero allora quando i tur- 
chi trovandosi al colmo della loro potenza , già volge- 
vano dall'Asia all' invasione dell' Europa. Il papa Sini- 
baldo Fieschi genovese, col nome d'Innocenzo IV e col 
disegno di una profonda polìtica, volse loro lo sguardo, 
e i primi missionari mandò ad essi per muoverli ad at- 
terrare y impero ottomano. La tolleranza religiosa dei 
Gingìskadidi riaperse le vie dell'Asia e fu da quell'epoca che 
noi ne ricévemmo descrizioni é notizie ben più estese ed ac- 
curate che inviìnb sì ricercavano dalle òpere dei Grecia 
dei Latini' é' ^eg[fr Àrabi* mé^esibi. ì cristiani missionari 



— 133 — 
furono benignamente accolli dal Gran Kan, e in appresso 
i Poli, e lutti coloro che a quella volta s'indirizzarono. 
Fa quindi un gran moto di viaggi e di tentativi per age- 
volare e ravviare il corso deirantico commercio» ed era 
ben naturale che di tal epoca cosi propizia sorgessero i 
primi saggi della rinnovala geografa italiana. 

. CAPITOLO Xf. 



Carte nautiche italiano dei secoli XHI, XIY e XV. 

CLXXVIII. Della quale tanti sono i monumenti che si 
trovano sparsi in Italia non solo , ma nelle principali 
città deir Europa che veramente per quanto egregio sforzo 
siasi fatto sinora per darne un ragguaglio , non si riusci 
cbe a porgerne un' incompleta ed inadeguata cognizione. 
Quindi né tutte certo, né forse le più antiche carte ma- 
rittime si conoscono degli italiani. Non meno di trentadue 
nelle sole città di Firenze, Bologna e Parma ne osservava 
ha poco tempo il chiarissimo avvocato Cornelio Desimoni, 
erudito ed infaticabile cultore delle storiche ed archeolo- 
giche discipline; e più di venti da lui vedute erano di 
genovesi. Mi si vorrà dunque dar venia se in materia cosi 
confusa, né ancor bene fatta certa, sia nel tempo, sia nel 
niunero , io ho cercato di stenderne questa memoria , la 
quale mentre senza dubbio lascia di molto a desiderare, 
è tuttavia ciò che di più completo si possiede dì siffatta 
argomento Gno addi nostri. 

Innanzi però di scendere a trattarne debbo avvertire 
che io stimo, di esse carte, coooe carattere di loro mag- 

Caiiaib» Storia del Commendo, ecc. W 



— 434 — 
giore antichità, quello che dalla parte occidentale le ri- 
stringe alle colonne d'Ercole, o stretto di Gibilterra, di 
guìsachè digradando, in proporzione che descrivono i suc- 
cessivi punti e luoghi della costa occidentale deirAfrica, 
inoltrandosi neirAtlantico e l'isole di questo, la loro anti- 
chità diminuisce in ragione proporzionata delle scoperte 
che si fanno lunghesso il mare e la medesima costa, e che 
si vedono indicate nelle stesse carte. Non nego che la 
scrittura può ancora servirci di guida, e la differenza del 
gotico più antico o più moderno, somministrarci un indizio 
ed un lume di prova, ma ciò quando la distanza di tempo 
dall'una alPallra carta sia di qualche momento, né certo 
minore di mezzo secolo, molto meno quando si tratti di 
pochi anni. 

Il più antico lavoro geografico italiano è una tela 
esìstente nel salone dell'antico palazzo della Signoria di 
Venezia, ove sono delineati i viaggi di Marco Polo; ivi 
segnata è la via in Asia da esso battuta con tutti i luo- 
ghi da lui indicali. Secondo tutte le probabilità appar- 
tiene al secolo XIII. 

A questa tela succede il Planisferio di Marino Sanudo 
veneziano con alcune tavole geografiche eh' egli aggiunse 
alla sua opera intitolata: Libro dei Secreti dei Fedeli 
della Croce (Liber Secretorum fidelium crucis). Se il Pla- 
nisferio lascia molto a desiderare per ciò che riguarda 
l' oriente e il mezzodì deiPAsia e la parte interiore di essa, 
esattamente però vi è segnata l'Arabia, e rAfrìca vi si vede 
per ogni parte accerchiata dal mare, quindi l'aperta co- 
municazione fra l'Atlantico e l'Eritreo. 

Senonchè, tanto la tela del Salone dello Scudo, quanto 
il planisferio e le carte geografiche di Marino Sanudo sono 
ancora informi abbozzi ; V opera cbe ha tutti i caràtteri 



— 435 -^ 

di una vera carta geograflca è un Portolano di Pietro Vi- 
sconte genovese del 1318, disleso in dieci tavole, di cut 
si conservano due copie, l'una nella Imperiale Biblioteca 
di Vienna e Taltra nel Museo Correr di Venezia. Questo 
Portolano s* intitola Atlante Idrografico del secolo decimth 
quarto e consta di dieci tavole membranacea dipinte, in-4<^ 
ma pregate in-8^, e coperte di legno, la cui serie è la 
seguente : 

1.» Un calendario lunare allora corrente. 

2.* Il Ponto Eusino o mar Nero. A questa tavola 
sono scritte di minio le parole : Petrus Vesconte de Janna 
feeit ùtas tabulas anno Domini MCCCXVIII. 

3.^ 11 mare Mediterraneo. 

4.* Il mare Egeo. 

5.^ Il mare Jouio e il Siculo. 

6.^ Il seno Gallico, Ligustico e Tirreno. 

7.* L'Iberico. 

8.* L'Atlantico. 

9.^ L'occidentale, il Britannico e il Germanico. 

10.* L'Adriatico. 
Nulla v' ha a settentrione oltre la Danimarca , nulla 
ad occidente oltre le Colonne d' Ercole. Nei quattro an- 
goli della prima tavola sono dipinti i simboli dei {quattro 
Evangelisti. { lidi si vedono tempestati di frequenti nomi» 
de' quali oggidì molti ignoti, o mutati. Il primo a far co- 
noscere sìiTatto Portolano fu l'eminentissimo Giuseppe Ga- 
rampi allora nunzio del Papa a Vienna, che ne diede no- 
tizia al Tiraboschi, il quale la comunicò poi al pubblico ; 
nelle sue addizioni e correzioni alla Storia della Lettera- 
tura Italiana; lo vide pure e ne fece ampia menzione il 
P. Gtovanni Àndrès nella sua Ulustrazìpne di una Carta ' 
geografica del I4$5. Ciopia di questo atlante è quello ohe * 



— 436 — 
conservasi nel moseo Correr di Venezia. Ma esso invece 
di dieci, ha soltanto sette carte incollate sopra altrettante 
tavolette di legno, colla seguente disposizione: 

1.* Oroscopo. 

2.^ Mar Nero, colla iscrizione Petrus Vesconte de 
Janna fedi islam tabulam in Venecia antio Domini 
MCCCXVllL 

3.^ Bacino orientale del Mediterraneo. 

4.^ Mare Adriatico. 

S.^ Bacino occidentale del Mediterraneo. 

6.^ Coste Iberiche, Africa settentrionale. 

7.^ Coste occidentali d'Europa. 
Agli angoli si veggono figure di santi miniate , e il 
ritratto dell'autore. 

Ora siffatto atlante venne finora tenuto il pia antico 
monumento della moderna italiana geografia a noi nolo ; ha 
poco tempo però che un nuovo testé scoperto Portolano , 
posseduto dal sig. prof. cav. Tamar Luxoro sembra conten- 
dergli il primato. È questo composto di otto pergamene ripie- 
gate a libro, vi si trovano delineati il mare Mediterraneo ed 
il mar Nero, le Isole Britanniche e la Costa Atiantica fino 
a Salle, cioè poco oltre lo stretto di Gibilterra soltanto; 
non vi si veggono né le Azorre, né le Canarie, né alcuna 
isola del mare Atlantico. Per questa ragione, e per quel 
principio da me più sopra stabilito, il cav.' avvocato Cor- 
nelio Desimoni che vi fece sopra una dotta illustrazione 
lo ha stimato per il più antico a noi noto. Senonchè le 
stesse condizioni concorrono in quello del genovese Pietro 
Vesconte, con questa differenza che parrebbe assicurarne 
la priorità, ch'esso ricisamente finisce alle Colonne d' Er- 
cole» né la Costa Atlantica si estende sino a Salle, come 
nel Portolano Luxoro. La scrittura gotica è uguale io 



eotrambì, sicché per ciò non potrebbe pure dedursene alcun 
argomento di anteriorità. Io li ho veduti l'uno e l'altro, 
e il genovese esaminai a mio grand'agio sia nella Biblio- 
teca Imperiale di Vienna, sia in quella Correr di Venezia, 
eh* è copia, di qualche anni più recente del primo, sebbene 
porti la stessa data. Quindi, sembrami, che possa tuttavia 
sostenersi con fondamento di ragione che il più vetusto 
esemplare della moderna geografìa appartenga a Genova, 
non a Venezia, poiché giudiziosamente il Cav. Desimoni 
opina essere opera di un Veneziano il Portolano Luxoro; 
il quale conserva sempre lutto il suo pregio, benché sia 
piuttosto il secondo che il primo finora conosciuto. 

CLXXIX. Dopo questi due Portolani, succede una 
-Carla marittima esistente nell'Archivio Fiorentino , fatta 
da un prete Giovanni, genovese, e che secondo l'opinione 
del Cav. Desimoni, appartiene ai principii del medesimo 
secolo XIV, anche alla fìne del precedente. 

Nella Biblioteca Medicea della stessa città di Firenze 
conservasi un Portolano che ha la data del 1361 , ed é 
lavoro esso pure di un genovese anonimo. La prima carta 
di quello è un Planisfero che comprende l'Europa fino alla 
parte della Norvegia e della Svezia, e parte dell'Asia fino 
al golfo del Bengala. Importantissimo egli è, perocché 
come il Planisfero del Sanudo, l'Africa vi si vede ba- 
gnata dal mare a mezzodì , e con aperta comunicazione 
fra TAtlantico e 1' Eritreo. Il lato di essa occidentale vi 
è raffigurato esattamente col golfo di Guinea. La mede- 
sima esattezza si osserva nelle altre carte dove sono de- 
lineati i mari interni. Suli' Oceano Atlantico é segnato 
il Capo Non. Parecchie ìsole si mirano poste in faccia 
alla costa di Spagna e d'Africa, delle quali la più set- 
tentrionale è detta Insula de Canis Starinis. Altre isole 



— 438 — 
si scorgono in alto mare sotto il paralello che passa per 
Cadice , le quali corrispoodooo alle Canarie e contengono 
strani nomi , di cui la ma'ggior parte si riconoscono di 
dialetto genovese , come, lalegranza, de lanzeroto^ de 
Vegimaririy de li parmé. Si deve notare che alla destra 
dell' isola Lanzeroto si vede stesa a terra ]a bandiera ge- 
novese » tocche, senza dubbio indica il diritto di primo 
scoprimento. Aggiungerò ancora, come altra volta accennai, 
che una galea di Tedisio Doria avea nome Alegranza^ di 
guisachè se noi consideriamo che questa voce è di puro 
dialetto genovese , che tale si nominava la prima delle 
Canarie , tale una galea di Tedisio Doria per un atto no- 
tarile del 26 marzo 1291 ; che nel maggio di questo stesso 
anno Tedisio Doria ed Ugolino Vivaldi armarono congìun*- 
tamente due galee per farle navigare l'Oceano, incam- 
nrìnate alle parli dell' India : la riunione di questi fatti 
potrà darci la verosimile conclusione che risola AUegranza 
ebbe per avventura il nome della galea che vi approdò e 
la scoperse. Né dissimili conclusioni potrebbero derivarsi 
dalle altre isole tutte con nomi genovesi indicate. Cosi 
pure l'isola di Sani* Elena, detta de Braxe^ e quella di 
Madera, de h legname, alla quale ultima essendo poste- 
riormente approdato il portoghese Trislan Vaz, traslatò 
quel nome in Madera, che significa lo stesso. Infine il Capo 
Non è segnalo Cavo de Non, voce ugualmente genovese. 
La Carta del mar Nero di questo Portolano Mediceo 
venne pubblicata nel 1856 in Firenze , ed eruditamente 
illustrala dal generale Conte Luigi Serristori» In essa an- 
cora si osserva che i luoghi posseduti dai Genovesi hanno 
una bandiera loro inalberata sugli stessi , come in Pera 
di Coslanlinopoli, Simiso e Trapesonda sulla costa meri- 
dionale. Cembalo e Caffa sulla settentrionale dell'Eusino. 



— 439 — 
Soggiungerò ancora vedersi nella medesima carta indicati 
con voce generale : Cavo de Lemano ad occidente, Sanzorzo 
a tramontana, Cavo de Croxe presso il Bosforo Cimmerio, 
Cavo de Buxo ad oriente. Cavo Pischetto a mezzodì. 
Infine questo Portolano dividesi nelle seguenti otto tavole: 

1.^ Periplo del mar Maggiore o mar Nero e degli 
adiacenti dalla Tana fino allo Stretto dei Dardanelli , un 
poco a mezzodì di Gallipoli. 

2.^ Le isole dell'Arcipelago. Queste due tavole me- 
. ritano particolare studio, poiché da esse si riconosce quanto 
gì' Italiani frequentassero quei litorali e li avessero a me- 
moria più di quelli della loro penisola , mentre si vedono 
pieni tutti di nomi nella maggior parte genovesi e veneziani. 

3.^ Periplo del Mediterraneo dalla costa d'Asia fino 
al meridiano di Roma. 

4.^ Paiate settentrionale del Mediterraneo dalla costa 
di Epiro alla Spagna ; comprende l' Italia senza le isolo ; 
la costiera di Spagna è delineata fino al fiume Segura, 
al mezzodì di Valenza ; contiene ancora parte delle co- 
stiere del Portogallo; le occidentali della Francia, della 
Olanda, della Germania , il Periplo del Baltico : la Gran 
Brettagna; ma la parte settentrionale della Scozia, il Bal- 
tico perchè forse poco vi navigavano i genovesi, sono ine- 
sattamente raffigurali. A settentrione della Scozia è l'isola 
di Sillent che dovrebbe indicare l'Islanda, pìuttostochè 
il gruppo delle isole di ScheteJand. Altre isole ad occi- 
dente della Gran Brettagna sono segnate coi nomi di Gal- 
vaga, d^Ingildaque e di Berzi. 

5.^ Rappresenta la Barberia dal capo di Serta sino 
allo stretto, i litorali meridionali della Spagna e del Porto- 
gallo, parie d'Africa e le isole dell'Atlantico. 

6.* I Peripli dell'Adriatico e del Caspio. L'ultimo 



è delineato con mirabile esattezza , essendovi raffigurato 
più ampio in lunghezza, che in larghezza, col suo ingol- 
famento nelle terre a greco. Alla bocca più orientale del 
Volga è scritto BoccO' di Bosam o di Kosam; della città 
di Giiracam^ ivi appellata Agitracam^ si dà il disegno. 
Sulla costa occidentale si vedono segnate le Porle diferro^ 
Derbend, Baku : dentro terra ad oriente Boccara, col nome 
di Bochar. Alle foci del Volga si mirano indicati i luoghi 
che porgono sicuro ancoraggio, locchè mostra quelle carte 
essere opera di chi vi aveva frequentemente navigato ; 
né si può mettere in dubbio, sapendo dal Polo che i ge- 
novesi avevano a* suoi tempi cominciato a navigare il 
Caspio, e del singolare loro ardimento in quelle acque ci 
fa fede il fatto di Luchino Tarigo nel 1374. 

7.* e 8.* Conlengono il planisfero delle terre cognite 
sino a quei di dalla costiera occidentale del Decaì), fino alle 
isole dell'Atlantico allora scoperte , perciò tutta TAfrica. 

CLXXX. Uo quarto Portolano o piuttosto Atlante con- 
servasi nella ricca biblioteca del Barone Walckenaer. Ei 
componesi di tre distinte parti ; la prima di quattro fogli 
colla data del 1384, la seconda di tre aggiuntivi nel 1434, 
l'ultima di una sola pagina che contiene un calendario 
lunare, e fu slesa nel 1458. Le carte che vi si trovano 
sono idrografiche, e riguardano l'Europa, e l'Africa, il 
golfo Adriatico e V Arcipelago. Fu stimato opera di un 
Veneziano, ma il proprietario Barone Walckenaer vi ha 
scritto di propria mano che quella carta era genovese , 
perocché vi si trovava scritto Cavo de Emhueder invece 
di Catodi dialetto Veneziano, e di Capo che sarebbe Pisano. 

Il Signor D'Avezac, uomo dottissimo e tanto bene- 
merito degli studi geografici, dando contezza di questo 
Portolano , e fermando le date delle diverse parti delle 



- 441 — 
quali si compone, opinava non essere caratteristici di una 
origine genovese i segni né della bandiera di Genova a 
fianco dell' isola Canaria di Lanzerota , né delle parole 
Cavo, e Vegi Marini di dialetto genovese , imperocché 
questi segni si rinvengono nelle carte Veneziane, Anconi- 
tane e Catalane eziandio, come nelle Genovesi. L'obbie- 
zione é speciosa, ma non difficile a refutar^ì. La circostanza 
che i medesimi segni delle òarte nautiche genovesi si ri- 
petano in parecchie altre di veneziani, anconitani, e ca- 
talani non toglie che quei segni, e quelle voci non siano 
d'origine genovese. Né si saprebbe render ragióne come 
un Veneziano, un Anconitano, un Catalano piuttosto dei 
propri avrebbe posti quei nomi appartenenti ad un popolo 
con cui il suo trovavasi continuamente in guerra. Né 
certo i Veneziani, ed assai meno i Catalani, poteansi spon- 
taneamente indurre a collocare la bandiera genovese ac- 
canto l'isola di Lanzerota. È duopo adunque supporre 
un legittimo ed imperioso motivo che li abbia a ciò spinti. 
E questo si trova nella priorità della scoperta , ò di più 
antica navigazione , e indicazione perciò di quei luoghi , 
per cui i genovesi essendovi per i primi approdali, e per 
i primi avendone nelle loro carie data notizia, i veneti, 
anconitani e catalani che loro tennero dietro furono ob- 
bligati per identità di luogo a ripetere li slessi segni e 
nomi (1). È un fatto finora senza contrasto che le prime 
due carte o Portolani con data certa che si conoscano, 
ovvero il Portolano di Pietro Vesconte del 1318 e l'allro 
della Medicea di Firenze del 1351 , sono opera di due 

(i) Questa ragione è tanto più vera , se si considera che non 
pochi dei posteriori compositori di Carte, o Portolani, come fa fede 
il chiarissimo Cardinale Zurla dei fratelli Pizzigani, altro non furono 
che semplici artetici copisti piuttostochè veri geografi o navigatori. 



— i42 — 
genovesi, i posteriori portolani non hanno fatto che rico- 
piare gli slessi segni e nomi di quelli. Quindi l' orìgine 
delle parole adoperate che non si può mettere in dubbio, 
e l'anteriorità di data certa finora constatata dei predetti 
due Portolani, distruggendo lobbietto dell' illustre signor 
D'Àvezac, assicura col vanto delle prime carte nautiche, 
non esclusa probabilmente questa del Barone Walckenaer, 
quell'altro maggiore delle prime scoperte ai genovesi. 

CLXXXI. Seguendo Tordine dei tempi relativamente 
alle Mappe che fino a questo di ci sono note, alle preac- 
cennate tiene dietro quella che conservasi nella Biblioteca 
Parmense dei fratelli veneziani Francesco e Domenico 
Pizzigani del 1367, soggetto già di famosa disputa tra il 
P. Pellegrini e rerudilìssìmo Prefetto della stessa biblio- 
teca, Angelo Pezzana, mancato a* vivi ha poco tempo con 
tanto danno de' migliori studi in cui egli era versatissimo. 
È questa una cotale specie di Mappamondo,. sebbene in 
molte parti non corrisponda a tal nome. Le più impor- 
tanti di queste partì sono la occidentale, e l'altra con cui 
finisce la carta medesima a mezzodi-levanlc col mar Bosso. 
Nella prima la costa Africana si offre tutta piena di nomi, 
quindi dal Caput finis Gozole, o al sito dell'odierno Caw 
Non del Portolano Mediceo genovese del 1351, si stende 
fino alla latitudine di Capo Bojador che ivi si dice: Caput 
finis AfriccB et tere occidentalis ; locchè ci dimostra che 
gì' italiani navigatori nello spazio di soli sedici anni, quanti 
ne hanno dal 1351 al 1367, epoca questa del Mappamondo 
Pizzigani, già fino a tal grado aveano percorsa e scoperta 
l'occidentale costa Africana ; mentre i Portoghesi non ol- 
trepassavano con pubblica spedizione il Cavo Non e molto 
meno il Capo Bojador se non dopo qualche lustro della 
prima metà del secolo decimonnìnto. Non voglio tralasciar 



— 443 — 
di dire che al posto delie Canarie si vedono tre bandiere 
genovesi , due piccole ed una grandissima di fianco alla 
Lanzerota che per materiale errore dì copista si nomina 
Laurenza. Ommetterò di trarre di tal fatto quelle natu- 
rali conseguenze che se ne possono dedurre a favore dei 
genovesi. La seconda parte importante è quella, come già 
dissi, con cui ha il suo termine il Mappamondo a mezzodì- 
oriente col mar Rosso, e là dove ora trovasi la città di 
Aden e coniro la costa orientale vi si legge : Amnis Aden. 
Indi poco appresso si veggono alcune scorrettissime note» 
le quali traslatate in Italiano dicono che: Le navi mercan- 
tesche dell* India le quali discendono in Aden lasciano ivi 
il decimo delle spezierie per il passaggio, indi entrano nel 
mar Rosso, e discendono ad un fiume di nome.... Vi si sca- 
ricano, quindi portami le spezierie in Alessandria. E più 
sopra : Le navi mercantesche delV India conducono le spe* 
zierie in occidente, specialmente in due luoghi.... dove sul 
principio si trova Aden. Ed altrove: Mare Indiano ove si 
pescano le perle che poi si recano a Viasara; ovvero Bas- 
sura fondata al confluente del Tigri e dell'Eufrate nel 636 
da Omar generale degli Àrabi. Una linea nerastra indi- 
cante le coste gira tutt* intorno all'Eritreo e cingendo 
poscia tutto il lido d'Arabia, segue l'occidentale e meri- 
dionale della Persia nel golfo Persico sino ad una città 
litorale sovra cui sta scritto: Civitas hormmna, od Or- 
mu$ all' imboccatura dello stesso golfo , la quale è l'ul- 
tima di quella parte del continente asiatico tra il golfo 
Persico ed il mar Caspio. A sinistra del punto cardinale 
dell'oriente ricomincia la linea nerastra che indica il lito 
del Caspio e sulla prima città all'oriente è scritto Dey- 
stim Deystam, forse l'attuale Daghestan. Quella linea si 
prolunga fino ad una città al cui lato diritto leggesi Geon 



— 444 — 
Giorij che è riiltìma del tratto seltenirionale del Caspio, 
che trovasi io questo Mappamondo, e più su havveoe un'al- 
tra Civitas Vorgasia sul fiume Vorgasia. 

Verso Testremità setlentrioDale della Carla vedesi la 
sorgente dei Tanaj o Don col suo corso sino alla foce uel 
mare d'ÀzolT presso alla città di Tana, sopra la quale sta il 
Leone alato dei Veneziani. Al settentrione del lago stesso 
d*onde scatmùsce il Tanaj è pur la sorgente del Volga ivi 
chiamato Tirus. Di là dalle città che veggonsi sulla sponda 
nordica di questo fiume non vi è più nulla; ma quasi sulla 
sponda orientale, vicino alle foci molteplici chei sì scari- 
cano nel Caspio , evvi delineata una gran città : Civùas 
regio de Sara, o Sarai sul fiume Actuba, contro cui tro- 
vasi uoa nota che il fu chiar. Bibliotecario Angelo Pez- 
zana da me sullodato, e da cui tolgo la presente descri- 
zione, interpretò, eccettuata qualche parola meno intesa, 
nel modo seguente : Hic residet imperatorem (sic) da ista 

regione septentrionalli cujus imperium fuit in p (forse 

provincia) Urgaiia (Organsi?) Versus occidentem et fimi 
in norgazio versus Orientem. Ed all'estremo angolo di bo- 
rea-levante avvi un'altra città : Civitas qum d (dicitur) 
marmorea quasi parallela al corso settentrionale del Volga. 

Fa meraviglia che nella descritta mappa non si abbia 
alcun indizio delle vastissime regioni visitate e descritte 
da Marco Polo, questa omissione potrebbe spiegarsi colla 
poca cognizione non solo che si aveva ancora di quella 
immensa parte dell'Asia, m' attribuirsi alla quasi ninna 
fede che si diede per qualche tempo alle relazioni deli' il- 
lustre viaggiatore Veneziano. 

Altro lavoro geografico esiste, ma del solo Francesco 
Pizzigani, fatto in Venezia addi 8 giugno 1373, Codesto 
idrografico monumento consiste in nove assai piccole 



— 445 — 
tavole niembraDacee, sette delle quali esprimono le coste 
dei mari interni , nonché quelle ad occidente giusta i li» 
miti delle scoperte d'allora, e in due altre vi si scorgono 
dei calcoli e delle figure spettanti alla sfera ed airastro- 
nomia a vari colori. 

A queste dei Pizzigani fa seguilo la carta originaria* 
mente formata da Antonio Zeno al principio del secolo XV 
dietro i viaggi suoi e di Nicolò suo fratello verso setten- 
trione eseguiti 9 ricopiata poi da Nicolò Zeno Juniore dalla 
originale , e con gradi distinta , edita la prima volta io 
Venezia nel 1558 da Francesco Marcolini ipsieme al li- 
bro di cotesti viaggi dallo stesso Nicolò Juniore compilato. 

Appartenente pure al secolo XIV è una carta marina 
che i* illustre geografo Jomard, afferma proveniente dagli 
archivi di privala famiglia pisana e inseri nei suoi monu- 
menti dell' antica geografia. Verso la parte occidentale si 
arresta essa ancora alje Colonne di Ercole o Stretto di 
Gibilterra , per la qual cosa ella sola potrebbe gareggiare 
d'anteriorità col Portolano del Visconte. 

CAPITOLO III. 



Carte nautiche italiane del secolo XY. 

GLXXXII. Quelle mentovate finora sono le carte idre* 
grafiche giunte a pubblica notizia che appartengono al 
secolo XIV» venendo al XV, più copioso si fa il loro 
numero» perchè in siffatta epoca più fervida è l'opera dei 
viaggi e dei tentati discoprimenti. La caduta di S. Gio- 
vanni d'Acri» ultimo avanzo del regno crociato gerosolomi- 
tanoi avea chiuso le vie della Siria e deU'EgiUo ai popoli 



— 446 — 
marittimi d' Italia, quella delI'Eusino venia pei* molte op- 
pressioni resa pericolosa dagl'imperatori bizaDtini insieme 
e dai Torchi che già padroni dell'Asia Minore, affretta- 
vaosi alla conquista dell' imperiale metropoli. Sul princi- 
pio del secolo XV , i Greci Augusti appena oggimai questa 
possedevano. Travagliavansi pertanto Genovesi e Veneti a 
rintracciare nuovi cammini che rifacendoli dei perduti , li 
rimettessero al pieno e libero possesso dell'asiatico commer- 
cio. Le due direzioni cui si affaticavano di seguire erano 
la terrestre che ancora rimaneva del mar Nero e la ma- 
rittima, cacciandosi oltre lo Stretto di Gibilterra, e rasen- 
tando la costa occidentale dell'Africa voltarne l'estrema 
punta meridionale e di tal guisa condursi con più breve 
tragitto air India. I mercanti e viaggiatori di Venezia e 
di Genova, per la prima insieme concorrevano, per la se- 
conda più specialmente i Genovesi, imperocché meglio dei 
Veneziani geograficamente posti, e di essi meglio avvan- 
taggiati nelle relazioni colla Spagna e coll'Africa e cogli 
altri popoli sul limitare di quella. Questo ci rende ragione 
perchè nelle carte nautiche del XIV e più del XV secolo 
troviamo una maggiore ampiezza e diligenza in quelle del- 
l'Eosino e dell'Atlantico, e in queste singolarmente scor- 
giamo un successivo non interrotto progresso per cui dal 
Caput Jinis Gozole Cavo Non del Portolano Mediceo 
del 1351 e fin dove giungevano le due galee di Tedisio 
Doria ed Ugolino Vivaldi, si arriva al Caput finis Africoe, 
Capo Bojador dei Portolani del secolo quindicesimo. 

Trattando dei quali, il primo che ci si offre è di uo 
veneziano, Giacomo Giroldi del 1426. Nella carta del- 
TAtlantico già si vede chiaramente delineata la naviga- 
zione distinta per rombi, alle isole di Madera, Canarie 
ed anche Azzorre, e queste ultime sono determinate : Is. 



— 447 — 
de Corvi Marini ^ Is. de' Conigli , le. de Ventura, Is. dei 
Colombi, h. de Braxil^ eie. Di queslo Portolano fece 
menzione il conte Gian Rinaldo Carli nel tonoio XIX delle 
sae opere, come allora posseduto dal principe Sigismondo 
dì Kevenhuiler in Milano fra le molte e singolari rarità » 
delle quali quel dotto signore avea fatta eletta raccolta. 
Ma di maggiore e progressivo pregio delle precedenti 
sono dieci carte » che si trovano nella Biblioteca di San 
Marco in Venezia , nella prima delle quali in latino sta 
scritto: Andrea Bianco di Venezia mi fece MCCCCXXXVI. 
La prima ha la rosa dei venti , e un semìcircoio corri- 
spondente con due figure circolari per ridurre i rombi 
dei venti. In alto vi si legge : Questo si xe lo amaistra- 
mento de navigar per la raxon de martelogio, ovvero una 
istruzione per calcolar a mente i viaggi dì mare. Il mar- 
telogio moTtelojOf o tavoletta del mare ^ era uno stru- 
mento, del quale facevano uso i navigatori per calcolare 
a mente il numero delle miglia fatte o da fare » che puossi. 
paragonare al presente quartier de reduction. Il Forma- 
leoni distesamente ne parla a proposito del martUojo di 
Andrea Bianco, e ne deduce come l'uso dello stesso di- 
mostri che fin dal 1436 gì' Italiani o i suoi Veneziani 
conoscevano la trigonometria applicandola alla navigazione. 
In Genova però tra i registri notarili dell' archivio con- 
servasi un atto del 1390 e cosi quarantasei anni prima della 
Carta del veneto Bianco, in cui descrivendosi un inventario 
di varii oggetti si trova un martilogio con una carta 
da navigare (1). Questa data del 1390 è finora la più 



(4) Foliatium Notariorum Mss. voi. 2, p. 2, car. 158: verso 

Inventariam in quo inter alia. MartUegmm Carta una prò 

navigando. 



— i4« — 
SDlica che si conosca in cui si abbia notizia di tale 
strumento. 

La seconda Carta rappresenta il mar Nero; la terza 
TÀrcipelago e la parte australe del Mediterraneo » e nella 
regione africana corrispondente alla longitudine di Candia , 
avvi scrino entro un circolo dipinto a giallo: Civitas Sieney 
fàns Nilus. La quarta contiene il Periplo d'Italia e le 
ooste ad Oriente della Francia , nonché le corrispondenti 
di Africa y la quale è tagliata in linea orizzontale dal- 
l' oriente ad occidente» dal Gume Nilo con lago azzurro 
in linea del meridiano di Sicilia. Nella parte poi europea 
vedesi scorrere il Danubio ed una corona colle annesse 
parole: Begnum Hongarm, La quinta fu pubblicata dal 
Formaleoni , ed è la famosa dove figura XAntillia a tinta 
rossa in forma d'isola grande assai, e rettangolare , da 
varii porti intersecata in linea appunto dello Stretto di 
Gibilterra. Alla parte dì settentrione si trova pure indi- 
cata altra isola grande» detta de la man SaXanaxio^ con 
altre all' occidente della Spagna, designate con nomi scor-- 
retti , ma io gran parte imitati dalle precedenti carte dei 
Genovesi del 1318 o 1351, e corrispondenti alle Azorre, 
e cosi ancora altre due a mezzodì Scorgonsi pure le isole 
di Porto Santo , de Madera , ed altra vicina deserta. Indi 
le Canarie^ insieme colla Costa Africana, con parecchi 
nomi di porti e paesi. 

GLXXXIII. Dissi famosa questa quinta tavola , peroc- 
ché r isola AéVAntittia che vi si trova raffigurata sollevo 
una grande contesa fra i dotti, da parecchi dei quali si 
volle vedere in essa una di quel gruppo che s' incontra 
sul primo entrare nel golfo del Messico, e perciò erronea- 
mente la scoperta esseme stata attribuita al Colombo. 
Fondavansi nel vedere segnata questa isola non solo nella 



— 449 — 
Stessa Carla del Bianco , ma nelle successive dei ge- 
novesi e veneziani Beccano, Giroldi e Pareto, di Benincasa 
e Martino Behaim, come la più occidentale di tutte» ripu- 
tata rimotissfma dal!* Europa , falsamente bensì , ma pure 
stimata come un luogo medio fra la Spegna e 1* Indie , 
e un sito dì ristoro dopo una lunga navigazione nel tra- 
versare r Oceano. Teneano per avvalorala questa opinione 
dalle relazioni e dicerìe confuse di naviganti che dalle 
Azorre avevano scoperti legni lavorali che credevano 
procedere da queir isola , raccontavano che una caravella 
inoltratasi verso Ponente, si era avvenuta in tre isole. 
Nel 1484 per queste relazioni e dicerie un isolano di Ma- 
dera chiedeva al Re di Portogallo una nave per ricono- 
scere certa terra che affermava essere da lui veduta ogni 
anno e sempre nella stessa guisa. Per siffatti indizi nelle 
carte marine e nei globi che allora lavoravansi, si posero 
alcune isole in quei contorni , e specialmente quella chia- 
mata Animila y 200 leghe all' occidente delle Canarie e 
delle Az(^|^>#a nìuno potè dire d' averla mai veduta , 
ninno d'avervi approdato, e la indicazione che se ne fece 
sulle Carte e sui varii Portolani del secolo XV non ebbe 
altro fondamento che quanto favolosamente se ne raccon- 
tava. I Portoghesi la presero per V isola delle sette città, 
popolate, secondo la loro tradizione, nel 714 al tempo 
dell' invasione dei Mori. Diego Tiene e Pietro di Velasco 
vennero perciò spinti a navigare ver TOccidente in traccia 
di quella favolosa terra , ma per paura dell' inverno non 
osarono inoltrarsi. Vincenzo Diaz, piloto portoghese, cre- 
dette di averla veduta, venendo dalla Gttinea, trascorsa 
r isola di Madera. Questo lo oooQdò ad ud mercante ge- 
novese per nome Lue» di Cassaoa, che armato insieme 
vn legno , permettendolo il re di Portogallo » navigarono 

Cavali, Sttria del Commercio, ecc. S9 



— 450 — 
in cerca dell'isola (re o quallro volte, facendo 120 fino 
a 130 leghe, ma non trovaron mai nulla. Ora sopra queste 
favolose tradizioni poggiati come si. situavano alcune isole 
oeir Atlantico verso il più lontano occidente , dai fabbri- 
catori di Carte marine , così si pretendeva colle stesse di 
tórre il merito della scoperta delle Àntillc al Colombo. Il 
veneziano Formaleoni e lo spagniiolo Àndrés, né l'uno, né 
l'altro potendo forse dissimulare l' innata avversione contro 
r immortale navigatore genovese, il primo più apertamente, 
il secondo con maggiore apparenza di urbanità, tentavano 
però entrambi di sfrondarne gli allori. Ma lui e lo invi- 
diato discoprimenlo rivendicavano i francesi M. Buache 
nelle sue Ricerche suirAntillia, il Lalande nel secondo 
supplemento alla Storia delle Matematiche del Montucla, 
il De Murr nell'Illustrazione del Globo di Martino Behaim 
del 1492, il Cav. Luigi Bosm nella Vita di Colombo, 
Gerolamo Tiraboschi nella sua Storia della Letteratura 
Italiana, il Conte Baldelli Boni nella Storia del Millione 
dì Marco Polo, e lo stesso veneziano eminentissimo D. Pla- 
cido Zurla, per tacere di tanti altri, ì quali tutti erano 
d'avviso che quelle isole, e specialmente VAntilla^ ap- 
partenessero alle Azorre (1). Il Conte Baldelli Boni cosi 
ne ragiona :«.... è naturale che il Colombo nel corso 

(1) Infatti nella 28.a carta della famosa coUezione di carte ma- 
rine eseguite in Venezia verso il fine del XV secolo ^ e che ora 
conservasi nel Museo Britannico, più al ponente rimpetto alla Spagna 
vi sono tre file d' isole, delle cinque deirultima fila, la quarta, e la 
più grande a forma di rettangolo corrisponde precisamente ^WAntìlia 
del Bianco, Beccaro, Giroldi, Pareto, Benincasa e Behaim ; ha il nome 
de'- sete zitade invece di quello di Antilia; e sotto a quest' ultima 
fila {^l Nord , è scritto : quejste, ixoiXe vienk nomm«fe ixoUà de los 



— 454 — 
« (Iella sua prima navigazìoue per discuoprire , desse nome 
« d'Antilie, che lanlo significa quanto ìsole opposte o a 
« confine di altre, a quelle in cui primieramente s'im- 
« balle nel mar d'America. E qui siami permesso T os- 
•« servare, che non potè essere che l'amore del maravi- 
« glioso , a cui lanlo è proclive V uomo , che potesse far 
« credere, che le Ànlille attuali fossero conosciute innanzi 
« il primo viaggio del Colombo. A dimostrare erronea tal 
* congettura, basti il riflettere, che la voce Antilia è 
« spagnuola o portoghese, e non già americana. Sarebbe 
^ da tórre la gloria al Colombo dello scuoprimenio, se 
« innanzi la prima sua navigazione , fossero stati noti i 
« veri nomi americani di quelle isole. È inoltre d' avver- 
^ tire che le scoperte del Colombo non giustificarono la 
« tradizione. Non faceva questa menzione che di una isola 
« sola, ed esso ne scoperse un gran numero, e alcune di 
« amplissimo giro » (2). 

Dopo di ciò non sarà senza pregio V aggiungere, che, 
€ome nota 1' eminentissimo Zurla , la forma rettangolare 
data n\V Antilia f e la sua posizione all'occaso, coincide 
con quanto della si famosa Altaniide, da cui derivò il 
nome al mare occidentale, Platone ed altri antichi ci tra- 
mandarono; e sembra quindi col decorso del tempo es- 
sersi quella sostituita a questa. 

La sesta carta del Portolano di Andrea Bianco rap- 
presenta le coste sellentrionali della Spagna e le occiden- 
tali della Francia e Fiandra, nonché T Inghilterra quivi 
scritta Inghelltiera con mezza Schocia e YJrllanda , pressa 
cai con circolo doralo vMia l'isolii de Berzil; più a mez^ 
zodi con mezza luna dentata a color rosso T mia de Yen* 

(2) Tedi', Storia del Milione^ $ LXVIII. Nola 4.t 



— 152 — 
tura; e ali* occidente si legge questo: xe mar de baga, 
ossia , come crede il Formaleoni , mare di Vaga$ o BagaSy 
spettante al Portogallo. 

Il mar Baltico, il Golfo Botnico e le terre glaciali di 
Norvegia , Frislanda , Islanda , e forse anche Terranuova , 
sotto il nome di Stochjish^ sono delineati nella settima 
Carta, la quale riesce oltremodo preziosa per essere la 
prima che ci porga una più esatta contezza della regione 
iperborea d* Europa, mentre questa innanzi chiudevasi a 
settentrione colla famosa ultima Thile , oggetto di tante 
dispute fra gli antichi Geografi; la stessa Carta serve an- 
cora a confermare nella sostanza le scoperte degli 2eni, 
i paesi dei quali sebbene con nomi diversi vi si trovano 
allo stesso posto marcati. 

Neil* ottava si vede ripetuto, in più piccola scala, tatto 
il Mediterraneo, il mar Nero, e parte dell'Oceano, fino 
alle regioni più boreali. 

La nona diversa affatto dalle precedenti tavole Idro- 
graBche è un ritratto in miniatura di tutto 1* emisfero co- 
nosciuto dagli antichi. 

La decima carta finalmente altro non rappresenta che 
un Mappamondo di Tolomeo , il quale offerendo gli stessi 
errori di questo senza fare alcun uso delle idrografiche 
cognizioni che in quel tempo, ovvero nel secolo XV già 
ampiamente si avevano, e possederle doveva 1* Andrea 
Bianco, il Formaleoni ne ha argomentato eh* egli non fosse 
r autore di tali idrografici disegni , ma un semplice dise- 
gnatore, che le deve avere tratte certamente da qualche 
più antico documento. Ma il Bianco, risponde 1* eminea- 
tissimo Zurla,fece come gK illustratori dì Tolomeo, Mal* 
tìoli , Ruscelli, Moletti, Gastaldi, ecc., i quali ebbero per 
costume di rappresentare le tavole esprimenti la di lui 



— 453 — 

geografìa nella loro origiitalilà, comechè informi, conienti 
dì aggiungere in separale carie e la rellificazione delle 
prime e ciò che alla giornata andavasi discoprendo. 

CLXXXIV. Dello slesso anno di 1436 delle preaccen- 
«ale tavole del veneziano Andrea Bianco, conservasi nella 
Biblioteca di Parma una mnppa di un genovese, il cui 
nome trasfigurato ora in Belcario ed ora in BeJrazio, va 
ridotto alla sua vera lezione di Beccno , correggendolo 
con quello di Francesco Beccaro, autore della settima 
carta , compresa nella collezione delle corte marine fatta 
in Venezia sullo scorcio del XV secolo ; per ragionevole 
opinione dell' illustre M. D'Av^zac , se non lo slesso del 
primo , questi appartenente era cerio alla medesima fa- 
miglia (1) Attenendoci al cenno che ne dà T eminentis- 
simo Zurla, questa mappa è lunga piedi parmensi 2, pe- 
lici 2 *i2, larga p. 2, a vari colori. Come già dissi, vi 
si vede indicala VAntiliay e non lontana da essa, con 
forma somigliante, anche f isola Saraslagio, che sembra 
esser quella di SatanaxlOf presso di cui figura una terza 
falcala, della Danmar, e dietro TAnlillia una quarta di 
forma quasi quadrala, ma con un lato un po' convesso, 
denominata Royllo ^ sotto cui sia scritto: Insule de novo 
Repte^ ossia lìepertae. 

Per testimonianza del Cav. Avv. Desimoni , due Atlanti 
SODO custoditi nell'Ambrosiana di Milano , V uno colla data 
del 1443 proveniente dal Monistero di S. Faustino di 
Brescia » di Giacomo de* Zireldi , colla scritta : Jacopus 

(4) Di questa opinione ha però la priorità il fu dottissimo Cav, 
P. G. B. Spotorno, il quale in noia alla pag. 3U del volume 2.© 
della sua Storia Letteraria della Liguria ha per il primo rilevato che 
il Frannesco Beccavo autore dellaisettima Carta della Raccolta Ve- 
neziana : pure il genovese della Carta di Parma. 



— 454 — 
de ZireUù me fedi in anno Domini MCCCCXLIU. Ei 
crede, ed io porto una stessa opinione, che ragionevol- 
mente si debba tenere per V identico con quellVaco&u^ de 
Ziroldis autore deli'Àtianle dei 1436, dì cui tenni più so- 
pra discorso. Il secondo dei prenominati Alianti proviene 
dalla Biblioteca probabilmente di Gian Vincenzo Pioelli ^ 
Patrizio Genovese, da lui fondata in Padova , che poscia 
andò dispersa e venne in gran parte trasportata nell'Anì- 
brosiana per l' acquisto che ne fece il Cardinale Federigo 
Borromeo. Il prelodato Gav. Desimoni che attentamente 
lo ha osservato , cosi ne parla : « Questo Atlante manca 
del nome dell* autore e della data , e meno belle di 
quello che nel precedente ne sono la pergamena e la 
scrittura. Ma la sua foi-ma , le dimensioni , la nomen- 
clatura, la distribuzione geografica, e il numero di sei 
membrane in cui è diviso al pari di quello del de Zi- 
reldis, indticono ad averli entrambi per opere, se non 
di una stessa mano , cerfb di una medesima scuola. 
Vuoisi infatti osservare che Tuno e Tallro giungono sino 
al Capo di Bojador nella costa occidentale dell'Africa, 
hanno raffigurata neirAtlantico , sul fare usato da Andrea 
Bianco e dagli altri contemporanei, quella grande e favo* 
Iosa isola Antilla , che scomparendo dai navigatori a 
guisa del miraggio , fu da Colombo rincorsa , raggiunta 
e stabilita presso il cont'nente americano; procedono 
conformi nelle denominazioni e nella ortografia, le quali, 
anco senz* altri indizi , basterebbono a chiarire i due 
lavori di origine veneziana » (1). 
Seguitando sempre 1* ordine cronologico , dopo una 
carta genovese del 14&7, esistente nella Biblioteca Palatina 

(4) Rendiconto della Società Ligure di Storia Patria^ p. GXiii. 



— 455 — 
di Firenze , va menzionata una seconda ed una terza che 
entrambe si conservano nelKÀmbrosiana di Milano. La prima 
di queste non ha nome , ed è un intero Portolano. Sopra 
di Genova e sulle altre capitali sventolano le insegne loro, 
suir ìsola di Rodi vi ha quella dei Cavaliori. La seconda 
comprende solamente il profilo occidentale, ossiano le 
coste non interrotte del mondo antico , dali* Irlanda, Olanda 
ed Inghilterra fino a quelle dell* Àfrica ed alle terre in 
qucst' ultima scoperte fino ali* epoca in cui fu composta 
essa Carta. Ewi sopra la seguente leggenda: Andrea 
Bianco Ve7iiciamj Cornilo de Galia^ mi fexe a Londra 
MCCCCXXXXVIII ; e nel margine.: A xola Oliniicha. 
Xe lunga a Ponente 1500 mia, cioè: È la sola auten- 
tioa^ ed è lunga a Ponente 1500 miglia. Il Bianco già 
conosciuto per il suo Planisfero del 1436 , e più ancora 
per la sua cooperazione all'altro più celebre del Camal- 
dolese Fra Mauro, si è reso in questa Carta particolar- 
mente benemerito degli studi idrografici , poiché vedendo- 
visi le più recenti scoperte attestate non per imitazioni 
di altre carte, o popolari e favolose dicerie, ma per of- 
ficiali informazioni e propria esperienza, si riconosce con 
fondamento sino a qual punto nel 1448 fessesi pervenuti 
nella navigazione lunghesso la costa occidentale delKÀfrica. 
Infatti già vi si vede nonché il Capo Verde, il Rosso 
eziandio , sebbene si pretenda dagli oppositori del viaggio 
di Gadamosto doversene fissare la scoperta soltanto nel 
1454 e 1456. Mentre l'Antonio Noli, genovese, per te- 
Siimonianza solenne del Barros neirAsia (1) fin dal 1446 
avrebbe scoperte le isole di Capo Verde, e la scoperta 
di questo verrebbe dal genovese Benedetto Scotto fissata 

{ì) Libro II, cap. 4, decad. I. 



_ 456 — 
all'anDO di H45 (1). Queste due ultime coiocidenze ci 
persuadono della giustezza della Carta del Bianco, e ne 
provano vieppiù la sua verità. 

Neil* anno medesimo di 1448 abbiamo nn Planisfero 
di Giovanni Zeardo di Venezia, ma custodito nel civico 
Museo di Vicenza, di cui possiede una pregevole copia 
autentica il Comraend. Avv. Prof. Gerolamo Boccardo (2). 

CLXXXV. Dopo di questi lavori di due Veneziani ci 
occorre di far menzione della importante Carta del geno- 
vese Bartolomeo Pareto, accolito del Papa, uno degli 
antenati dell'illustre famiglia Pareto, e di quel Lorenzo 
Pareto, che alla più peregrina dottrina congiungeva la 
nobiltà della nascila , dell' ingegno e del cuore , mancato 
ha breve tempo all'Italia, alle scienze e alle lettere che 
tanto di lui tenevansi onorate , e della cui amicizia pre- 
giavasi chi scrive queste parole, piccolo e inadeguato tri- 
buto di giusta lode a tanto suo merito. 

La Carla di Bartolomeo Pareto era posseduta già dallo 

(4) «Relazione che Benedetlo Scotto ^ gentiìaomo genovese, di 
<r. passare diverso il Polo Artico e di andare al Calai e China, con 
a superare quelle difficoltà che Olandesi e Zelandesi l'anno 94, 95 
« e 96 facendo il detto viaggio per costa di terreno rincontrorno ». 

Altra Relazione dello stesso autore , sul medesimo argomento , 
in francese, e più diffusa della precitata. Entrambe furono stampate 
in Anversa presso Enrico Artessio, nel 1618; e citansi come ra- 
rissime nella opera dello Znria: Di Marco Polo e degli altri Viag- 
giatori veneziani piii illustri (Venezia 4818, a pag. 150-157 del 
volume II). Nota del Cav. Desimoni; vedi: Resoconto della Società 
Ligure di Storia Patria, pag. cxiv. 

(2) Io debbo rendere qui pubbliche grazie al Comm. Prof. Av- 
vocato Boccardo dell'avermi mostrala questa sua bellissima copia, 
né credo mi sarà imputato a troppo parziale amicizia per lui , se 
io dirò che in esso la cortesia dell'animo e la nobiltà dei modi cor- 
risponde aMa grandezza dell' ingegno e alla copia della dottrina. 



— 457 — 
Abaie Giovanni Andrès, Gesuila, il quale con molla saga- 
cilà la illuslrò, e dalla di cai illustrazione io ho polulo 
trarre ciò che qui ne ragiono, aggiungendovi soltanto quello 
<i\\e egli, sebbene^ dottissimo, ma non genovese , non gli 
fu agevole di rilevarne (1). È essa distesa in una gran 
pergamena della lunghezza di piedi quattro e pollici dieci 
parigini, ossiano palmi cinque ed oncie otto napoletane, 
e larga piedi due e linee quattro, ossiano palmi due ed 
oncie otto e mezza napoletane. Risplende ornata di figure 
<)iverse, di personaggi superiori, di animali e di città, 
con varietà di colori vivi e brillanti di magnilicenza e di 
ricchezza, e vi sta scrino: Presbiter Barlholomeus de 
Pareto Cwis JjinvcB, AcoUtus Smclmimi nostri Pape 
(Nicolò V) composuù hanc Qirlam MCCCCLV Janna. 
La dignità di Accolito delia Se^le Apostolica , che forse 
avrà il Pareto ottenuta dal Pontefice Nicolò V, egli pure 
genovese, morto nello slesso anno di 1485, veniva a pochi 
accordata, otto essendo gli Accolili PontiQcii ordinari, i 
quali assistevano al Papa quando si preparava alla cele- 
brazione della messa. Né questa è la sola dignità di cui 
fosse rivestito, trovo che in un atto del 2 gennaio 1461, 
egli assiste ed interviene come testimonio col titolo di 
Preposito della Chiesa di S. Giorgio in Genova. Questa 
qualità pare che la ritenesse fino all'anno di 146c>, nel 
quale essendo morto , addi 22 maggio il Papa Paolo II 
elesse a quella prepositura Pietro de' Carderini , Canonico 
genovese. Tutto ciò sì legge in un secondo atto colla 

(I) Di questa carta, unito alla illustrazion3 è il disegno dell' isole 
Atlantiche negli alti delP Accademia Ercolanese. Il P. Giovanni An- 
drés mori a Napoli, né mi venne fatto sapere per quante ricerche 
io tentassi, che cosa mai potesse avvenire di si prezioso monu- 
mento della geografia del medio evo. 



— 458 — 

predelta dala del 22 maggio 1465 (1). É cosa da notarsi 
che mentre tntli gli altri Cosmografi , la maggior parte 
almeno, erano addetli al servizio della Marina » i soli Fra 
Mauro e Pareto Tossero persone ecclesiastiche. La ricchezza 
e la bellezza della Carta , con tante figure e con si fini 
colori delineata, mostrano che non fu lavorata semplice- 
mente per mero esercizio dello studio geografico, e per 
dilettevole passatempo dell' autore, ma per commissione 
di qualche principale antorilà , e per servire a qualche 
illustre personaggio. Non è fuori adunque di ragione il 
supporre che due anni innanzi da quello in cui è com- 
posta la Carta, occupata essendo la città di Costantino- 
poli da Maometto li, caduta in sua balia la colonia di 
Calata , perigliando quindi le altre genovesi del mar Nero, 
che infatti dopo alcuni anni vennero anch' esse in potere 
degl* infedeli, 1* Officio di S. Giorgio che ne riteneva allora 
il dominio, l'abbia commessa al Pareto per unirla colle 
proprie raccomandazioni al concittadino Pontefice , affinchè 
per la stessa, dimostrandogli più sensibilmente l'impor- 
tanza di quei luoghi, gì' interessi vacillanti della religione 
e i commerciali della comune patria , sì muovesse con 
maggiore sollecitudine e generosità a soccorrere gli uni 
e gli altri, dispensando più largamente i tesori della Chiesa, 
invitando popoli e principi cristiani, italiani ed esteri, ad 
accorrere a difesa e conservazione delle minacciate co- 
lonie. Infatti la parte che in questa Carta osservasi più 
distintamente segnata è quella del Ponto Eusìno o mar Nero, 
la bandiera genovese è inalberata non solo nei principali 
e più conosciuti stabilimenti di Caifa, Soldaja, Cembalo 
e Tana nel mar d'Àzof , ma eziandio in Saniastro, Cimino, 

(1) Atti di Oberto Foglietta. Registro Notarile fo\ S81 e 612. 



— 459 — 
Fronda e varii allri meno noli , come in gran parte si vede 
nel Portolano Mediceo e nei diversi Atlanti di opera 
genovese. 

Sebbene il Pareto non fosse addetto alla marina , tut- 
lavolta la sua Mappa è come le precedenti ristretta ai 
porli e alle spiagge , pochissime città e laoghi segnando 
dell* interno delle provinole , lasciando in bianco larghi 
spazi ed immensi Stati , dove scrive soltanto i nomi ge- 
nerali delle Provincie o dei regni , ed offre alcune figure 
dell'Imperatore di Alemagna, del Gran Turco, del Gran 
Tartaro, del Soldano di Babilonia e di altri sovrani» di 
un elefante e di alcune più rinomale cillà. Genova, come 
era ben d'aspettarsi nella Carta di un genovese, si pre- 
senta con superiore grandiosità , quasi regina del mondo, 
indi Venezia e Roma sono le sole d' Italia che vengano 
disegnate. Napoli viene ommessa dal Pareto, poiché Al- 
fonso il suo re, muoveva allora a fiero sdegno gli animi 
degli italiani tutti, nonché i genovesi, la cui repubblica 
egli ostinatamente combatteva, mentre il Turco colla presa 
dì Costantinopoli non solo poneva a repentaglio le sorti 
delle superstiti colonie dell' Eusino e del Tanaj, ma mi- 
nacciava di spaventevole invasione V intera cristianilà. 

Nella Francia primeggiano Parigi ed Avignone, quella 
perché la capitale del regno, questa perchè già residenza 
per séltanl'aiini dei Romani Poniefìci. In Ispagua , né To- 
ledo, né Vagliadolid, né Leon, nò altre città slate corti dei 
Re, ma sono prescelte sopra tutte per la loro opulenza e il 
dovizioso commercio che faceanvi i Genovesi , Siviglia e 
Granata, capitale allora degli Stati spagnuoli dei Saraceni. 
Per la slessa ragione di mi ricco traffico in maestoso 
aspetto mostrasi il Cairo, e vi è scritto: Civùas magna 
Karii. Gerusalemme come centro del mondo allor conosciuto, 



— 460 — 
vi si vede disliulamcnte rappreseulata , indi Damasco, 
il monte Sinai , il mare di Galilea , il lago di Penlapoli 
o mare Merlo, ed altri luoghi celebri nelle sacre scrii- 
ture ; il mare Rosso, e vi è scritto in Ialino, che : per 
esso tragittarono le dodici Iribù d'Israele; che chiamasi 
Rosso non perchè V acqua , ma perchè il suo fondo è di 
tale colore; che per il suo mezzo le navi dei mercanti 
indiani portano le spczierie che depongono in Babilonia 
(Cairo) e di là in Alessandria. E in un angolo formato 
dal mare indiano si legge: che a quel luogo chiamalo L2 
Baserà Bassora approdano le navi dell'India cariche di 
spezierie , poscia da quella per terra coi cammelli le tra- 
sportano a Damasco e per tulla la Siria. La Mecca vi 
si scorge specialmente effigiala. 

Nelle coste occidentali dell'Africa la caria del Pareto, 
si arresta al capo di Bojador, sebbene il Bianco veneziano, 
avesse sulla sua del 1448 già segnato il Capo Rosso; e le 
isole di Capo Verde, come più sopra ho nolato, fìn dal 
1440 fossero siale scoperle dal suo concilladino Antonio 
Noli. Ma forse il Pareto non avea fine precipuo di indi- 
care questi ultimi dìscoprimenli, forse non credea prudente 
di propalarli, forse la vaga notizia iufioe che se ne por- 
geva dal veneziano Andrea Bianco, non era per un geno- 
vese documento sufficiente da polervìsi affidare. 

Ma il più che di questa caria ha recalo stupore al 
suo possessore, l'abate Andrès, si è il vedersi nelle Ca- 
narie a fianco dell'isola tancellotta LanzeroUa V insegna 
della Croce di Genova, e a lei presso scritto : Lanzarolo 
Maroxello JanuensL 11 primo motivo di stupore avrebbe 
potuto cessare in luì se gli fossero slati noli il Portolano 
Mediceo del 1351 , e le carte dei fratelli Pizzigani del 
1367, neli* uno allato della Lanzarotta già pure si vede 



— 461 — 
una grande bamliera genovese , ed egualmente nelle se- 
conde, di guìsachè risalendo alla data del 1351, sarebbe 
duopo innanzi di questa flssare il primo approdo colà di 
qualche nave genovese, comecché allrimenli non si pò» 
irebbe ragionevolmente spiegare resistenza di una bandiera 
di Genova posta in alto dì primo scoprimento. Il secondo 
motivo di stupore è più fondato perchè a chi non è me- 
diocremente versato nella storia delle famiglie genovesi 
non riesce facile il darsi ragione di quel nome di Lama- 
reto Maroxello Januensi. Laonde venendosi a riconoscere 
che questo è di famiglia nobilissima genovese, non solo si 
dilegua lo stupore ed il dubbio, ma si afforza eziandio la 
opinione che 1* isola Lanzerota ricevette quel nome da un 
Lanzcroto Malocello genovese. Signori già del luogo di 
Varazze nella Riviera occidentale di Genova erano i Malo^ 
cellOf Marocello o Maroxello; e una donzella di questo nome 
andò sposa con un Regolo dì Sardegna. Quattro atti si 
trovano nel registro o fogliazzo notarile , in cui è fatta 
menzione di LanzaroUo Malocello. Nel 1.^ del primo aprile 
del 1330 egli fìgura nella qualità di testimonio; nel 2.^ 
del febbraio 138/|. e nel 3.® 18 marzo 1391, è nominala 
Eliana del q. Bartolomeo Fiesco e moglie o vedova del 
q. Lanzerciio Marocello^ nel 4.^ infine del 19 agosto 1455, 
epoca della carta del Pareto, sì dice che Teodora moglie 
del q. Francesco dei Delfini Da Passano, è figlia dei q. 
LanzaroHo Maroxello. Si rileva per questi atti che egli 
era morto prima del 138^ ; che a lui secóndo ogni più 
verosimile probabilità , concorrendovi le circostanze del 
tempo, del nome e del cognome posto a Ganco dell'isola 
Canaria, si debbo attribuire la scoperta di questa. La 
quale scoperta dovrebbe stabilirsi tra l'anno di 1318 e 
1351| per la fpndMH r^lgione ch^ se di essa è resa ampia 



— 462 — 
DOtizia nel Portolano Mediceo, lavoro di un anonimo ge- 
novese del 1351, non ve n* ha ancora traccia in quello di 
Pietro Visconte del 1318. Con siffatti argomenti non certo 
di lieve peso, io stimo di avere oggimai rivendicato sopra 
francesi e portoghesi lo disputalo discoprimento delPisoia 
Lanzirotio al genovese Lanztrolio Maroxetlo. 

CLXXXVI. Intanto correndo Panno di 1459 recava a 
compimento il suo Mappamondo Fra Mauro camaldolese, 
appellalo cosmografo incomparabile. Quest'opera preziosa 
della GeograGa del medio evo, si conservava già nell'isola 
di Murano e venne quindi trasportata nel palazzo ducale 
dì Venezia. In essa alla straordinaria ampiezza e gran- 
diosità materiale, tutta messa a pittura e ad oro, corri- 
sponde la copia e la sceltezza delle nozioni, talché si di- 
rebbe un trattato quasi completo di Geografìa in bella 
foggia rappresentativa distribuito, col corredo di lumi af- 
fatto nuovi e veri , massime intorno al Nilo, e delle più 
recenti scoperte di queir età alla costa occidentale del- 
l'Africa, e col marcato possibile giro attorno a questa. 
La quale ultima preziosa singolarità ripetuta in altro si- 
mile planisfero dallo stesso fra Mauro eseguito per ono- 
revole commissione di Alfonso V re di Portogallo, e colà 
inviato, servilo ha senza dubbio di norma alle successive 
navigazioni di quella nazione ed al passaggio all'India per 
la parte di mezzodì-levante. 

Aluise da Cadamosto e Antoniolto Usodimare, T uno 
veneziano e l'altro genovese, di cui già ho discorso tra i 
viaggiatori nella Storta delle loro navigazioni , ci hanno 
lasciato una tracce assai distinta e precisa della Costa 
africana da Capo Bianco fino a Capo Cortese» nonché 
delle isole et Capo Verde, per taeere delle Canarie, queste 
e qmthf mmt nolai^ dai pree^deiiti nairigatort genovesi 



già discoperte. Nel libro 13 della Veuezìa del Sansovino, 
nonché alla pagina 40 del periplo dell'isola di Greta o 
Candia del Torres si riporta un portolano del Gadamosto» 
che si fece ancora pubblico colle stampa di Bernardino 
Rizzo fin dal 1490, e in seguito si riprodusse a* tempi a 
noi più vicini. Questo nautico lavoro offre in belle misure 
i lidi e i porti dell* Irlanda, Inghilterra, Fiandra, Francia, 
Spagna e dei mari interni, cioè: Mediterraneo, Àdrialico 
ed Arcipelago, nonché dell'Africa al di là di Geuta infine 
a Saffi; ed é tanto più pregevole quanto si può reputare 
essere nella massima parte il suo Itinerario , e i luoghi 
da lui veduti e visitati fatli manifesti con isquisita esat- 
tezza. Il Cadamoslo esegui pure una Carta da fUivigar 
che andò perduta. 

Di Autoniolto Usodimare non ripeterò qui , né de' suoi 
viaggi col Gadamosio , né del sedicente suo Itinerario , 
quanto prolissamente ne ho ragionato più sopra, riferendo 
la maggior parte di quest' ultimo, passo invece, secondo 
l'ordine dei tempi, a favellare dei Portolani e delle carte 
di Benincasa anconitano. 

Di Grazioso Benincasa, e del figlio di lui Andrea, sei 
carte, o Portolani si conoscono finora oltre le cinque della 
raccolta del 1489 , di cui dirò in appresso. Quattro di 
esse furono da me vedute , la prima del 1463, e la se- 
conda dal 1471 in Venezia, la terza del 1467 iu Parigi, 
la quarta del 1480 in Vienna; la quinta del 1473 si 
conserva in Bologna, e la sesta ed ultima che non porta 
data, ma p^ giudìzio del dotto avvocato Gav. Deaimoni 
apparlieoe al secolo XV, ai custodisoe uell'Arohivia fio^ 
remino, e fu già da Grazioso. Bemneasa costruita, io Gè-- 
nova. Senza fermarci a que9te. di i^i eaple, o almein^.di 
quelle da. me esaminate (Veoesia, Parigi, Viewia), eh* 



— 461 — 
esprimono iconsiieli peripli del mar Nero, del Medilerraneo,. 
ed altri mari che bagnano TEuropa, òomprese pure le isole 
Britanniche , noterò che delle due più interessanti , la 
prima oltre una porzione di Spagna e di Portogallo ha 
delineate le coste d'Africa da Ceuta fìno un pò* oltre Ckivo 
Bianco e la seconda il rimanente fino a rio de palmerj 
verso Capo Cortese, cioè da 1 1° ove giunse il veneto Ca- 
damosto fino a 6^ di latitudine borcBle dove arrivò nel 
1/462 Pietro Sintra portoghese. Le isole vicine alle coste 
si dipingono in questi portolani alla foce dì Riogrande, e 
si notano di alcune i nomi, che corrispondono alle Besegue 
d'oggidì. Anche le isole di Capo Verde sono qni espresse 
coi nomi di Buona Vista e di .S. Giacoma) dato loro dal 
Cadamosto, meglio forse dal genovese Usodimare, il quale 
servi di scorta e d'indirizzo a lui. 

Di Antonio Leonardi, prete veneziano, esisteva già nel 
Palazzo Ducale di Venezia un insigne mappamondo con 
una carta, tavola d'Italia d* inestimabile pregio che fu- 
rono consunti nell'incendio del 1483. 

CLXXXVII. Ma sopra tutti i lavori geografici meri- 
tano particolare menzione quelli che formano la bella rac- 
colta di carte marine in pecora manoscritte e miniate in 
numero di 35, ovvero di 38 in 35 fogli, ricavale da diversi 
autori od artefici, le quali presentano lutto che in genere 
di marittime stazioni e coste si sapea fino al 1489, nel 
qual anno sembra eseguila questa collezione, in cui colla 
splendidezza della forma gareggia la copia e la squisitezza 
della maleria. Fu già essa proprietà della illustre fami- 
glia Comare, e io seguito è trapassala in quella di Lord 
Ergéron, e appartiene oggidi a' preziosi manoscritti del 
Museo BritaanioOi de' qaaii è rieohiBsimo. lo ne faro una 
sttceiutil descrizioiie 60L Mm tei diversi autori ohe le 



— 465 — 
carie composero, traendone le notizie sia dair Eniinenlis- 
simo Zurla che vi stese sopra una breve Memoria (l) , 
sìa dairerudilissimo mio amico M. D*Avezac che ne ha 
più diligenlemenle trattato (2). 

1.** Due carte di Pietro Roseli coi numeri 3 e 4, la 
prima delle quali offre la parte orientale del Mediterraneo 
col mar Nero; la seconda roccidenlale colle coste attigue 
d'Africa e d* Europa suirOceano. 

2.^ Duo carte di Zuan di Napoli coi numeri o e 6, 
la prima rappresentante il lato orientale, la seconda Toc- 
cidentale del Mediterraneo entro li stessi limiti delle due 
precedenti. 

3.^ Cinque carte di Grazioso Benincasa, divise in due 
serie, la prima comprende i numeri, o fogli 7 e 8, e la 
metà del foglio 9 ; la seconda si compone dei fogli 21 e 
22 ; il contenuto loro è il seguente : 

7. Parte orientale del Mediterraneo col mar Nero. 

8. Parte occidentale dello stesso colle coste vicine 
d*Africa e quelle d'Europa sull'Oceano. 

9. Carta speciale del mar Nero. 

21. Idem dei Mediterraneo. 

22. L'arcipelago, colla Grecia, coll'Asia minore fino 
al golfo di Selaira. 

4.^ Tre carte che occupano la seconda metà del foglio 
9, e i fogli 10 e 11 di Francesco Beocaro genovese. La 
prima è una carta speciale del mar Nero parallelamente 
posta con quella del Benincasa; la seconda ci offre la 
parie orientale , la terza V occidentale del fitediierraneo 

{4) Delle anlìche Mappe lavorate in Venezia^ Commentario del 
P. Ab. D. Placido Zarla, pag. 67. 

(2) Note sur un AUas Idrograpbique execaté a Yenise-dans le 
XV siede, pag. 17. 

Canale « Storia del Commercio, ecc. 30 



— i66 — 
colle loro atlinenze, come si ravvisa nei numeri 3 e 4, 
5 e 6, 7 e 8 sammeDziooati. Sul foglio uodecimo si rav- 
visa una ìxolla del Brazil ad occidente dell* Irlanda , e 
più verso meriggio : ixolla daman^ ixoUa de U corvi ma- 
rini, li. conigli ecc. 

5.^ Tre carie di Niccolò Fiorin coi numeri 12, 13 e 
14, comprendono divisa in tre parli una Carla generale 
del Mediterraneo col mar Nero da un lato , e dall' altro 
l'Oceano inclusivamenle alle Àzorre; la prima parte rac- 
chiude il terzo orientale fino al Capo Basai, la seconda 
fino in vicinanza dello stretto ; la ultima il terzo occiden- 
tale fino a quello. Sopra di questa è un' isola a ponente 
dell' Irlanda, indicala col nome di Mons Orius; poi suc- 
cessivamente discendendo verso mezzodì si veggono le isole: 
del brazil, ddi corbi marini, de S. Zorzij dele venture, 
di colonbi; indi una novella isola, del bradi; infine quelle: 
de Caprara, de ImvOj porlo santo, mederà^ e deyta (forse 
de xto de Christó). 

6.^ Una carta di Francesco Cexano^ col numero 15 
cooteneote un doppio disegno del mare Adriatico. 

7.^ Una carta di Zuan Soligo ^ col numero 16 rap- 
presentante r Italia e l'Adriatico, colle isole Jonie da una 
parte e dall'altra la Sicilia e la Corsica. 

8.^ Sei carte di Aluixe Cexano, divise in due serie, 
di cui la prima si compone dei fogli 17 e 18 , mentre 
l'altra intitolata Compimento del Cexano compi*ende i fogli 
25, 26, 27, e 28. 11 conlenuto loro è il seguente; 

17. li mar Nero. 

18. La parte orientale del Mediterraneo coir Arci- 
pelago e il mar di Marmara fino alla Morea. 

2S. Il seguito del Mediterraneo, e obliquamente Gno 
a Livorno. 



-- 467 — 

26. La continuazione delio slesso mare lino alle 
Baleari. 

27. La parte occidentale del Mediterraneo colle at- 
tigue cosle sull'Oceano. 

28. Le coste dell' Europa lungo TOceano a setten- 
trione di Lisbona fino a Texel. 

9.^ Due carte di Domenego de Zme coi numeri 19 
e 20, rappresentanti quelle del Benincasa coi numeri 21 
e 22 summenlovati. 

10.* Una sola Carla di Niccolò Pasqualin col numero 

23, contenente l'Arcipelago, e il mar di Marmara , colla 
Morea, Candia, e la costa dell'Asia minore fino a Rodi. 

11 ® Una sola carta dì Benedito Pesina col numero 

24, la stessa della precedente, meno il lato occidentale 
della Morea. Questa carta ha per iscrizione : Beneditus 
Pesmaftcù anno domini MCCCCLXXXXVIIII Veneciis, 
è la sola di tutta la raccolta che porti la data. 

12.^ Una sola carta di Cristo/alo Soligo col numero 
30. È dessa in particolare pregevole per le isole dell'At- 
lantico, di cui ci porge un' assai distesa indicazione con 
doppio nome. Né mi pare giusto di ommetterc, a conferma 
di quanto già scrissi intorno alla Lanzerota » che qui a 
fianco di questa, non solo si vede la handiera genovese, 
ma sopra la bandiera il nome di Maroxelo. 

Oltre le prefale carte dei dodici autori, ve ne hanuo 
otto anonime coi numeri 29, 31, 32, 33, 3S, 36, 37 e 
38, alcune sono con titolo, altre senza. Il nuoiero 29 con- 
tiene le coste dell' Inghilterra, della Francia, della Spagna 
e del Marocco sull' Oceano, col nome di Ponente Bascaino 
ovvero Biseaino. Il nome di Ginea P&rloghexe seritto sol 
imaiera 31 è comune ti 32 e alla prin» parie del nu- 
nierQ 33 ; il iì rappces^ota la casta aeoidealali dMP A« 



— 468 — 
frica dallo stretto al Capo Verde; il 32 dal Capo Roxo 
al Capo di Santa Caterina; il 33 dal Capo Fremoxo al 
Capo Negro. La seconda parte di questo offre una Carta 
del mar Caspio, col titolo: Mar da Bacu^ o Abbacuco, 
come lo chiama il Polo, e come lo dicevano i naviganti 
del Medio E^o, e notavanlo nelle loro carte. Infine il 
foglio 38 contiene una Carla Corografica della Terra Santa, 
e vi sta scritto: DescripUo locius Terre Sancte quam pos- 
siderunt Jilii hrahtl. Vocatur etiam terra prommionis. 

Le carte seoza titolo comprendono i fogli 35, 36 e 37. 
La prima si divide in due parti, 1* una è del mar Nero, 
1* altra delPArcipelago coli' estremità orientale del Medi- 
terraneo. La seconda è come un compendio di tutte le 
carte precedenti. La terza contiene il mar d'Àlemagna ed 
il Baltico. 

Le pagine coi numeri 1, 2 e 79 di questa raccolta 
vengono occupate dal Calendario perpetuo, dalle feste 
mobili e dalle lettere dominicali ; dalla 39.^ alla 78.^ inclu- 
sive si contengono: dalla 39.^ alla &7.^ alcune nozioni 
astrologiche; il foglio 47 verso ha un trattato che s'in- 
titola : La raxon del Martologio. Seguono alla pagina suc- 
cessiva : « Hordeni e chomandamenti de tuli li capetanii 
zeneralli de tute le gilie e seno Juora de Venexia, li 
quali sono ossermti da tuti U pitroni e sopraehomiti de 
galie ». Opera è questa del capitano generale delle galee 
Andrea Mocenigo , nominato a tale carica nel 1428, e che 
egli tenne fino al successivo di 1429. Nel foglio 49 versa 
UD altro documento si legge uguale air antecedente , cosi 
concepito: « Questi sono li ordeni e chomandamenti de 
tmte k nave armade e seno fmra del porlo de Yeniexia, 
per bs iUmtrissima Signoria 4e Veniexia ». E oel fo- 
glio SQ verso: QuisU mìo le 9pexe che se fonò per U 



— 469 — 
capetanii de le Gallie de Fiandra per tutte le schalle 
chelle vari). AI foglio 52 comincia un nuovo Irallalo astro- 
nomico; il 55 ha un metodo per calcolare i* altezza degli 
edifizii ; il 59 : Tariffa dei diversi pexi del mondo chomo 
se governa uno con V altro per simel h tariffa di Ale- 
xandria de tute specie e marchadantie che entra e che cusse. 

Finalmente dal foglio 67 Odo al termine della raccolta 
è compreso un Portolano assai esteso del Mediterraneo e 
delle coste vicine d' Europa e d'Africa sull' Oceano. 

A queste opere di Geografia nautica condotte da uo- 
mini veneziani , vanno di pari passo sempre quelle dei 
genovesi , come nel resto , cosi in quesl' arte di longinque 
regioni a distenderne le più accurate descrizioni emuli loro 
formidabili. Non dobbiamo pertanto dimenticare i nomi il- 
lustri dei fratelli Bartolomeo e Cristoforo Colombo. Sap- 
piamo che il primo era lavoratore egregio di carte geo- 
grafiche e slava in Portogallo attendendo a siffatto eser- 
cizio, frutto de! quale fu un grande Mappamondo da lui 
donato al re d'Inghilterra. Cristoforo poi vi campò la vita 
in quel tempo che il vasto concetto gli venia respinto dalle 
Repubbliche e deriso dai Re. 

CAPITOLO IV. 



Carte nautiche italiane del JCVI e XVII secolo. 

CLXXXVIII. La prima .metà del secolo XVI singo- 
larmente, ci offre una copia di portolani e carte nautiche 
italiane non inferiore in numero a quella dell'antecedente 
XV, ed esse pure per quanto a nostra cognizione è finora 



— i70 — 
vernilo, dì Veneziani e Genovesi, ecceltaate doe soltanto* 
di autori messinesi. 

Bernardo Silvano veneziano pubblicò nel ÌMÌ in Ve« 
nezìa la GeograGa di Tolomeo composta di 27 tavole, coi 
aggiunse infine un mappamondo tutto suo proprio. Colle 
prime egli si propose di emendare le antecedenti tavole 
consuete e coll'ultimo di offerire tuttociò che fino a* suoi 
giorni erasi discoperto come di seguito al lavoro del geo- 
grafo alessandrino e complemento dello stesso. Infatti oltre 
la parte dell'Asia falla noia dal Polo, e la settentrionale 
posta in evidenza al di là dell'anonima Norvegia, secondo 
che si pretende essere stala scoperta dagli Zeni , vi si 
trova la prima notizia delle nuove scoperte non solo dei 
Portoghesi, ma degli Spagnuoli eziandio, per quanto se ne 
poteva però avere cognizione in quell'anno di 1511. Del 
resto questo mappamondo può dirsi essere il primo pas- 
saggio dalle forme insegnale da Tolomeo, sia coi meridiani 
retti, sia con curvilinei, a quelFaltro ingegnoso a foggia 
di cuore che si ravvisa nei due planisferi di Oronzio Fineo 
annessi al Novus Orbis di Parigi 1532. 

Un nuovo mappamondo arricchito esso pure delle nuove 
scoperle venne formalo nel 1513 dai fratelli Appiano. Nella 
edizione di Solino fatta in Venezia nel 1520 si ha un altro 
mappamondo di Pietro Appiano, in tulio simile a quello 
del Silvano, colla sola differenza che il primo verso it 
polo mostra la forma di cuore più aguzza air insù , e 
TAmerica vi è un po' meglio rappresentata , vedendovisi 
la punta australe e le coste occidentali, sebbene in guisa 
troppo ristretta ed incerta. 

Trattando dei viaggiatori , ebbi a fare menzione dr 
Angelo Trevisan veneziano. Egli era segretario di Dome- 
nico Pisani ambasciatore veneto in Ispagna nel 1501; e 



- 474 — 
aveva T incarico dalla sua Repubblica di fornirle i più 
minuti parlicolari intorno alle spedizioni e scoperte che 
andavano facendo Portoghesi e Spagnuoli sia per la parte 
di levante che per quella di ponente. Quattro lettere di 
Ini sono indirizzate al patrizio Domenico Malipiero in 
Venezia, col successivo invio delle quali gli mandò a più 
riprese i sette libri delle navigazioni di Colombo, di cut 
si afferma grande amico, scritti da Pietro Martire d*Àii* 
ghiera, che in quel medesimo anno del 1801 appunto fu 
a Venezia per la sua ambasciata al Soldano. Fa consa- 
pevole il Malipiero che aveva commesso in Paios una carta 
nautica esprimente i viaggi e le scoperte del Colombo 
medesimo, la quale al suo ritorno in patria si portò seco. 
Oltreciò insinuò al Cretico residente in Portogallo d'ordine 
del veneto Senato l'opera intorno al viaggio di Calicut, 
ossia al paese cosidetto delle spezierie, mercè il recentis- 
simo viaggio di Vasco di Gama , che superò 1* estrema 
punta meridionale deirAfrica nel 1498, ovvero soli tre 
anni prima che il Cretico componesse quell'opera, e il 
Trevisani ne facesse informato il Malipiero. 

Tra i veneti compositori di carte nautiche del pre- 
sente secolo XVI si devono annoverare Pietro Coppo, Be^* 
nedetto Borbone, e Jacopo Castaldo, de* quali dirò bre- 
vemente togliendone le notizie dal dotto commentario sulle 
antiche Mappe Idro-geogi*a(ìche lavorate in Venezia, del- 
l' Eminentissìmo Zui*la. A Pietro Coppo appartiene un Por- 
tolano edito da Agostino di Bindoni in Venezia nel 1528 in 
piccalissima forma. Unite a questo vanno congiimte sette 
carte geografiche intagliate in legno, nell'una delle quali 
si comprende tutto il mondo allor noto. Parlandovìsi del 
Colombo, deve notatasi , ch'esso viene dal Coppo indicato 
per genovese e scopritore della Terra Paria over Mondo 



— 472 — 
novo. Questi due punii che tanto poi vennero contestati 
meritano di essere posti in rilievo, trattandosi di uno scrit- 
tore contemporaneo dell' immortale genovese , e special- 
mente di un Veneziano che non potea sospettarsi di par- 
zialità verso il cittadino della rivale ed odiata repubblica. 

Benedetto Bordone è autore di un Isolario che vide 
la luce in Venezia nel 1326 ; forma parte delle varie 
tavole di esso un intero mappamondo espresso a modo di 
cipolla e che compie quanto si desiderava in quello del 
Silvano di sopra menzionato fino ai due poli coM'equa- 
tore in linea retta tagliato in egual modo verticalmente 
per metà da un meridiano, che passa pei poli e per il 
seno Persico. Meglio pure vi si rappresenta la terra del 
laboratore (labrador), unita al nuovo continente, il quale 
nella sua parte australe si chiama Mondo novo colle isole 
ad. esso appartenenti che vi si veggono esattamente mar- 
cate. Nel vecchio continente vi si raffigura Y Engrovelanty 
oltre la Norvegia e la Gottia orientale a modo di peni- 
sola; vi si vede compiuto il contorno di tulle le coste a 
settentrione , ed a levanle ; il primo esempio forse nelle 
tavole di quel tempo dopo le incerte troppo configurazioni 
degli antichi mappamondi. Mollo ancora vi si mostra di- 
verso il levante asiatico essendovi la costa indiana segnata 
fuor deir usato per 1* incertezza delle recenti navigazioni 
verso la parte di mezzodì-oriente. Si fa pure arrivar la 
Corea fino airequatore, e la penìsola di Malacca, ed ìsole 
vicine sino al tropico del Capricorno ; forse il Bordone 
venne indotto da ciò che Marco Polo dice non essersi 
da lui vedute nella Giava Mraore pur le slelle del Carro, 
il che corrisponde alla latitudine in circa del tropico 
australe. 

Di Jacopo Castaldo sono le tavole che vanno unite al 



— 473 — 
Tolomeo mandalo in luce in Venezia nel 1543; dopo il 
quale si veggono eziandio qualtro carte di lui, intitolale : 
India Tercera^ Nuevia Hkpaniay Univtrsale Novo e Carta 
Marina. Sebbene il nuovo continente si trovi in esse quasi 
(ulto da ambi lati allor conosciuto più esattamente rap- 
presentato, quanto però all'oriente asiatico, si scosta Tau- 
lore dalle antecedenti Mappe esprimenti i viaggi e rela- 
zioni di Marco Polo, che pure si studia d'imitare, essen- 
doché unisce il continente Asiatico coli' Americano al di 
là della Corea e del Giappone quivi detto Giapono.; per 
dir meglio lascia di proseguirne le coste e pone come 
terra o mare incognito al di là di codesta latitudine cor* 
rispomlente a Sierra Nevadas a settentrione della Cali- 
fornia. La qual cosa meglio risulta dalTemisfero onde il 
Castaldo rappresenta il Nuovo Mondo, colla quale opera 
per la prima volta si scorge la maniera dì raffigurare il 
nostro globo diviso in due emisferi, abbenchè se ne attri- 
buisca il vanto al Ruscelli che solo nel lS6i pubblicò il 
suo lavoro, mentre il Castaldo lo esegui innanzi l'anno di 
1557. Con questa difTerenza però che il primo fa termi- 
nare gli emisferi nel primo meridiano delle Canarie , e 
il secondo chiude il suo a 10^ più a levante. Ad ogni 
modo essendo entrambi italiani, questo maggiore perfeziona- 
mento delle carte geografiche è singolare inerito di nostra 
gente. 

Quelle finora indicate sono le carte nautiche a me 
note de' veneziani del secolo XVI, farò ad esse succedere 
le genovesi del medesimo tempo. 

CLXXXIX. Battista Agoese .è autore di parecchie di 
queste, le quali trovansi sparse nelle principali biblioteche 
d'Europa e nel Museo britannico; due delle più antiche che 
rappresentano l'America portano la data del 15S7-1529. 



— 476 - 
ha il globo terrestre espresso in forma di cipolla , come 
in Bencdetlo Bordone, coli* indizio del viaggio alle Moluc- 
che sia attorno l'Africa, come pello Stretto Magellanico (1). 

Olire le predette Carle, un'altra ancora dell'Agnese 
si conserva in Parigi. Sorse dubbio se invece di genovese 
non dovesse reputarsi veneziano, perocché molle ne lavo- 
rava in Venezia. Ma cade queslo argomento quando si 
consideri che anche il Grazioso Benìncasa anconitano fa- 
ceva di tali carte in Veneziii, ohreciò, l'espressa qualità 
di genovese è data al Battista dal Conte Baldelli Boni, e 
trovasi scritta sopra uno dei medesimi Atlanti fiorentini; 
infine la famiglia Agnese è genovese , e il suo cognome 
lutlora esiste in Genova. 

CXC. Dall'Agnese non deve scompagnarsi il suo con- 
cittadino Vesconle di Maggiolo di nobile ed illustre fami- 
glia (2). Di questo io posso dire qualche cosa di più cerio 
per un privilegio ch'esiste negli a*tli governativi della ge- 
novese Repubblica. Egli era in Genova Maeslro delle Carle 
di navigazione per privilegio del 12 maggio del 1519, 
confermatogli poscia addi 11 luglio del 1520 coli' annuo 
stipendio di 100 lire d'allora. Ma il Maggiolo l'anno ap- 
presso ricorse ad Ottaviano Fregoso che tenea il dominio 
della città in nome di Francesco I re di Francia, affinchè 
quello stipendio gli venisse durevolmente assicurato » né 

(<) Sulle antiche Mappe idro-geografiche lavorate in Venezia — 
Commentario del P. Ab. D. Placido Zurla, p. 73. 

(2) L' nltima discendente di questa fa la signora Marchesa Mag- 
giolo moglie del Marchese Gaspare Saiili e madre del March. Fran- 
cesco Sauli tuttora vivente , già ambasciatore di S. M. Sarda in 
Russia > indi nel 4859 e 4860 Governatore Generale di Toscana, 
personaggio fornito di alto intellello, di rara dottrina, di squisitis- 
simi modi^mio antico condiscepolo. 



— 477 — 
più dipendesse dal grazioso beneplacito del concedenle; 
il governatore quindi e gli Anziani esan)inata la cosa , 
riconoscendo che il Maestro Vesconle in quell'opera , od 
esercizio delle carte nautiche senfipre erasi con probità e 
diligenza comportalo, che ne tornava non lieve ammae- 
stranienio, e beneficio grandissimo a tutta la nazione ge- 
novese , i negozi di cui tutti quasi comprende vansi nella 
navigazione, però decretavano che lo slesso maestro Ve- 
sconle Majolo, Maggiolo ricever dovesse l'assegnato sti- 
pendio annuo di lire cento fmchè soggiornato si fosse in 
Genova sia che infermo sia che abile, od inabile all'eser- 
cizio di quell'arte ; e siffatto privilegio gli venisse assicu- 
rato senza il beneplacito dei concedenti , col patto però 
eh' egli obbligassesi e promettesse che per tulio il tempo 
della vita sua dimoralo sarebbe in Genova , né altrove 
irasferiiosi ad abitare; Inoltre che avrebbe mentre Irova- 
vasi abile e sano, bene, e legalmente esercilata Parie sua 
a giudicio del magnifico Senato, siccome era conveniente. 
Questo decreto venia emanalo addì 7 maggio del 1321. 
Il Ycsconte di Maggiolo ne accettava le disposizioni , e 
prometteva obbligandosi a quanto si prescriveva da esse (I). 

(I) Credo che tornerà di gradimento ai lettori il pubblicare gli 
originali documenti inediti da cui ho tratto quanto qui scrivo : 

< Pro Magistfo Vesconte de Maiolo magistro cartarum prò 
navigando. 

Nos antedicli Octavianus Gubernator et Consiliura Antianorum 
excelsi comunis Januae audientes dictum Magistrum Vescoatem ca- 
pere ad hoc ut ipse quetiori animo esse possit et ad eius maìorem 
satisfactionem, (quod per nos decernatur et mandetur suprascriptum 
privilegiam nostrum sic ut supra ipsi concessum de habeodo sin* 
golis annìs libras cenlum ex aere pubblico), duraturum eatet eidem 
valere debere quamdiu ipse magister Yescontea vixerit et non ad 
beneplacitum nostrum prò ut supra in eo ipso privilegio scriptum 



— 178 — 
Dopo di avere dimostrato come il VescoDte di Mag- 
giolo Mojolo fa maestro in Genova con annao stipendio 
governativo delle Carte dì navigazione, mi riesce facile l'af- 
fermare che dì lui, e di altri due dello stesso cognome, 
€ forse fratello e figlio, sono tre carte vedute in Parma 
dal Cav. Avv. Cornelio Dt^simoni; Tuna delle quali porta 
la data del 10 dicembre 1512; che a lui pure appartiene 
il Portolano del 10 agosto del 1522, e probabilmente 
deve attribuirsi ad un suo nipote, o parente quello del 
20 dicembre 1587, entrambi esistenti nel Museo Sditala 
della Biblioteca Ambrosiana di Milano, de' quali dava 

est et ita nos etiam instantissime requirere et supplicare. Examinata 
ideo re et cognoscentes eamdem Magistrum Yescontes in i(>so opere 
seu exercitio suo omni probitale ei diligenlia hactenus se habaisse 
et habere quod cessit et cedit in non levem valilatem et beneficium 
totius nationis nostrae potissimom cum tota fere negotiatio genuensis 
in navigando consistat. Ideo decernunt et- mandant dictas libras 
centum quamdiu ipso Magìster Yescontes in civitate ista perman- 
serit sive foerit sanus, sive inGrmus et sive fuerit persona sua ad 
ipsam artem exercendam habilis^ sive non , ipsum annuatim habere, 
et sic ipsum prescriptum privilegium ipsi Magìstro Yesconte vali- 
turum esse et valere debere , et non ad beneplacìlum nostrum prò 
ut supra in eo loquitur, ita tamen quod idem Magister Yescontes 
etiam se obliget et promittat toto tempore vitse suse in civitate ista 
se permansunim est et ad alias parles babitatum se non transferre 
et ipsam artem suam quamdia habilis erìt bene et legaliter exercere 
iudicio Magnifici Senatus prò ut conveniens est. 
Data etc. ea die septima Maij 4524. 

Ea die 

' Dictus Magister Yescontes de Maiolo acceptat ut supra et prò- 
:mittit toto tempore \ìUb suse Genuae habitare et dicto exercitio seu 
arti suae vacare nec ad alias partes se transferre et prò ut supra 
per lUastrissimam Dominum Gubematorem ei BiagniGcum Seoatum 
«ordinatom extitit. Sub etc. 



— 479 — 
diligente contezza al prelodato Gav. Desimoni il marchese 
Marcello Stagliene. Per relazione di questi nell* uno dei 
menzionati Portolani si legge: Vesconte de Mojollo com- 
posut hanc earlam in Janna de anno Domini 1522 die 
X Augusti. Nell'altro è scritto : Vesconte de MajoUo com- 
posui hanc cartam in Janna de anno Domini 1587, die 
XX Decembris. 

Il marchese Stagliene aggiunge che « il più antico fra 
« questi due lavori è molto bene conservato, e disegnato 
« si vede in un foglio di pergamena di circa 50 centi- 



— nota quod privilegi um de quo supra fìt meiitio factum est 
anno de 4519 die duodecima Maij cum additione seu declaratione 
po?t ea facta anno de 4520 die undecima Julij ut ex libris mei 
cancellarij apparet. 

Appodisia de libris centum Magistri Yiscontis de Maiolo Ma- 
gistri Gartarum prò navigando. 

+ MDXX pò die xiiJ Maij. 

De mandato Illustris Domini regii Januensis gubernatoris et Ma- 
gnifici consilij dominorum Antianorum Gomunis Januae : Vos spec- 
tatum officium monetae anni praeseotis solvile Magislro Vesconti de 
Maiolo magistro fabricaudi cartas prò navigando iibras cenlum qu» 
sibi solvantur annualim virtute privilegìj ei facti per ipsos Illustri»- 
simum Dominum Gubernatorem et Magnifìcum Senatnm manu can- 
cellarij infrascripti prò uno anno incepto die xu maij anni prseteriti 
de Millesimo quingentesimo vigesimo et finito die decima secunda 
maij presentis de 4524 sive - L. 400 — 

Debbo dichiarare che io gli debbo alla molta gentilezza del si- 
gnor Gav. Atv. Marcello GipoIIina ^ Direttore degli Archivi Gover- 
nativi di Genova ^ e cui intendo di rìferirgliene pubblicamente le 
più sincere grazie. 



— 480 — 

e metri sopra 75 ; vi si ravvisano tulle le coste bagnate 
« dal mare ititerno e dall* Oceano fìn presso il Capo di 
« Bojador , V isola d' Islanda verso tramontana , e cosi 
« tutta quasi l'Europa, e parte dell'Asia e deirAfrica ; 
e i nomi dei luoghi vi sì leggono chiaramenle; e parecchie 
« città , fra le quali Genova , sonvi delineale in piccole 
« prospettive ». 

« Il più recente invece (continua egli) è partito in 
« due fogli , ciascuno dei quali misura di per sé quanto 
« il predetto ; abbonda più che V altro di vedute prospel- 
c tiche, e contiene tulio il mondo nolo a quell'epoca. 
« Ivi, nelle parti dell'Asia e dell'Africa sono miniature 
e raHìguranti animali, costumi e principi; al Perù si dà 
« ancor nome di terre incognite , e sotto l'America me- 
« ridionale si legge: Terra nova descoberta per Christo- 
« furo Colombo ». 

Il marchese Staglieno ralTronlaudo i millesimi di questi 
Portolani, cioè di quello di Parma, specialmente, del 10 di- 
cembre 1512 e 10 agosto 1522 coli' altro del 20 dicem- 
bre 1587, rettamente osserva non potersi questi attri- 
buire tulli allo stesso autore, ma P ultimo essere proba* 
bilmente opera di un nipote del primo. 

Alle nominate carte mi è grato di aggiungere un'altra 
finora sconosciuta che si conserva nei Regi Archivi di 
Corte in Torino , ed h'i la seguente iscrizione : Vesconte 
de Majolo composuit hanc Cartam in Janua 1535, die 
tertio Septembris. In essa si trova descritto tutto il mar 
Nero e la Costa d'Africa. 

Intanto rimane accertato che Vesconte Majolo era 
maestro delle Carte di Navigazione in Genova , stipendialo 
con annue lire cento dal Governo,. che quindi non v'ha 
più alcun dubbio sull' ideutiià di questo cognome che si 



— m — 
legge scriUo nelle diverse carie nautiche, delle quali a 
egli deve reputarsi V autore per quelle cui non contrad- 
dice la ragione delle date , o alcuno de' suoi discendenti 
per le altre di età disparata , non senza verosimiglianza 
potendosi supporre che il privilegio conceduto al Yesconte 
siasi dal governo genovese confermato agli eredi di lui. 
Né deve per ultimo tacersi come la repubblica di Genova 
ad imitazione della Veneziana promuovesse lo studio della 
cosmografia, riconoscendo starsi in esso il maggiore inte- 
resse dei genovesi , il quale tutto ripooevasi nella navi* 
gazione. 

Citerò finalmente di questo secolo XVI due autori di 
carte marine, entrambi messinesi, il primo è Jacopo Russo 
nel 1550, il secondo Giouanm Martinez che nel 1570 
compose un Periplo del mar Nero^ Aggiungerò in ultimo 
il genovese Peregrino Broccardo, o forse meglio Boccardo, 
che formò nell* agusto del 1556 una diligente corografia 
deir Egitto, tuttora esistente nei Regi Archivi di Corte 
in Torino , colla presente intitolazione : Nova et exacta 
Cayri y J^giptiorum Chorografia a Peregrino Broccarda 
ligure una cum Piramidibus anno Dtmini 1556 Augusti 
mense diligenter descripla, et per locorum distantias com^ 
nrtnsurata. 

Ora mi resta soltanto a favellare del secolo XVII. 
Dei quale i lavori idrografici giunti finora a mia notizia 
si riducono a tre. Il primo è una specie di planisferio 
doppio della forma di quello di Andrea Bianco veneziano 
coiraggiunta delle terre nuovamente discoperte o Mondo 
Nuovo e vi si legge sotto: Joannes Costo fecit hanc cartam 
in Janua anno Domitii 1602 die 5 julii. È una gran carta 
in pergamena , e fu già da me posseduta, ma da parec- 
chi anni essendomene privato non saprei farne una più 

Canale, Storia del Commercio, ecc. 31 



— 482 — 
ampia descrizione (1). Il cognome Coito è genovese, né 
si potrebbe dobitare che tale non sia l'autore. 

Il secondo lavoro è no periplo del mar Nero di Fran- 
cesco Oliva messinese del 1614. Il terzo ed ultimo con- 
sìste in una carta di Francesco di Levante genovese del- 
l' anno di 1662. 

GXGI. Ed eccomi al termine giunto della presente 
opera , non certo condotta secondo il mio desiderio , ma 
quale il difetto d* ingegno e di tempo , V angustia delle 
cose domestiche e la mal ferma salute ebbero a compor- 
tarlo. Vero è che da parecchi anni mi affaticai di rac- 
cogliere ampia materia che servirmi dovea a quest'uopo. 
Era mio disegno di allargarne le fila , trattare più diffu- 
samente di tutte e singole le italiane città , i trattati, gli 
statuti, i contratti loro commerciali e marittimi mettere 
in chiaro, le relazioni internazionali descriverne, e spe- 
cialmente intrattenermi sulla storia e la costituzione^ delle 
colonie oltramarine per essi fondate , dimostrando che 
avendole allo stesso ordinamento politico di libertà con- 
formate che avea la patria metropoli , poterono per più 
di tre secoli conservarle , né per intestino rivolgimento , 
ma per istraniera invasione le perdettero, mentre ai mo- 
derni portoghesi, spagnuoli, olandesi, francesi ed inglesi 
si ribellarono quelle che con tirannico e scempio governo 
si ostinarono di possedere, e con tale un abborrimento 

(4) Io la comprai per pochi soldi da un venditore di libri vec- 
chi che allora era in Genova in via Giustiniani rimpelto il Palazzo 
Saali. Nel 4844 il Console Americano Edoardo Lester, uomo assai 
dotto e mio amico, avendola veduta mostrò vivo desiderio di pos- 
sederla , ed io gliela diedi , prendendo nota soltanto della predetta 
iscrizione, e serbando nella mia memoria all' ingrosso una qualche 
idea della stessa. 



— 483 — 

che ancora oggidì ii nome spagimolo Dell'America meri- 
dionale, e r inglese nella settentrionale suona maledetto 
ed esecralo 9 mentre riverita ed amata la memoria tuilora 
si mantiene, dopo parecchi secoli» del Veneziano nelle 
isole dì Negroponte , Cipro e Gandia,del Genovese nella 
penisola di Crimea, in Calata di Costantinopoli, e nel- 
l'isola di Scio, di entrambi in tutta la Siria. 

Per le ragioni sopra menzionate a me non fu dato di 
compiere si importante lavoro che invano ancora in Italia 
si desidera , imperocché se vi hanno alcune opere parti- 
colari che trattino delle città nostre marittime come di 
Venezia, Genova e Pisa, ninna , a mia notizia, esiste che 
abbia raccolta in una sola storia l'ampia messe del com- 
mercio di tutte, ninna che tratti dei viaggi , delle scoperte 
e delle Carte nautiche loro. Io per il primo, se non erro, 
mi sono sobbarcato a si ardua intrapresa , e se non riuscii 
a recacla degnamente al suo fine, il disegno che n'ebbi, 
e r ardimento posto ad eseguirla , mi varranno almeno dì 
scusa , poiché , io avrò sempre una grande orma segnata 
nel difficile cammino cui tenendo dietro, potrà di leggieri 
chi sia di più alacre ingegno, dì dottrina, di tempo, di 
agì e di bastante vita provveduto, raggiunger la meta. 
Come in tutte materie , cosi in questa l' Italia possiede 
tesori di fatti e di esempii da renderla superiore ad ogni 
altra nazione. Noi dobbiamo rimescolare la cenere degli 
avi se vogliamo ringiovanirci , né dagli stranieri accattar 
ciò che inadeguatamente da noi imitarono. 

È d'uopo che coi presenti progressi delle scienze, e 
col senno del passato noi edifichiamo il nostro avvenire. 

Mentre queste cose io scrivo (25 maggio 1866) già 
tuona il cannone. che decider deve la grande questione 
della unità nostra uazioaale» e^hen giusto egli è che il 



— 484 — 

grao sangne latino cacci da sé lo imparo straniero che 
ancora lo viinpera col possesso di ana tra le sue più do« 
bili provincia. Vissi io in tempo in coi la tirannide fore- 
stiera ed intestina si aggravava sulle misere sorti d' Italia, 
ma foi testimone e feci parte ad an tempo di qael moto 
che forte aveva occupati gli animi per combatterla. Libri, 
giornali, islilazioni, leggi, monumenti ed opere d* ogni 
sorta apparecchiavano gì' intelletti italiani. A neh* io recai 
la mia piccola pietra al grande edificio ; infine spuntò 
r alba del 1848 e il Piemonte col suo magnanimo Re si 
pose a capo della malagevole impresa , soggiacemmo piut- 
tosto al numero che al cimento , rimase però incancella- 
bile la memoria del fatto che soli trentamila uomini se- 
guitati dal!* unanime voto del popolo italiano aveano scossa 
la fortuna di una tra le più grandi potenze d' Europa. Lo 
insegnamento non andò perduto , la disfatta non abbattè, 
ma infieri gli animi , quind' innanzi meno dell'infausta prova, 
che della vendetta si ricordarono, imperocché, scrive il 
conte Pompeo Lilta , tal è la natura degl'italiani^ ei non 
si arrendono mai. Passarono dieci anni , e avvalorati dalla 
Francia che noi difendendo sé difende e mantiene, largo 
riparo abbiamo dato ai passati rovesci. L' Italia si è ad 
un solo unito regno ordinata sotto il più onesto e prode 
dei Re non manca che una sola delle antiche provinole, 
afTinchè dia essa complemento alla sua politica nazionalità. 
Ed ora pende il memorabile conflitto, supremo e mera- 
viglioso sforzo di' una gente che dà tre secoli e mezzo 
scissa, dalla servitù oppressa , levossi improvvisa a li- 
bertà e sebbene col perìcolo della discordia intestina agi- 
lata dallo straniero e da chi parteggia per esso, fu un 
accorruomo dei suoi popoli da un capo ali* altro della 
penisola per combattere V qltima guerra della propria in* 



-. 485 — 

dipendenza; esenopio piuttosto unico che raro, non mai 
veduto tra le antiche e moderne istorie, e cui i posteri 
mal s* indurranno a prestar fede. 

Ed io, se a cotanta inenarrabile gioia, Iddio mi vuole 
ancora, come spero, serbato, di vedere cogli occhi propri 
questo miracolo d' Italia , che col vóto della finanza , colle 
cicatrici della passata servitù, colle potenti insìdie dina 
interno nemico, ha pur fatto balenare di lei un mezzo 
milione d* uomini , il quale come ad un nuziale banchetto 
corre al più generoso sacrificio , io esultando volgerommi 
a lui, e dirolli col vecchio Simeone: Ora lascia^ ti prego 
o Signore 9 morirsi in pace U tuo Serw, poiché abbastanza 
videro gli occhi miei. 



FINE. 



-.^ 



Per cortese opera del mio aulico e dotto amico il March. Vin- 
cenzo Ricci, io avea indirizzato da qualche tempo domanda al nostro 
Incaricato d'affari Marchese Tagliacarne in Lisbona, affinchè com- 
pulsati gli Àrchivj di quel regno, si donasse di porgermi notizia 
di tutti i documenti che riguardavano le navigazioni degli italiani 
al servizio del Portogallo nei secoli XIV e XV. Quando finita la 
stampa della presente istoria mi si comunica per mezzo del mede- 
simo signore Marchese Ricci una indicazione in lingua portoghese 
di tali documenti in numero di 49. Riguardano essi tutti la nobile 
famiglia Pessagno, i primi tredici del secolo XIV V Ekìnuelb 
Pessàgno, gli ultimi sei del secolo XV Lànzerotto Pessàgno. 
Io porrò qui sotto siffatta indicazione , la quale servirà a conferma 
di quanto già dissi che le più importanti scoperte dei Portoghesi 
furono V immedialo fratto dei tentativi , degli studi e delle naviga- 
zioni degli Italiani adoperati da essi. 

Segolo XIV. 

EKANUELB PESSAGHO. 

Anno 4317 1. 

4 Febbraio. Nomina di Emanuele Pes^agno ad Ammiraglio 

dèi R^RO di Portogallo, sue donazioni, obbligazioni 
e giurisdizioni. 

Ignazio di Coeba Quintella nei snoi Annali della 
Marina Portoghese (Tom. 1, pag. 48, ediz. del 4839) 
dà un estratto di questo documento colle seguenti prin- 
. cipali condizioni: 



— 488 — 

4.a Che il Re creava Emanuele Pessagao ad Am- 
miraglio del Portogallo per sé e suoi successori, e gli 
concedeva per sempre il luogo, o terra di Pedreira 
in Lisbona , con tutte le annesse proprietà , regalie , 
diritti e pertinenze. 

2.a Che gli assegnava la somma annua di 3000 
lire, corrispondente a 480,000 Reis d'oggidì. 

3.a Che Emanuele Pessagno e i suoi successori 
potrebbero vendere lo stesso luogo di Pedreira, o di- 
sporne come meglio loro piacesse, semprecbè il pro- 
dotto, il prezzo comunque ricavato erogassero nella 
fondazione di un maggiorasco per la loro famiglia col 
trapasso in linea retta di padre in figlio legittimo, e 
secolare. La carica di Ammiraglio verrebbe dal Pes- 
sagno esercitata a norma delle condizioni in quell'atte 
stabilite. 

4.a Che PEmanuele Pessagno e tutti i suoi sac- 
cessori servirebbe bene, e lealmente sulle galee porto- 
gkesi ogniqualvolta ne avrebbe rordine,però non sa- 
rebbe obbligato ad entrare in mare con meno di tre 
galee. 

5.» Che stando il Re in campagna coU'esercito, 
e mandandolo a chiamare dovrebbe accompagnarlo 
nd servizio d terra. 

6.a Che l' Ammiraglio e i suoi successori sa- 
rebbe obbligato a tenore sotto di sé sempre pronti 
venti genovesi periti della navigazione in qualità di 
Alcadi , e Corniti delle galee , pagandoli il Re mentre 
fossero al sue servkiio, potendo l'Ammiraglio adope* 
rarli nel resto per c^nto proprio nel commercio na- 
vale, e in altre imprese. 

7.« Che quando qod venti officiali genovesi 
. serviaaaro aopra le galee del Re, ogni Alcade riceve- 
rebbe da lui dodici lire e mezza annue, ovvero 8000 
Reis, ed ogni Gomito otto lire,, oltre biscotto ed acqoa. 
4347 IL 

5 Febbraio. Obbligo di fimanuele. Pessagno di tenere sempre 
sotto i suoi ordini venti- genovesi periti nella navigazione. 



^j 



— 489 — 

1317 IH. 

^3 Febbraio. Conferma della nomina di Emanuele Pessagno in 
Ammiraglio del regno di Portogallo. 

4317 IV. 

7 Marzo. Pagamento delle lire 3000 fatta ad Emanuele 

Pessagno. 

4349 V. 

24 Settembre. Dichiarazione dell'Ammiraglio^ suoi diritti e giu- 

risdizioni^ e governo o suo comando di Algés. 

4349 VI. 

25 Settembre. Altra dichiarazione come sopra. 

4349 VII. 

25 Settembre. Assegnazione di termini al comando dell' Am- 
miraglio. 

4520 Vili. 

25 Settembre. Determinazione di confini della tèrra Pedreòra 
conceduta dal Re all'Ammiraglio. 

4324 IX. 

22 Febbraio. Altra come sopra, dove haimoa lavorare i mu- 
ratori delPAmmiragliato. 

1324 X. 

22 Febbraio. Conferma dei diritti^ costumanze e privilegi del- 
l'Ammiragliato. 

4324 XL 

4i Aprile. Atto riguardante la giurisdizióne dell'Ammiraglio 

del Regno parificato ad un Alcade di Lisbona. 

4322 # XIl' 

13 Giagne. Accrescimento di stipendio. 





- 490^ 


4367 


xjn. 


6 Novembre. 


Privila e giorispnxteaa sopra i Corniti e gli 
Alcadi delle galee dell'Ammiraglio idei R^gnó , e suoi 
successori. 




Secolo XV. 






U44 


XIV. 


43 Agosto. 


Atto di nomina di LaozèroUo Pessagno in Am- 
miraglio del Regao di Portogallo. 




X7. 




Atto di couferma del predetto grado. 




XYL 


1148 J 


Donazione del luogo di Pedreira in Lisbona. 


41 Novera. 


XVIL 

Donazione Ma quinta parte di quanto verrebbe 
da lui tolto ai nemici. 




XVID. 




Pagamento deHe 3000 lire di rendita. 


4454 


XIX. 


45e 46 Luglio 


Conferma fatta a Lanzerotto Pessagno di privilegi 



e giurisdizioni per sé e suoi successori. 



Di questa genovese famiglia Pessagno come in Genova^ cosi esi- 
ste tuttavia in Lisbona la nobile .discendenza^ che nell' idiéma por- 
tigliose è «crìtia .Pessanha^ e un membro «di ,«ssa colà è deputato 
al Parlamento. 



INDICE 



LIBRO SECONDO. 



phi- 



LIBRO PRIMO. 


11» 


/ 

Gap. I. Amico commercio dell'India • 


1' 


Gap. H. Aotico commercio dell* Africa . . • 


. 6 


Gap. ih. I Fenici 


7 


Gap. IV. I Cartaginesi 


. 13 


Gap. V. r Greci 


\% 


Gap. vi, I Romani ...... 


. 24 


Gap. vii. Gostantinopoli 


. . 32^ 



Gap. I. Regno dei Goti e dei Greci — Gommercii^ delle città 

di Aquileja e Ravenna 3T 

Gap. II. Origine e commercio di Venezia ^' 



— 492 — 

Pag. 

CkT. III. DeBerìzione deH'Arabia — Invasione degli Àrabi — 
Commercio di Sicilia e di Napoli risorto per essi . . 43 

Gap. IV. Origine e commercio di AmaIG — Invenzione della 
bussola e saa applicazione agli nsi della navigazione 54 

Cip. V. Dei primi abitatori e popoli d' Italia, e in particolare 
dei Liguri 54 

'Gap. VI. Origine degli Etruschi e di Pisa — Primi fatti dei 
Genovesi e Pisani , loro commercio e potenza nel mare 
inferiore d'Italia . . • 86 

•Gap. vii. Origine e conquiste dei Turchi — Pericolo dell'Eu- 
ropa — Le Crociale — Privilegi e stabilimenti commer- 
ciali degli Italiani in Siria 92 

•Cap. VIII. Commercio dell' Egitto 99 

Gap. IX. Commercio del mar Nero 405 

«Gap. X. Quarta Crociata — » I Fiamminghi coi Veneziani 
conquistano la città di Zara in Dalmazia, indi congiunta- 
mente muovono contro di Costantinopoli — Occupazione 
di questa città per cui il commercio orientale cade in po- 
tere dei Veneziani 440 

<!ap. XI. I Genovesi e i Pisani aiutano l'Imperatore Enrico VI 
all'impresa di Sicilia — Guerra dei primi coi Veneziani 
per l'isola di Gandia — Quinta e sesta Crociata — I Ge- 
novesi ristabiliscono V impero Greco — Colonia di Galata 
— Predominio marittimo di Genova 446 

*Cap. XII. Potenza e grandezza di Pisa — Sua rivalità e guerra 
con Genova — Battaglia della Melorìa — SconBtta e caduta 
di Pisa — La repubblica di Genova diviene arbitra del 
Mediterraneo ......... 423 

'Gap. XIII. Caduta di San Giovanni d'Acri, ultimo avanzo del 
regno Gerosolimitano — Commercio dei Genovési coU^ Ar- 
menia, coir isola di Cipro e coli* Egitto . . . .427 

Cap. XIV. Tentativi dei Veneziani per impedire i martori 
progressi del commercio Genovese in Levante -« Varii 
scontri tra i due popoli — BatCaglta di Curzola — Vitto- 
ria dei Genovesi 429 



— 493 — 

LIBRO TERZO. 

Pag* 

Gap. I. Affari di Costantinopoli — Conquista dell' isola di 
Scio fatta dai Genovesi ì3{f 

Gap. n. Colonie della Crimea e della Tana — Guerra tra Ge- 
novesi , Tartari e Veneziani — Battaglie del Bosforo , di 
Alghero in Sardegna e delP isola della Sapienza nella Morea 

— I jSenovesi rimettono sul trono di Costantinopoli il le- 
gittimo imperatore . . . . . . . , H3 

Gap. in. Descrizione dell' isola di Cipro — Conquista fattane 
dai Genovesi — Occupazione di quella dì Tenedo dai Ve- 
neziani — Guerra di Chioggia — Pace fra le due repub- * 
bliclie • . . . lo2 

Gap. IV. Principii del commercio marittimo dei Fiorentini 

— Somma prosperità di quello dei Veneziani sotto il Do- 
gato di Tommaso Moceoigo — Decadenza del genovese 

— Istituzione del Magistrato e Banco di San Giorgio . 46o 
Gap. V. Arti e manifatture della lana, della seta in Firenze, 

Pisa^ Genova, Venezia, Lucca e Sicilia ; loro corporazioni ; 
banchi e cambi; introduzione del conteggiare per cifre 
arabiche; prima Cambiale 177 

Gap. vi. Presa di Costantinopoli fatta da Maometto II — 
Caduta della Colonia di Calata e, delle altre possedute dai 
Genovesi nel mar Nero 187 

Gap. vii. Trattato di navigazione e di commercio conchiuso 
con Maometto II ilai Veneziani ; perdite da essi sofferte 
nella Morea: loro conquista dell'isola di Cipro. . . t99 

Gap. Vili. Scoperta dell'America fatta da Cristoforo Colombo, 
del Capo di Buona Speranza da Vasco di Gama — Ten- 
tativi del Soldano d'Egitto e dell'Imperatore dei Turchi 
per distruggere i nuovi stabilimenti indiani dei Portoghesi 

— Perdita dell'isola di Scio fatta (1566) dai Genovesi e di 
Cipro (1574) dai Veneziani, battaglia e vittoria di Lepanto, 
guerra e perdita dell'isola di Candia (1644-'I669) . .210 

Gap. IX. Inutili tentativi di Genova e di Venezia per tenersi 



— 494 — 

Pag. 

ancora in possesso della vìa di Levante ; conquista e per* 
dita della Morea ; trattati di Garlovitz e Passaroviiz. . 230 

•Cap. X. Commercio del Ponente; ai Portoghesi e agli Spa- 
gnaoli si aggiungono in prima gli Olandesi , quindi gì' In- 
glesi e i Francesi nel traffico e possesso delle Indie Orien- 
tali ed OccidenUli 249 

€iP. XI. Conquista della Crimea fatta dalla Russia , il mar 
Nero cade in potere dì lei — Sistema continentale dell'Im- 
peratore Napoleone I e spedizioni sue contro l' Egitto e 
la Russia; l'Imperatore Napoleone IH — Guerra della 
Crimea — Neutralizzazione del mar Nero e libera naviga- 
zione del Danubio; spedizione di Siria e taglio dell'Istmo 
-di Suez 273 



LIBRO QUARTO. 

VIÀGGI E SCOPERTE DEGLI ITALIANI. 

Cap. I. Conquista dei Tartari Mogolli ; F. Ascellino lombardo 
domenicano e Fr. Giovanni di Piano Carpino francescano 
ambasciatori ad essi; viaggi dei Poli; Marin Sanudo e Gio- 
vanni da Monte Corvino . .284 

'Cap. II. Viaggi del B. Oderico da Pordenone , di fra Andrea 

di Perugia^ Ricoldo da Montecroce e F. Francesco Pipino. 287 

^Cap. ITI. Luca Tarigo, BalducciPegolotti, Francesco Petrarca, 
Giovanni Colonna di San Vito 298 

Cap. IV. Viaggi e tentativi di scoperte intorno all'Africa dei 
fratelli Vivaldi, Lancellotto Malocello, Niccoloso di Rocco, 
Antonio, Bartolomeo e Raffaele Noli genovési . .305 

€ap. V. Viaggi di Aluise Cadamosto e Antoniolto Usodimare. 3U 

Cap. vi. Itinerario di Autoniotto Usodimare. . . .348 

<]Iap. vii. Viaggi dei veneziani Marco Cornare^ Gio. Maria An- 
giolello, Giosafatte Barbaro, Caterino Zeno, Ambrogio Con- 
tarini nella Persia; di Niccolò ed Antonio Zeno, Pietro Qui- 
rini ed Alessandro Guarini neHe regioni settentrionali; di 
Niccolò Conti nelle Iiidie Orientali ; di Paolo Trivisan nella 
Siria, nell'Egitto, nell'Arabia e nella India . . . 336 



— 495 — 

Pag» 
Cap. Vili. Viaggi di Vasco di Gama e di Cristoforo Colombo ; 

scoperta del Capo di Baona Speranza e dell' America ; 
Amerigo Vespucci^ Bartolomeo e Diego fratelli di Colombo ; 
Bartolomeo Fieschi 340 

CiP. IX. Viaggi di Giovanni e Sebastiano Cabotto, Giovanni 
Verrazzano; di Leon Pancaldo, Antonio Pigafetta ed altri 
compagni di Ferdinando Magaglianes ; di Giovanni da Em- 
poli, Ludovico Bartema e Andrea Corsali ; ed altri viag- 
giatori italiani di minor conto 356 

Cap. X. Viaggi di Gerolamo Adorno, Gerolamo di S. Stefano, 
Giorgio Interiano, Cassiano Camilli, Paolo Centurioni e di 
alcuni altri genovesi 389 

Cap. XI. Viaggi di alcuni italiani nel secolo XVII, XVIII, 
e XIX 398 



LIBRO QUINTO. 

ATLANTI, PORTOLANI E MAPPE GOSMOGRAFIGHE, 

OARTE MARINE DEGL' ITALIANI ED AUTORI DELLE MEDESIME 

DAL XIII AL XYII SEGOLO. 



Cap. I. Geografia dei Greci, Romani ed Arabi . . . 422 

Cap. II. Carte nautiche italiane dei secoli XIII, XIV e XV . 433 

Cap. in. Carte nautiche italiane del secolo XV . . . 445 

Cap. IV. Carte nautiche italiane del XVI e XVII secolo . 469 

Nota 487 



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